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GIOVANNI
PAOLO II - Esortazione Apostolica:
FAMILIARIS CONSORTIO
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Introduzione
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Introduzione
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Parte I
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Luci
e ombra della famiglia, oggi
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Parte II
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Il
disegno di Dio sul matrimonio e sulla famiglia
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Parte III
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I
compiti della famiglia cristiana
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Parte IV
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La
pastorale familiare: tempi, strutture, operatori e situazioni
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Conclusione
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Conclusione
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ESORTAZIONE APOSTOLICA
FAMILIARIS CONSORTIO
DI SUA SANTITA'
GIOVANNI PAOLO II
ALL'EPISCOPATO
AL CLERO ED AI FEDELI
DI TUTTA LA CHIESA CATTOLICA
CIRCA I COMPITI
DELLA FAMIGLIA CRISTIANA
NEL MONDO DI OGGI
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INTRODUZIONE
La Chiesa al servizio della famiglia
1. La famiglia nei tempi odierni è stata, come e forse più di
altre istituzioni, investita dalle ampie, profonde e rapide trasformazioni
della società e della cultura. Molte famiglie vivono questa situazione
nella fedeltà a quei valori che costituiscono il fondamento dell'istituto
familiare. Altre sono divenute incerte e smarrite di fronte ai loro
compiti o, addirittura, dubbiose e quasi ignare del significato ultimo e
della verità della vita coniugale e familiare. Altre, infine, sono
impedite da svariate situazioni di ingiustizia nella realizzazione dei
loro fondamentali diritti.
Consapevole che il matrimonio e la famiglia costituiscono uno dei
beni più preziosi dell'umanità, la Chiesa vuole far giungere la sua voce
ed offrire il suo aiuto a chi, già conoscendo il valore del matrimonio e
della famiglia, cerca di viverlo fedelmente a chi, incerto ed ansioso, è
alla ricerca della verità ed a chi è ingiustamente impedito di vivere
liberamente il proprio progetto familiare. Sostenendo i primi, illuminando
i secondi ed aiutando gli altri, la Chiesa offre il suo servizio ad ogni
uomo pensoso dei destini del matrimonio e della famiglia («Gaudium et
Spes», 52).
In modo particolare essa si rivolge ai giovani, che stanno per
iniziare il loro cammino verso il matrimonio e la famiglia, al fine di
aprire loro nuovi orizzonti, aiutandoli a scoprire la bellezza e la
grandezza della vocazione all'amore e al servizio della vita.
Il Sinodo del 1980 in continuità con i Sinodi precedenti
2. Un segno di questo profondo interessamento della Chiesa per la
famiglia è stato l'ultimo Sinodo dei Vescovi, celebratosi a Roma dal 26
settembre al 25 ottobre 1980. Esso è stato la naturale continuazione dei
due precedenti (cfr. Giovanni Paolo PP. II, Omelia per l'apertura del VI
Sinodo dei Vescovi, 2 (26 Settembre 1980): la famiglia cristiana, infatti,
è la prima comunità chiamata ad annunciare il Vangelo alla persona umana
in crescita e a portarla, attraverso una progressiva educazione e
catechesi, alla piena maturità umana e cristiana.
Non solo, ma il precedente Sinodo si collega idealmente in qualche
modo anche a quello sul sacerdozio ministeriale e sulla giustizia nel
mondo contemporaneo. Infatti, in quanto comunità educativa, la famiglia
deve aiutare l'uomo a discernere la propria vocazione e ad assumersi il
necessario impegno per una più grande giustizia, formandolo fin
dall'inizio a relazioni interpersonali, ricche di giustizia e di amore.
I Padri Sinodali, concludendo la loro assemblea, mi hanno
presentato un ampio elenco di proposte, in cui avevano raccolto i frutti
delle riflessioni sviluppate nel corso delle loro intense giornate di
lavoro, e mi hanno chiesto con voto unanime di farmi interprete davanti
all'umanità della viva sollecitudine della Chiesa per la famiglia, e di
dare le indicazioni opportune per un rinnovato impegno pastorale in questo
fondamentale settore della vita umana ed ecclesiale.
Nell'adempiere tale compito con la presente esortazione, come una
peculiare attuazione del ministero apostolico affidatomi, desidero
esprimere la mia gratitudine a tutti i componenti del Sinodo per il
prezioso contributo di dottrina e di esperienza, che hanno offerto
soprattutto mediante le «Propositiones», il cui testo affido al
Pontificio Consiglio per la Famiglia, disponendo che ne approfondisca lo
studio al fine di valorizzare ogni aspetto delle ricchezze in esso
contenute.
Il prezioso bene del matrimonio e della famiglia
3. La Chiesa, illuminata dalla fede, che le fa conoscere tutta la
verità sul prezioso bene del matrimonio e della famiglia e sui loro
significati più profondi, ancora una volta sente l'urgenza di annunciare
il Vangelo, cioè la «buona novella» a tutti indistintamente, in
particolare a tutti coloro che sono chiamati al matrimonio e vi si
preparano, a tutti gli sposi e genitori del mondo.
Essa è profondamente convinta che solo con l'accoglienza del
Vangelo trova piena realizzazione ogni speranza, che l'uomo legittimamente
pone nel matrimonio e nella famiglia.
Voluti da Dio con la stessa creazione (cfr. Gen 1-2), il
matrimonio e la famiglia sono interiormente ordinati a compiersi in Cristo
(cfr. Ef 5) ed hanno bisogno della sua grazia per essere guariti dalle
ferite del peccato (cfr. «Gaudium et Spes», 47; «Insegnamenti di
Giovanni Paolo II», III, 2 [1980] 388s) e riportati al loro «principio»
(cfr. Mt 19,4), cioè alla conoscenza piena e alla realizzazione integrale
del disegno di Dio.
In un momento storico nel quale la famiglia è oggetto di numerose
forze che cercano di distruggerla o comunque di deformarla, la Chiesa,
consapevole che il bene della società e di se stessa è profondamente
legato al bene della famiglia (cfr. «Gaudium et Spes», 47), sente in
modo più vivo e stringente la sua missione di proclamare a tutti il
disegno di Dio sul matrimonio e sulla famiglia, assicurandone la piena
vitalità e promozione umana e cristiana, e contribuendo così al
rinnovamento della società e dello stesso Popolo di Dio.
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PARTE PRIMA
LUCI E OMBRE DELLA
FAMIGLIA, OGGI
Necessità di conoscere la situazione
4. Poiché il disegno di Dio sul matrimonio e sulla famiglia
riguarda l'uomo e la donna nella concretezza della loro esistenza
quotidiana in determinate situazioni sociali e culturali, la Chiesa, per
compiere il suo servizio, deve applicarsi a conoscere le situazioni entro
le quali il matrimonio e la famiglia oggi si realizzano (cfr. «Insegnamenti
di Giovanni Paolo II», III, 1 [1980] 472-476).
Questa conoscenza è, dunque, una imprescindibile esigenza
dell'opera evangelizzatrice. E', infatti, alle famiglie del nostro tempo
che la Chiesa deve portare l'immutabile e sempre nuovo Vangelo di Gesù
Cristo, così come sono le famiglie implicate nelle presenti condizioni
del mondo che sono chiamate ad accogliere e a vivere il progetto di Dio
che le riguarda. Non solo, ma le richieste e gli appelli dello Spirito
risuonano anche negli stessi avvenimenti della storia, e pertanto la
Chiesa può essere guidata ad una intelligenza più profonda
dell'inesauribile mistero del matrimonio e della famiglia anche dalle
situazioni, domande, ansie e speranze dei giovani, degli sposi e dei
genitori di oggi (cfr.
«Gaudium et Spes», 4).
A ciò si deve aggiungere poi una ulteriore riflessione di
particolare importanza nel tempo presente. Non raramente all'uomo e alla
donna di oggi, in sincera e profonda ricerca di una risposta ai quotidiani
e gravi problemi della loro vita matrimoniale e familiare, vengono offerte
visioni e proposte anche seducenti, ma che compromettono in diversa misura
la verità e la dignità della persona umana. E' un'offerta sostenuta
spesso dalla potente e capillare organizzazione dei mezzi di comunicazione
sociale, che mettono sottilmente in pericolo la libertà e la capacità di
giudicare con obiettività.
Molti sono già consapevoli di questo pericolo in cui versa la
persona umana ed operano per la verità. La Chiesa, col suo discernimento
evangelico, si unisce ad essi, offrendo il proprio servizio alla verità,
alla libertà e alla dignità di ogni uomo e di ogni donna.
Il discernimento evangelico
5. Il discernimento operato dalla Chiesa diventa l'offerta di un
orientamento perché sia salvata e realizzata l'intera verità e la piena
dignità del matrimonio e della famiglia.
Esso è compiuto dal senso della fede (cfr. «Lumen Gentium»,
12), che è un dono che lo Spirito partecipa a tutti i fedeli (cfr. Gv
2,20), ed è, pertanto, opera di tutta la Chiesa, secondo le diversità
dei vari doni e carismi che, insieme e secondo la responsabilità propria
di ciascuno, cooperano per una più profonda intelligenza ed attuazione
della Parola di Dio. La Chiesa, dunque, non compie il proprio
discernimento evangelico solo per mezzo dei Pastori, i quali insegnano in
nome e col potere di Cristo, ma anche per mezzo dei laici: Cristo «li
costituisce suoi testimoni e li provvede del senso della fede e della
grazia della parola (cfr. At 2,17-18; Ap 19,10) perché la forza del
Vangelo risplenda nella vita quotidiana, familiare e sociale» («Lumen
Gentium», 35). I laici, anzi, in ragione della loro particolare
vocazione, hanno il compito specifico di interpretare alla luce di Cristo
la storia di questo mondo, in quanto sono chiamati ad illuminare ed
ordinare le realtà temporali secondo il disegno di Dio Creatore e
Redentore.
Il «soprannaturale senso della fede» (cfr. «Lumen Gentium»,
12; Sacra Congregazione della Fede, «Mysterium Ecclesiae», 2: AAS 65
[1973] 398-400) non consiste però solamente o necessariamente nel
consenso dei fedeli. La Chiesa, seguendo Cristo, cerca la verità, che non
sempre coincide con l'opinione della maggioranza. Ascolta la coscienza e
non il potere ed in questo difende i poveri e i disprezzati. La Chiesa può
apprezzare anche la ricerca sociologica e statistica, quando si rivela
utile per cogliere il contesto storico nel quale l'azione pastorale deve
svolgersi e per conoscere meglio la verità; tale ricerca sola, però, non
è da ritenersi senz'altro espressione del senso della fede.
Perché è compito del ministero apostolico di assicurare la
permanenza della Chiesa nella verità di Cristo e di introdurvela più
profondamente, i Pastori devono promuovere il senso della fede in tutti i
fedeli, vagliare e giudicare autorevolmente la genuinità delle sue
espressioni, educare i credenti a un discernimento evangelico sempre più
maturo (cfr.
«Lumen Gentium», 12 «Dei Verbum», 10).
Per l'elaborazione di un autentico discernimento evangelico nelle
varie situazioni e culture in cui l'uomo e la donna vivono il loro
matrimonio e la loro vita familiare, gli sposi e i genitori cristiani
possono e devono offrire un loro proprio e insostituibile contributo. A
questo li abilita il loro carisma o dono proprio, il dono del sacramento
del matrimonio (cfr. «Insegnamenti di Giovanni Paolo II», III, 2 [1980]
735s).
La situazione della famiglia nel mondo di oggi
6. La situazione, in cui versa la famiglia, presenta aspetti
positivi ed aspetti negativi: segno, gli uni, della salvezza di Cristo
operante nel mondo; segno, gli altri, del rifiuto che l'uomo oppone
all'amore di Dio.
Da una parte, infatti, vi è una coscienza più viva della libertà
personale, e una maggiore attenzione alla qualità delle relazioni
interpersonali nel matrimonio, alla promozione della dignità della donna,
alla procreazione responsabile, alla educazione dei figli; vi è inoltre
la coscienza della necessità che si sviluppino relazioni tra le famiglie
per un reciproco aiuto spirituale e materiale, la riscoperta della
missione ecclesiale propria della famiglia e della sua responsabilità per
la costruzione di una società più giusta. Dall'altra parte, tuttavia non
mancano segni di preoccupante degradazione di alcuni valori fondamentali:
una errata concezione teorica e pratica dell'indipendenza dei coniugi fra
di loro; le gravi ambiguità circa il rapporto di autorità fra genitori e
figli; le difficoltà concrete, che la famiglia spesso sperimenta nella
trasmissione dei valori; il numero crescente dei divorzi; la piaga
dell'aborto; il ricorso sempre più frequente alla sterilizzazione;
l'instaurarsi di una vera e propria mentalità contraccettiva.
Alla radice di questi fenomeni negativi sta spesso una corruzione
dell'idea e dell'esperienza della libertà, concepita non come la capacità
di realizzare la verità del progetto di Dio sul matrimonio e la famiglia,
ma come autonoma forza di affermazione, non di rado contro gli altri, per
il proprio egoistico benessere.
Merita la nostra attenzione anche il fatto che, nei Paesi del così
detto Terzo Mondo, vengono spesso a mancare alle famiglie sia i
fondamentali mezzi per la sopravvivenza, quali sono il cibo, il lavoro,
l'abitazione, le medicine, sia le più elementari libertà. Nei Paesi più
ricchi, invece, l'eccessivo benessere e la mentalità consumistica,
paradossalmente unita ad una certa angoscia e incertezza per il futuro,
tolgono agli sposi la generosità e il coraggio di suscitare nuove vite
umane: così la vita è spesso percepita non come una benedizione, ma come
un pericolo da cui difendersi.
La situazione storica in cui vive la famiglia si presenta, dunque,
come un insieme di luci e di ombre.
Questo rivela che la storia non è semplicemente un progresso
necessario verso il meglio, bensì un evento di libertà, ed anzi un
combattimento fra libertà che si oppongono fra loro, cioè, secondo la
nota espressione di san Agostino, un conflitto, fra due amori: l'amore di
Dio spinto fino al disprezzo di sé, e l'amore di sé spinto fino al
disprezzo di Dio (cfr. S. Agostino «De civitate Dei», XIV, 28: CSEL 40,
II, 25s).
Ne consegue che solo l'educazione all'amore radicato nella fede può
portare ad acquistare la capacità di interpretare «i segni dei tempi»,
che sono l'espressione storica di questo duplice amore.
L'influsso della situazione sulla coscienza dei fedeli
7. Vivendo in un mondo siffatto, sotto le pressioni derivanti
soprattutto dai mass-media, non sempre i fedeli hanno saputo e sanno
mantenersi immuni dall'oscurarsi dei valori fondamentali e porsi come
coscienza critica di questa cultura familiare e come soggetti attivi della
costruzione di un autentico umanesimo familiare.
Fra i segni più preoccupanti di questo fenomeno, i Padri Sinodali
hanno sottolineato, in particolare, il diffondersi del divorzio e del
ricorso ad una nuova unione da parte degli stessi fedeli, l'accettazione
del matrimonio puramente civile, in contraddizione con la vocazione dei
battezzati a «sposarsi nel Signore»; la celebrazione del matrimonio
sacramento senza una fede viva, ma per altri motivi; il rifiuto delle
norme morali che guidano e promuovono l'esercizio umano e cristiano della
sessualità nel matrimonio.
La nostra epoca ha bisogno di sapienza
8. Si pone così a tutta la Chiesa il compito di una riflessione e
di un impegno assai profondi, perché la nuova cultura emergente sia
intimamente evangelizzata, siano riconosciuti i veri valori, siano difesi
i diritti dell'uomo e della donna e sia promossa la giustizia nelle
strutture stesse della società. In tal modo il «nuovo umanesimo» non
distoglierà gli uomini dal loro rapporto con Dio, ma ve li condurrà più
pienamente.
Nella costruzione di tale umanesimo, la scienza e le sue
applicazioni tecniche offrono nuove ed immense possibilità. Tuttavia, la
scienza, in conseguenza di scelte politiche che ne decidono la direzione
di ricerca e le applicazioni, viene spesso usata contro il suo significato
originario, la promozione della persona umana.
Si rende, pertanto, necessario ricuperare da parte di tutti la
coscienza del primato dei valori morali, che sono i valori della persona
umana come tale. La ricomprensione del senso ultimo della vita e dei suoi
valori fondamentali è il grande compito che si impone oggi per il
rinnovamento della società. Solo la consapevolezza del primato di questi
valori consente un uso delle immense possibilità, messe nelle mani
dell'uomo dalla scienza, che sia veramente finalizzato alla promozione
della persona umana nella sua intera verità, nella sua libertà e dignità.
La scienza è chiamata ad allearsi con la sapienza.
Si possono pertanto applicare anche ai problemi della famiglia le
parole del Concilio Vaticano II: «L'epoca nostra, più ancora che i
secoli passati, ha bisogno di questa sapienza, perché diventino più
umane tutte le sue nuove scoperte. E' in pericolo, di fatto, il futuro del
mondo, a meno che non vengano suscitati uomini più saggi» («Gaudium et
Spes», 15).
L'educazione della coscienza morale, che rende ogni uomo capace di
giudicare e di discernere i modi adeguati per realizzarsi secondo la sua
verità originaria, diviene così una esigenza prioritaria ed
irrinunciabile.
E' l'alleanza con la Sapienza divina che deve essere più
profondamente ricostituita nella cultura odierna. Di tale Sapienza ogni
uomo è reso partecipe dallo stesso gesto creatore di Dio. Ed è solo
nella fedeltà a questa alleanza che le famiglie di oggi saranno in grado
di influire positivamente nella costruzione di un mondo più giusto e
fraterno.
Gradualità e conversione
9. Alla ingiustizia originata dal peccato - profondamente
penetrato anche nelle strutture del mondo di oggi - e che spesso ostacola
la famiglia nella piena realizzazione di se stessa e dei suoi diritti
fondamentali, dobbiamo tutti opporci con una conversione della mente e del
cuore, seguendo Cristo Crocifisso nel rinnegamento del proprio egoismo:
una simile conversione non potrà non avere influenza benefica e
rinnovatrice anche sulle strutture della società.
E' richiesta una conversione continua, permanente, che, pur
esigendo l'interiore distacco da ogni male e l'adesione al bene nella sua
pienezza, si attua però concretamente in passi che conducono sempre
oltre. Si sviluppa così un processo dinamico, che avanza gradualmente con
la progressiva integrazione dei doni di Dio e delle esigenze del suo amore
definitivo ed assoluto nell'intera vita personale e sociale dell'uomo. E'
perciò necessario un cammino pedagogico di crescita affinché i singoli
fedeli, le famiglie ed i popoli, anzi la stessa civiltà, da ciò che
hanno già accolto del Mistero di Cristo siano pazientemente condotti
oltre, giungendo ad una conoscenza più ricca e ad una integrazione più
piena di questo Mistero nella loro vita.
Inculturazione
10. E' conforme alla costante tradizione della Chiesa accogliere
dalle culture dei popoli tutto ciò che è in grado di meglio esprimere le
inesauribili ricchezze di Cristo (cfr. Ef 3,8; «Gaudium et Spes», 15 e
22). Solo col concorso di tutte le culture, tali ricchezze potranno
manifestarsi sempre più chiaramente e la Chiesa potrà camminare verso
una conoscenza ogni giorno più completa e profonda della verità, che già
le è stata donata interamente dal suo Signore.
Tenendo fisso il duplice principio della compatibilità col
Vangelo delle varie culture da assumere e della comunione con la Chiesa
universale, si dovrà proseguire nello studio, particolarmente da parte
delle Conferenze Episcopali e dei Dicasteri competenti della Curia Romana,
e nell'impegno pastorale perché questa «inculturazione» della fede
cristiana avvenga sempre più ampiamente, anche nell'ambito del matrimonio
e della famiglia.
E' mediante l'«inculturazione» che si cammina verso la
ricostituzione piena dell'alleanza con la Sapienza di Dio, che è Cristo
stesso. La Chiesa intera sarà arricchita anche da quelle culture che, pur
essendo prive di tecnologia, sono cariche di saggezza umana e vivificate
da profondi valori morali.
Perché sia chiara la meta di questo cammino, e di conseguenza,
sicuramente indicata la strada, il Sinodo ha, in primo luogo, giustamente
considerato a fondo il progetto originario di Dio circa il matrimonio e la
famiglia: ha voluto «ritornare al principio», in ossequio
all'insegnamento di Cristo (cfr. Mt 19,4ss).
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PARTE SECONDA
IL DISEGNO DI DIO SUL
MATRIMONIO E SULLA FAMIGLIA
L'uomo immagine di Dio Amore
11. Dio ha creato l'uomo a sua immagine e somiglianza (cfr. Gen
1,26s): chiamandolo all'esistenza per amore, l'ha chiamato nello stesso
tempo all'amore.
Dio è amore (1Gv 4,8) e vive in se stesso un mistero di comunione
personale d'amore. Creandola a sua immagine e continuamente conservandola
nell'essere, Dio iscrive nell'umanità dell'uomo e della donna la
vocazione, e quindi la capacità e la responsabilità dell'amore e della
comunione (cfr.
«Gaudium et Spes», 12).
L'amore
è, pertanto, la fondamentale e nativa vocazione di ogni essere umano.
In quanto spirito incarnato, cioè anima che si esprime nel corpo
e corpo informato da uno spirito immortale, l'uomo è chiamato all'amore
in questa sua totalità unificata. L'amore abbraccia anche il corpo umano
e il corpo è reso partecipe dell'amore spirituale.
La Rivelazione cristiana conosce due modi specifici di realizzare
la vocazione della persona umana, nella sua interezza, all'amore: il
Matrimonio e la Verginità. Sia l'uno che l'altra nella forma loro
propria, sono una concretizzazione della verità più profonda dell'uomo,
del suo «essere ad immagine di Dio».
Di conseguenza la sessualità, mediante la quale l'uomo e la donna
si donano l'uno all'altra con gli atti propri ed esclusivi degli sposi,
non è affatto qualcosa di puramente biologico, ma riguarda l'intimo
nucleo della persona umana come tale. Essa si realizza in modo veramente
umano, solo se è parte integrale dell'amore con cui l'uomo e la donna si
impegnano totalmente l'uno verso l'altra fino alla morte. La donazione
fisica totale sarebbe menzogna se non fosse segno e frutto della donazione
personale totale, nella quale tutta la persona, anche nella sua dimensione
temporale, è presente: se la persona si riservasse qualcosa o la
possibilità di decidere altrimenti per il futuro, già per questo essa
non si donerebbe totalmente.
Questa totalità, richiesta dall'amore coniugale, corrisponde
anche alle esigenze di una fecondità responsabile, la quale, volta come
è a generare un essere umano, supera per sua natura l'ordine puramente
biologico, ed investe un insieme di valori personali, per la cui armoniosa
crescita è necessario il perdurante e concorde contributo di entrambi i
genitori.
Il «luogo» unico, che rende possibile questa donazione secondo
l'intera sua verità, è il matrimonio, ossia il patto di amore coniugale
o scelta cosciente e libera, con la quale l'uomo e la donna accolgono
l'intima comunità di vita e d'amore, voluta da Dio stesso (cfr. «Gaudium
et Spes», 48), che solo in questa luce manifesta il suo vero significato.
L'istituzione matrimoniale non è una indebita ingerenza della società o
dell'autorità, ne l'imposizione estrinseca di una forma, ma esigenza
interiore del patto d'amore coniugale che pubblicamente si afferma come
unico ed esclusivo perché sia vissuta così la piena fedeltà al disegno
di Dio Creatore. Questa fedeltà, lungi dal mortificare la libertà della
persona, la pone al sicuro da ogni soggettivismo e relativismo, la fa
partecipe della Sapienza creatrice.
Il matrimonio e la comunione tra Dio e gli uomini
12. La comunione d'amore tra Dio e gli uomini, contenuto
fondamentale della Rivelazione e dell'esperienza di fede di Israele, trova
una significativa espressione nell'alleanza sponsale, che si instaura tra
l'uomo e la donna.
E' per questo che la parola centrale della Rivelazione, «(Dio ama
il suo popolo», viene pronunciata anche attraverso le parole vive e
concrete con cui l'uomo e la donna si dicono il loro amore coniugale. Il
loro vincolo di amore diventa l'immagine e il simbolo dell'Alleanza che
unisce Dio e il suo popolo (cfr. ad es.
Os 2,21; Ger
3,6-13; Is 54).
E lo stesso peccato, che può ferire il patto
coniugale diventa immagine dell'infedeltà del popolo al suo Dio:
l'idolatria e prostituzione (cfr. Ez 16,25), l'infedeltà è adulterio, la
disobbedienza alla legge e abbandono dell'amore sponsale del Signore. Ma
l'infedeltà di Israele non distrugge la fedeltà eterna del Signore e,
pertanto, l'amore sempre fedele di Dio si pone come esemplare delle
relazioni di amore fedele che devono esistere tra gli sposi (cfr. Os 3).
Gesù Cristo, sposo della Chiesa, e il Sacramento del
matrimonio
13. La comunione tra Dio e gli uomini trova il suo compimento
definitivo in Gesù Cristo, lo Sposo che ama e si dona come Salvatore
dell'umanità, unendola a Sé come suo corpo.
Egli rivela la verità originaria del matrimonio, la verità del
«principio» (cfr. Gen 2,24; Mt 19,5) e, liberando l'uomo dalla durezza
del cuore, lo rende capace di realizzarla interamente.
Questa rivelazione raggiunge la sua pienezza definitiva nel dono
d'amore che il Verbo di Dio fa all'umanità assumendo la natura umana, e
nel sacrificio che Gesù Cristo fa di se stesso sulla Croce per la sua
Sposa, la Chiesa. In questo sacrificio si svela interamente quel disegno
che Dio ha impresso nell'umanità dell'uomo e della donna, fin dalla loro
creazione (cfr. Ef 5,32s); il matrimonio dei battezzati diviene così il
simbolo reale della nuova ed eterna Alleanza, sancita nel sangue di
Cristo. Lo Spirito, che il Signore effonde, dona il cuore nuovo e rende
l'uomo e la donna capaci di amarsi, come Cristo ci ha amati. L'amore
coniugale raggiunge quella pienezza a cui è interiormente ordinato, la
carità coniugale, che è il modo proprio e specifico con cui gli sposi
partecipano e sono chiamati a vivere la carità stessa di Cristo che si
dona sulla Croce.
