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Il
dire e il fare
Il tema delle due vie è
antico quanto la sacra Scrittura (prima lettura). L'esperienza
nomade del popolo di Israele ne sta all'origine: Israele, infatti,
è stato chiamato costantemente a scegliere tra la via che conduce
alla meta e quella che conduce allo sbandamento e all'idolatria.
Un vocabolario che si basa tutto sul termine «strada»
esprime l'esperienza del popolo eletto: traviamento, pietra d'inciampo,
conversione o ritorno alla strada giusta, guida che indica
la via, e tracce seguite dal popolo.
Le due vie
Il tema delle due vie si ritrova, nel Nuovo Testamento, più spiritualizzato ma non meno esigente. Il cristiano deve
scegliere tra la «via
stretta» che coincide con il piano di Dio e la «via larga» che non si preoccupa di Dio, tra Dio e
Mammona, tra lo Spirito e
la carne, tra la vita e la morte,
tra la luce e
le tenebre... I primi cristiani,
indicando il Cristo e la Chiesa con il termine «via», manifestavano la loro volontà di lasciare la via dello sbandamento per affidarsi alla guida di Gesù,
alle indicazioni della sua
Parola e alla economia sacramentale della Chiesa.
Il vangelo, a conclusione del discorso della montagna, esprime, in altra forma, il tema delle due vie, dei due
atteggiamenti di fronte alla
parola di Dio. Esso trova la sua unità nella parola «fare», «mettere in pratica».
Bisogna «fare» la volontà del Padre che è nei cieli (v. 21), bisogna
«mettere in pratica» le parole ascoltate (tema
della parabola dei due figli: Mt 21, 28-30). Anche la parabola delle due case costruite sulla roccia o sulla
sabbia verte sull'opposizione
fra «ascoltare» soltanto e «mettere in pratica». Non c'è religione cristiana senza una scelta concreta
(la via), e non c'è scelta
concreta senza impegno attivo (fare e non parlare soltanto). Quanto numerosi, anche nel popolo di Dio,
sono gli abili parlatori,
i profeti inutili, gli esegeti sapienti... e quanto pochi i cristiani impegnati, compromessi con
i problemi, pronti a pagare di persona!
La
verifica della vita cristiana
La verifica non avviene sul
piano delle parole, delle velleità, delle sterili
e buone intenzioni che non si attuano mai. La sola parola infatti
non è sufficiente: è troppo sfuggente, sottile, subdola; incanta
e nasconde, illude e suggestiona. Il metro di verifica è nel «fare». L'azione
e più facilmente controllabile, si scontra inevitabilmente con le cose e con gli avvenimenti, rivela ciò che uno veramente è.
L'azione può fallire, ma difficilmente riesce a nascondere il proprio
fallimento. I fatti sono una pubblica testimonianza: ci giudicano per quello
che siamo, ci assolvono o ci condannano molto più delle nostre
parole. Le azioni sono, anzi, una «prova» delle nostre parole.
Eppure
si può barare in due modi: sfornando parole vuote e dichiarazioni inutili, ma anche ammucchiando azioni
senz'anima. Anche le azioni e le opere possono illudere e diventare
occasione di compiacenza farisaica, di
sicurezza, di ostentazione. Se, da una parte,
Gesù mette sull’avviso coloro che si fermano alle parole e
alla sterile invocazione del nome di Dio, dall'altra non risparmia i
suoi «guai» a coloro che confidano nelle opere, che pensano di essere salvati dalle «pratiche» e dalla osservanza vuota delle Tradizioni
e della Legge senza agire per Dio.
«La
fede deve essere integrata nella vita, cioè la coscienza del cristiano
non conosce fratture, ma è profondamente unitaria.
La
dissociazione tra fede e vita è gravemente rischiosa per il cristiano,
soprattutto in certi momenti dell'età evolutiva, o di fronte a certi
impegni concreti» (RdC 53).