In una pagina meritatamente famosa, Tertulliano ha ben espresso la
grandezza di questa vita coniugale in Cristo e la sua bellezza: «Come sarò
capace di esporre la felicità di quel matrimonio che la Chiesa unisce,
l'offerta eucaristica conferma, la benedizione suggella, gli angeli
annunciano e il Padre ratifica?... Quale giogo quello di due fedeli uniti
in un'unica speranza, in un'unica osservanza, in un'unica servitù! Sono
tutt'e due fratelli e tutt'e due servono insieme; non vi è nessuna
divisione quanto allo spirito e quanto alla carne. Anzi sono veramente due
in una sola carne e dove la carne è unica, unico è lo spirito»
(Tertulliano «Ad uxorem», II; VIII, 6-8: CCL I, 393).
Accogliendo e meditando fedelmente la Parola di Dio, la Chiesa ha
solennemente insegnato ed insegna che il matrimonio dei battezzati è uno
dei sette sacramenti della Nuova Alleanza (cfr. Conc. Ecum. Trident.,
Sessio XXIV, can. 1: I. D. Mansi, «Sacrorum Conciliorum Nova et
Amplissima Collectio», 33, 149s).
Infatti, mediante il battesimo, l'uomo e la donna sono
definitivamente inseriti nella Nuova ed Eterna Alleanza, nell'Alleanza
sponsale di Cristo con la Chiesa. Ed è in ragione di questo
indistruttibile inserimento che l'intima comunità di vita e di amore
coniugale fondata dal Creatore (cfr. «Gaudium et Spes», 48), viene
elevata ed assunta nella carità sponsale del Cristo, sostenuta ed
arricchita dalla sua forza redentrice.
In virtù della sacramentalità del loro matrimonio, gli sposi
sono vincolati l'uno all'altra nella maniera più profondamente
indissolubile. La loro reciproca appartenenza è la rappresentazione
reale, per il tramite del segno sacramentale, del rapporto stesso di
Cristo con la Chiesa.
Gli sposi sono pertanto il richiamo permanente per la Chiesa di ciò
che è accaduto sulla Croce; sono l'uno per l'altra e per i figli,
testimoni della salvezza, di cui il sacramento li rende partecipi. Di
questo evento di salvezza il matrimonio, come ogni sacramento è
memoriale, attualizzazione e profezia: «in quanto memoriale, il
sacramento dà loro la grazia e il dovere di fare memoria delle grandi
opere di Dio e di darne testimonianza presso i loro figli; in quanto
attualizzazione, dà loro la grazia e il dovere di mettere in opera nel
presente, l'uno verso l'altra e verso i figli, le esigenze di un amore che
perdona e che redime; in quanto profezia, dà loro la grazia e il dovere
di vivere e di testimoniare la speranza del futuro incontro con Cristo»
(Giovanni Paolo PP. II, Discorso ai Delegati del «Centre de Liaison des
Equipes de Recherche», 3 [3 Novembre 1979]: «Insegnamenti di Giovanni
Paolo II», II, 2 [1979] 1032).
Come ciascuno dei sette sacramenti, anche il matrimonio è un
simbolo reale dell'evento della salvezza, ma a modo proprio. «Gli sposi
vi partecipano in quanto sposi, in due, come coppia, a tal punto che
l'effetto primo ed immediato del matrimonio (res et sacramentum) non è la
grazia soprannaturale stessa, ma il legame coniugale cristiano, una
comunione a due tipicamente cristiana perché rappresenta il mistero
dell'Incarnazione del Cristo e il suo mistero di Alleanza. E il contenuto
della partecipazione alla vita del Cristo è anch'esso specifico: l'amore
coniugale comporta una totalità in cui entrano tutte le componenti della
persona - richiamo del corpo e dell'istinto, forza del sentimento e
dell'affettività, aspirazione dello spirito e della volontà -; esso mira
ad una unità profondamente personale, quella che, al di là dell'unione
in una sola carne, conduce a non fare che un cuor solo e un'anima sola:
esso esige l'indissolubilità e la fedeltà della donazione reciproca
definitiva e si apre sulla fecondità (cfr. Paolo PP. VI «Humanae Vitae»,
9). In una parola, si tratta di caratteristiche normali di ogni amore
coniugale naturale, ma con un significato nuovo che non solo le purifica e
le consolida, ma le eleva al punto di farne l'espressione di valori
propriamente cristiani» (Giovanni Paolo PP. II, Discorso ai Delegati del
«Centre de Liaison des Equipes de Recherche», 4 [3 Novembre 1979]: «Insegnamenti
di Giovanni Paolo II», II, 2 [1979] 1032).
I figli, preziosissimo dono del matrimonio
14. Secondo il disegno di Dio, il matrimonio è il fondamento
della più ampia comunità della famiglia, poiché l'istituto stesso del
matrimonio e l'amore coniugale sono ordinati alla procreazione ed
educazione della prole, in cui trovano il loro coronamento (cfr.
«Gaudium et Spes», 50).
Nella sua realtà più profonda, l'amore è essenzialmente dono e
l'amore coniugale, mentre conduce gli sposi alla reciproca «conoscenza»
che li fa «una carne sola» (cfr. Gen 2,24), non si esaurisce all'interno
della coppia, poiché li rende capaci della massima donazione possibile,
per la quale diventano cooperatori con Dio per il dono della vita ad una
nuova persona umana. Così i coniugi, mentre si donano tra loro, donano al
di là di se stessi la realtà del figlio, riflesso vivente del loro
amore, segno permanente della unità coniugale e sintesi viva ed
indissociabile del loro essere padre e madre.
Divenendo genitori, gli sposi ricevono da Dio il dono di una nuova
responsabilità. Il loro amore parentale è chiamato a divenire per i
figli il segno visibile dello stesso amore di Dio, «dal quale ogni
paternità nei cieli e sulla terra prende nome» (Ef 3,15).
Non si deve, tuttavia, dimenticare che anche quando la
procreazione non è possibile, non per questo la vita coniugale perde il
suo valore. La sterilità fisica infatti può essere occasione per gli
sposi di altri servizi importanti alla vita della persona umana, quali ad
esempio l'adozione, le varie forme di opere educative, l'aiuto ad altre
famiglie, ai bambini poveri o handicappati.
La famiglia, comunione di persone
15. Nel matrimonio e nella famiglia si costituisce un complesso di
relazioni interpersonali - nuzialità, paternità-maternità, filiazione,
fraternità -, mediante le quali ogni persona umana è introdotta nella «famiglia
umana» e nella «famiglia di Dio», che è la Chiesa.
Il matrimonio e la famiglia cristiani edificano la Chiesa: nella
famiglia, infatti, la persona umana non solo viene generata e
progressivamente introdotta, mediante l'educazione, nella comunità umana,
ma mediante la rigenerazione del battesimo e l'educazione alla fede, essa
viene introdotta anche nella famiglia di Dio, che è la Chiesa.
La famiglia umana, disgregata dal peccato, è ricostituita nella
sua unità dalla forza redentrice della morte e risurrezione di Cristo
(cfr.
«Gaudium et Spes», 78).
Il
matrimonio cristiano, partecipe dell'efficacia salvifica di questo
avvenimento, costituisce il luogo naturale nel quale si compie
l'inserimento della persona umana nella grande famiglia della Chiesa.
Il mandato di crescere e moltiplicarsi, rivolto in principio
all'uomo e alla donna, raggiunge in questo modo la sua intera verità e la
sua piena realizzazione.
La Chiesa trova così nella famiglia, nata dal sacramento, la sua
culla e il luogo nel quale essa può attuare il proprio inserimento nelle
generazioni umane, e queste, reciprocamente, nella Chiesa.
Matrimonio e verginità
16. La verginità e il celibato per il Regno di Dio non solo non
contraddicono alla dignità del matrimonio, ma la presuppongono e la
confermano. Il matrimonio e la verginità sono i due modi di esprimere e
di vivere l'unico Mistero dell'Alleanza di Dio con il suo popolo. Quando
non si ha stima del matrimonio, non può esistere neppure la verginità
consacrata; quando la sessualità umana non è ritenuta un grande valore
donato dal Creatore, perde significato il rinunciarvi per il Regno dei
Cieli.
Dice infatti assai giustamente san Giovanni Crisostomo: «Chi
condanna il matrimonio priva anche la verginità della gloria: chi invece
lo loda, rende la verginità più ammirabile, e splendente. Ciò che
appare un bene soltanto a paragone di un male, non è poi un grande bene;
ma ciò che è ancora migliore di beni universalmente riconosciuti tali,
è certamente un bene al massimo grado» (San Giovanni Crisostomo, «La
Verginità», X: PG 48,540).
Nella verginità l'uomo è in attesa, anche corporalmente, delle
nozze escatologiche di Cristo con la Chiesa, donandosi integralmente alla
Chiesa nella speranza che Cristo si doni a questa nella piena verità
della vita eterna. La persona vergine anticipa così nella sua carne il
mondo nuovo della risurrezione futura (cfr. Mt 22,30).
In forza di questa testimonianza, la verginità tiene viva nella
Chiesa la coscienza del mistero del matrimonio e lo difende da ogni
riduzione e da ogni impoverimento.
Rendendo libero in modo speciale il cuore dell'uomo (cfr. 1Cor
7,32-35), «così da accenderlo maggiormente di carità verso Dio e verso
tutti gli uomini» («Perfectae Caritatis», 12), la verginità testimonia
che il Regno di Dio e la sua giustizia sono quella perla preziosa che va
preferita ad ogni altro valore sia pure grande, e va anzi cercato come
l'unico valore definitivo. E' per questo che la Chiesa, durante tutta la
sua storia, ha sempre difeso la superiorità di questo carisma nei
confronti di quello del matrimonio, in ragione del legame del tutto
singolare che esso ha con il Regno di Dio (cfr. Pio XII, «Sacra
Virginitas», II: AAS 46 [1954] 174ss).
Pur avendo rinunciato alla fecondità fisica, la persona vergine
diviene spiritualmente feconda, padre e madre di molti, cooperando alla
realizzazione della famiglia secondo il disegno di Dio.
Gli sposi cristiani hanno perciò il diritto di aspettarsi dalle
persone vergini il buon esempio e la testimonianza della fedeltà alla
loro vocazione fino alla morte. Come per gli sposi la fedeltà diventa
talvolta difficile ed esige sacrificio, mortificazione e rinnegamento di sé,
così può avvenire anche per le persone vergini. La fedeltà di queste,
anche nella prova eventuale, deve edificare la fedeltà di quelli (cfr.
Giovanni Paolo PP. II, «Novo Incipiente», 9 [8 Aprile 1979]: AAS 71
[1979], 410s).
Queste riflessioni sulla verginità possono illuminare ed aiutare
coloro che, per motivi indipendenti dalla loro volontà, non hanno potuto
sposarsi ed hanno poi accettato la loro situazione in spirito di servizio.
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PARTE TERZA
I COMPITI DELLA
FAMIGLIA CRISTIANA
Famiglia diventa ciò che sei!
17. Nel disegno di Dio Creatore e Redentore la famiglia scopre non
solo la sua «identità», ciò che essa «è», ma anche la sua «missione)»,
ciò che essa può e deve «fare». I compiti, che la famiglia è chiamata
da Dio a svolgere nella storia, scaturiscono dal suo stesso essere e ne
rappresentano lo sviluppo dinamico ed esistenziale. Ogni famiglia scopre e
trova in se stessa l'appello insopprimibile, che definisce ad un tempo la
sua dignità e la sua responsabilità: famiglia, «diventa» ciò che «sei»!
Risalire al «principio» del gesto creativo di Dio è allora una
necessità per la famiglia, se vuole conoscersi e realizzarsi secondo
l'interiore verità non solo del suo essere ma anche del suo agire
storico. E poiché, secondo il disegno divino, è costituita quale «intima
comunità di vita e di amore («Gaudium et Spes», 48), la famiglia ha la
missione di diventare sempre più quello che è, ossia comunità di vita e
di amore, in una tensione che, come per ogni realtà creata e redenta
troverà il suo componimento nel Regno di Dio. In una prospettiva poi che
giunge alle radici stesse della realtà, si deve dire che l'essenza e i
compiti della famiglia sono ultimamente definiti dall'amore. Per questo la
famiglia riceve la missione di custodire, rivelare e comunicare l'amore,
quale riflesso vivo e reale partecipazione dell'amore di Dio per l'umanità
e dell'amore di Cristo Signore per la Chiesa sua sposa.
Ogni compito particolare della famiglia è l'espressione e
l'attuazione concreta di tale missione fondamentale. E' necessario
pertanto penetrare più a fondo nella singolare ricchezza della missione
della famiglia e scandagliarne i molteplici ed unitari contenuti.
In tal senso, partendo dall'amore e in costante riferimento ad
esso, il recente Sinodo ha messo in luce quattro compiti generali della
famiglia:
1) la formazione di una comunità di persone;
2) il servizio alla vita;
3) la partecipazione allo sviluppo della società;
4) la partecipazione alla vita e alla missione della Chiesa.
I. La formazione di una comunità di persone
L'amore, principio e forza della comunione
18. La famiglia fondata e vivificata dall'amore, è una comunità
di persone: dell'uomo e della donna sposi, dei genitori e dei figli, dei
parenti. Suo primo compito è di vivere fedelmente la realtà della
comunione nell'impegno costante di sviluppare un'autentica comunità di
persone.
Il principio interiore, la forza permanente e la meta ultima di
tale compito è l'amore: come, senza l'amore, la famiglia non è una
comunità di persone, così senza l'amore, la famiglia non può vivere,
crescere e perfezionarsi come comunità di persone. Quanto ho scritto
nell'enciclica «Redemptor Hominis» trova la sua originaria e
privilegiata applicazione proprio nella famiglia come tale: «L'uomo non
può vivere senza amore. Egli rimane per se stesso un essere
incomprensibile, la sua vita è priva di senso, se non gli viene rivelato
l'amore, se non si incontra con l'amore, se non lo sperimenta e non lo fa
proprio, se non vi partecipa vivamente» (num. 10).
L'amore tra l'uomo e la donna nel matrimonio e, in forma derivata
ed allargata, l'amore tra i membri della stessa famiglia - tra genitori e
figli tra fratelli e sorelle, tra parenti e familiari - è animato e
sospinto da un interiore e incessante dinamismo, che conduce la famiglia
ad una comunione sempre più profonda ed intensa, fondamento e anima della
comunità coniugale e familiare.
L'indivisibile unità della comunione coniugale
19. La prima comunione è quella che si instaura e si sviluppa tra
i coniugi: in forza del patto d'amore coniugale, l'uomo e la donna «non
sono più due, ma una carne sola» (Mt 19,6; cfr. Gen 2,24) e sono
chiamati a crescere continuamente nella loro comunione attraverso la
fedeltà quotidiana alla promessa matrimoniale del reciproco dono totale.
Questa comunione coniugale affonda le sue radici nella naturale
complementarietà che esiste tra l'uomo e la donna, e si alimenta mediante
la volontà personale degli sposi di condividere l'intero progetto di
vita, ciò che hanno e ciò che sono: perciò tale comunione è il frutto
e il segno di una esigenza profondamente umana. Ma in Cristo Signore, Dio
assume questa esigenza umana, la conferma, la purifica e la eleva,
conducendola a perfezione col sacramento del matrimonio: lo Spirito Santo
effuso nella celebrazione sacramentale offre agli sposi cristiani il dono
di una comunione nuova d'amore che è immagine viva e reale di quella
singolarissima unità, che fa della Chiesa l'indivisibile Corpo mistico
del Signore Gesù.
Il dono dello Spirito è comandamento di vita per gli sposi
cristiani, ed insieme stimolante impulso affinché ogni giorno
progrediscano verso una sempre più ricca unione tra loro a tutti i
livelli - dei corpi dei caratteri, dei cuori, delle intelligenze, e delle
volontà, delle anime (cfr. Giovanni Paolo PP. II, Discorso agli Sposi, 4
[Kinshasa, 3 maggio 1980]: AAS 72 [1980], 426s), - rivelando così alla
Chiesa e al mondo la nuova comunione d'amore, donata dalla grazia di
Cristo.
Una simile comunione viene radicalmente contraddetta dalla
poligamia: questa, infatti, nega in modo diretto il disegno di Dio quale
ci viene rivelato alle origini, perché è contraria alla pari dignità
personale dell'uomo e della donna, che nel matrimonio si donano con un
amore totale e perciò stesso unico ed esclusivo. Come scrive il Concilio
Vaticano II: «L'unità del matrimonio confermata dal Signore appare in
maniera lampante anche dalla uguale dignità personale sia dell'uomo che
della donna, che deve essere riconosciuta nel mutuo e pieno amore» («Gaudium
et Spes», 49; cfr. Giovanni Paolo PP. II, Discorso agli Sposi, 4 [Kinshasa,
3 maggio 1980]; l. c.).
Una comunione indissolubile
20. La comunione coniugale si caratterizza non solo per la sua
unità, ma anche per la sua indissolubilità: «Questa intima unione, in
quanto mutua donazione di due persone, come pure il bene dei figli,
esigono la piena fedeltà dei coniugi e ne reclamano l'indissolubile unità»
(«Gaudium et Spes», 48).
E' dovere fondamentale della Chiesa riaffermare con forza - come
hanno fatto i Padri del Sinodo - la dottrina dell'indissolubilità del
matrimonio: a quanti, ai nostri giorni, ritengono difficile o addirittura
impossibile legarsi ad una persona per tutta la vita e a quanti sono
travolti da una cultura che rifiuta l'indissolubilità matrimoniale e che
deride apertamente l'impegno degli sposi alla fedeltà, è necessario
ribadire il lieto annuncio della definitività di quell'amore coniugale,
che ha in Gesù Cristo il suo fondamento e la sua forza (cfr. Ef 5,25).
Radicata nella personale e totale donazione dei coniugi e
richiesta dal bene dei figli, l'indissolubilità del matrimonio trova la
sua verità ultima nel disegno che Dio ha manifestato nella sua
Rivelazione. Egli vuole e dona l'indissolubilità matrimoniale come
frutto, segno ed esigenza dell'amore assolutamente fedele che Dio ha per
l'uomo e che il Signore Gesù vive verso la sua Chiesa.
Cristo rinnova il primitivo disegno che il Creatore ha iscritto
nel cuore dell'uomo e della donna, e nella celebrazione del sacramento del
matrimonio offre un «cuore nuovo»: così i coniugi non solo possono
superare la «durezza del cuore» (Mt 19,8), ma anche e soprattutto
possono condividere l'amore pieno e definitivo di Cristo, nuova ed eterna
Alleanza fatta carne. Come il Signore Gesù è il «testimone fedele» (Ap
3,14), è il «sì» delle promesse di Dio (cfr. 2Cor 1,20) e quindi la
realizzazione suprema dell'incondizionata fedeltà con cui Dio ama il suo
popolo, così i coniugi cristiani sono chiamati a partecipare realmente
all'indissolubilità irrevocabile, che lega Cristo alla Chiesa sua sposa,
da Lui amata sino alla fine (cfr. Gc 13,1).
Il dono del sacramento è nello stesso tempo vocazione e
comandamento per gli sposi cristiani, perché rimangano tra loro fedeli
per sempre, al di là di ogni prova e difficoltà, in generosa obbedienza
alla santa volontà del Signore: «Quello che Dio ha congiunto, l'uomo non
lo separi» (Mt 19,6).
Testimoniare l'inestimabile valore dell'indissolubilità e della
fedeltà matrimoniale è uno dei doveri più preziosi e più urgenti delle
coppie cristiane del nostro tempo. Per questo, insieme con tutti i
confratelli che hanno preso parte al Sinodo dei Vescovi, lodo e incoraggio
tutte quelle numerose coppie che, pur incontrando non lievi difficoltà,
conservano e sviluppano il bene dell'indissolubilità: assolvono così, in
modo umile e coraggioso, il compito loro affidato di essere nel mondo un
«segno» - un piccolo e prezioso segno, talvolta sottoposto anche a
tentazione, ma sempre rinnovato - dell'instancabile fedeltà con cui Dio e
Gesù Cristo amano tutti gli uomini ed ogni uomo. Ma è doveroso anche
riconoscere il valore della testimonianza di quei coniugi che, pur essendo
stati abbandonati dal partner, con la forza della fede e della speranza
cristiana non sono passati ad una nuova unione: anche questi coniugi danno
un'autentica testimonianza di fedeltà, di cui il mondo oggi ha grande
bisogno. Per tale motivo devono essere incoraggiati e aiutati dai pastori
e dai fedeli della Chiesa.
La più ampia comunione della famiglia
21. La comunione coniugale costituisce il fondamento sul quale si
viene edificando la più ampia comunione della famiglia, dei genitori e
dei figli, dei fratelli e delle sorelle tra loro, dei parenti e di altri
familiari.
Tale comunione si radica nei legami naturali della carne e del
sangue, e si sviluppa trovando il suo perfezionamento propriamente umano
nell'instaurarsi e nel maturare dei legami ancora più profondi e ricchi
dello spirito: l'amore, che anima i rapporti interpersonali dei diversi
membri della famiglia, costituisce la forza interiore che plasma e
vivifica la comunione e la comunità familiare.
La famiglia cristiana è poi chiamata a fare l'esperienza di una
nuova e originale comunione, che conferma e perfeziona quella naturale e
umana. In realtà, la grazia di Gesù Cristo, «il Primogenito tra molti
fratelli» (Rm 8,29), è per sua natura e interiore dinamismo una «grazia
di fraternità», come la chiama san Tommaso d'Aquino («Summa Theologiae»,
II· II··, 14, 2, ad 4). Lo Spirito Santo, effuso nella celebrazione dei
sacramenti, è la radice viva e l'alimento inesauribile della
soprannaturale comunione che raccoglie e vincola i credenti con Cristo e
tra loro nell'unità della Chiesa di Dio. Una rivelazione e attuazione
specifica della comunione ecclesiale è costituita dalla famiglia
cristiana, che anche per questo può e deve dirsi «Chiesa domestica» («Lumen
Gentium», 11; cfr. «Apostolicam Actuositatem», 11).
Tutti i membri della famiglia, ognuno secondo il proprio dono,
hanno la grazia e la responsabilità di costruire, giorno per giorno, la
comunione delle persone, facendo della famiglia una «scuola di umanità
più completa e più ricca»: («Gaudium et Spes», 52) è quanto avviene
con la cura e l'amore verso i piccoli, gli ammalati e gli anziani; col
servizio reciproco di tutti i giorni; con la condivisione dei beni, delle
gioie e delle sofferenze.
Un momento fondamentale per costruire una simile comunione è
costituito dallo scambio educativo tra genitori e figli (cfr. Ef 6,1-4;
Col 3,20s), nel quale ciascuno dà e riceve. Mediante l'amore, il
rispetto, l'obbedienza verso i genitori, i figli portano il loro specifico
e insostituibile contributo all'edificazione di una famiglia
autenticamente umana e cristiana («Gaudium et Spes», 48). In questo
saranno facilitati, se i genitori eserciteranno la loro irrinunciabile
autorità come un vero e proprio «ministero», ossia come un servizio
ordinato al bene umano e cristiano dei figli, e in particolare ordinato a
far loro acquistare una libertà veramente responsabile, e se i genitori
manterranno viva la coscienza del «dono», che continuamente ricevono dai
figli.
La comunione familiare può essere conservata e perfezionata solo
con un grande spirito di sacrificio. Esige, infatti, una pronta e generosa
disponibilità di tutti e di ciascuno alla comprensione, alla tolleranza,
al perdono, alla riconciliazione. Nessuna famiglia ignora come l'egoismo,
il disaccordo, le tensioni, i conflitti aggrediscano violentemente e a
volte colpiscano mortalmente la propria comunione: di qui le molteplici e
varie forme di divisione nella vita familiare. Ma, nello stesso tempo,
ogni famiglia è sempre chiamata dal Dio della pace a fare l'esperienza
gioiosa e rinnovatrice della «riconciliazione» cioè della comunione
ricostruita, dell'unità ritrovata. In particolare la partecipazione al
sacramento della riconciliazione e al banchetto dell'unico Corpo di Cristo
offre alla famiglia cristiana la grazia e la responsabilità di superare
ogni divisione e di camminare verso la piena verità della comunione
voluta da Dio, rispondendo così al vivissimo desiderio del Signore: che
«tutti siano una sola cosa» (Gv 17,21).
Diritti e compiti della donna
22. In quanto è, e deve sempre diventare, comunione e comunità
di persone, la famiglia trova nell'amore la sorgente e la spinta
incessante per accogliere, rispettare e promuovere ciascuno dei suo membri
nell'altissima dignità di persone, e cioè di immagini viventi di Dio.
Come hanno giustamente affermato i Padri Sinodali, il criterio morale
dell'autenticità delle relazioni coniugali e familiari consiste nella
promozione della dignità e vocazione delle singole persone, le quali si
ritrovano nella loro pienezza mediante il dono sincero di se stesse (cfr.
«Gaudium et Spes», 24).
In questa prospettiva, il Sinodo ha voluto riservare una
privilegiata attenzione alla donna, ai suoi diritti e compiti nella
famiglia e nella società. Nella stessa prospettiva vanno considerati
anche l'uomo come sposo e padre, il bambino e gli anziani.
Della donna è da rilevare, anzitutto, l'eguale dignità e
responsabilità rispetto all'uomo: tale uguaglianza trova una singolare
forma di realizzazione nella reciproca donazione di sé all'altro e di
ambedue ai figli, propria del matrimonio e della famiglia. Quanto la
stessa ragione umana intuisce e riconosce, viene rivelato in pienezza
dalla Parola di Dio: la storia della salvezza, infatti, è una continua e
luminosa testimonianza della dignità della donna.