Né
verbalismo né efficientismo
Se la
nostra fede non può essere ridotta al «dire», ad una preghiera staccata dalla vita, bisogna, tuttavia, ricordare che essa non coincide neppure con il «fare». Questo
va ricordato specialmente
oggi, quando tutto nella società ci porta a misurare i valori e gli avvenimenti e le persone in base
al criterio dell'efficienza,
del successo, del profitto, dell'avanzamento
nella carriera..., in
base cioè ad un «fare» che non ha niente di evangelico. Il «fare» del vangelo non ha nulla a che vedere col
concetto di «efficienza» e di «riuscita», anzi,
molto spesso è un «fare» che, dal punto di vista umano, è coronato
dall’insuccesso e dallo scacco più paradossale.
Umanamente parlando la vita di Cristo non si
concluse col successo, ma con il più umiliante
fallimento: la condanna, l'abbandono dei
discepoli, la morte infamante sulla croce. Ma è proprio in questo
insuccesso che affonda le sue radici il mistero della salvezza
e il trionfo della Pasqua.
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Inquieto è il nostro cuore, finché non riposi in te
Dalle «Confessioni» di
sant'Agostino, vescovo
(Lib. 1, 1. 1 - 2. 2; 5. 5; CSEL 33, 1-5)
«Grande è il Signore e degno di ogni lode; la sua grandezza non si può misurare, la sua sapienza non ha confini» (Sal 47, 1; 95, 4; 144, 3; 146, 5). E
l'uomo vuole lodarti, lui piccola parte di quanto hai creato; l'uomo che si porta attorno il suo essere mortale,
l'uomo che viene accompagnato dalla testimonianza del suo peccato e dalla prova che tu resisti ai superbi. Nonostante ciò anche
l'uomo, piccola parte di quanto hai creato, vuole lodarti. Tu lo spingi a trovare le sue delizie nel lodarti, perché ci hai creati per te e il nostro cuore è senza pace finché non riposa in te.
Concedimi, o Signore, di conoscere e comprendere se prima si deve invocarti o lodarti, se prima conoscerti o invocarti. Ma chi ti può invocare se non ti conosce? Chi non conosce, non sa a chi dirigere la sua invocazione. Ma, per caso, non sarà necessario invocarti per conoscerti? «Ora, come potranno invocarlo senza aver prima creduto in lui?». E «come potranno credere, senza averne sentito parlare?» (Rm 10, 14).
«Loderanno il Signore quanti lo cercano» (Sal 21, 27); poiché, cercandolo, lo troveranno e, trovandolo, lo loderanno. Che io ti cerchi, o Signore, invocandoti; che io ti invochi, credendo in te, perché sei stato annunziato a noi. O Signore, è la mia fede a invocarti, quella fede che tu mi hai donato, quella fede che, mediante
l'opera del tuo annunziatore, mi hai ispirato per l'umanità del tuo Figlio fatto uomo.
Ma come invocherò il mio Dio, il Dio e Signore mio? Certo lo chiamerò in me stesso, quando lo invocherò. E qual posto esiste in me, in cui il mio Dio possa venire dentro di me, lui che creò il cielo e la terra? Esiste così qualcosa in me, Signore mio Dio, capace di contenerti? O forse il cielo e la terra che tu hai creato e nei quali hai creato anche me, ti possono contenere? Oppure, poiché senza di te nulla esisterebbe di quanto esiste, accade che quanto esiste ti contenga?
Intanto essendo che io esisto, perché ti chiedo di venire dentro di me, io che non esisterei se tu non fossi in me? Non sono ancora sceso negli inferi, sebbene tu sia presente anche là; infatti la Scrittura attesta: «Se scendo negli inferi, eccoti» (Sal 138, 8).
Dunque in non esisterei, o mio Dio, non esisterei affatto, se tu non fossi in me. Potrei esistere, se non fossi in te, dal quale, per il quale e nel quale tutto esiste? (cfr. 1 Cor 8, 6).
E' così, Signore; si, è così. Dove dunque vado a invocarti, se sono in te? Da dove tu verresti in me? Dove mi porterei, fuori dal cielo e dalla terra, perché di là venga in me il mio Dio che ha affermato: «Non riempio io il cielo e la terra?» (Ger 23, 24).
Chi mi farà riposare in te? Chi mi concederà che tu venga nel mio cuore, così che io possa dimenticare i miei mali e abbracciare te, unico mio bene? Che cosa sei tu per me? Abbi misericordia, perché possa parlare. Che cosa sono io per te, perché tu mi comandi di amarti, e se non obbedisco ti adiri contro di me e mi minacci grandi sventure? E forse piccola questa stessa sventura, il non amarti?
Oh, dimmi per tua misericordia, Signore mio Dio, che cosa tu sei per me. «Dimmi: Sono io la tua salvezza» (Sal 34, 3). Parla così, e io ascolterò. Ecco, il mio cuore ti ascolta, Signore; rendilo disponibile e dimmi: «Sono io la tua salvezza» (Sal 34, 3). Inseguirò il suono di questa tua parola e ti raggiungerò. Non nascondermi il tuo volto: che io muoia per non morire, per vedere il tuo volto.
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MESSALE
Antifona
d'Ingresso Sal 24,16.18
Volgiti a me, Signore, e abbi misericordia,
perché sono triste e angosciato;
vedi la mia miseria e la mia pena
e perdona tutti i miei peccati.
Réspice in
me, et miserére mei,
Dómine,
quóniam únicus et pauper sum ego.
Vide
humilitátem meam et labórem meum,
et dimítte ómnia peccáta mea, Deus meus.
Colletta
O Dio, che nella tua provvidenza tutto disponi secondo il tuo disegno di salvezza, allontana da noi ogni male e dona ciò che giova al nostro vero bene. Per il nostro Signore...
Deus, cuius
providéntia in sui dispositióne non fállitur, te súpplices exorámus, ut
nóxia cuncta submóveas, et ómnia nobis profutúra concédas. Per Dóminum.
Oppure:
O Dio, che edifichi la nostra vita sulla roccia della tua parola fa' che essa diventi il fondamento dei nostri giudizi e delle nostre scelte, perché non siamo travolti dai venti delle opinioni umane, ma restiamo saldi nella fede. Per il nostro Signore Gesù Cristo...
LITURGIA
DELLA PAROLA
Prima Lettura
Dt 11, 18. 26-28
Io pongo davanti a voi benedizione e maledizione.
Dal libro del Deuteronomio
Mosè parlò al popolo dicendo:
«Porrete nel cuore e nell’anima queste mie parole; ve le legherete alla mano
come un segno e le terrete come un pendaglio tra gli occhi.
Vedete, io pongo oggi davanti a voi benedizione e maledizione: la
benedizione, se obbedirete ai comandi del Signore, vostro Dio, che oggi vi
do; la maledizione, se non obbedirete ai comandi del Signore, vostro Dio, e
se vi allontanerete dalla via che oggi vi prescrivo, per seguire dèi
stranieri, che voi non avete conosciuto.
Avrete cura di mettere in pratica tutte le leggi e le norme che oggi io
pongo dinanzi a voi».
Salmo
Responsoriale
Dal Salmo 30
Sei tu, Signore, per me una roccia di rifugio.
In
te, Signore, mi sono rifugiato,
mai sarò deluso;
difendimi per la tua giustizia.
Tendi a me il tuo orecchio,
vieni presto a liberarmi.
Sii per me una roccia di rifugio,
un luogo fortificato che mi salva.
Perché mia rupe e mia fortezza tu sei,
per il tuo nome guidami e conducimi.
Sul tuo servo fa’ splendere il tuo volto,
salvami per la tua misericordia.
Siate forti, rendete saldo il vostro cuore,
voi tutti che sperate nel Signore.