Creando l'uomo «maschio e femmina (Gen 1,27), Dio dona la dignità
personale in eguale modo all'uomo e alla donna, arricchendoli dei diritti
inalienabili e delle responsabilità che sono proprie della persona umana.
Dio poi manifesta nella forma più alta possibile la dignità della donna
assumendo Egli stesso la carne umana da Maria Vergine che la Chiesa onora
come Maria Madre di Dio, chiamandola nuova Eva e proponendola come modello
della donna redenta. Il delicato rispetto di Gesù verso le donne che ha
chiamato alla sua sequela ed alla sua amicizia, la sua apparizione il
mattino di Pasqua ad una donna prima che agli altri discepoli, la missione
affidata alle donne di portare la buona novella della Resurrezione agli
apostoli, sono tutti segni che confermano la stima speciale del Signore
Gesù verso la donna. Dirà l'apostolo Paolo: «Tutti voi siete figli di
Dio per la fede in Cristo Gesù... Non c'è più giudeo né greco; non c'è
più schiavo né libero; non c'è più uomo ne donna, poiché tutti voi
siete uno in Cristo Gesù)» (Gal 3,26.28).
Donna e società
23. Senza entrare ora a trattare nei suoi vari aspetti l'ampio e
complesso tema dei rapporti donna-società, ma limitando il discorso ad
alcuni rilievi essenziali, non si può non osservare come nel campo più
specificamente familiare un'ampia e diffusa tradizione sociale e culturale
abbia voluto riservare alla donna solo il compito di sposa e madre, senza
aprirla adeguatamente ai compiti pubblici, in genere riservati all'uomo.
Non c'è dubbio che l'uguale dignità e responsabilità dell'uomo
e della donna giustifichino pienamente l'accesso della donna ai compiti
pubblici. D'altra parte la vera promozione della donna esige pure che sia
chiaramente riconosciuto il valore del suo compito materno e familiare nei
confronti di tutti gli altri compiti pubblici e di tutte le altre
professioni. Del resto, tali compiti e professioni devono tra loro
integrarsi se si vuole che l'evoluzione sociale e culturale sia veramente
e pienamente umana.
Ciò risulterà più facile se, come il Sinodo ha auspicato, una
rinnovata «teologia del lavoro» porrà in luce e approfondirà il
significato del lavoro nella vita cristiana e determinerà il fondamentale
legame che esiste tra il lavoro e la famiglia, e, di conseguenza, il
significato originale ed insostituibile del lavoro della casa e
dell'educazione dei figli («Laborem Exercens», 19). Pertanto la Chiesa
può e deve aiutare la società attuale, chiedendo instancabilmente che
sia da tutti riconosciuto e onorato nel suo valore insostituibile il
lavoro della donna in casa. Ciò è di particolare importanza nell'opera
educativa: viene eliminata, infatti, la radice stessa della possibile
discriminazione tra i diversi lavori e professioni, una volta che risulti
chiaramente come tutti, in ogni campo, si impegnino con identico diritto e
con identica responsabilità. Apparirà così più splendida l'immagine di
Dio nell'uomo e nella donna.
Se dev'essere riconosciuto anche alle donne, come agli uomini, il
diritto di accedere ai diversi compiti pubblici, la società deve però
strutturarsi in maniera tale che le spose e le madri non siano difatto
costrette a lavorare fuori casa e che le loro famiglie possano
dignitosamente vivere e prosperare, anche se esse si dedicano totalmente
alla propria famiglia.
Si deve inoltre superare la mentalità secondo la quale l'onore
della donna deriva più dal lavoro esterno che dall'attività familiare.
Ma ciò esige che gli uomini stimino ed amino veramente la donna con ogni
rispetto della sua dignità personale, e che la società crei e sviluppi
le condizioni adatte per il lavoro domestico.
La Chiesa, col dovuto rispetto per la diversa vocazione dell'uomo
e della donna, deve promuovere nella misura del possibile nella sua stessa
vita la loro uguaglianza di diritti e di dignità: e questo per il bene di
tutti, della famiglia, della società e della Chiesa.
E' evidente però che tutto questo significa per la donna non la
rinuncia alla sua femminilità né l'imitazione del carattere maschile, ma
la pienezza della vera umanità femminile quale deve esprimersi nel suo
agire, sia in famiglia sia al di fuori di essa, senza peraltro dimenticare
in questo campo la varietà dei costumi e delle culture.
Offese alla dignità della donna
24. Purtroppo il messaggio cristiano sulla dignità della donna
viene contraddetto da quella persistente mentalità che considera l'essere
umano non come persona, ma come cosa, come oggetto di compravendita, al
servizio dell'interesse egoistico e del solo piacere: e prima vittima di
tale mentalità è la donna.
Questa mentalità produce frutti assai amari, come il disprezzo
dell'uomo e della donna, la schiavitù, l'oppressione dei deboli, la
pornografia, la prostituzione - tanto più quando viene organizzata - e
tutte quelle varie discriminazioni che si incontrano nell'ambito
dell'educazione, della professione, della retribuzione del lavoro, ecc.
Inoltre, ancora oggi, in gran parte della nostra società,
permangono molte forme di avvilente discriminazione che colpiscono ed
offendono gravemente alcune categorie particolari di donne, come ad
esempio, le spose che non hanno figli, le vedove, le separate, le
divorziate, le madri-nubili.
Queste ed altre discriminazioni sono state deplorate dai Padri
Sinodali con tutta la forza possibile: chiedo pertanto che da parte di
tutti si svolga un'azione pastorale specifica più vigorosa ed incisiva,
affinché esse siano definitivamente vinte, così da giungere alla stima
piena dell'immagine di Dio che risplende in tutti gli essere umani,
nessuno escluso.
L'uomo sposo e padre
25. Entro la comunione-comunità coniugale e familiare, l'uomo è
chiamato a vivere il suo dono e compito di sposo e di padre.
Egli vede nella sposa il compiersi del disegno di Dio: «Non è
bene che l'uomo sia solo: gli voglio fare un aiuto che gli sia simile»
(Gen 2,18), e fa sua l'esclamazione di Adamo, il primo sposo: «Questa
volta essa è carne dalla mia carne e osso dalle mie ossa» (Ibid. 2,23).
L'autentico amore coniugale suppone ed esige che l'uomo porti
profondo rispetto per l'eguale dignità della donna: «Non sei il suo
padrone - scrive san Ambrogio - bensì il suo marito; non ti è stata data
schiava, ma in moglie... Ricambia a lei le sue attenzioni verso di te e
sii ad essa grato del suo amore» («Exameron», V,7,19: CSEL 32,I,154).
Con la sposa l'uomo deve vivere «una forma tutta speciale di amicizia
personale» (Paolo PP. VI, «Humanae Vitae», 9). Il cristiano poi è
chiamato a sviluppare un atteggiamento di amore nuovo, manifestando verso
la propria sposa la carità delicata e forte che Cristo ha per la Chiesa
(cfr. Ef 5,25).
L'amore alla sposa diventata madre e l'amore ai figli sono per
l'uomo la strada naturale per la comprensione e la realizzazione della sua
paternità. Soprattutto là dove le condizioni sociali e culturali
spingono facilmente il padre ad un certo disimpegno rispetto alla famiglia
o comunque ad una sua minor presenza nell'opera educativa, è necessario
adoperarsi perché si recuperi socialmente la convinzione che il posto e
il compito del padre nella e per la famiglia sono di un'importanza unica e
insostituibile (cfr. Giovanni Paolo PP. II, Omelia ai fedeli di Terni, 3-5
[19 Marzo 1981]: ASS 73 [1981], 268-271). Come l'esperienza insegna,
l'assenza del padre provoca squilibri psicologici e morali e difficoltà
notevoli nelle relazioni familiari, come pure, in circostanze opposte, la
presenza oppressiva del padre, specialmente là dove e ancora in atto il
fenomeno del «machismo», ossia della superiorità abusiva delle
prerogative maschili che umiliano la donna e inibiscono lo sviluppo di
sane relazioni familiari.
Rivelando e rivivendo in terra la stessa paternità di Dio (cfr.
Ef 3,15), l'uomo è chiamato a garantire lo sviluppo unitario di tutti i
membri della famiglia: assolverà a tale compito mediante una generosa
responsabilità per la vita concepita sotto il cuore della madre, un
impegno educativo più sollecito e condiviso con la propria sposa (cfr. «Gaudium
et Spes», 52), un lavoro che non disgreghi mai la famiglia ma la promuova
nella sua compattezza e stabilità, una testimonianza di vita cristiana
adulta, che introduca più evidentemente i figli nell'esperienza viva di
Cristo e della Chiesa.
I diritti del bambino
26. Nella famiglia, comunità di persone, deve essere riservata
una specialissima attenzione al bambino, sviluppando una profonda stima
per la sua dignità personale, come pure un grande rispetto ed un generoso
servizio per i suoi diritti. Ciò vale di ogni bambino, ma acquista una
singolare urgenza quanto più il bambino è piccolo e bisognoso di tutto,
malato, sofferente o handicappato.
Sollecitando e vivendo una premura tenera e forte per ogni bambino
che viene in questo mondo, la Chiesa adempie una sua fondamentale
missione: è chiamata, infatti, a rivelare e a riproporre nella storia
l'esempio e il comandamento di Cristo Signore, che ha voluto porre il
bambino al centro del Regno di Dio: «Lasciate che i bambini vengano a
me... perché a chi è come loro appartiene il regno di Dio» (Lc 18,16;
cfr. Mt 19,14; Mc 10,14).
Ripeto nuovamente quanto ho detto all'assemblea generale delle
Nazioni Unite il 2 ottobre 1979: «Desidero... esprimere la gioia che per
ognuno di noi costituiscono i bambini, primavera della vita, anticipo
della storia futura di ognuna delle presenti patrie terrene. Nessun paese
del mondo, nessun sistema politico può pensare al proprio avvenire se non
attraverso l'immagine di queste nuove generazioni che dai loro genitori
assumeranno il molteplice patrimonio dei valori, dei doveri e delle
aspirazioni della nazione alla quale appartengono e di tutta la famiglia
umana. La sollecitudine per il bambino ancora prima della sua nascita, dal
primo momento della concezione e, in seguito, negli anni dell'infanzia e
della giovinezza, è la primaria e fondamentale verifica della relazione
dell'uomo all'uomo. E perciò, che cosa di più si potrebbe augurare a
ogni nazione e a tutta l'umanità, a tutti i bambini del mondo se non quel
migliore futuro in cui il rispetto dei diritti dell'uomo diventi piena
realtà nelle dimensioni del duemila che si avvicina?» (2 Ottobre 1979).
L'accoglienza, l'amore, la stima, il servizio molteplice ed
unitario - materiale, affettivo, educativo, spirituale - per ogni bambino
che viene in questo mondo dovranno costituire sempre una nota distintiva
irrinunciabile dei cristiani, in particolare delle famiglie cristiane: così
i bambini, mentre potranno crescere «in sapienza, età e grazia davanti a
Dio e agli uomini» (Lc 2,52), porteranno il loro prezioso contributo
all'edificazione della comunità familiare e alla stessa santificazione
dei genitori (cfr.
«Gaudium et Spes», 48).
Gli anziani in famiglia
27. Ci sono culture che manifestano una singolare venerazione ed
un grande amore per l'anziano: lungi dall'essere estromesso dalla famiglia
o dall'essere sopportato come un peso inutile, l'anziano ridervi parte
attiva e responsabile - pur dovendo rispettare l'autonomia della nuova
famiglia - e soprattutto svolge la preziosa missione di testimone del
passato e di ispiratore di saggezza per i giovani e per l'avvenire.
Altre culture, invece, specialmente in seguito ad un disordinato
sviluppo industriale ed urbanistico, hanno condotto e continuano a
condurre gli anziani a forme inaccettabili di emarginazione, che sono
fonte ad un tempo di acute sofferenze per loro stessi e di impoverimento
spirituale per tante famiglie.
E' necessario che l'azione pastorale della Chiesa stimoli tutti a
scoprire e a valorizzare i compiti degli anziani nella comunità civile ed
ecclesiale, e in particolare nella famiglia. In realtà, «la vita degli
anziani ci aiuta a far luce sulla scala dei valori umani; fa vedere la
continuità delle generazioni e meravigliosamente dimostra
l'interdipendenza del Popolo di Dio. Gli anziani inoltre hanno il carisma
di oltrepassare le barriere fra le generazioni, prima che queste
insorgano. Quanti bambini hanno trovato comprensione e amore negli occhi,
nelle parole e nelle carezze degli anziani! E quante persone anziane hanno
volentieri sottoscritto le ispirate parole bibliche che «corona dei
vecchi sono i figli dei figli» (Pr 17,6) (Giovanni Paolo PP. II Discorso
ai partecipanti all'«International Forum on Active Aging» 5 [5 Settembre
1980]: «Insegnamenti di Giovanni Paolo II», III, 2 [1980] 539).
II. Il servizio della vita
1) La trasmissione della vita
Cooperatori dell'amore di Dio Creatore
28. Con la creazione dell'uomo e della donna a sua immagine e
somiglianza, Dio corona e porta a perfezione l'opera delle sue mani: Egli
li chiama ad una speciale partecipazione del suo amore ed insieme del suo
potere di Creatore e di Padre, mediante la loro libera e responsabile
cooperazione a trasmettere il dono della vita umana: «Dio li benedisse e
disse loro: "Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra;
soggiogatela"» (Gen 1,28).
Così il compito fondamentale della famiglia è il servizio alla
vita, il realizzare lungo la storia la benedizione originaria del
Creatore, trasmettendo nella generazione l'immagine divina da uomo a uomo
(cfr. ibid. 5,1ss).
La fecondità è il frutto e il segno dell'amore coniugale, la
testimonianza viva della piena donazione reciproca degli sposi «II vero
culto dell'amore coniugale e tutta la struttura familiare che ne nasce
senza trascurare gli altri fini del matrimonio, a questo tendono, che i
coniugi, con fortezza d'animo siano disposti a cooperare con l'amore del
Creatore e del Salvatore, che attraverso di loro continuamente dilata e
arricchisce la sua famiglia» («Gaudium et Spes», 50).
La fecondità dell'amore coniugale non si restringe però alla
sola procreazione dei figli, sia pure intesa nella sua dimensione
specificamente umana: si allarga e si arricchisce di tutti quei frutti di
vita morale, spirituale e soprannaturale che il padre e la madre sono
chiamati a donare ai figli e, mediante i figli, alla Chiesa e al mondo.
La dottrina e la norma sempre antiche e sempre nuove della
Chiesa
29. Proprio perché l'amore dei coniugi è una singolare
partecipazione al mistero della vita e dell'amore di Dio stesso, la Chiesa
sa di aver ricevuto la missione speciale di custodire e di proteggere
l'altissima dignità del matrimonio e la gravissima responsabilità della
trasmissione della vita umana.
Così, in continuità con la tradizione viva della comunità
ecclesiale lungo la storia, il recente Concilio Vaticano II e il magistero
del mio predecessore Paolo VI, espresso soprattutto nell'enciclica «Humanae
Vitae», hanno trasmesso ai nostri tempi un annuncio veramente profetico,
che riafferma e ripropone con chiarezza la dottrina e la norma sempre
antiche e sempre nuove della Chiesa sul matrimonio e sulla trasmissione
della vita umana.
Per questo, nella loro ultima assemblea, i Padri Sinodali hanno
testualmente dichiarato: «Questo Sacro Sinodo, riunito nell'unità della
fede col successore di Pietro, fermamente mantiene ciò che nel Concilio
Vaticano II (cfr. «Gaudium et Spes», 50) e, in seguito, nell'enciclica
«Humanae Vitae» viene proposto, e in particolare che l'amore coniugale
deve essere pienamente umano, esclusivo e aperto alla nuova vita (Propositio
22. La conclusione del n. 11 dell'enciclica «Humanae Vitae» così
afferma: «Richiamando gli uomini all'osservanza delle norme della legge
naturale interpreta dalla sua costante dottrina, la Chiesa insegna che
qualsiasi atto matrimoniale deve rimanere aperto alla trasmissione della
vita» AAS 60 [1968] 488).
La Chiesa sta dalla parte della vita
30. La dottrina della Chiesa si colloca oggi in una situazione
sociale e culturale, che la rende ad un tempo più difficile da
comprendere e più urgente ed insostituibile per promuovere il vero bene
dell'uomo e della donna.
Infatti, il progresso scientifico-tecnico, che l'uomo
contemporaneo accresce di continuo nel suo dominio sulla natura, non
sviluppa solo la speranza di creare una nuova e migliore umanità, ma
anche un'angoscia sempre più profonda circa il futuro. Alcuni si
domandano se sia bene vivere o se non sia meglio neppure essere nati;
dubitano, se sia lecito chiamare altri alla vita, i quali forse
malediranno la propria esistenza in un mondo crudele, i cui terrori non
sono neppure prevedibili. Altri pensano di essere gli unici destinatari
dei vantaggi della tecnica ed escludono gli altri, ai quali vengono
imposti mezzi contraccettivi o metodi ancor peggiori. Altri ancora,
imprigionati come sono dalla mentalità consumistica e con l'unica
preoccupazione di un continuo aumento di beni materiali, finiscono per non
comprendere più e quindi per rifiutare la ricchezza spirituale di una
nuova vita umana. La ragione ultima di queste mentalità è l'assenza, nel
cuore degli uomini di Dio, il cui amore soltanto è più forte di tutte le
possibile paure del mondo e le può vincere.
E' nata così una mentalità contro la vita (anti-life mentality),
come emerge in molte questioni attuali: si pensi, ad esempio, a un certo
panico derivato dagli studi degli ecologi e dei futurologi sulla
demografia, che a volte esagerano il pericolo dell'incremento demografico
per la qualità della vita.
Ma la Chiesa fermamente crede che la vita umana, anche se debole e
sofferente, è sempre uno splendido dono del Dio della bontà. Contro il
pessimismo e l'egoismo, che oscurano il mondo, la Chiesa sta dalla parte
della vita: e in ciascuna vita umana sa scoprire lo splendore di quel «Sì»,
di quell'«Amen», che è Cristo stesso (cfr. 2Cor 1,19; Ap 3,14). Al «no»
che invade ed affligge il mondo, contrappone questo vivente «Sì»,
difendendo in tal modo l'uomo e il mondo da quanti insidiano e mortificano
la vita.
La Chiesa è chiamata a manifestare nuovamente a tutti, con un più
chiaro e fermo convincimento, la sua volontà di promuovere con ogni mezzo
e di difendere contro ogni insidia la vita umana, in qualsiasi condizione
e stadio di sviluppo si trovi.
Per questo la Chiesa condanna come grave offesa della dignità
umana e della giustizia tutte quelle attività dei governi o di altre
autorità pubbliche, che tentano di limitare in qualsiasi modo la libertà
dei coniugi nel decidere dei figli. Di conseguenza qualsiasi violenza
esercitata da tali autorità in favore della contraccezione e persino
della sterilizzazione e dell'aborto procurato e del tutto da condannare e
da respingere con forza. Allo stesso modo è da esecrare come gravemente
ingiusto il fatto che nelle relazioni internazionali l'aiuto economico
concesso per la promozione dei popoli venga condizionato a programmi di
contraccezione, sterilizzazione e aborto procurato (cfr. Messaggio del VI
Sinodo dei Vescovi alle Famiglie cristiane nel mondo contemporaneo, 5 [24
Ottobre 1980]).
Perché il progetto divino sia sempre più pienamente
attuato
31. La Chiesa è certamente consapevole anche dei molteplici e
complessi problemi, che oggi in molti Paesi coinvolgono i coniugi nel loro
compito di trasmettere responsabilmente la vita. Riconosce pure il grave
problema dell'incremento demografico, come si configura in varie parti del
mondo, con le implicazioni morali che esso comporta.
Essa ritiene, tuttavia, che una approfondita considerazione di
tutti gli aspetti di tali problemi offra una nuova e più forte conferma
dell'importanza della dottrina autentica circa la regolazione della
natalità, riproposta nel Concilio Vaticano II e nell'enciclica «Humanae
Vitae».
Per questo, insieme con i Padri del Sinodo, sento il dovere di
rivolgere un pressante invito ai teologi, affinché, unendo le loro forze
per collaborare col Magistero gerarchico, si impegnino a porre sempre
meglio in luce i fondamenti biblici, le motivazioni etiche e le ragioni
personalistiche di questa dottrina. Sarà così possibile, nel contesto di
un'esposizione organica, rendere la dottrina della Chiesa su questo
importante capitolo veramente accessibile a tutti gli uomini di buona
volontà, favorendone la comprensione ogni giorno più luminosa e profonda
in tal modo il progetto divino potrà essere sempre più pienamente
attuato per la salvezza dell'uomo e per la gloria del Creatore.
A questo riguardo, il concorde impegno dei teologi, ispirato da
convinta adesione al Magistero, che è l'unica guida autentica del Popolo
di Dio, presenta particolare urgenza anche in ragione dell'intimo legame
che esiste tra la dottrina cattolica su questo punto e la visione
dell'uomo che la Chiesa propone: dubbi o errori nel campo matrimoniale o
familiare comportano un grave oscurarsi della verità integrale sull'uomo
in una situazione culturale già così spesso confusa e contraddittoria.
Il contributo di illuminazione e di approfondimento, che i teologi sono
chiamati ad offrire in adempimento del loro compito specifico, ha un
valore incomparabile e rappresenta un servizio singolare, altamente
meritorio, alla famiglia e all'umanità.
Nella visione integrale dell'uomo e della sua vocazione
32. Nel contesto di una cultura che gravemente deforma o
addirittura smarrisce il vero significato della sessualità umana, perché
la sradica dal suo essenziale riferimento alla persona, la Chiesa sente più
urgente e insostituibile la sua missione di presentare la sessualità come
valore e compito di tutta la persona creata, maschio e femmina, ad
immagine di Dio.
In questa prospettiva il Concilio Vaticano II ha chiaramente
affermato che «quando si tratta di comporre l'amore coniugale con la
trasmissione responsabile della vita, il carattere morale del
comportamento non dipende solo dalla sincera intenzione e dalla
valutazione dei motivi, ma va determinato da criteri oggettivi, che hanno
il loro fondamento nella natura stessa della persona umana e dei suoi atti
e sono destinati a mantenere in un contesto di vero amore l'integro senso
della mutua donazione e della procreazione umana; e tutto ciò non sarà
possibile se non venga coltivata con sincero animo la virtù della castità
coniugale» («Gaudium et Spes», 51).
E' proprio movendo dalla «visione integrale dell'uomo e della sua
vocazione, non solo naturale e terrena, ma anche soprannaturale ed eterna»
(Paolo PP. VI, «Humanae Vitae», 7), che Paolo VI ha affermato che la
dottrina della Chiesa «è fondata sulla connessione inscindibile, che Dio
ha voluto e che l'uomo non può rompere di sua iniziativa, tra i due
significati dell'atto coniugale: il significato unitivo e il significato
procreativo» (Ibid. 12). Ed ha concluso ribadendo che è da escludere
come intrinsecamente disonesta «ogni azione che, o in previsione
dell'atto coniugale, o nel suo compimento, o nello sviluppo delle sue
conseguenze naturali, si proponga, come scopo o come mezzo, di rendere
impossibile la procreazione» (Ibid. 14).
Quando i coniugi, mediante il ricorso alla contraccezione,
scindono questi due significati che Dio Creatore ha inscritti nell'essere
dell'uomo e della donna e nel dinamismo della loro comunione sessuale, si
comportano come «arbitri» del disegno divino e «manipolano» e
avviliscono la sessualità umana, e con essa la persona propria e del
coniuge, alterandone il valore di donazione «totale». Così, al
linguaggio nativo che esprime la reciproca donazione totale dei coniugi,
la contraccezione impone un linguaggio oggettivamente contraddittorio,
quello cioè del non donarsi all'altro in totalità: ne deriva, non
soltanto il positivo rifiuto all'apertura alla vita, ma anche una
falsificazione dell'interiore verità del personale.
Quando invece i coniugi, mediante il ricorso a periodi di
infecondità, rispettano la connessione inscindibile dei significati
unitivo e procreativo della sessualità umana, si comportano come «ministri»
del disegno di Dio ed «usufruiscono» della sessualità secondo
l'originario dinamismo della donazione «totale», senza manipolazioni ed
alterazioni (Ibid 13).
Alla luce della stessa esperienza di tante coppie di sposi e dei
dati delle diverse scienze umane, la riflessione teologica può cogliere
ed è chiamata ad approfondire la differenza antropologica e al tempo
stesso morale, che esiste tra la contraccezione e il ricorso ai ritmi
temporali: si tratta di una differenza assai più vasta e profonda di
quanto abitualmente non si pensi e che coinvolge in ultima analisi due
concezioni della persona e della sessualità umana tra loro irriducibili.
La scelta dei ritmi naturali comporta l'accettazione del tempo della
persona, cioè della donna, e con ciò l'accettazione anche del dialogo,
del rispetto reciproco, della comune responsabilità, del dominio di sé.
Accogliere poi il tempo e il dialogo significa riconoscere il carattere
insieme spirituale e corporeo della comunione coniugale, come pure vivere
l'amore personale nella sua esigenza di fedeltà. In questo contesto la
coppia fa l'esperienza che la comunione coniugale viene arricchita di quei
valori di tenerezza e di affettività, i quali costituiscono l'anima
profonda della sessualità umana, anche nella sua dimensione fisica. In
tal modo la sessualità viene rispettata e promossa nella sua dimensione
veramente e pienamente umana, non mai invece «usata» come un «oggetto»
che, dissolvendo l'unità personale di anima e corpo, colpisce la stessa
creazione di Dio nell'intreccio più intimo tra natura e persona.
La Chiesa Maestra e Madre per i coniugi in difficoltà
33. Anche nel campo della morale coniugale la Chiesa è ed agisce
come Maestra e Madre.
Come Maestra, essa non si stanca di proclamare la norma morale che
deve guidare la trasmissione responsabile della vita. Di tale norma la
Chiesa non è affatto né l'autrice né l'arbitra. In obbedienza alla
verità, che è Cristo, la cui immagine si riflette nella natura e nella
dignità della persona umana, la Chiesa interpreta la norma morale e la
propone a tutti gli uomini di buona volontà, senza nasconderne le
esigenze di radicalità e di perfezione.
Come Madre, la Chiesa si fa vicina alle molte coppie di sposi che
si trovano in difficoltà su questo importante punto della vita morale:
conosce bene la loro situazione, spesso molto ardua e a volte veramente
tormentata da difficoltà di ogni genere, non solo individuali ma anche
sociali; sa che tanti coniugi incontrano difficoltà non solo per la
realizzazione concreta, ma anche per la stessa comprensione dei valori
insiti nella norma morale.
Ma è la stessa ed unica Chiesa ad essere insieme Maestra e Madre.
Per questo la Chiesa non cessa mai di invitare e di incoraggiare, perché
le eventuali difficoltà coniugali siano risolte senza mai falsificare e
compromettere la verità: è infatti convinta che non può esserci vera
contraddizione tra la legge divina del trasmettere la vita e quella di
favorire l'autentico amore coniugale (cfr.
«Gaudium et Spes«,
51).
Per questo, la pedagogia concreta della Chiesa deve sempre
essere connessa e non mai separata dalla sua dottrina. Ripeto, pertanto,
con la medesima persuasione del mio predecessore: «Non sminuire in nulla
la salutare dottrina di Cristo è eminente forma di carità verso le anime»
(Paolo PP. VI «Humanae Vitae», 29).
D'altra parte l'autentica pedagogia ecclesiale rivela il suo
realismo e la sua sapienza solo sviluppando un impegno tenace e coraggioso
nel creare e sostenere tutte quelle condizioni umane - psicologiche,
morali e spirituali - che sono indispensabili per comprendere e vivere il
valore e la norma morale.
Non c'è dubbio che tra queste condizioni si debbano annoverare la
costanza e la pazienza, l'umiltà e la fortezza d'animo, la filiale
fiducia in Dio e nella sua grazia, il ricorso frequente alla preghiera e
ai sacramenti dell'Eucaristia e della riconciliazione (cfr. ibid. 25). Così
corroborati, i coniugi cristiani potranno mantenere viva la coscienza del
singolare influsso che la grazia del sacramento del matrimonio esercita su
tutte le realtà della vita coniugale, e quindi anche sulla loro sessualità:
il dono dello Spirito, accolto e corrisposto dai coniugi, li aiuta a
vivere la sessualità umana secondo il piano di Dio e come segno
dell'amore unitivo e fecondo di Cristo per la sua Chiesa.
Ma tra le condizioni necessarie rientra anche la conoscenza della
corporeità e dei suoi ritmi di fertilità. In tal senso bisogna far di
tutto perché una simile conoscenza sia resa accessibile a tutti i
coniugi, e prima ancora alle persone giovani, mediante un'informazione ed
una educazione chiare, tempestive e serie, ad opera di coppie, di medici e
di esperti. La conoscenza poi deve sfociare nell'educazione
all'autocontrollo: di qui l'assoluta necessità della virtù della castità
e della permanente educazione ad essa. Secondo la visione cristiana, la
castità non significa affatto né rifiuto né disistima della sessualità
umana: significa piuttosto energia spirituale, che sa difendere l'amore
dai pericoli dell'egoismo e dell'aggressività e sa promuoverlo verso la
sua piena realizzazione.
Paolo VI, con profondo intuito di sapienza e di amore, altro non
ha fatto che dare voce all'esperienza di tante coppie di sposi quando ha
scritto nella sua enciclica: «il dominio dell'istinto mediante la ragione
e la libera volontà, impone indubbiamente una ascesi, affinché le
manifestazioni affettive della vita coniugale siano secondo il retto
ordine e in particolare per l'osservanza della continenza periodica. Ma
questa disciplina, propria della purezza degli sposi, ben lungi dal
nuocere all'amore coniugale, gli conferisce invece un più alto valore
umano. Esige un continuo sforzo, ma grazie al suo benefico influsso i
coniugi sviluppano integralmente la loro personalità arricchendosi di
valori spirituali: essa apporta alla vita familiare frutti di serenità e
di pace e agevola la soluzione di altri problemi; favorisce l'attenzione
verso l'altro coniuge, aiuta gli sposi a bandire l'egoismo, nemico del
vero amore, ed approfondisce il loro senso di responsabilità nel
compimento dei loro doveri. I genitori acquistano con essa la capacità di
un influsso più profondo ed efficace per l'educazione dei figli» («Humanae
Vitae», 21).
L'itinerario morale degli sposi
34. E' sempre di grande importanza possedere una retta concezione
dell'ordine morale, dei suoi valori e delle sue norme: l'importanza
cresce, quando più numerose e gravi si fanno le difficoltà a
rispettarli.
Proprio perché rivela e propone il disegno di Dio Creatore,
l'ordine morale non può essere qualcosa di mortificante per l'uomo e di
impersonale; al contrario, rispondendo alle esigenze più profonde
dell'uomo creato da Dio, si pone al servizio della sua piena umanità, con
l'amore delicato e vincolante con cui Dio stesso ispira, sostiene e guida
ogni creatura verso la sua felicità.
Ma l'uomo, chiamato a vivere responsabilmente il disegno sapiente
e amoroso di Dio, è un essere storico, che si costruisce giorno per
giorno, con le sue numerose libere scelte: per questo egli conosce ama e
compie il bene morale secondo tappe di crescita.
Anche i coniugi, nell'ambito della loro vita morale, sono chiamati
ad un incessante cammino, sostenuti dal desiderio sincero e operoso di
conoscere sempre meglio i valori che la legge divina custodisce e
promuove, e dalla volontà retta e generosa di incarnarli nelle loro
scelte concrete. Essi, tuttavia, non possono guardare alla legge solo come
ad un puro ideale da raggiungere in futuro, ma debbono considerarla come
un comando di Cristo Signore a superare con impegno le difficoltà. «Perciò
la cosiddetta "legge della gradualità", o cammino graduale, non
può identificarsi con la "gradualità della legge", come se ci
fossero vari gradi e varie forme di precetto nella legge divina per uomini
e situazioni diverse. Tutti i coniugi, secondo il disegno divino, sono
chiamati alla santità nel matrimonio e questa alta vocazione si realizza
in quanto la persona umana è in grado di rispondere al comando divino con
animo sereno, confidando nella grazia divina e nella propria volontà»
(Giovanni Paolo PP. II, Omelia per la conclusione del VI Sinodo dei
Vescovi, 8 [25 Ottobre 1980]: ASS 72 [1980] 1083). In questa stessa linea,
rientra nella pedagogia della Chiesa che i coniugi anzitutto riconoscano
chiaramente la dottrina della «Humanae Vitae» come normativa per
l'esercizio della loro sessualità, e sinceramente si impegnino a porre le
condizioni necessarie per osservare questa norma.
Questa pedagogia, come ha rilevato il Sinodo, comprende tutta la
vita coniugale. Per questo il compito di trasmettere la vita deve essere
integrato nella missione globale dell'intera vita cristiana, la quale
senza la croce non può giungere alla risurrezione. In simile contesto si
comprende come non si possa togliere il sacrificio dalla vita familiare,
anzi si debba accettare di cuore, perché l'amore coniugale si
approfondisca e diventi fonte di intima gioia.
Questo comune cammino esige riflessione, informazione, idonea
educazione dei sacerdoti, dei religiosi e dei laici, che sono impegnati
nella pastorale familiare: tutti costoro potranno aiutare i coniugi nel
loro itinerario umano e spirituale, che comporta la coscienza del peccato,
il sincero impegno di osservare la legge morale, il ministero della
riconciliazione. E' pure da tenere presente come nell'intimità coniugale
siano implicate le volontà di due persone, chiamate però ad una armonia
di mentalità e di comportamento: ciò esige non poca pazienza, simpatia e
tempo. Di singolare importanza in questo campo è l'unità dei giudizi
morali e pastorali dei sacerdoti: tale unità dev'essere accuratamente
ricercata ed assicurata, perché i fedeli non abbiano a soffrire ansietà
di coscienza (cfr. Paolo PP. VI «Humanae Vitae», 28).
Il cammino dei coniugi sarà dunque facilitato se, nella stima
della dottrina della Chiesa e nella fiducia verso la grazia di Cristo,
aiutati ed accompagnati dai pastori d'anime e dall'intera comunità
ecclesiale, essi sapranno scoprire e sperimentare il valore di liberazione
e di promozione dell'amore autentico, che il Vangelo offre ed il
comandamento del Signore propone.
Suscitare convinzioni e offrire aiuti concreti
35. Di fronte al problema di un'onesta regolazione della natalità,
la comunità ecclesiale, nel tempo presente, deve assumersi il compito di
suscitare convinzioni e di offrire aiuti concreti per quanti vogliono
vivere la paternità e la maternità in modo veramente responsabile.
In questo campo, mentre si compiace dei risultati raggiunti dalle
ricerche scientifiche per una conoscenza più precisa dei ritmi di
fertilità femminile e stimola una più decisiva ed ampia estensione di
tali studi, la Chiesa non può non sollecitare con rinnovato vigore la
responsabilità di quanti - medici, esperti, consulenti coniugali,
educatori, coppie - possono aiutare effettivamente i coniugi a vivere il
loro amore nel rispetto della struttura e delle finalità dell'atto
coniugale che lo esprime. Ciò significa un impegno più vasto, decisivo e
sistematico per far conoscere, stimare e applicare i metodi naturali di
regolazione della fertilità (cfr. Giovanni Paolo PP. II, Discorso ai
Delegati del «Centre de Liaison des Equipes de Recherche», 9 [3 Novembre
1979]: «Insegnamenti di Giovanni Paolo II», II 2 [1979] 1035; cfr. anche
Discorso ai Partecipanti al primo Congresso per la Famiglia d'Africa e
d'Europa (15 Gennaio 1981): «L'Osservatore Romano» (16 Gennaio 1981).
Una preziosa testimonianza può e deve essere data da quegli sposi
che, mediante l'impegno comune della continenza periodica, sono giunti ad
una più matura responsabilità personale di fronte all'amore ed alla
vita. Come scriveva Paolo VI, «ad essi il Signore affida il compito di
rendere visibile agli uomini la santità e la soavità della legge che
unisce l'amore vicendevole degli sposi con la loro cooperazione all'amore
di Dio autore della vita umana» («Humanae Vitae», 25).
2) L'educazione
Il diritto-dovere educativo dei genitori
36. Il compito dell'educazione affonda le radici nella primordiale
vocazione dei coniugi a partecipare all'opera creatrice di Dio: generando
nell'amore e per amore una nuova persona, che in sé ha la vocazione alla
crescita ed allo sviluppo, i genitori si assumono perciò stesso il
compito di aiutarla efficacemente a vivere una vita pienamente umana. Come
ha ricordato il Concilio Vaticano II: «I genitori, poiché hanno
trasmesso la vita ai figli, hanno l'obbligo gravissimo di educare la
prole: vanno pertanto considerati come i primi e principali educatori di
essa. Questa loro funzione educativa è tanto importante che, se manca, può
appena essere supplita. Tocca infatti ai genitori creare in seno alla
famiglia quell'atmosfera vivificata dall'amore e dalla pietà verso Dio e
verso gli uomini, che favorisce l'educazione completa dei figli in senso
personale e sociale. La famiglia è dunque la prima scuola di virtù
sociali di cui appunto han bisogno tutte le società» («Gravissimum
Educationis», 3).
Il diritto-dovere educativo dei genitori si qualifica come
essenziale, connesso com'è con la trasmissione della vita umana; come
originale e primario, rispetto al compito educativo di altri, per l'unicità
del rapporto d'amore che sussiste tra genitori e figli; come
insostituibile ed inalienabile, e che pertanto non può essere totalmente
delegato ad altri, né da altri usurpato.
Al di là di queste caratteristiche, non si può dimenticare che
l'elemento più radicale, tale da qualificare il compito educativo dei
genitori, è l'amore paterno e materno, il quale trova nell'opera
educativa il suo compimento nel rendere pieno e perfetto il servizio alla
vita: l'amore dei genitori da sorgente diventa anima e pertanto norma, che
ispira e guida tutta l'azione educativa concreta, arricchendola di quei
valori di dolcezza, costanza, bontà, servizio, disinteresse, spirito di
sacrificio, che sono il più prezioso frutto dell'amore.
Educare ai valori essenziali della vita umana
37. Pur in mezzo alle difficoltà dell'opera educativa, oggi
spesso aggravate, i genitori devono con fiducia e coraggio formare i figli
ai valori essenziali della vita umana. I figli devono crescere in una
giusta libertà di fronte ai beni materiali, adottando uno stile di vita
semplice ed austero, ben convinti che «l'uomo vale più per quello che è
che per quello che ha» («Gaudium et Spes», 35)
In una società scossa e disgregata da tensioni e conflitti per il
violento scontro tra i diversi individualismi ed egoismi, i figli devono
arricchirsi non soltanto del senso della vera giustizia, che sola conduce
al rispetto della dignità personale di ciascuno, ma anche e ancora più
del senso del vero amore, come sollecitudine sincera e servizio
disinteressato verso gli altri, in particolare i più poveri e bisognosi.
La famiglia è la prima e fondamentale scuola di socialità: in quanto
comunità di amore, essa trova nel dono di sé la legge che la guida e la
fa crescere. Il dono di sé, che ispira l'amore dei coniugi tra di loro,
si pone come modello e norma del dono di sé quale deve attuarsi nei
rapporti tra fratelli e sorelle e tra le diverse generazioni che convivono
nella famiglia. E la comunione e la partecipazione quotidianamente vissuta
nella casa, nei momenti di gioia e di difficoltà, rappresenta la più
concreta ed efficace pedagogia dei figli nel più ampio orizzonte della
società.
L'educazione all'amore come dono di sé costituisce anche la
premessa indispensabile per i genitori chiamati ad offrire ai figli una
chiara e delicata educazione sessuale. Di fronte ad una cultura che «banalizza»
in larga parte la sessualità umana, perché la interpreta e la vive in
modo riduttivo e impoverito, collegandola unicamente al corpo e al piacere
egoistico, il servizio educativo dei genitori deve puntare fermamente su
di una cultura sessuale che sia veramente e pienamente personale: la
sessualità, infatti, è una ricchezza di tutta la persona - corpo,
sentimento e anima - e manifesta il suo intimo significato nel portare la
persona al dono di sé nell'amore.
L'educazione sessuale, diritto e dovere fondamentale dei genitori,
deve attuarsi sempre sotto la loro guida sollecita, sia in casa sia nei
centri educativi da essi scelti e controllati. In questo senso la Chiesa
ribadisce la legge della sussidiarietà, che la scuola è tenuta ad
osservare quando coopera all'educazione sessuale, collocandosi nello
spirito stesso che anima i genitori.
In questo contesto è del tutto irrinunciabile l'educazione alla
castità, come virtù che sviluppa l'autentica maturità della persona e
la rende capace di rispettare e promuovere il «significato sponsale» del
corpo. Anzi, i genitori cristiani riserveranno una particolare attenzione
e cura, discernendo i segni della chiamata di Dio, per l'educazione alla
verginità, come forma suprema di quel dono di sé che costituisce il
senso stesso della sessualità umana.
Per gli stretti legami che intercorrono tra la dimensione sessuale
della persona e i suoi valori etici, il compito educativo deve condurre i
figli a conoscere e a stimare le norme morali come necessaria e preziosa
garanzia per una responsabile crescita personale nella sessualità umana.
Per questo la Chiesa si oppone fermamente a una certa forma di
informazione sessuale, avulsa dai principi morali, così spesso diffusa,
la quale altro non sarebbe che un'introduzione all'esperienza del piacere
e uno stimolo che porta a perdere la serenità - ancora negli anni
dell'innocenza - aprendo la strada al vizio.
La missione educativa e il sacramento del matrimonio
38. Per i genitori cristiani la missione educativa, radicata come
si è detto nella loro partecipazione all'opera creatrice di Dio, ha una
nuova e specifica sorgente nel sacramento del matrimonio, che li consacra
all'educazione propriamente cristiana dei figli, li chiama cioè a
partecipare alla stessa autorità e allo stesso amore di Dio Padre e di
Cristo Pastore, come pure all'amore materno della Chiesa, e li arricchisce
di sapienza, consiglio, fortezza e di ogni altro dono dello Spirito Santo
per aiutare i figli nella loro crescita umana e cristiana.
Dal sacramento del matrimonio il compito educativo riceve la
dignità e la vocazione di essere un vero e proprio «ministero» della
Chiesa al servizio della edificazione dei suoi membri. Tale è la
grandezza e lo splendore del ministero educativo dei genitori cristiani,
che san Tommaso non esita a paragonare al ministero dei sacerdoti: «Alcuni
propagano e conservano la vita spirituale con un ministero unicamente
spirituale, e questo spetta al sacramento dell'ordine; altri lo fanno
quanto alla vita ad un tempo corporale e spirituale e ciò avviene col
sacramento del matrimonio, nel quale l'uomo e la donna si uniscono per
generare la prole ed educarla al culto di Dio («Summa contra Gentiles»,
IV, 58).
La coscienza viva e vigile della missione ricevuta col sacramento
del matrimonio aiuterà i genitori cristiani a porsi con grande serenità
e fiducia al servizio educativo dei figli e, nello stesso tempo, con senso
di responsabilità di fronte a Dio che li chiama e li manda ad edificare
la Chiesa nei figli. Così la famiglia dei battezzati, convocata quale
chiesa domestica dalla Parola e dal Sacramento, diventa insieme, come la
grande Chiesa, maestra e madre.
La prima esperienza di Chiesa
39. La missione dell'educazione esige che i genitori cristiani
propongano ai figli tutti quei contenuti che sono necessari per la
graduale maturazione della loro responsabilità da un punto di vista
cristiano ed ecclesiale. Riprenderanno allora le linee educative sopra
ricordate, con la cura di mostrare ai figli a quale profondità di
significati la fede e la carità di Gesù Cristo sanno condurre. Inoltre
la consapevolezza che il Signore affida loro la crescita di un figlio di
Dio, di un fratello di Cristo, di un tempio dello Spirito Santo, di un
membro della Chiesa, sorreggerà i genitori cristiani nel loro compito di
rafforzare nell'anima dei figli il dono della grazia divina.
Il Concilio Vaticano II così precisa il contenuto dell'educazione
cristiana: «Essa non comporta solo la maturità propria dell'umana
persona... ma tende soprattutto a far sì che i battezzati, iniziati
gradualmente alla conoscenza del mistero della salvezza, prendano sempre
maggiore coscienza del dono della fede, che hanno ricevuto: imparino ad
adorare Dio in spirito e verità (cfr. Gv 4,23), specialmente attraverso
l'azione liturgica, si preparino a vivere la propria vita secondo l'uomo
nuovo della giustizia e nella santità della verità (Ef 4,22-24), così
raggiungano l'uomo perfetto, la statura della pienezza di Cristo (cfr. Ef
4,13) e diano il loro apporto all'aumento del corpo mistico. Essi inoltre,
consapevoli della loro vocazione, devono addestrarsi sia a testimoniare
quella speranza che è in loro (cfr. 1Pt 3,14), sia a promuovere la
elevazione in senso cristiano del mondo» («Gravissimum Educationis»,
2).
Anche il Sinodo, riprendendo e sviluppando le linee conciliari, ha
presentato la missione educativa della famiglia cristiana come un vero
ministero, per mezzo del quale viene trasmesso e irradiato il Vangelo, al
punto che la stessa vita di famiglia diventa itinerario di fede e in
qualche modo iniziazione cristiana e scuola della sequela di Cristo. Nella
famiglia cosciente di tale dono, come ha scritto Paolo VI, «tutti i
membri evangelizzano e sono evangelizzati» («Evangelii Nuntiandi», 71).
In forza del mistero dell'educazione i genitori mediante la
testimonianza della vita, sono i primi araldi del Vangelo presso i figli.
Di più, pregando con i figli, dedicandosi con essi alla lettura della
Parola di Dio ed inserendoli nell'intimo del Corpo - eucaristico ed
ecclesiale - di Cristo mediante l'iniziazione cristiana, diventano
pienamente genitori generatori cioè non solo della vita carnale, ma anche
di quella che, mediante la rinnovazione dello Spirito, scaturisce dalla
Croce e risurrezione di Cristo.
Perché i genitori cristiani possano compiere degnamente il loro
ministero educativo, i Padri Sinodali hanno auspicato che sia preparato un
adeguato testo di catechismo per le famiglie, chiaro, breve e tale da
poter essere facilmente assimilato da tutti. Le conferenze episcopali sono
state caldamente invitate ad impegnarsi per la realizzazione di questo
catechismo.
Rapporti con altre forze educative
40. La famiglia è la prima, ma non l'unica ed esclusiva comunità
educante: la stessa dimensione comunitaria, civile ed ecclesiale,
dell'uomo esige e conduce ad un'opera più ampia ed articolata, che sia il
frutto della collaborazione ordinata delle diverse forze educative. Queste
forze sono tutte necessarie, anche se ciascuna può e deve intervenire con
una sua competenza e con un suo contributo propri (cfr. «Gravissimum
Educationis», 3).
Il compito educativo della famiglia cristiana ha perciò un posto
assai importante nella pastorale organica: ciò implica una nuova forma di
collaborazione tra i genitori e le comunità cristiane, tra i diversi
gruppi educativi e i pastori. In questo senso il rinnovamento della scuola
cattolica deve riservare una speciale attenzione sia ai genitori degli
alunni sia alla formazione di una perfetta comunità educante.
Dev'essere assolutamente assicurato il diritto dei genitori alla
scelta di un'educazione conforme alla loro fede religiosa.
Lo Stato e la Chiesa hanno l'obbligo di dare alle famiglie tutti
gli aiuti possibili, affinché possano adeguatamente esercitare i loro
compiti educativi. Per questo sia la Chiesa sia lo Stato devono creare e
promuovere quelle istituzioni ed attività, che le famiglie giustamente
richiedono: e l'aiuto dovrà essere proporzionato alle insufficienze delle
famiglie. Pertanto, tutti coloro che nella società sono alla guida delle
scuole non devono mai dimenticare che i genitori sono stati costituiti da
Dio stesso come primi e principali educatori dei figli, e che il loro
diritto è del tutto inalienabile.
Ma complementare al diritto, si pone il grave dovere dei genitori
di impegnarsi a fondo in un rapporto cordiale e fattivo con gli insegnanti
ed i dirigenti delle scuole.
Se nelle scuole si insegnano ideologie contrarie alla fede
cristiana, la famiglia insieme ad altre famiglie, possibilmente mediante
forme associative familiari, deve con tutte le forze e con sapienza
aiutare i giovani a non allontanarsi dalla fede. In questo caso la
famiglia ha bisogno di aiuti speciali da parte dei pastori d'anime, i
quali non dovranno dimenticare che i genitori hanno l'inviolabile diritto
di affidare i loro figli alla comunità ecclesiale.
Un servizio molteplice alla vita
41. Il fecondo amore coniugale si esprime in un servizio alla vita
dalle forme molteplici, delle quali la generazione e l'educazione sono
quelle più immediate, proprie ed insostituibili. In realtà, ogni atto di
vero amore verso l'uomo testimonia e perfeziona la fecondità spirituale
della famiglia perché è obbedienza al dinamismo interiore profondo
dell'amore come donazione di sé agli altri.
A questa prospettiva, per tutti ricca di valore e di impegno,
sapranno ispirarsi in particolare quei coniugi che fanno l'esperienza
della sterilità fisica.
Le famiglie cristiane che nella fede riconoscono tutti gli uomini
come figli del comune Padre dei cieli, verranno generosamente incontro ai
figli delle altre famiglie, sostenendoli ed amandoli non come estranei, ma
come membri dell'unica famiglia dei figli di Dio. I genitori cristiani
potranno così allargare il loro amore al di là dei vincoli della carne e
del sangue, alimentando i legami che si radicano nello spirito e che si
sviluppano nel servizio concreto ai figli di altre famiglie, spesso
bisognosi delle cose più necessarie.
Le famiglie cristiane sapranno vivere una maggiore disponibilità
verso l'adozione e l'affidamento di quei figli che sono privati dei
genitori o da essi abbandonati: mentre questi bambini, ritrovando il
valore affettivo di una famiglia, possono fare esperienza dell'amorevole e
provvida paternità di Dio, testimoniata dai genitori cristiani, e così
crescere con serenità e fiducia nella vita, la famiglia intera sarà
arricchita dai valori spirituali di una più ampia fraternità.
La fecondità delle famiglie deve conoscere una sua incessante «creatività»,
frutto meraviglioso dello Spirito di Dio che spalanca gli occhi del cuore
per scoprire le nuove necessità e sofferenze della nostra società, e che
infonde coraggio per assumerle e darvi risposta. In questo quadro si
presenta alle famiglie un vastissimo campo d'azione: infatti, ancor più
preoccupante dell'abbandono dei bambini è oggi il fenomeno
dell'emarginazione sociale e culturale, che duramente colpisce anziani,
ammalati, handicappati, tossicodipendenti, ex carcerati, ecc.
In tal modo si dilata enormemente l'orizzonte della paternità e
della maternità delle famiglie cristiane: il loro amore spiritualmente
fecondo è sfidato da queste e da tante altre urgenze del nostro tempo.
Con le famiglie e per mezzo loro, il Signore Gesù continua ad avere «compassione»
delle folle.
III. La partecipazione allo sviluppo della società
La famiglia prima e vitale cellula della società
42. «Poiché il Creatore di tutte le cose ha costituito il
matrimonio quale principio e fondamento dell'umana società», la famiglia
e divenuta la «prima e vitale cellula della società» («Apostolicam
Actuositatem», 11).