Seconda
Lettura
Rm 3,
21-25a. 28
L'uomo è giustificato per la fede, indipendentemente dalle opere della
Legge.
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani
Fratelli, ora, indipendentemente dalla Legge, si è manifestata la giustizia
di Dio, testimoniata dalla Legge e dai Profeti: giustizia di Dio per mezzo
della fede in Gesù Cristo, per tutti quelli che credono.
Infatti non c’è differenza, perché tutti hanno peccato e sono privi della
gloria di Dio, ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, per
mezzo della redenzione che è in Cristo Gesù. È lui che Dio ha stabilito
apertamente come strumento di espiazione, per mezzo della fede, nel suo
sangue.
Noi riteniamo infatti che l’uomo è giustificato per la fede,
indipendentemente dalle opere della Legge.
Canto
al Vangelo Gv
15,5
Alleluia,
alleluia.
Io
sono la vite, voi i tralci,
dice il Signore;
chi rimane in me, e io in lui,
porta molto frutto.
Alleluia.

Vangelo Mt 7, 21-27
La casa costruita
sulla roccia e la casa costruita sulla sabbia.
Dal vangelo secondo Matteo
In
quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Non chiunque mi dice: “Signore, Signore”, entrerà nel regno dei cieli, ma
colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli.
In quel giorno molti mi diranno: Signore, Signore, non abbiamo forse
profetato nel tuo nome? E nel tuo nome non abbiamo forse scacciato demòni? E
nel tuo nome non abbiamo forse compiuto molti prodigi? Ma allora io
dichiarerò loro: “Non vi ho mai conosciuti. Allontanatevi da me, voi che
operate l’iniquità!”.
Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, sarà simile
a un uomo saggio, che ha costruito la sua casa sulla roccia. Cadde la
pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella
casa, ma essa non cadde, perché era fondata sulla roccia.
Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, sarà simile a
un uomo stolto, che ha costruito la sua casa sulla sabbia. Cadde la pioggia,
strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed
essa cadde e la sua rovina fu grande».
Sulle
Offerte
Fiduciosi nella tua misericordia, Signore, ci accostiamo con doni al tuo santo altare, perché il mistero che ci unisce al tuo Figlio sia per noi principio di vita nuova. Per Cristo nostro Signore.
In tua
pietáte confidéntes, Dómine, cum munéribus ad altária veneránda concúrrimus,
ut, tua purificánte nos grátia, iísdem quibus famulámur mystériis emundémur.
Per Christum.
Antifona
alla Comunione
Sal
16,6
Innalzo a te il mio grido
e tu mi rispondi, o Dio;
tendi a me il tuo orecchio,
ascolta le mie parole.
Oppure: Mc 11,23-24
Dice il Signore: « In verità vi dico:
tutto quello che domandate nella preghiera,
abbiate fede di averlo ottenuto e vi sarà accordato».
Amen dico
vobis, quidquid orántes pétitis,
crédite
quia accipiétis, et fiet vobis, dicit Dóminus.
Oppure:
Mt
7,21
«Non chiunque mi dice: Signore, Signore,
entrerà nel regno dei cieli,
ma chi fa la volontà del Padre mio».
Cf. Ps 16,6 Ego
clamávi, quóniam exaudísti me, Deus:
inclína
aurem tuam, et exáudi verba mea.
Dopo
la Comunione
O Padre, che ci hai nutriti con il corpo e il sangue del tuo Figlio, guidaci con il tuo Spirito perché non solo con le parole, ma con le opere e la vita possiamo renderti testimonianza e così entrare nel regno dei cieli. Per Cristo nostro Signore.
Rege nos Spíritu tuo, quæsumus, Dómine, quos pascis Fílii tui Córpore et
Sánguine, ut te, non solum verbo neque lingua, sed ópere et veritáte
confiténtes, intráre mereámur in regnum cælórum. Per Christum.
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