La famiglia possiede vincoli vitali e organici con la società,
perché ne costituisce il fondamento e l'alimento continuo mediante il suo
compito di servizio alla vita: dalla famiglia infatti nascono i cittadini
e nella famiglia essi trovano la prima scuola di quelle virtù sociali,
che sono l'anima della vita e dello sviluppo della società stessa.
Così in forza della sua natura e vocazione, lungi dal
rinchiudersi in se stessa, la famiglia si apre alle altre famiglie e alla
società, assumendo il suo compito sociale.
La vita familiare come esperienza di comunione e di
partecipazione
43. La stessa esperienza di comunione e di partecipazione, che
deve caratterizzare la vita quotidiana della famiglia, rappresenta il suo
primo e fondamentale contributo alla società.
Le relazioni tra i membri della comunità familiare sono ispirate
e guidate dalla legge della «gratuità» che, rispettando e favorendo in
tutti e in ciascuno la dignità personale come unico titolo di valore,
diventa accoglienza cordiale, incontro e dialogo, disponibilità
disinteressata, servizio generoso, solidarietà profonda.
Così la promozione di un'autentica e matura comunione di persone
nella famiglia diventa prima e insostituibile scuola di socialità,
esempio e stimolo per i più ampi rapporti comunitari all'insegna del
rispetto, della giustizia, del dialogo, dell'amore.
In tal modo, come hanno ricordato i Padri Sinodali, la famiglia
costituisce il luogo nativo e lo strumento più efficace di umanizzazione
e di personalizzazione della società: essa collabora in un modo originale
e profondo alla costruzione del mondo, rendendo possibile una vita
propriamente umana, in particolare custodendo e trasmettendo le virtù e i
«valori». Come scrive il Concilio Vaticano II, nella famiglia «le
diverse generazioni si incontrano e si aiutano vicendevolmente a
raggiungere una saggezza umana più completa e a comporre i diritti delle
persone con le altre esigenze della vita sociale («Gaudium et Spes», 52)
Di conseguenza, di fronte ad una società che rischia di essere
sempre più spersonalizzata e massificata, e quindi disumana e
disumanizzante, con le risultanze negative di tante forme di «evasione»
- come sono, ad esempio, l'alcoolismo, la droga e lo stesso terrorismo -,
la famiglia possiede e sprigiona ancora oggi energie formidabili capaci di
strappare l'uomo dall'anonimato, di mantenerlo cosciente della sua dignità
personale, di arricchirlo di profonda umanità e di inserirlo, attivamente
con la sua unicità e irripetibilità nel tessuto della società.
Compito sociale e politico
44. Il compito sociale della famiglia non può certo fermarsi
all'opera procreativa ed educativa, anche se trova in essa la sua prima ed
insostituibile forma di espressione.
Le famiglie, sia singole che associate, possono e devono pertanto
dedicarsi a molteplici opere di servizio sociale, specialmente a vantaggio
dei poveri, e comunque di tutte quelle persone e situazioni che
l'organizzazione previdenziale ed assistenziale delle pubbliche autorità
non riesce a raggiungere.
Il contributo sociale della famiglia ha una sua originalità, che
domanda di essere meglio conosciuta e più decisamente favorita,
soprattutto man mano che i figli crescono, coinvolgendo di fatto il più
possibile tutti i membri (cfr. «Apostolicam Actuositatem», 11).
In particolare è da rilevare l'importanza sempre più grande che
nella nostra società assume l'ospitalità, in tutte le sue forme,
dall'aprire la porta della propria casa e ancor più del proprio cuore
alle richieste dei fratelli, all'impegno concreto di assicurare ad ogni
famiglia la sua casa, come ambiente naturale che la conserva e la fa
crescere. Soprattutto la famiglia cristiana è chiamata ad ascoltare la
raccomandazione dell'apostolo: «Siate... premurosi nell'ospitalità» (Rm
12,13), e quindi ad attuare, imitando l'esempio e condividendo la carità
di Cristo, l'accoglienza del fratello bisognoso: «Chi avrà dato anche
solo un bicchiere di acqua fresca ad uno di questi piccoli, perché è mio
discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa» (Mt
10,42).
Il compito sociale delle famiglie è chiamato ad esprimersi anche
in forma di intervento politico: le famiglie, cioè, devono per prime
adoperarsi affinché le leggi e le istituzioni dello Stato non solo non
offendano, ma sostengano e difendano positivamente i diritti e i doveri
della famiglia. In tal senso le famiglie devono crescere nella coscienza
di essere «protagoniste» della cosiddetta «politica familiare» ed
assumersi la responsabilità di trasformare la società: diversamente le
famiglie saranno le prime vittime di quei mali, che si sono limitate ad
osservare con indifferenza. L'appello del Concilio Vaticano II a superare
l'etica individualistica ha perciò valore anche per la famiglia come tale
(cfr.
«Gaudium et Spes»,
30).
La società al servizio della famiglia
45. L'intima connessione tra la famiglia e la società, come esige
l'apertura e la partecipazione della famiglia alla società e al suo
sviluppo, così impone che la società non venga mai meno al suo
fondamentale compito di rispettare e di promuovere la famiglia stessa.
Certamente la famiglia e la società hanno una funzione
complementare nella difesa e nella promozione del bene di tutti gli uomini
e di ogni uomo. Ma la società, e più specificamente lo Stato, devono
riconoscere che la famiglia è «una società che gode di un diritto
proprio e primordiale» («Dignitatis Humanae», 5), e quindi nelle loro
relazioni con la famiglia sono gravemente obbligati ad attenersi al
principio di sussidiarietà.
In forza di tale principio lo Stato non può né deve sottrarre
alle famiglie quei compiti che esse possono ugualmente svolgere bene da
sole o liberamente associate, ma positivamente favorire e sollecitare al
massimo l'iniziativa responsabile delle famiglie. Convinte che il bene
della famiglia costituisce un valore indispensabile e irrinunciabile della
comunità civile, le autorità pubbliche devono fare il possibile per
assicurare alle famiglie tutti quegli aiuti - economici, sociali,
educativi, politici, culturali - di cui hanno bisogno per far fronte in
modo umano a tutte le loro responsabilità.
La carta dei diritti della famiglia
46. L'ideale di una reciproca azione di sostegno e di sviluppo tra
la famiglia e la società si scontra spesso, e in termini assai gravi, con
la realtà di una loro separazione, anzi di una loro contrapposizione.
In effetti, come ha continuamente denunciato il Sinodo, la
situazione che tantissime famiglie di diversi Paesi incontrano è molto
problematica, se non addirittura decisamente negativa: istituzioni e leggi
misconoscono ingiustamente i diritti inviolabili della famiglia e della
stessa persona umana, e la società, lungi dal porsi al servizio della
famiglia, la aggredisce con violenza nei suoi valori e nelle sue esigenze
fondamentali. E così la famiglia che, secondo il disegno di Dio, è
cellula base della società, soggetto di diritti e doveri prima dello
Stato e di qualunque altra comunità, si trova ad essere vittima della
società, dei ritardi e delle lentezze dei suoi interventi e ancor più
delle sue palesi ingiustizie.
Per questo la Chiesa difende apertamente e fortemente i diritti
della famiglia dalle intollerabili usurpazioni della società e dello
Stato. In particolare, i Padri Sinodali hanno ricordato, tra gli altri, i
seguenti diritti della famiglia:
-
di
esistere e di progredire come famiglia, cioè il diritto di ogni uomo,
specialmente anche se povero, a fondare una famiglia e ad avere i
mezzi adeguati per sostenerla;
-
di
esercitare la propria responsabilità nell'ambito della trasmissione
della vita e di educare i figli;
-
dell'intimità
della vita coniugale e familiare;
-
della
stabilità del vincolo e dell'istituto matrimoniale;
-
di
credere e di professare la propria fede, e di diffonderla;
-
di
educare i figli secondo le proprie tradizioni e valori religiosi e
culturali, con gli strumenti, i mezzi e le istituzioni necessarie;
-
di
ottenere la sicurezza fisica, sociale, politica, economica,
specialmente dei poveri e degli infermi;
-
il
diritto all'abitazione adatta a condurre convenientemente la vita
familiare;
-
di
espressione e di rappresentanza davanti alle pubbliche autorità
economiche, sociali e culturali e a quelle inferiori, sia direttamente
sia attraverso associazioni
-
di
creare associazioni con altre famiglie e istituzioni, per svolgere in
modo adatto e sollecito il proprio compito;
-
di
proteggere i minorenni mediante adeguate istituzioni e legislazioni da
medicinali dannosi, dalla pornografia, dall'alcoolismo, ecc.;
-
di
un onesto svago che favorisca anche i valori della famiglia;
-
il
diritto degli anziani ad una vita degna e ad una morte dignitosa;
-
il
diritto di emigrare come famiglie per cercare una vita migliore (Propositio
42).
La Santa Sede, accogliendo l'esplicita richiesta del Sinodo, avrà
cura di approfondire tali suggerimenti, elaborando una «carta dei diritti
della famiglia» da proporre agli ambienti e alle Autorità interessate.
Grazia e responsabilità della famiglia cristiana
47. Il compito sociale proprio di ogni famiglia compete, ad un
titolo nuovo ed originale alla famiglia cristiana, fondata sul sacramento
del matrimonio. Assumendo la realtà umana dell'amore coniugale in tutte
le implicazioni, il sacramento abilita e impegna i coniugi e i genitori
cristiani a vivere la loro vocazione di laici, e pertanto a «cercare il
regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio» («Lumen
Gentium», 31).
Il compito sociale e politico rientra in quella missione regale o
di servizio, alla quale gli sposi cristiani partecipano in forza del
sacramento del matrimonio, ricevendo ad un tempo un comandamento al quale
non possono sottrarsi ed una grazia che li sostiene e li stimola.
In tal modo la famiglia cristiana è chiamata ad offrire a tutti
la testimonianza di una dedizione generosa e disinteressata ai problemi
sociali, mediante la «scelta preferenziale» dei poveri e degli
emarginati. Perciò essa, progredendo nella sequela del Signore mediante
una speciale dilezione verso tutti i poveri, deve avere a cuore
specialmente gli affamati, gli indigenti, gli anziani, gli ammalati, i
drogati, i senza famiglia.
Per un nuovo ordine internazionale
48. Di fronte alla dimensione mondiale che oggi caratterizza i
vari problemi sociali, la famiglia vede allargarsi in modo del tutto nuovo
il suo compito verso lo sviluppo della società: si tratta di cooperare
anche ad un nuovo ordine internazionale, perché solo nella solidarietà
mondiale si possono affrontare e risolvere gli enormi e drammatici
problemi della giustizia nel mondo, della libertà dei popoli, della pace
dell'umanità.
La comunione spirituale delle famiglie cristiane, radicate nella
fede e speranza comuni e vivificate dalla carità, costituisce
un'interiore energia che origina, diffonde e sviluppa giustizia,
riconciliazione, fraternità e pace tra gli uomini. In quanto «piccola
Chiesa», la famiglia cristiana è chiamata, a somiglianza della «grande
Chiesa», ad essere segno di unità per il mondo e ad esercitare in tal
modo il suo ruolo profetico testimoniando il Regno e la pace di Cristo,
verso cui il mondo intero è in cammino.
Le famiglie cristiane potranno far questo sia mediante la loro
opera educativa, offrendo cioè ai figli un modello di vita fondato sui
valori della verità, della libertà, della giustizia e dell'amore, sia
con un attivo e responsabile impegno per la crescita autenticamente umana
della società e delle sue istituzioni, sia col sostenere in vario modo le
associazioni specificamente dedicate ai problemi dell'ordine
internazionale.
IV. La partecipazione alla vita e alla missione della Chiesa
La famiglia nel mistero della Chiesa
49. Tra i compiti fondamentali della famiglia cristiana si pone il
compito ecclesiale: essa, cioè, è posta al servizio dell'edificazione
del Regno di Dio nella storia, mediante la partecipazione alla vita e alla
missione della Chiesa.
Per meglio comprendere i fondamenti, i contenuti e le
caratteristiche di tale partecipazione, occorre approfondire i molteplici
e profondi vincoli che legano tra loro la Chiesa e la famiglia cristiana,
e costituiscono quest'ultima come «una Chiesa in miniatura» (Ecclesia
domestica) (cfr. «Lumen Gentium», 11; «Apostolicam Actuositatem», 11;
Giovanni Paolo PP II, Omelia per l'apertura del VI Sinodo dei Vescovi, 3
[26 Settembre 1980]: AAS 72 [1980] 1008), facendo sì che questa, a suo
modo, sia viva immagine e storica ripresentazione del mistero stesso della
Chiesa.
E' anzitutto la Chiesa Madre che genera, educa, edifica la
famiglia cristiana, mettendo in opera nei suoi riguardi la missione di
salvezza che ha ricevuto dal suo Signore. Con l'annuncio della Parola di
Dio, la Chiesa rivela alla famiglia cristiana la sua vera identità, ciò
che essa è e deve essere secondo il disegno del Signore; con la
celebrazione dei sacramenti, la Chiesa arricchisce e corrobora la famiglia
cristiana con la grazia di Cristo in ordine alla sua santificazione per la
gloria del Padre; con la rinnovata proclamazione del comandamento nuovo
della carità, la Chiesa anima e guida la famiglia cristiana al servizio
dell'amore, affinché imiti e riviva lo stesso amore di donazione e di
sacrificio, che il Signore Gesù nutre per l'umanità intera.
A sua volta la famiglia cristiana è inserita a tal punto nel
mistero della Chiesa da diventare partecipe, a suo modo, della missione di
salvezza propria di questa: i coniugi e i genitori cristiani, in virtù
del sacramento, «hanno nel loro stato di vita e nella loro funzione, il
proprio dono in mezzo al Popolo di Dio» («Lumen Gentium», 11). Perciò
non solo «ricevono» l'amore di Cristo diventando comunità «salvata»,
ma sono anche chiamati a «trasmettere» ai fratelli il medesimo amore di
Cristo, diventando così comunità «salvante». In tal modo, mentre è
frutto e segno della fecondità soprannaturale della Chiesa, la famiglia
cristiana è resa simbolo, testimonianza, partecipazione della maternità
della Chiesa (cfr. ibid. 41).
Un compito ecclesiale proprio e originale
50. La famiglia cristiana è chiamata a prendere parte viva e
responsabile alla missione della Chiesa in modo proprio e originale,
ponendo cioè al servizio della Chiesa e della società se stessa nel suo
essere ed agire, in quanto intima comunità di vita e di amore.
Se la famiglia cristiana è comunità, i cui vincoli sono
rinnovati da Cristo mediante la fede e i sacramenti, la sua partecipazione
alla missione della Chiesa deve avvenire secondo una modalità
comunitaria: insieme, dunque, i coniugi in quanto coppia, i genitori e i
figli in quanto famiglia, devono vivere il loro servizio alla Chiesa e al
mondo. Devono essere nella fede «un cuore solo e un'anima sola» (cfr. At
4,32), mediante il comune spirito apostolico che li anima e la
collaborazione che li impegna nelle opere di servizio alla comunità
ecclesiale e civile.
La famiglia cristiana, poi, edifica il Regno di Dio nella storia
mediante quelle stesse realtà quotidiane che riguardano e
contraddistinguono la sua condizione di vita; è allora nell'amore
coniugale e familiare - vissuto nella sua straordinaria ricchezza di
valori ed esigenze di totalità, unicità, fedeltà e fecondità (cfr.
Paolo PP. VI «Humanae Vitae», 9) - che si esprime e si realizza la
partecipazione della famiglia cristiana alla missione profetica,
sacerdotale e regale di Gesù Cristo e della sua Chiesa: l'amore e la vita
costituiscono pertanto il nucleo della missione salvifica della famiglia
cristiana nella Chiesa e per la Chiesa.
Lo ricorda il Concilio Vaticano II quando scrive: «La famiglia
metterà con generosità in comune con le altre famiglie le proprie
ricchezze spirituali. Perciò la famiglia cristiana che nasce dal
matrimonio, come immagine e partecipazione del patto di amore del Cristo e
della Chiesa, renderà manifesta a tutti la viva presenza del Salvatore
del mondo e la genuina natura della Chiesa, sia con l'amore, la fecondità
generosa, l'unità e la fedeltà degli sposi che con l'amorevole
cooperazione di tutti i suoi membri» («Gaudium et Spes», 48)
Posto così il fondamento della partecipazione della famiglia
cristiana alla missione ecclesiale, è ora da illustrare il suo contenuto
nel triplice e unitario riferimento a Gesù Cristo Profeta, Sacerdote e
Re, presentando perciò la famiglia cristiana come 1) comunità credente
ed evangelizzante, 2) comunità in dialogo con Dio, 3) comunità al
servizio dell'uomo.
1) La famiglia cristiana comunità credente ed evangelizzante
La fede scoperta e ammirazione del disegno di Dio sulla
famiglia
51. Partecipe della vita e della missione della Chiesa, la quale
sta in religioso ascolto della Parola di Dio e la proclama con ferma
fiducia (cfr. «Dei Verbum», 1), la famiglia cristiana vive il suo
compito profetico accogliendo e annunciando la Parola di Dio: diventa così,
ogni giorno di più, comunità credente ed evangelizzante.
Anche agli sposi e ai genitori cristiani è chiesta l'obbedienza
della fede (cfr. Rm 16,26): sono chiamati ad accogliere la Parola del
Signore, che ad essi rivela la stupenda novità - la Buona Novella - della
loro vita coniugale e familiare, resa da Cristo santa e santificante.
Infatti, soltanto nella fede essi possono scoprire e ammirare in gioiosa
gratitudine a quale dignità Dio abbia voluto elevare il matrimonio e la
famiglia, costituendoli segno e luogo dell'alleanza d'amore tra Dio e gli
uomini, tra Gesù Cristo e la Chiesa sua sposa.
Già la stessa preparazione al matrimonio cristiano si qualifica
come itinerario di fede: si pone, infatti, come privilegiata occasione
perché i fidanzati riscoprano e approfondiscano la fede ricevuta col
Battesimo e nutrita con l'educazione cristiana. In tal modo riconoscono e
liberamente accolgono la vocazione a vivere la sequela di Cristo e il
servizio del Regno di Dio nello stato matrimoniale.
Il momento fondamentale della fede degli sposi è dato dalla
celebrazione del sacramento del matrimonio, che nella sua profonda natura
è la proclamazione, nella Chiesa, della Buona Novella sull'amore
coniugale: esso è Parola di Dio che «rivela» e «compie» il progetto
sapiente e amoroso che Dio ha sugli sposi, introdotti nella misteriosa e
reale partecipazione all'amore stesso di Dio per l'umanità. Se in se
stessa la celebrazione sacramentale del matrimonio è proclamazione della
Parola di Dio, in quanti sono a vario titolo protagonisti e celebranti
deve essere una «professione di fede» fatta entro e con la Chiesa,
comunità di credenti.
Questa professione di fede richiede di essere prolungata nel corso
della vita vissuta degli sposi e della famiglia: Dio, infatti, che ha
chiamato gli sposi «al» matrimonio, continua a chiamarli «nel»
matrimonio (cfr. Paolo PP. VI «Humanae Vitae», 25). Dentro e attraverso
i fatti, i problemi, le difficoltà, gli avvenimenti dell'esistenza di
tutti i giorni, Dio viene ad essi rivelando e proponendo le «esigenze»
concrete della loro partecipazione all'amore di Cristo per la Chiesa in
rapporto alla particolare situazione - familiare, sociale ed ecclesiale -
nella quale si trovano.
La scoperta e l'obbedienza al disegno di Dio devono farsi «insieme»
dalla comunità coniugale e familiare, attraverso la stessa esperienza
umana dell'amore vissuto nello Spirito di Cristo tra gli sposi, tra i
genitori e i figli.
Per questo, come la grande Chiesa, così anche la piccola Chiesa
domestica ha bisogno di essere continuamente e intensamente evangelizzata:
da qui il suo dovere di educazione permanente nella fede.
Il ministero di evangelizzazione della famiglia cristiana
52. Nella misura in cui la famiglia cristiana accoglie il Vangelo
e matura nella fede diventa comunità evangelizzante. Riascoltiamo Paolo
VI: «La famiglia, come la Chiesa, deve essere uno spazio in cui il
Vangelo è trasmesso e da cui il Vangelo si irradia. Dunque nell'intimo di
una famiglia cosciente di questa missione tutti i componenti evangelizzano
e sono evangelizzati. I genitori non soltanto comunicano ai figli il
Vangelo, ma possono ricevere da loro lo stesso Vangelo profondamente
vissuto. E una simile famiglia diventa evangelizzatrice di molte altre
famiglie e dell'ambiente nel quale è inserita» («Evangelii Nuntiandi»,
71).
Come ha ripetuto il Sinodo, riprendendo il mio appello lanciato a
Puebla, la futura evangelizzazione dipende in gran parte dalla Chiesa
domestica (cfr. Discorso alla III Assemblea Generale dei Vescovi
dell'America Latina, IV, a [28 Gennaio 1979]: AAS 71 [1979] 204). Questa
missione apostolica della famiglia è radicata nel battesimo e riceve
dalla grazia sacramentale del matrimonio una nuova forza per trasmettere
la fede. per santificare e trasformare l'attuale società secondo il
disegno di Dio.
La famiglia cristiana, soprattutto oggi, ha una speciale vocazione
ad essere testimone dell'alleanza pasquale di Cristo, mediante la costante
irradiazione della gioia dell'amore e della sicurezza della speranza,
della quale deve rendere ragione: «La famiglia cristiana proclama ad alta
voce e le virtù presenti del Regno di Dio e la speranza della vita beata»
(«Lumen Gentium», 35).
L'assoluta necessità della catechesi familiare emerge con
singolare forza in determinate situazioni, che la Chiesa purtroppo
registra in diversi luoghi: «Laddove una legislazione antireligiosa
pretende persino di impedire l'educazione alla fede, laddove una diffusa
miscredenza o un invadente secolarismo rendono praticamente impossibile
una vera crescita religiosa, questa che si potrebbe chiamare "Chiesa
domestica" resta l'unico ambiente, in cui fanciulli e giovani possono
ricevere una autentica catechesi» (Giovanni Paolo PP. II «Catechesi
Tradendae», 68).
Un servizio ecclesiale
53. Il ministero di evangelizzazione dei genitori cristiani è
originale e insostituibile: assume le connotazioni tipiche della vita
familiare, intessuta come dovrebbe essere d'amore, di semplicità, di
concretezza e di testimonianza quotidiana (cfr. ibid. 36).
La famiglia deve formare i figli alla vita, in modo che ciascuno
adempia in pienezza il suo compito secondo la vocazione ricevuta da Dio.
Infatti, la famiglia che è aperta ai valori trascendenti, che serve i
fratelli nella gioia, che adempie con generosa fedeltà i suoi compiti ed
è consapevole della sua quotidiana partecipazione al mistero della Croce
gloriosa di Cristo, diventa il primo e il miglior seminario della
vocazione alla vita di consacrazione al Regno di Dio.
Il ministero di evangelizzazione e di catechesi dei genitori deve
accompagnare la vita dei figli anche negli anni della loro adolescenza e
giovinezza, quando questi, come spesso avviene, contestano o addirittura
rifiutano la fede cristiana ricevuta nei primi anni della loro vita. Come
nella Chiesa l'opera di evangelizzazione non va mai disgiunta dalla
sofferenza dell'apostolo, così nella famiglia cristiana i genitori devono
affrontare con coraggio e con grande serenità d'animo le difficoltà, che
il loro ministero di evangelizzazione alcune volte incontra negli stessi
figli.
Non si dovrà dimenticare che il servizio svolto dai coniugi e dai
genitori cristiani in favore del Vangelo è essenzialmente un servizio
ecclesiale, rientra cioè nel contesto dell'intera Chiesa quale comunità
evangelizzata ed evangelizzante. In quanto radicato e derivato dall'unica
missione della Chiesa ed in quanto ordinato all'edificazione dell'unico
Corpo di Cristo (cfr. 1Cor 12,4ss; Ef 4,12s), il ministero di
evangelizzazione e di catechesi della Chiesa domestica deve restare in
intima comunione e deve responsabilmente armonizzarsi con tutti gli altri
servizi di evangelizzazione e di catechesi, presenti e operanti nella
comunità ecclesiale, sia diocesana sia parrocchiale.
Predicare il Vangelo ad ogni creatura
54. L'universalità senza frontiere è l'orizzonte proprio
dell'evangelizzazione, interiormente animata dallo slancio missionario: è
infatti la risposta alla esplicita ed inequivocabile consegna di Cristo:
«Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura» (Mc
16,15).
Anche la fede e la missione evangelizzatrice della famiglia
cristiana posseggono questo respiro missionario cattolico. Il sacramento
del matrimonio, che riprende e ripropone il compito, radicato nel
battesimo e nella cresima, di difendere e diffondere la fede (cfr. «Lumen
Gentium», 11), costituisce i coniugi e i genitori cristiani testimoni di
Cristo «fino agli estremi confini della terra» (At 1,8), veri e propri
«missionari» dell'amore e della vita.
Una certa forma di attività missionaria può essere svolta già
all'interno della famiglia. Ciò avviene quando qualche componente di essa
non ha la fede o non la pratica con coerenza. In tale caso i congiunti
devono offrirgli una testimonianza vissuta della loro fede, che lo stimoli
e lo sostenga nel cammino verso la piena adesione a Cristo Salvatore (cfr.
1Pt 3,1s).
Animata dallo spirito missionario già al proprio interno, la
Chiesa domestica è chiamata ad essere un segno luminoso della presenza di
Cristo e del suo amore anche per i «lontani», per le famiglie che non
credono ancora e per le stesse famiglie cristiane che non vivono più in
coerenza con la fede ricevuta: è chiamata «col suo esempio e con la sua
testimonianza» a illuminare «quelli che cercano la verità» (cfr. «Lumen
Gentium», 35; «Apostolicam Actuositatem», 11).
Come già agli albori del cristianesimo Aquila e Priscilla si
presentavano come coppia missionaria (cfr. At 18; Rm 16,3s), così oggi la
Chiesa testimonia la sua incessante novità e fioritura con la presenza di
coniugi e di famiglie cristiane che, almeno per un certo periodo di tempo,
vanno nelle terre di missione ad annunciare il Vangelo, servendo l'uomo
con l'amore di Gesù Cristo.
Le famiglie cristiane portano un particolare contributo alla causa
missionaria della Chiesa coltivando le vocazioni missionarie in mezzo ai
loro figli e figlie (cfr. «Ad Gentes», 39) e, più generalmente, con
un'opera educativa che fa «disporre i loro figli, fin dalla giovinezza, a
riconoscere l'amore di Dio verso tutti gli uomini» («Apostolicam
Actuositatem», 30).
2) La famiglia cristiana comunità in dialogo con Dio
Il santuario domestico della Chiesa
55. L'annuncio del Vangelo e la sua accoglienza nella fede
raggiungono la loro pienezza nella celebrazione sacramentale. La Chiesa,
comunità credente ed evangelizzante, e anche popolo sacerdotale,
rivestito cioè della dignità e partecipe della potestà di Cristo
Sacerdote Sommo della Nuova ed Eterna Alleanza.
(cfr. «Lumen
Gentium», 10).
Anche la famiglia cristiana è inserita nella Chiesa, popolo
sacerdotale: mediante il sacramento del matrimonio, nel quale è radicata
e da cui trae alimento, essa viene continuamente vivificata dal Signore
Gesù, e da Lui chiamata e impegnata al dialogo con Dio mediante la vita
sacramentale, l'offerta della propria esistenza e la preghiera.
E' questo il compito sacerdotale che la famiglia cristiana può e
deve esercitare in intima comunione con tutta la Chiesa, attraverso le
realtà quotidiane della vita coniugale e familiare: in tal modo la
famiglia cristiana è chiamata a santificarsi ed a santificare la comunità
ecclesiale e il mondo.
Il matrimonio sacramento di mutua santificazione e atto di
culto
56. Fonte propria e mezzo originale di santificazione per i
coniugi e per la famiglia cristiana è il sacramento del matrimonio, che
riprende e specifica la grazia santificante del battesimo. In virtù del
mistero della morte e risurrezione di Cristo, entro cui il matrimonio
cristiano nuovamente inserisce, l'amore coniugale viene purificato e
santificato: «il Signore si è degnato di sanare ed elevare questo amore
con uno speciale dono di grazia e di carità» («Gaudium et Spes», 49).
Il dono di Gesù Cristo non si esaurisce nella celebrazione del
sacramento del matrimonio, ma accompagna i coniugi lungo tutta la loro
esistenza. Lo ricorda esplicitamente il Concilio Vaticano II, quando dice
che Gesù Cristo «rimane con loro perché, come Egli stesso ha amato la
Chiesa e si è dato per lei, così anche i coniugi possano amarsi l'un
l'altro fedelmente, per sempre, con mutua dedizione... Per questo motivo i
coniugi cristiani sono corroborati e sono consacrati da uno speciale
sacramento per i doveri e la dignità del loro stato. Ed essi, compiendo
in forza di tale sacramento il loro dovere coniugale e familiare,
penetrati dallo Spirito di Cristo, per mezzo del quale tutta la loro vita
è pervasa di fede, speranza e carità, tendono a raggiungere sempre più
la propria perfezione e la mutua santificazione, e perciò partecipano
alla glorificazione di Dio («Gaudium et Spes», 48).
La vocazione universale alla santità è rivolta anche ai coniugi
e ai genitori cristiani: viene per essi specificata dal sacramento
celebrato e tradotta concretamente nelle realtà proprie della esistenza
coniugale e familiare («Lumen Gentium», 41). Nascono di qui la grazia e
l'esigenza di una autentica e profonda spiritualità coniugale e
familiare, che si ispiri ai motivi della creazione, dell'alleanza, della
Croce, della risurrezione e del segno, sui quali più volte si è
soffermato il Sinodo.
Il matrimonio cristiano, come tutti i sacramenti che «sono
ordinati alla santificazione degli uomini, alla edificazione del Corpo di
Cristo, e, infine a rendere culto a Dio» («Sacrosantum Concilium», 59),
è in se stesso un atto liturgico di glorificazione di Dio in Gesù Cristo
e nella Chiesa: celebrandolo, i coniugi cristiani professano la loro
gratitudine a Dio per il sublime dono ad essi elargito di poter rivivere
nella loro esistenza coniugale e familiare l'amore stesso di Dio per gli
uomini e del Signore Gesù per la Chiesa sua sposa.
E come dal sacramento derivano ai coniugi il dono dell'obbligo di
vivere quotidianamente la santificazione ricevuta, così dallo stesso
sacramento discendono la grazia e l'impegno morale di trasformare tutta la
loro vita in un continuo «sacrificio spirituale» (cfr. 1Pt 2,5; «Lumen
Gentium», 34). Anche agli sposi e ai genitori cristiani, in particolare
per quelle realtà terrene e temporali che li caratterizzano, si applicano
le parole del Concilio: «Così anche i laici, in quanto adoratori
dappertutto santamente operanti, consacrano a Dio il mondo stesso» («Lumen
Gentium», 34).
Matrimonio ed Eucaristia
57. II compito di santificazione della famiglia cristiana ha la
sua prima radice nel battesimo e la sua massima espressione
nell'Eucaristia, alla quale è intimamente legato il matrimonio cristiano.
Il Concilio Vaticano II ha voluto richiamare la speciale relazione che
esiste tra l'Eucaristia e il matrimonio, chiedendo che questo «in via
ordinaria si celebri nella Messa» («Sacrosantum Concilum», 78):
riscoprire e approfondire tale relazione è del tutto necessario, se si
vogliono comprendere e vivere con maggior intensità le grazie e le
responsabilità del matrimonio e della famiglia cristiana.
L'Eucaristia è la fonte stessa del matrimonio cristiano. Il
sacrificio eucaristico, infatti, ripresenta l'alleanza di amore di Cristo
con la Chiesa, in quanto sigillata con il sangue della sua Croce (cfr. Gv
19,34). E' in questo sacrificio della Nuova ed Eterna Alleanza che i
coniugi cristiani trovano la radice dalla quale scaturisce, è
interiormente plasmata e continuamente vivificata la loro alleanza
coniugale. In quanto ripresentazione del sacrificio d'amore di Cristo per
la Chiesa, l'Eucaristia è sorgente di carità. E nel dono eucaristico
della carità la famiglia cristiana trova il fondamento e l'anima della
sua «comunione» e della sua «missione»: il Pane eucaristico fa dei
diversi membri della comunità familiare un unico corpo, rivelazione e
partecipazione della più ampia unità della Chiesa; la partecipazione poi
al Corpo «dato» e al Sangue «versato» di Cristo diventa inesauribile
sorgente del dinamismo missionario ed apostolico della famiglia cristiana.
Il Sacramento della conversione e della riconciliazione
58. Parte essenziale e permanente del compito di santificazione
della famiglia cristiana è l'accoglienza dell'appello evangelico alla
conversione rivolto a tutti i cristiani, che non sempre rimangono fedeli
alla «novità» di quel battesimo, che li ha costituiti «santi». Anche
la famiglia cristiana non è sempre coerente con la legge della grazia e
della santità battesimale, proclamata nuovamente dal sacramento del
matrimonio.
Il pentimento e il perdono vicendevole in seno alla famiglia
cristiana, che tanta parte hanno nella vita quotidiana, trovano il momento
sacramentale specifico nella penitenza cristiana. A riguardo dei coniugi
così scriveva Paolo VI nell'enciclica «Humanae vitae»: «Se il peccato
facesse ancora presa su di loro, non si scoraggino, ma ricorrano con umile
perseveranza alla misericordia di Dio, che viene elargita con abbondanza
nel sacramento della penitenza» (num. 25).
La celebrazione di questo sacramento acquista un significato
particolare per la vita familiare: mentre nella fede scoprono come il
peccato contraddice non solo all'alleanza con Dio ma anche all'alleanza
dei coniugi e alla comunione della famiglia, gli sposi e tutti i membri
della famiglia sono condotti all'incontro con Dio «ricco di misericordia»
(Ef 2,4), il quale, elargendo il suo amore che è più potente del peccato
(cfr. Giovanni Paolo PP: II «Dives in Misericordia», 13), ricostruisce e
perfeziona l'alleanza coniugale e la comunione familiare.
La preghiera familiare
59. La Chiesa prega per la famiglia cristiana e la educa a vivere
in generosa coerenza con il dono e il compito sacerdotale, ricevuti da
Cristo Sommo Sacerdote. In realtà, il sacerdozio battesimale dei fedeli,
vissuto nel matrimonio-sacramento, costituisce per i coniugi e per la
famiglia il fondamento di una vocazione e di una missione sacerdotale, per
la quale le loro esistenze quotidiane si trasformano in «sacrifici
spirituali graditi a Dio per mezzo di Gesù Cristo» (cfr. 1Pt 2,5): è
quanto avviene, non solo con la celebrazione dell'Eucaristia e degli altri
sacramenti e con l'offerta di se stessi alla gloria di Dio, ma anche con
la vita di preghiera, con il dialogo orante col Padre per Gesù Cristo
nello Spirito Santo.
La preghiera familiare ha sue caratteristiche. E' una preghiera
fatta in comune, marito e moglie insieme, genitori e figli insieme. La
comunione nella preghiera è, ad un tempo, frutto ed esigenza di quella
comunione che viene donata dai sacramenti del battesimo e del matrimonio.
Ai membri della famiglia cristiana si possono applicare in modo
particolare le parole con le quali il Signore Gesù promette la sua
presenza: «In verità vi dico ancora: se due di voi sopra la terra si
accorderanno per domandare qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli
ve la concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io
sono in mezzo a loro» (Mt 18,19s).
Tale preghiera ha come contenuto originale la stessa vita di
famiglia, che in tutte le sue diverse circostanze viene interpretata come
vocazione di Dio e attuata come risposta filiale al suo appello: gioie e
dolori, speranze e tristezze, nascite e compleanni, anniversari delle
nozze dei genitori, partenze, lontananze e ritorni, scelte importanti e
decisive, la morte di persone care, ecc. segnano l'intervento dell'amore
di Dio nella storia della famiglia, così come devono segnare il momento
favorevole per il rendimento di grazie, per l'implorazione, per
l'abbandono fiducioso della famiglia al comune Padre che sta nei cieli. La
dignità, poi, e la responsabilità della famiglia cristiana come Chiesa
domestica possono essere vissute solo con l'aiuto incessante di Dio, che
immancabilmente sarà concesso, se sarà implorato con umiltà e fiducia
nella preghiera.
Educatori di preghiera
60. In forza della loro dignità e missione, i genitori cristiani
hanno il compito specifico di educare i figli alla preghiera, di
introdurli nella progressiva scoperta del mistero di Dio e nel colloquio
con lui: «Soprattutto nella famiglia cristiana, arricchita della grazia e
della missione del matrimonio-sacramento, i figli fin dalla più tenera età
devono imparare a percepire il senso di Dio e a venerarlo e ad amare il
prossimo secondo la fede che hanno ricevuto nel battesimo» («Gravissimum
Educationis», 5; cfr. Giovanni Paolo PP. II «Catechesi Tradendae», 36).
Elemento fondamentale e insostituibile dell'educazione alla
preghiera è l'esempio concreto, la testimonianza viva dei genitori: solo
pregando insieme con i figli, il padre e la madre, mentre portano a
compimento il proprio sacerdozio regale, scendono in profondità nel cuore
dei figli, lasciando tracce che i successivi eventi della vita non
riusciranno a cancellare. Riascoltiamo l'appello che Paolo VI ha rivolto
ai genitori: «Mamme, le insegnate ai vostri bambini le preghiere del
cristiano? Li preparate, in consonanza con i sacerdoti, i vostri figli ai
sacramenti della prima età: confessione, comunione, cresima? Li abituate,
se ammalati, a pensare a Cristo sofferente? A invocare l'aiuto della
Madonna e dei santi? Lo dite il Rosario in famiglia? E voi, papà, sapete
pregare con i vostri figliuoli, con tutta la comunità domestica, almeno
qualche volta? L'esempio vostro, nella rettitudine del pensiero e
dell'azione, suffragato da qualche preghiera comune, vale una lezione di
vita, vale un atto di culto di singolare merito; portate così la pace
nelle pareti domestiche: "Pax huic domui!" Ricordate: così
costruite la Chiesa!» (Discorso all'Udienza generale [11 agosto 1976]: «Insegnamenti
di Paolo VI», XIV [1976] 640).
Preghiera liturgica e privata
61. Tra la preghiera della Chiesa e quella dei singoli fedeli vi
è un profondo e vitale rapporto, come ha chiaramente riaffermato il
Concilio Vaticano II (cfr. «Sacrosantum Concilium», 12). Ora una finalità
importante della preghiera della Chiesa domestica è di costituire, per i
figli, la naturale introduzione alla preghiera liturgica propria
dell'intera Chiesa, nel senso sia di preparare ad essa, sia di estenderla
nell'ambito della vita personale, familiare e sociale. Di qui la necessità
di una progressiva partecipazione di tutti i membri della famiglia
cristiana all'Eucaristia, soprattutto domenicale e festiva, e agli altri
sacramenti, in particolare quelli dell'iniziazione cristiana dei figli. Le
direttive conciliari hanno aperto una nuova possibilità alla famiglia
cristiana, che è stata annoverata tra i gruppi ai quali si raccomanda la
celebrazione comunitaria dell'Ufficio divino (cfr. «Institutio Generalis
de Liturgia Horarum» 27). Così pure sarà cura della famiglia cristiana
celebrare, anche nella casa e in forma adatta ai suoi membri, i tempi e le
festività dell'anno liturgico.
Per preparare e prolungare nella casa il culto celebrato nella
Chiesa, la famiglia cristiana ricorre alla preghiera privata, che presenta
una grande varietà, di forme: questa varietà mentre testimonia la
straordinaria ricchezza secondo cui lo Spirito anima la preghiera
cristiana, viene incontro alle diverse esigenze e situazioni di vita di
chi si rivolge al Signore. Oltre alla preghiera del mattino e della sera,
sono espressamente da consigliare, seguendo anche le indicazioni dei Padri
Sinodali: la lettura e la meditazione della Parola di Dio, la preparazione
ai sacramenti, la devozione e consacrazione al Cuore di Gesù, le varie
forme di culto alla Vergine Santissima, la benedizione della mensa,
l'osservanza della pietà popolare.
Nel rispetto della libertà dei figli di Dio, la Chiesa ha
proposto e continua a proporre ai fedeli alcune pratiche di pietà con una
particolare sollecitudine ed insistenza. Tra queste è da ricordare la
recita del Rosario: «Vogliamo ora, in continuità con i nostri
predecessori, raccomandare vivamente la recita del santo Rosario in
famiglia... Non v'è dubbio che la Corona della beata Vergine Maria sia da
ritenere come una delle più eccellenti ed efficaci preghiere in comune,
che la famiglia cristiana è invitata a recitare. Noi amiamo, infatti,
pensare e vivamente auspichiamo che, quando l'incontro familiare diventa
tempo di preghiera. il Rosario ne sia espressione frequente e gradita»
(Paolo PP. VI «Marialis Cultus», 52-54). Così l'autentica devozione
mariana, che si esprime nel vincolo sincero e nella generosa sequela degli
atteggiamenti spirituali della Vergine Santissima, costituisce uno
strumento privilegiato per alimentare la comunione d'amore della famiglia
e per sviluppare la spiritualità coniugale e familiare. Lei, la Madre di
Cristo e della Chiesa, è infatti in maniera speciale anche la Madre delle
famiglie cristiane delle Chiese domestiche.
Preghiera e vita
62. Non si dovrà mai dimenticare che la preghiera è parte
costitutiva essenziale della vita cristiana, colta nella sua integralità
e centralità, anzi appartiene alla nostra stessa «umanità»: è «la
prima espressione della verità interiore dell'uomo, la prima condizione
dell'autentica libertà dello spirito» (Giovanni Paolo PP. II, Discorso
al Santuario della Mentorella [29 Ottobre 1978]: «Insegnamenti di
Giovanni Paolo II, I [1978] 78 s.).
Per questo la preghiera non rappresenta affatto un'evasione
dall'impegno quotidiano, ma costituisce la spinta più forte perché la
famiglia cristiana assuma ed assolva in pienezza tutte le sue
responsabilità di cellula prima e fondamentale della società umana. In
tal senso, l'effettiva partecipazione alla vita e missione della Chiesa
nel mondo è proporzionale alla fedeltà e all'intensità della preghiera
con la quale la famiglia cristiana si unisce alla Vite feconda, che è
Cristo Signore (cfr. «Apostolicam Actuositatem», 4).
Dall'unione vitale con Cristo, alimentata dalla liturgia,
dall'offerta di sé e dalla preghiera, deriva pure la fecondità della
famiglia cristiana nel suo specifico servizio di promozione umana, che di
per se non può non portare alla trasformazione del mondo (cfr. Giovanni
Paolo PP. II, Discorso ai Vescovi della XII Regione Pastorale degli Stati
Uniti d'America [21 Settembre 1978]: ASS 70 [1978] 767).
3) La famiglia cristiana comunità al servizio dell'uomo
Il comandamento nuovo dell'amore
63. La Chiesa, popolo profetico-sacerdotale-regale, ha la missione
di portare tutti gli uomini ad accogliere nella fede la Parola di Dio, e
celebrarla e professarla nei sacramenti e nella preghiera, ed infine a
manifestarla nella concretezza della vita secondo il dono e il
comandamento nuovo dell'amore.
La vita cristiana trova la sua legge non in un codice scritto, ma
nell'azione personale dello Spirito Santo che anima e guida il cristiano,
cioè nella «legge dello Spirito che dà vita in Cristo Gesù» (Rm 8,2):
«L'amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello
Spirito Santo che ci è stato dato» (Ibid. 5,5).
Ciò ha valore anche per la coppia e per la famiglia cristiana:
loro guida e norma è lo Spirito di Gesù, diffuso nei cuori con la
celebrazione del sacramento del matrimonio. In continuità col battesimo
nell'acqua e nello Spirito il matrimonio ripropone la legge evangelica
dell'amore e col dono dello Spirito la incide più a fondo nel cuore dei
coniugi cristiani: il loro amore, purificato e salvato, è frutto dello
Spirito, che agisce nel cuore dei credenti, e si pone, nello stesso tempo,
come il comandamento fondamentale della vita morale richiesta alla loro
libertà responsabile.
La famiglia cristiana viene così animata e guidata con la legge
nuova dello Spirito ed in intima comunione con la Chiesa, popolo regale,
è chiamata a vivere il suo «servizio» d'amore a Dio e ai fratelli. Come
Cristo esercita la sua potestà regale ponendosi al servizio degli uomini
(Mc 10,45), così il cristiano trova il senso autentico della sua
partecipazione alla regalità del suo Signore nel condividerne lo spirito
e il comportamento di servizio nei confronti dell'uomo: «Questa potestà
Egli (Cristo) l'ha comunicata ai discepoli, perché anch'essi siano
costituiti nella libertà regale e con l'abnegazione di sé e la vita
santa vincano in se stessi il regno del peccato (cfr. Rm 6,12), anzi,
servendo a Cristo anche negli altri, con umiltà e pazienza conducano i
loro fratelli al Re, servire al quale è regnare. Il Signore infatti
desidera dilatare il suo regno anche per mezzo dei fedeli laici, il regno
cioè "della verità e della vita, il regno della santità e della
grazia, il regno della giustizia, dell'amore e della pace"; e in
questo regno anche le stesse creature saranno liberate dalla schiavitù
della corruzione per partecipare alla gloriosa libertà dei figli di Dio
(cfr. Rm 8,21)» («Lumen Gentium», 36).
Scoprire in ogni fratello l'immagine di Dio
64. Animata e sostenuta dal comandamento nuovo dell'amore, la
famiglia cristiana vive l'accoglienza, il rispetto, il servizio verso ogni
uomo, considerato sempre nella sua dignità di persona e di figlio di Dio.
Ciò deve avvenire, anzitutto, all'interno e a favore della coppia
e della famiglia, mediante il quotidiano impegno a promuovere un'autentica
comunità di persone, fondata e alimentata dall'interiore comunione di
amore. Ciò deve poi svilupparsi entro la più vasta cerchia della comunità
ecclesiale, entro cui la famiglia cristiana è inserita: grazie alla carità
della famiglia, la Chiesa può e deve assumere una dimensione più
domestica, cioè più familiare, adottando uno stile più umano e fraterno
di rapporti.
La carità va oltre i propri fratelli di fede, perché «ogni uomo
è mio fratello»; in ciascuno, soprattutto se povero, debole, sofferente
e ingiustamente trattato, la carità sa scoprire il volto di Cristo e un
fratello da amare e da servire.
Perché il servizio dell'uomo sia vissuto dalla famiglia secondo
lo stile evangelico, occorrerà attuare con premura quanto scrive il
Concilio Vaticano II: «Affinché tale esercizio di carità possa essere
al di sopra di ogni sospetto e manifestarsi tale, si consideri nel
prossimo l'immagine di Dio secondo cui è stato creato, e Cristo Signore
al quale veramente è donato quanto si dà al bisognoso» («Apostolicam
Actuositatem», 8)
La famiglia cristiana, mentre nella carità edifica la Chiesa, si
pone al servizio dell'uomo e del mondo, attuando veramente quella «promozione
umana», il cui contenuto è stato sintetizzato nel Messaggio del Sinodo
alle famiglie: «Un altro compito della famiglia è quello di formare gli
uomini all'amore e di praticare l'amore in ogni rapporto con gli altri,
cosicché essa non si chiuda in se stessa, bensì rimanga aperta alla
comunità, essendo mossa dal senso della giustizia e dalla sollecitudine
verso gli altri, nonché dal dovere della propria responsabilità verso la
società intera» (Messaggio del VI Sinodo dei Vescovi alle Famiglie
cristiane nel mondo contemporaneo, 12 [24 Ottobre 1980]).
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PARTE QUARTA
LA PASTORALE
FAMILIARE: TEMPI, STRUTTURE, OPERATORI E SITUAZIONI
I. I tempi della pastorale familiare
La Chiesa accompagna la famiglia cristiana nel suo cammino
65. Come ogni realtà vivente, anche la famiglia è chiamata a
svilupparsi e a crescere. Dopo la preparazione del fidanzamento e la
celebrazione sacramentale del matrimonio, la coppia inizia il cammino
quotidiano verso la progressiva attuazione dei valori e dei doveri del
matrimonio stesso.
Alla luce della fede e in virtù della speranza, anche la famiglia
cristiana partecipa, in comunione con la Chiesa, all'esperienza del
pellegrinaggio terreno verso la piena rivelazione e realizzazione del
Regno di Dio.
Perciò è da sottolineare una volta di più l'urgenza
dell'intervento pastorale della Chiesa a sostegno della famiglia. Bisogna
fare ogni sforzo perché la pastorale della famiglia si affermi e si
sviluppi, dedicandosi a un settore veramente prioritario, con la certezza
che l'evangelizzazione, in futuro, dipende in gran parte dalla Chiesa
domestica (cfr. Giovanni Paolo PP. II, Discorso alla III Assemblea
Generale dei Vescovi dell'America Latina, IV, a [28 Gennaio 1979]: AAS 71
[1979] 204).
La sollecitudine pastorale della Chiesa non si limiterà soltanto
alle famiglie cristiane più vicine, ma, allargando i propri orizzonti
sulla misura del Cuore di Cristo, si mostrerà ancor più viva per
l'insieme delle famiglie in genere, e per quelle, in particolare, che si
trovano in situazioni difficili o irregolari. Per tutte la Chiesa avrà
una parola di verità, di bontà, di comprensione, di speranza, di viva
partecipazione alle loro difficoltà a volte drammatiche; a tutte offrirà
il suo aiuto disinteressato affinché possano avvicinarsi al modello di
famiglia, che il Creatore ha voluto fin dal «principio» e che Cristo ha
rinnovato con la sua grazia redentrice.
L'azione pastorale della Chiesa deve essere progressiva, anche nel
senso che deve seguire la famiglia, accompagnandola passo a passo nelle
diverse tappe della sua formazione e del suo sviluppo.
La preparazione
66. Più che mai necessaria ai nostri giorni è la preparazione
dei giovani al matrimonio e alla vita familiare. In alcuni Paesi sono
ancora le famiglie stesse che, secondo antiche usanze, si riservano di
trasmettere ai giovani i valori riguardanti la vita matrimoniale e
familiare, mediante una progressiva opera di educazione o iniziazione. Ma
i mutamenti sopravvenuti in seno a quasi tutte le società moderne esigono
che non solo la famiglia, ma anche la società e la Chiesa siano impegnate
nello sforzo di preparare adeguatamente i giovani alle responsabilità del
loro domani. Molti fenomeni negativi che oggi si lamentano nella vita
familiare derivano dal fatto che, nelle nuove situazioni, i giovani non
solo perdono di vista la giusta gerarchia dei valori, ma, non possedendo
più criteri sicuri di comportamento, non sanno come affrontare e
risolvere le nuove difficoltà. L'esperienza però insegna che i giovani
ben preparati alla vita familiare in genere riescono meglio degli altri.
Ciò vale ancor più per il matrimonio cristiano, il cui influsso
si estende sulla santità di tanti uomini e donne. Per questo la Chiesa
deve promuovere migliori e più intensi programmi di preparazione al
matrimonio, per eliminare, il più possibile, le difficoltà in cui si
dibattono tante coppie a ancor più per favorire positivamente il sorgere
e il maturare dei matrimoni riusciti.
La preparazione al matrimonio va vista e attuata come un processo
graduale e continuo. Essa, infatti, comporta tre principali momenti: una
preparazione remota, una prossima e una immediata.
La preparazione remota ha inizio fin dall'infanzia, in quella
saggia pedagogia familiare, orientata a condurre i fanciulli a scoprire se
stessi come esseri dotati di una ricca e complessa psicologia e di una
personalità particolare con le proprie forze e debolezze. E' il periodo
in cui va istillata la stima per ogni autentico valore umano, sia nei
rapporti interpersonali, sia in quelli sociali, con quel che ciò
significa per la formazione del carattere, per il dominio ed il retto uso
delle proprie inclinazioni, per il modo di considerare e incontrare le
persone dell'altro sesso, e così via. E' richiesta, inoltre, specialmente
per i cristiani, una solida formazione spirituale e catechetica, che
sappia mostrare nel matrimonio una vera vocazione e missione, senza
escludere la possibilità del dono totale di sé a Dio nella vocazione
alla vita sacerdotale o religiosa.
Su questa base in seguito si imposterà, a largo respiro, la
preparazione prossima, la quale - dall'età opportuna e con un'adeguata
catechesi, come in un cammino catecumenale - comporta una più specifica
preparazione ai sacramenti, quasi una loro riscoperta. Questa rinnovata
catechesi di quanti si preparano al matrimonio cristiano è del tutto
necessaria, affinché il sacramento sia celebrato e vissuto con le dovute
disposizioni morali e spirituali. La formazione religiosa dei giovani dovrà
essere integrata, al momento conveniente e secondo le varie esigenze
concrete, da una preparazione alla vita a due che, presentando il
matrimonio come un rapporto interpersonale dell'uomo e della donna da
svilupparsi continuamente, stimoli ad approfondire i problemi della
sessualità coniugale e della paternità responsabile, con le conoscenze
medico-biologiche essenziali che vi sono connesse, ed avvii alla
familiarità con retti metodi di educazione dei figli, favorendo
l'acquisizione degli elementi di base per un'ordinata conduzione della
famiglia (lavoro stabile, sufficiente disponibilità finanziaria, saggia
amministrazione, nozioni di economia domestica, ecc.).
lnfine non si dovrà tralasciare la preparazione all'apostolato
familiare, alla fraternità e collaborazione con le altre famiglie,
all'inserimento attivo in gruppi, associazioni, movimenti e iniziative che
hanno per finalità il bene umano e cristiano della famiglia.
La preparazione immediata a celebrare il sacramento del matrimonio
deve aver luogo negli ultimi mesi e settimane che precedono le nozze quasi
a dare un nuovo significato, nuovo contenuto e forma nuova al cosiddetto
esame prematrimoniale richiesto dal diritto canonico. Sempre necessaria in
ogni caso, tale preparazione si impone con maggiore urgenza per quei
fidanzati che ancora presentassero carenze e difficoltà nella dottrina e
nella pratica cristiana.
Tra gli elementi da comunicare in questo cammino di fede, analogo
al catecumenato, ci deve essere anche una conoscenza approfondita del
mistero di Cristo e della Chiesa, dei significati di grazia e di
responsabilità del matrimonio cristiano, nonché la preparazione a
prendere parte attiva e consapevole ai riti della liturgia nuziale.
Alle diverse fasi della preparazione al matrimonio - che abbiamo
descritto solo a grandi linee indicative - devono sentirsi impegnate la
famiglia cristiana e tutta la comunità ecclesiale. E' auspicabile che le
conferenze episcopali, come sono interessate ad opportune iniziative per
aiutare i futuri sposi ad essere più consapevoli della serietà della
loro scelta e i pastori d'anime ad accertarsi delle loro convenienti
disposizioni, così curino che sia emanato un Direttorio per la pastorale
della famiglia. In esso si dovranno stabilire, anzitutto, gli elementi
minimi di contenuto, di durata e di metodo dei «Corsi di preparazione»,
equilibrando fra loro i diversi aspetti - dottrinali, pedagogici, legali e
medici - che interessano il matrimonio, e strutturandoli in modo che
quanti si preparano al matrimonio, al di là di un approfondimento
intellettuale, si sentano spinti ad inserirsi vitalmente nella comunità
ecclesiale.
Benché il carattere di necessità e di obbligatorietà della
preparazione immediata al matrimonio non sia da sottovalutare - ciò che
succederebbe qualora se ne concedesse facilmente la dispensa - tuttavia,
tale preparazione, deve essere sempre proposta e attuata in modo che la
sua eventuale omissione non sia di impedimento per la celebrazione delle
nozze.
La celebrazione
67. Il matrimonio cristiano richiede di norma una celebrazione
liturgica, che esprima in forma sociale e comunitaria la natura
essenzialmente ecclesiale e sacramentale del patto coniugale fra i
battezzati.
In quanto gesto sacramentale di santificazione, la celebrazione
del matrimonio - inserita nella liturgia, culmine di tutta l'azione della
Chiesa e fonte della sua forza santificatrice (cfr. «Sacrosantum
Concilium» 10) - deve essere per sé valida, degna e fruttuosa. Si apre
qui un vasto campo alla sollecitudine pastorale, affinché siano
pienamente assolte le esigenze derivanti dalla natura del patto coniugale
elevato a sacramento, e sia altresì fedelmente osservata la disciplina
della Chiesa per quanto riguarda il libero consenso, gli impedimenti, la
forma canonica e il rito stesso della celebrazione. Quest'ultimo dev'essere
semplice e dignitoso, secondo le norme delle competenti autorità della
Chiesa, alle quali spetta pure - secondo le concrete circostanze di tempo
e di luogo e in conformità con le norme impartite dalla Sede Apostolica
(cfr. «Ordo celebrandi Matrimonium», 17) - di assumere eventualmente
nella celebrazione liturgica quegli elementi propri di ciascuna cultura,
che meglio valgono ad esprimere il profondo significato umano e religioso
del patto coniugale purché nulla contengano di meno confacente con la
fede e la morale cristiana.
In quanto segno, la celebrazione liturgica deve svolgersi in modo
da costituire, anche nella sua realtà esteriore, una proclamazione della
Parola di Dio e una professione di fede della comunità dei credenti.
L'impegno pastorale si esprimerà qui con la cura intelligente e diligente
della «liturgia della Parola» e con l'educazione alla fede dei
partecipanti alla celebrazione e, in primo luogo, dei nubendi.
In quanto gesto sacramentale della Chiesa, la celebrazione
liturgica del matrimonio deve coinvolgere la comunità cristiana, con la
partecipazione piena, attiva e responsabile di tutti i presenti, secondo
il posto e il compito di ciascuno: gli sposi, il sacerdote, i testimoni, i
parenti, gli amici, gli altri fedeli, tutti membri di un'assemblea che
manifesta e vive il mistero di Cristo e della sua Chiesa.
Per la celebrazione del matrimonio cristiano nell'ambito delle
culture o tradizioni ancestrali, si seguano i principi qui sopra enunziati.
Celebrazione del matrimonio ed evangelizzazione dei
battezzati non credenti
68. Proprio perché nella celebrazione del sacramento una
attenzione tutta speciale va riservata alle disposizioni morali e
spirituali dei nubendi, in particolare alla loro fede, va qui affrontata
una difficoltà non infrequente, nella quale possono trovarsi i pastori
della Chiesa nel contesto della nostra società secolarizzata.
La fede, infatti, di chi domanda alla Chiesa di sposarsi può
esistere in gradi diversi ed è dovere primario dei pastori di farla
riscoprire, di nutrirla e di renderla matura. Ma essi devono anche
comprendere le ragioni che consigliano alla Chiesa di ammettere alla
celebrazione anche chi è imperfettamente disposto.
Il sacramento del matrimonio ha questo di specifico fra tutti gli
altri: di essere il sacramento di una realtà che già esiste
nell'economia della creazione, di essere lo stesso patto coniugale
istituito dal Creatore «al principio». La decisione dunque dell'uomo e
della donna di sposarsi secondo questo progetto divino, la decisione cioè
di impegnare nel loro irrevocabile consenso coniugale tutta la loro vita
in un amore indissolubile ed in una fedeltà incondizionata, implica
realmente, anche se non in modo pienamente consapevole, un atteggiamento
di profonda obbedienza alla volontà di Dio, che non può darsi senza la
sua grazia. Essi sono già, pertanto, inseriti in un vero e proprio
cammino di salvezza, che la celebrazione del sacramento e l'immediata
preparazione alla medesima possono completare e portare a termine, data la
rettitudine della loro intenzione.
E' vero, d'altra parte, che in alcuni territori motivi di
carattere più sociale che non autenticamente religioso spingono i
fidanzati a chiedere di sposarsi in chiesa. La cosa non desta meraviglia.
Il matrimonio, infatti, non è un avvenimento che riguarda solo chi si
sposa. Esso è per sua stessa natura un fatto anche sociale, che impegna
gli sposi davanti alla società. E da sempre la sua celebrazione è stata
una festa, che unisce famiglie ed amici. Va da sé, dunque, che motivi
sociali entrino, assieme a quelli personali, nella richiesta di sposarsi
in chiesa.
Tuttavia, non si deve dimenticare che questi fidanzati, in forza
del loro battesimo, sono realmente già inseriti nell'Alleanza sponsale di
Cristo, con la Chiesa e che, per la loro retta intenzione, hanno accolto
il progetto di Dio sul matrimonio e, quindi, almeno implicitamente,
acconsentono a ciò che la Chiesa intende fare quando celebra il
matrimonio. E, dunque, il solo fatto che in questa richiesta entrino anche
motivi di carattere sociale non giustifica un eventuale rifiuto da parte
dei pastori. Del resto, come ha insegnato il Concilio Vaticano II, i
sacramenti con le parole e gli elementi rituali nutrono ed irrobustiscono
la fede (cfr. «Sacrosantum Concilium», 59): quella fede verso cui i
fidanzati già sono incamminati in forza della rettitudine della loro
intenzione, che la grazia di Cristo non manca certo di favorire e di
sostenere.
Voler stabilire ulteriori criteri di ammissione alla celebrazione
ecclesiale del matrimonio, che dovrebbero riguardare il grado di fede dei
nubendi, comporta oltre tutto gravi rischi. Quello, anzitutto, di
pronunciare giudizi infondati e discriminatori; il rischio, poi, di
sollevare dubbi sulla validità di matrimoni già celebrati, con grave
danno per le comunità cristiane, e di nuove ingiustificate inquietudini
per la coscienza degli sposi; si cadrebbe nel pericolo di contestare o di
mettere in dubbio la sacramentalità di molti matrimoni di fratelli
separati dalla piena comunione con la Chiesa cattolica, contraddicendo così
la tradizione ecclesiale.
Quando, al contrario, nonostante ogni tentativo fatto, i nubendi
mostrano di rifiutare in modo esplicito e formale ciò che la Chiesa
intende compiere quando si celebra il matrimonio dei battezzati, il
pastore d'anime non può ammetterli alla celebrazione. Anche se a
malincuore, egli ha il dovere di prendere atto della situazione e di far
comprendere agli interessati che, stando così le cose, non è la Chiesa
ma sono essi stessi ad impedire quella celebrazione che pure domandano.
Ancora una volta appare in tutta la sua urgenza la necessità di
una evangelizzazione e catechesi pre e post-matrimoniale, messe in atto da
tutta la comunità cristiana, perché ogni uomo ed ogni donna che si
sposano, celebrino il sacramento del matrimonio non solo validamente ma
anche fruttuosamente.
Pastorale post-matrimoniale
69. La cura pastorale della famiglia regolarmente costituita
significa, in concreto, l'impegno di tutte le componenti della comunità
ecclesiale locale nell'aiutare la coppia a scoprire e a vivere la sua
nuova vocazione e missione. Perché la famiglia divenga sempre più una
vera comunità di amore, è necessario che tutti i suoi membri siano
aiutati e formati alle loro responsabilità di fronte ai nuovi problemi
che si presentano, al servizio reciproco, alla compartecipazione attiva
alla vita di famiglia.
Ciò vale soprattutto per le giovani famiglie, le quali,
trovandosi in un contesto di nuovi valori e di nuove responsabilità, sono
più esposte, specialmente nei primi anni di matrimonio, ad eventuali
difficoltà, come quelle create dall'adattamento alla vita in comune o
dalla nascita di figli. I giovani coniugi sappiano accogliere cordialmente
e valorizzare intelligentemente l'aiuto discreto, delicato e generoso di
altre coppie, che già da tempo vanno facendo l'esperienza del matrimonio
e della famiglia. Così in seno alla comunità ecclesiale - grande
famiglia formata da famiglie cristiane - si attuerà un mutuo scambio di
presenza e di aiuto fra tutte le famiglie, ciascuna mettendo a servizio
delle altre la propria esperienza umana, come pure i doni di fede e di
grazia. Animato da vero spirito apostolico, questo aiuto da famiglia a
famiglia costituirà uno dei modi più semplici, più efficaci e alla
portata di tutti per trasfondere capillarmente quei valori cristiani, che
sono il punto di partenza e di arrivo di ogni cura pastorale. In tal modo
le giovani famiglie non si limiteranno solo a ricevere, ma a loro volta,
così aiutate, diverranno fonte di arricchimento per le altre famiglie, già
da tempo costituite, con la loro testimonianza di vita e il loro
contributo fattivo.
Nell'azione pastorale verso le giovani famiglie, poi, la Chiesa
dovrà riservare una specifica attenzione per educarle a vivere
responsabilmente l'amore coniugale in rapporto alle sue esigenze di
comunione e di servizio alla vita, come pure a conciliare l'intimità
della vita di casa con la comune e generosa opera per edificare la Chiesa
e la società umana. Quando, con l'avvento dei figli, la coppia diventa in
senso pieno e specifico una famiglia, la Chiesa sarà ancora vicina ai
genitori perché accolgano i loro figli e li amino come dono ricevuto dal
Signore della vita, assumendo con gioia la fatica di servirli nella loro
crescita umana e cristiana.
II. Strutture della pastorale familiare
L'azione pastorale è sempre espressione dinamica della realtà
della Chiesa, impegnata nella sua missione di salvezza. Anche la pastorale
familiare - forma particolare e specifica della pastorale - ha come suo
principio operativo e come protagonista responsabile la Chiesa stessa,
attraverso le sue strutture e i suoi operatori.
La comunità ecclesiale e in particolare la parrocchia
70. Comunità al tempo stesso salvata e salvante, la Chiesa deve
essere qui considerata nella sua duplice dimensione universale e
particolare: questa si esprime e si attua nella comunità diocesana,
pastoralmente divisa in comunità minori fra cui si distingue, per la sua
peculiare importanza, la parrocchia.
La comunione con la Chiesa universale non mortifica, ma garantisce
e promuove la consistenza e l'originalità delle diverse Chiese
particolari; queste ultime restano il soggetto operativo più immediato e
più efficace per l'attuazione della pastorale familiare. In tal senso
ogni Chiesa locale e, in termini più particolari, ogni comunità
parrocchiale deve prendere più viva coscienza della grazia e della
responsabilità che riceve dal Signore in ordine a promuovere la pastorale
della famiglia. Ogni piano di pastorale organica, ad ogni livello, non
deve mai prescindere dal prendere in considerazione la pastorale della
famiglia.
Alla luce di tale responsabilità va compresa anche l'importanza
di un'adeguata preparazione da parte di quanti verranno più
specificamente impegnati in questo genere di apostolato. I sacerdoti, i
religiosi e le religiose, fin dal tempo della loro formazione, vengano
orientati e formati in maniera progressiva e adeguata ai rispettivi
compiti. Fra le altre iniziative mi compiaccio di sottolineare la recente
creazione in Roma, presso la Pontificia Università Lateranense, di un
Istituto Superiore consacrato allo studio dei problemi della famiglia.
Anche in alcune diocesi sono stati fondati Istituti di questo genere; i
Vescovi s'impegnino affinché il più gran numero possibile di sacerdoti,
prima di assumere responsabilità parrocchiali, vi frequentino corsi
specializzati. Altrove corsi di formazione vengono periodicamente tenuti
presso Istituti Superiori di studi teologici e pastorali. Tali iniziative
vanno incoraggiate, sostenute, moltiplicate ed aperte, ovviamente, anche
ai laici che presteranno la loro opera professionale (medica, legale,
psicologica, sociale, educativa) in aiuto della famiglia.
La famiglia
71. Ma soprattutto dev'essere riconosciuto il posto singolare che,
in questo campo, spetta alla missione dei coniugi e delle famiglie
cristiane, in forza della grazia ricevuta nel sacramento. Tale missione
dev'essere posta a servizio dell'edificazione della Chiesa, della
costruzione del Regno di Dio nella storia. Ciò è richiesto come atto di
docile obbedienza a Cristo Signore. Egli, infatti, in forza del matrimonio
dei battezzati elevato a sacramento, conferisce agli sposi cristiani una
peculiare missione di apostoli, inviandoli come operai nella sua vigna, e,
in modo tutto speciale, in questo campo della famiglia.
In questa attività essi operano in comunione e collaborazione con
gli altri membri della Chiesa, che pure s'impegnano a favore della
famiglia, mettendo a frutto i loro doni e ministeri. Tale apostolato si
svolgerà anzitutto in seno alla propria famiglia, con la testimonianza
della vita vissuta in conformità della legge divina in tutti i suoi
aspetti, con la formazione cristiana dei figli, con l'aiuto dato alla loro
maturazione nella fede, con l'educazione alla castità, con la
preparazione alla vita, con la vigilanza per preservarli dai pericoli
ideologici e morali da cui spesso sono minacciati, col loro graduale e
responsabile inserimento nella comunità ecclesiale e in quella civile,
con l'assistenza e il consiglio nella scelta della vocazione, col mutuo
aiuto tra i membri della famiglia per la comune crescita umana e
cristiana, e così via. L'apostolato della famiglia, poi, si irradierà
con opere di carità spirituale e materiale verso le altre famiglie,
specialmente quelle più bisognose di aiuto e di sostegno, verso i poveri,
i malati, gli anziani, gli handicappati, gli orfani, le vedove, i coniugi
abbandonati, le madri nubili e quelle che, in situazioni difficili, sono
tentate di disfarsi del frutto del loro seno, ecc.
Le associazioni di famiglie per le famiglie
72. Sempre nell'ambito della Chiesa, soggetto responsabile della
pastorale familiare, sono da ricordare i diversi raggruppamenti di fedeli,
nei quali si manifesta e si vive in qualche misura il mistero della Chiesa
di Cristo. Sono perciò da riconoscere e valorizzare - ciascuna in
rapporto alle caratteristiche, finalità, incidenze e metodi propri - le
diverse comunità ecclesiali, i vari gruppi e i numerosi movimenti
impegnati in vario modo, a diverso titolo e a diverso livello, nella
pastorale familiare.
Per tale motivo il Sinodo ha espressamente riconosciuto l'utile
apporto di tali associazioni di spiritualità, di formazione e di
apostolato. Sarà loro compito suscitare nei fedeli un vivo senso di
solidarietà, favorire una condotta di vita ispirata al Vangelo e alla
fede della Chiesa, formare le coscienze secondo i valori cristiani e non
sui parametri della pubblica opinione, stimolare alle opere di carità
vicendevole e verso gli altri con uno spirito di apertura, che faccia
delle famiglie cristiane una vera sorgente di luce e un sano fermento per
le altre.
Similmente e desiderabile, che, con vivo senso del bene comune, le
famiglie cristiane si impegnino attivamente a ogni livello anche in altre
associazioni non ecclesiali. Alcune di tali associazioni si propongono la
preservazione, trasmissione e tutela dei sani valori etici e culturali dei
rispettivi popoli, lo sviluppo della persona umana, la protezione medica,
giuridica e sociale della maternità e dell'infanzia, la giusta promozione
della donna e la lotta a quanto mortifica la sua dignità, l'incremento
della mutua solidarietà, la conoscenza dei problemi connessi con la
responsabile regolazione della fecondità secondo i metodi naturali
conformi alla dignità umana e alla dottrina della Chiesa. Altre mirano
alla costruzione di un mondo più giusto e più umano, alla promozione di
leggi giuste che favoriscano il retto ordine sociale nel pieno rispetto
della dignità e di ogni legittima libertà dell'individuo e della
famiglia, a livello sia nazionale sia internazionale, alla collaborazione
con la scuola e con le altre istituzioni, che completano l'educazione dei
figli, e così via
III. Operatori della pastorale familiare
Oltre che la famiglia - oggetto, ma anzitutto soggetto essa stessa
della pastorale familiare - vanno ricordati anche gli altri principali
operatori in questo particolare settore.
I vescovi ed i presbiteri
73. Il primo responsabile della pastorale familiare nella diocesi
è il vescovo. Come Padre e Pastore egli dev'essere particolarmente
sollecito di questo settore, senza dubbio prioritario, della pastorale. Ad
esso deve consacrare interessamento, sollecitudine, tempo, personale,
risorse; soprattutto, però, appoggio personale alle famiglie ed a quanti,
nelle diverse strutture diocesane, lo aiutano nella pastorale della
famiglia. Avrà particolarmente a cuore il proposito di far sì che la
propria diocesi sia sempre più una vera «famiglia diocesana», modello e
sorgente di speranza per tante famiglie che vi appartengono. La creazione
del Pontificio Consiglio per la Famiglia va vista in questo contesto:
essere un segno dell'importanza che attribuisco alla pastorale della
famiglia nel mondo, e al tempo stesso uno strumento efficace per aiutare a
promuoverla ad ogni livello.
I vescovi si valgono in modo particolare dei presbiteri, il cui
compito - come ha espressamente sottolineato il Sinodo - costituisce parte
essenziale del ministero della Chiesa verso il matrimonio e la famiglia.
Lo stesso si dica di quei diaconi, ai quali eventualmente venga affidata
la cura di questo settore pastorale.
La loro responsabilità si estende non solo ai problemi morali e
liturgici, ma anche a quelli di carattere personale e sociale. Essi devono
sostenere la famiglia nelle sue difficoltà e sofferenze, affiancandosi ai
membri di essa, aiutandoli a vedere la loro vita alla luce del Vangelo.
Non è superfluo notare che da tale missione, se esercitata col dovuto
discernimento e con vero spirito apostolico, il ministro della Chiesa
attinge nuovi stimoli ed energie spirituali anche per la propria vocazione
e per l'esercizio stesso del ministero.
Tempestivamente e seriamente preparati a tale apostolato, il
sacerdote o il diacono devono comportarsi costantemente, nei riguardi
delle famiglie, come padre, fratello, pastore e maestro, aiutandole coi
sussidi della grazia e illuminandole con la luce della verità. Il loro
insegnamento e i loro consigli, quindi, dovranno essere sempre in piena
consonanza col Magistero autentico della Chiesa, in modo da aiutare il
Popolo di Dio a formarsi un retto senso della fede da applicare, poi, alla
vita concreta. Tale fedeltà al Magistero consentirà pure ai sacerdoti di
curare con ogni impegno l'unità nei loro giudizi, per evitare ai fedeli
ansietà di coscienza.
Pastori e laici partecipano, nella Chiesa, alla missione profetica
di Cristo: i laici, testimoniando la fede con le parole e con la vita
cristiana; i pastori, discernendo in tale testimonianza ciò che è
espressione di fede genuina da ciò che è meno rispondente alla luce
della fede; la famiglia, in quanto comunità cristiana, con la sua
peculiare partecipazione e testimonianza di fede. Si avvia così un
dialogo anche tra i pastori e le famiglie. I teologi e gli esperti di
problemi familiari possono essere di grande aiuto a tale dialogo,
spiegando esattamente il contenuto del Magistero della Chiesa e quello
dell'esperienza della vita di famiglia. In tal modo l'insegnamento del
Magistero viene meglio compreso e si spiana la strada al suo progressivo
sviluppo. Giova tuttavia ricordare che la norma prossima e obbligatoria
nella dottrina della fede - anche circa i problemi della famiglia -
compete al Magistero gerarchico. Rapporti chiari tra i teologi, gli
esperti di problemi familiari e il Magistero giovano non poco alla retta
intelligenza della fede ed a promuovere - entro i confini di essa - il
legittimo pluralismo.
Religiosi e Religiose
74. Il contributo che i religiosi e le religiose, e le anime
consacrate in genere, possono dare all'apostolato della famiglia trova la
sua prima, fondamentale e originale espressione proprio nella loro
consacrazione a Dio, che li rende «davanti a tutti i fedeli... richiamo
di quel mirabile connubio operato da Dio e che si manifesterà pienamente
nel secolo futuro, per cui la Chiesa ha Cristo come unico suo sposo» («Perfectae
Caritatis», 12), e testimoni di quella carità universale che, per mezzo
della castità abbracciata per il Regno dei cieli, li rende sempre più
disponibili per dedicarsi generosamente al servizio divino e alle opere di
apostolato.
Di qui la possibilità che religiosi e religiose, membri di
Istituti secolari e di altri Istituti di perfezione, singolarmente o
associati, sviluppino un loro servizio alle famiglie, con particolare
sollecitudine verso i bambini, specialmente se abbandonati, indesiderati,
orfani, poveri o handicappati; visitando le famiglie e prendendosi cura
dei malati; coltivando rapporti di rispetto e di carità con famiglie
incomplete, in difficoltà o disgregate; offrendo la propria opera di
insegnamento e di consulenza nella preparazione dei giovani al matrimonio
e nell'aiuto alle coppie per una procreazione veramente responsabile;
aprendo le proprie case all'ospitalità semplice e cordiale, affinché le
famiglie possano trovarvi il senso di Dio, il gusto della preghiera e del
raccoglimento, l'esempio concreto di una vita vissuta in carità e letizia
fraterna come membri della più grande famiglia di Dio.
Vorrei aggiungere l'esortazione più pressante ai responsabili
degli Istituti di vita consacrata, a voler considerare - sempre nel
sostanziale rispetto del carisma proprio ed originario - l'apostolato
rivolto alle famiglie come uno dei compiti prioritari, resi più urgenti
dall'odierno stato di cose.
Laici specializzati
75. Non poco giovamento possono recare alle famiglie quei laici
specializzati (medici, uomini di legge, psicologi, assistenti sociali,
consulenti, ecc.) che sia individualmente sia impegnati in diverse
associazioni e iniziative, prestano la loro opera di illuminazione, di
consiglio, di orientamento, di sostegno. Ad essi possono bene applicarsi
le esortazioni che ebbi occasione di rivolgere alla Confederazione dei
Consultori familiari di ispirazione cristiana: «E' un impegno il vostro,
che ben merita la qualifica di missione, tanto nobili sono le finalità
che persegue e tanto determinati, per il bene della società e della
stessa comunità cristiana, sono i risultati che ne derivano... Tutto
quello che riuscirete a fare a sostegno della famiglia è destinato ad
avere un'efficacia che, travalicando il suo ambito proprio, raggiunge
anche altre persone ed incide sulla società. Il futuro del mondo e della
Chiesa passa attraverso la famiglia» (num. 3-4 [29 Novembre 1980]: «Insegnamenti
di Giovanni Paolo II, III, 2 [1980] 1453).
Recettori e operatori della comunicazione sociale
76. Una parola a parte è da riservare a questa categoria tanto
importante nella vita moderna. E' risaputo che gli strumenti della
comunicazione sociale «incidono, e spesso profondamente, sia sotto
l'aspetto affettivo e intellettuale, sia sotto l'aspetto morale e
religioso, nell'ambito di quanti li usano», specialmente se giovani
(Paolo PP. VI, Messaggio per la III Giornata Mondiale delle Comunicazioni
Sociali [7 Aprile 1969]: ASS 61 [1969] 455). Essi, perciò, possono
esercitare un benefico influsso sulla vita e sui costumi della famiglia e
sulla educazione dei figli, ma al tempo stesso nascondono anche «insidie
e pericoli non trascurabili» (Giovanni Paolo PP. II, Messaggio per la
Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali 1980 [1· Maggio 1980]: «Insegnamenti
di Giovanni Paolo II» III, 1 [1980] 1042, e potrebbero diventare veicolo
- a volte abilmente e sistematicamente manovrato, come purtroppo accade in
diversi Paesi del mondo - di ideologie disgregatrici e di visioni
deformate della vita, della famiglia, della religione, della moralità,
non rispettose della vera dignità e del destino dell'uomo.
Pericolo tanto più reale, in quanto «l'odierno modo di vivere -
specialmente nelle nazioni più industrializzate - porta assai spesso le
famiglie a scaricarsi delle loro responsabilità educative, trovando nella
facilità di evasione (rappresentata, in casa, specialmente dalla
televisione e da certe pubblicazioni), il modo di tenere occupati tempo ed
attività dei bambini e dei ragazzi» (Giovanni Paolo PP. II, Messaggio
per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali 1981, 5 [10 Maggio
1980]: «L'Osservatore Romano», 22 Maggio 1981). Di qui «il dovere... di
proteggere specialmente i bambini e ragazzi dalle "aggressioni"
che subiscono dai mass-media», procurando che l'uso di questi in famiglia
sia accuratamente regolato. Così pure dovrebbe stare altrettanto a cuore
alla famiglia cercare, per i propri figli, anche altri diversivi più
sani, più utili e formativi fisicamente, moralmente e spiritualmente, «per
potenziare e valorizzare il tempo libero dei ragazzi e indirizzarne le
energie» (Ibid).
Poiché, poi, gli strumenti della comunicazione sociale - al pari
della scuola e dell'ambiente - incidono spesso anche in notevole misura
sulla formazione dei figli, i genitori, in quanto recettori, devono farsi
parte attiva nell'uso moderato, critico, vigile e prudente di essi,
individuando quale influsso esercitano sui figli, e nella mediazione
orientativa che consenta «di educare la coscienza dei figli ad esprimere
giudizi sereni e oggettivi, che poi la guidano nella scelta e nel rifiuto
dei programmi proposti» (Paolo PP. VI, Messaggio per la III Giornata
Mondiale delle Comunicazioni Sociali: ASS 61 [1969] 456).
Con eguale impegno i genitori cercheranno di influire sulla scelta
e preparazione dei programmi stessi, mantenendosi in contatto - con
opportune iniziative - con i responsabili dei vari momenti della
produzione e della trasmissione, per assicurarsi che non siano
abusivamente trascurati o espressamente conculcati quei valori umani
fondamentali che fanno parte del vero bene comune della società, ma, al
contrario, vengano diffusi programmi atti a presentare, nella loro giusta
luce, i problemi della famiglia e la loro adeguata soluzione. A tal
proposito il mio predecessore di venerabile memoria., Paolo VI, scriveva:
«I produttori devono conoscere e rispettare le esigenze della famiglia, e
questo suppone, a volte, in essi un vero coraggio, e sempre un alto senso
di responsabilità. Essi, infatti, sono tenuti ad evitare tutto ciò che
può ledere la famiglia nella sua esistenza, nella sua stabilità, nel suo
equilibrio, nella sua felicità. Ogni offesa ai valori fondamentali della
famiglia - si tratti di erotismo o di violenza, di apologia del divorzio o
di atteggiamenti antisociali dei giovani - è un'offesa al vero bene
dell'uomo (Ibid.).
Ed io stesso, in analoga occasione, facevo rilevare che le
famiglie «devono poter contare in non piccola misura sulla buona volontà,
sulla rettitudine e sul senso di responsabilità dei professionisti dei
media: editori, scrittori, produttori, direttori, drammaturghi,
informatori, commentatori ed attori» (Messaggio per la Giornata Mondiale
delle Comunicazioni Sociali 1980: «Insegnamenti di Giovanni Paolo II»,
III, 1 [1980] 1044). Perciò è doveroso che anche da parte della Chiesa
si continui a dedicare ogni cura a queste categorie di operatori,
incoraggiando e sostenendo, nello stesso tempo, quei cattolici che vi si
sentono chiamati e ne hanno le doti, ad impegnarsi in questi delicati
settori.
IV. La pastorale familiare nei casi difficili
Circostanze particolari
77. Un impegno pastorale ancor più generoso, intelligente e
prudente, sull'esempio del Buon Pastore, è richiesto nei confronti di
quelle famiglie che - spesso indipendentemente dalla propria volontà o
premute da altre esigenze di diversa natura - si trovano ad affrontare
situazioni obiettivamente difficili.
A questo proposito è necessario richiamare specialmente
l'attenzione su alcune categorie particolari, che maggiormente abbisognano
non solo di assistenza, ma di un'azione più incisiva sulla pubblica
opinione e soprattutto sulle strutture culturali, economiche e giuridiche,
al fine di eliminare al massimo le cause profonde dei loro disagi.
Tali sono, ad esempio, le famiglie dei migranti per motivi di
lavoro; le famiglie di quanti sono costretti a lunghe assenze, quali, ad
esempio, i militari, i naviganti, gli itineranti d'ogni tipo; le famiglie
dei carcerati, dei profughi e degli esiliati; le famiglie che nelle grande
città vivono praticamente emarginate; quelle che non hanno casa; quelle
incomplete o monoparentali; le famiglie con i figli handicappati o
drogati, le famiglie di alcoolizzati; quelle sradicate dal loro ambiente
culturale e sociale o in rischio di perderlo; quelle discriminate per
motivi politici o per altre ragioni; le famiglie ideologicamente divise;
quelle che non riescono ad avere facilmente un contatto con la parrocchia;
quelle che subiscono violenza o ingiusti trattamenti a motivo della
propria fede; quelle composte da coniugi minorenni; gli anziani, non
raramente costretti a vivere in solitudine e senza adeguati mezzi di
sussistenza.
Le famiglie dei migranti, specialmente trattandosi di operai e di
contadini, devono poter trovare dappertutto, nella Chiesa, la loro patria.
E' questo un compito connaturale alla Chiesa, essendo segno di unità
nella diversità. Per quanto è possibile siano assistiti da sacerdoti del
loro stesso rito, cultura e idioma. Spetta pure alla Chiesa fare appello
alla coscienza pubblica e a quanti hanno autorità nella vita sociale,
economica e politica, affinché gli operai trovino lavoro nella propria
regione e patria, siano retribuiti con giusto salario, le famiglie vengano
al più presto riunite, siano prese in considerazione nella loro identità
culturale, trattate al pari delle altre, ed ai loro figli sia data
l'opportunità della formazione professionale e dell'esercizio della
professione, come pure del possesso della terra necessaria per lavorare e
vivere.
Un problema difficile è quello delle famiglie ideologicamente
divise. In questi casi si richiede una particolare cura pastorale.
Anzitutto bisogna, con discrezione, mantenere un contatto personale con
tali famiglie. I credenti devono essere fortificati nella fede e sostenuti
nella vita cristiana. Anche se la parte fedele al cattolicesimo non può
cedere, tuttavia bisogna sempre mantenere vivo il dialogo con l'altra
parte. Devono essere moltiplicate le manifestazioni di amore e di
rispetto, nella ferma speranza di mantenere salda l'unità. Molto dipende
anche dai rapporti tra genitori e figli. Le ideologie estranee alla fede
possono, del resto, stimolare i membri credenti della famiglia a crescere
nella fede e nella testimonianza di amore.
Altri momenti difficili, nei quali la famiglia ha bisogno
dell'aiuto della comunità ecclesiale e dei suoi pastori, possono essere:
l'adolescenza irrequieta contestatrice ed a volte tempestosa dei figli; il
loro matrimonio, che li stacca dalla famiglia di origine; l'incomprensione
o la mancanza di amore da parte delle persone più care; l'abbandono da
parte del coniuge o la sua perdita, che apre la dolorosa esperienza della
vedovanza, della morte di un familiare che mutila e trasforma in profondità
il nucleo originario della famiglia.
Similmente non può essere trascurato dalla Chiesa il momento
dell'età anziana, con tutti i suoi contenuti positivi e negativi: di
possibile approfondimento dell'amore coniugale sempre più purificato e
nobilitato dalla lunga e ininterrotta fedeltà; di disponibilità a porre
a servizio degli altri, in forma nuova, la bontà e la saggezza accumulata
e le energie rimaste; di pesante solitudine, più spesso psicologica e
affettiva che non fisica, per l'eventuale abbandono o per una
insufficiente attenzione da parte dei figli e dei parenti; di sofferenza
per la malattia, per il progressivo declino delle forze, per l'umiliazione
di dover dipendere da altri, per l'amarezza di sentirsi forse di peso ai
propri cari, per l'avvicinarsi degli ultimi momenti della vita. Sono
queste le occasioni nelle quali - come hanno insinuato i Padri Sinodali -
più facilmente si possono far comprendere e vivere quegli elevati aspetti
della spiritualità matrimoniale e familiare, che si ispirano al valore
della Croce e risurrezione di Cristo, fonte di santificazione e di
profonda letizia nella vita quotidiana, nella prospettiva delle grandi
realtà escatologiche della vita terrena.
In tutte queste diverse situazioni non sia mai trascurata la
preghiera, sorgente di luce e di forza ed alimento della speranza
cristiana.
Matrimoni misti
78. Il numero crescente dei matrimoni fra cattolici ed altri
battezzati richiede pure una peculiare attenzione pastorale alla luce
degli orientamenti e delle norme, contenute nei più recenti documenti
della Santa Sede e in quelli elaborati dalle Conferenze episcopali, per
consentirne l'applicazione concreta alle diverse situazioni.
Le coppie che vivono in matrimonio misto presentano peculiari
esigenze, le quali possono ridursi a tre capi principali.
Vanno, anzitutto, tenuti presenti gli obblighi della parte
cattolica derivanti dalla fede, per quanto concerne il libero esercizio di
essa e il conseguente obbligo di provvedere, secondo le proprie forze, a
battezzare e ad educare i figli nella fede cattolica (cfr. Paolo PP. VI,
Motu Proprio «Matrimonia Mixta», 4-5: ASS 62 [1970], 257ss; cfr.
Giovanni Paolo PP. II, Discorso ai partecipanti alla plenaria del
Segretariato per l'unione dei cristiani [13 Novembre 1981]: «L'Osservatore
Romano» [14 Novembre 1981]).
Bisogna tenere presenti le particolari difficoltà inerenti ai
rapporti tra marito e moglie, per quanto riguarda il rispetto della libertà
religiosa: questa può essere violata sia mediante pressioni indebite per
ottenere il cambiamento delle convinzioni religiose della comparte, sia
mediante impedimenti frapposti alla libera manifestazione di esse nella
pratica religiosa.
Per quanto riguarda la forma liturgica e canonica del matrimonio,
gli Ordinari possono largamente far uso delle loro facoltà per varie
necessità.
Nel trattare di queste speciali esigenze bisogna tener presenti i
punti seguenti:
-
nell'apposita
preparazione a questo tipo di matrimonio, deve essere compiuto ogni
ragionevole sforzo per far ben comprendere la dottrina cattolica sulle
qualità ed esigenze del matrimonio, come pure per assicurarsi che in
futuro, non abbiano a verificarsi le pressioni e gli ostacoli, di cui
si è parlato sopra;
-
è
di somma importanza che, con l'appoggio della comunità, la parte
cattolica venga fortificata nella sua fede e positivamente aiutata a
maturare nella comprensione e nella pratica di essa, in modo da
diventare vera testimone credibile in seno alla famiglia, attraverso
la vita stessa e la qualità dell'amore dimostrato all'altro coniuge e
ai figli.
I matrimoni fra cattolici ed altri battezzati presentano, pur
nella loro particolare fisionomia, numerosi elementi che è bene
valorizzare e sviluppare, sia per il loro intrinseco valore, sia per
l'apporto che possono dare al movimento ecumenico. Ciò è particolarmente
vero quando ambedue i coniugi sono fedeli ai loro impegni religiosi. Il
comune battesimo e il dinamismo della grazia forniscono agli sposi, in
questi matrimoni, la base e la motivazione per esprimere la loro unità
nella sfera dei valori morali e spirituali.
A tal fine, anche per mettere in evidenza l'importanza ecumenica
di un tale matrimonio misto, vissuto pienamente nella fede dei due coniugi
cristiani, va ricercata - anche se non sempre ciò si rivela facile - una
cordiale collaborazione tra il ministro cattolico e quello non cattolico,
fin dal tempo della preparazione al matrimonio e delle nozze.
Quanto alla partecipazione del coniuge non cattolico alla
comunione eucaristica, si seguano le norme impartite dal Segretariato per
l'unione dei cristiani (Istruz. «In quibus rerum circumstantiis» [15
Giugno 1972], 518-525; Nota del 17 Ottobre 1973: ASS 64 [1973] 616-619).
In varie parti del mondo si registra, oggi, un crescente numero di
matrimoni fra cattolici e non battezzati. In molti di essi il coniuge non
battezzato professa un'altra religione e le sue convinzioni devono essere
trattate con rispetto, secondo i principi della Dichiarazione «Nostra
Aetate» del Concilio Ecumenico Vaticano II circa le relazioni con le
religioni non cristiane; ma in non pochi altri, particolarmente nelle
società secolarizzate, la persona non battezzata non professa alcuna
religione. Per questi matrimoni è necessario che le Conferenze episcopali
ed i singoli vescovi prendano misure pastorali adeguate, dirette a
garantire la difesa della fede del coniuge cattolico e la tutela del
libero esercizio di essa, soprattutto per quanto concerne il dovere di
fare quanto è in suo potere perché i figli siano battezzati ed educati
cattolicamente. Il coniuge cattolico deve essere, altresì, sostenuto in
ogni modo nell'impegno di offrire all'interno della famiglia una genuina
testimonianza di fede e di vita cattolica.
Azione pastorale di fronte ad alcune situazioni irregolari
79. Nella sua sollecitudine di tutelare la famiglia in ogni sua
dimensione, non soltanto in quella religiosa, il Sinodo dei Vescovi non ha
tralasciato di prendere in attenta considerazione alcune situazioni
religiosamente e spesso anche civilmente irregolari, che - negli odierni
rapidi mutamenti delle culture - vanno purtroppo diffondendosi anche fra i
cattolici, con non lieve danno dello stesso istituto familiare e della
società, di cui esso costituisce la cellula fondamentale.
a) Il matrimonio per esperimento
80. Una prima situazione irregolare è data da quello che chiamano
«matrimonio per esperimento», che molti oggi vorrebbero giustificare,
attribuendo ad esso un certo valore. Già la stessa ragione umana insinua
la sua inaccettabilità, mostrando quanto sia poco convincente che si
faccia un «esperimento» nei riguardi di persone umane, la cui dignità
esige che siano sempre e solo il termine dell'amore di donazione senza
alcun limite né di tempo né di altra circostanza.
Dal canto suo, la Chiesa non può ammettere un tale tipo di unione
per ulteriori, originali motivi, derivanti dalla fede. Da una parte,
infatti, il dono del corpo nel rapporto sessuale è il simbolo reale della
donazione di tutta la persona: una tale donazione peraltro, nell'attuale
economia non può attuarsi con verità piena senza il concorso dell'amore
di carità, dato da Cristo. Dall'altra parte, poi, il matrimonio fra due
battezzati è il simbolo reale dell'unione di Cristo con la Chiesa, una
unione non temporanea o «ad esperimento», ma eternamente fedele; tra due
battezzati, pertanto, non può esistere che un matrimonio indissolubile.
Tale situazione ordinariamente non può essere superata, se la
persona umana, fin dall'infanzia, con l'aiuto della grazia di Cristo e
senza timori, non è stata educata a dominare la nascente concupiscenza e
ad instaurare con gli altri rapporti di amore genuino. Ciò non si ottiene
senza una vera educazione all'amore autentico e al retto uso della
sessualità, tale che introduca la persona umana secondo ogni sua
dimensione, e perciò anche in quella che riguarda il proprio corpo, nella
pienezza del mistero di Cristo.
Sarà molto utile indagare sulle cause di questo fenomeno, anche
nel suo aspetto psicologico e sociologico, per giungere a trovare
un'adeguata terapia.
b) Unioni libere di fatto
81. Si tratta di unioni senza alcun vincolo istituzionale
pubblicamente riconosciuto, né civile né religioso. Questo fenomeno -
esso pure sempre più frequente - non può non attirare l'attenzione dei
pastori d'anime, anche perché alla sua base possono esserci elementi
molto diversi fra loro, agendo sui quali sarà forse possibile limitarne
le conseguenze.
Alcuni, infatti, vi si considerano quasi costretti da situazioni
difficili - economiche, culturali e religiose - in quanto, contraendo
regolare matrimonio, verrebbero esposti ad un danno, alla perdita di
vantaggi economici, a discriminazioni, ecc. In altri, invece, si riscontra
un atteggiamento di disprezzo, di contestazione o di rigetto della società,
dell'istituto familiare, dell'ordinamento socio-politico, o di sola
ricerca del piacere. Altri, infine, vi sono spinti dall'estrema ignoranza
e povertà, talvolta da condizionamenti dovuti a situazioni di vera
ingiustizia, o anche da una certa immaturità psicologica, che li rende
incerti e timorosi di contrarre un vincolo stabile e definitivo. In alcuni
Paesi le consuetudini tradizionali prevedono il matrimonio vero e proprio
solo dopo un periodo di coabitazione e dopo la nascita del primo figlio.
Ognuno di questi elementi pone alla Chiesa ardui problemi
pastorali, per le gravi conseguenze che ne derivano, sia religiose e
morali (perdita del senso religioso del matrimonio, visto alla luce
dell'Alleanza di Dio con il suo popolo: privazione della grazia del
sacramento; grave scandalo), sia anche sociali (distruzione del concetto
di famiglia; indebolimento del senso di fedeltà anche verso la società;
possibili traumi psicologici nei figli; affermazione dell'egoismo).
Sarà cura dei pastori e della comunità ecclesiale conoscere tali
situazioni e le loro cause concrete, caso per caso; avvicinare i
conviventi con discrezione e rispetto; adoperarsi con una azione di
paziente illuminazione, di caritatevole correzione, di testimonianza
familiare cristiana, che possa spianare loro la strada verso la
regolarizzazione della situazione.
Soprattutto, però, sia fatta opera di prevenzione, coltivando il
senso della fedeltà in tutta l'educazione morale e religiosa dei giovani,
istruendoli circa le condizioni e le strutture che favoriscono tale fedeltà,
senza la quale non si dà vera libertà, aiutandoli a maturare
spiritualmente, facendo loro comprendere la ricca realtà umana e
soprannaturale del matrimonio-sacramento.
Il Popolo di Dio si adoperi anche presso le pubbliche autorità
affinché resistendo a queste tendenze disgregatrici della stessa società
e dannose per la dignità, sicurezza e benessere dei singoli cittadini, si
adoperino perché l'opinione pubblica non sia indotta a sottovalutare
l'importanza istituzionale del matrimonio e della famiglia. E poiché in
molte regioni, per l'estrema povertà derivante da strutture
socioeconomiche ingiuste o inadeguate, i giovani non sono in condizione di
sposarsi come si conviene, la società e le pubbliche autorità
favoriscono il matrimonio legittimo mediante una serie di interventi
sociali e politici, garantendo il salario familiare, emanando disposizioni
per un'abitazione adatta alla vita familiare, creando adeguate possibilità
di lavoro e di vita.
c) Cattolici uniti col solo matrimonio civile
82. E' sempre più diffuso il caso di cattolici che, per motivi
ideologici e pratici, preferiscono contrarre il solo matrimonio civile,
rifiutando o almeno rimandando quello religioso. La loro situazione non può
equipararsi senz'altro a quella dei semplici conviventi senza alcun
vincolo, in quanto vi si riscontra almeno un certo impegno a un preciso e
probabilmente stabile stato di vita, anche se spesso non è estranea a
questo passo la prospettiva di un eventuale divorzio. Ricercando il
pubblico riconoscimento del vincolo da parte dello Stato, tali coppie
mostrano di essere disposte ad assumersene, con i vantaggi, anche gli
obblighi. Ciò nonostante, neppure questa situazione è accettabile da
parte della Chiesa.
L'azione pastorale tenderà a far comprendere la necessità della
coerenza tra la scelta di vita e la fede che si professa, e cercherà di
far quanto è possibile per indurre tali persone a regolare la propria
situazione alla luce dei principi cristiani. Pur trattandole con grande
carità, e interessandole alla vita delle rispettive comunità, i pastori
della Chiesa non potranno purtroppo ammetterle ai sacramenti.
d) Separati e divorziati non risposati
83. Motivi diversi, quali incomprensioni reciproche, incapacità
di aprirsi a rapporti interpersonali, ecc. possono dolorosamente condurre
il matrimonio valido a una frattura spesso irreparabile. Ovviamente la
separazione deve essere considerata come estremo rimedio, dopo che ogni
altro ragionevole tentativo si sia dimostrato vano.
La solitudine e altre difficoltà sono spesso retaggio del coniuge
separato, specialmente se innocente. In tal caso la comunità ecclesiale
deve più che mai sostenerlo; prodigargli stima, solidarietà,
comprensione ed aiuto concreto in modo che gli sia possibile conservare la
fedeltà anche nella difficile situazione in cui si trova; aiutarlo a
coltivare l'esigenza del perdono propria dell'amore cristiano e la
disponibilità all'eventuale ripresa della vita coniugale anteriore.
Analogo è il caso del coniuge che ha subito divorzio, ma che -
ben conoscendo l'indissolubilità del vincolo matrimoniale valido - non si
lascia coinvolgere in una nuova unione, impegnandosi invece unicamente
nell'adempimento dei suoi doveri di famiglia e delle responsabilità della
vita cristiana. In tal caso il suo esempio di fedeltà e di coerenza
cristiana assume un particolare valore di testimonianza di fronte al mondo
e alla Chiesa, rendendo ancor più necessaria, da parte di questa,
un'azione continua di amore e di aiuto, senza che vi sia alcun ostacolo
per l'ammissione ai sacramenti.
e) I divorziati risposati
84. L'esperienza quotidiana mostra, purtroppo, che chi ha fatto
ricorso al divorzio ha per lo più in vista il passaggio ad una nuova
unione, ovviamente non col rito religioso cattolico. Poiché si tratta di
una piaga che va, al pari delle altre, intaccando sempre più largamente
anche gli ambienti cattolici, il problema dev'essere affrontato con
premura indilazionabile. I Padri Sinodali l'hanno espressamente studiato.
La Chiesa, infatti, istituita per condurre a salvezza tutti gli uomini e
soprattutto i battezzati, non può abbandonare a se stessi coloro che - già
congiunti col vincolo matrimoniale sacramentale - hanno cercato di passare
a nuove nozze. Perciò si sforzerà, senza stancarsi, di mettere a loro
disposizione i suoi mezzi di salvezza.
Sappiano i pastori che, per amore della verità, sono obbligati a
ben discernere le situazioni. C'è infatti differenza tra quanti
sinceramente si sono sforzati di salvare il primo matrimonio e sono stati
abbandonati del tutto ingiustamente, e quanti per loro grave colpa hanno
distrutto un matrimonio canonicamente valido. Ci sono infine coloro che
hanno contratto una seconda unione in vista dell'educazione dei figli, e
talvolta sono soggettivamente certi in coscienza che il precedente
matrimonio, irreparabilmente distrutto, non era mai stato valido.
Insieme col Sinodo, esorto caldamente i pastori e l'intera comunità
dei fedeli affinché aiutino i divorziati procurando con sollecita carità
che non si considerino separati dalla Chiesa, potendo e anzi dovendo, in
quanto battezzati, partecipare alla sua vita. Siano esortati ad ascoltare
la Parola di Dio, a frequentare il sacrificio della Messa, a perseverare
nella preghiera, a dare incremento alle opere di carità e alle iniziative
della comunità in favore della giustizia, a educare i figli nella fede
cristiana, a coltivare lo spirito e le opere di penitenza per implorare
così, di giorno in giorno, la grazia di Dio. La Chiesa preghi per loro,
li incoraggi, si dimostri madre misericordiosa e così li sostenga nella
fede e nella speranza.
La Chiesa, tuttavia, ribadisce la sua prassi, fondata sulla Sacra
Scrittura, di non ammettere alla comunione eucaristica i divorziati
risposati. Sono essi a non poter esservi ammessi, dal momento che il loro
stato e la loro condizione di vita contraddicono oggettivamente a
quell'unione di amore tra Cristo e la Chiesa, significata e attuata
dall'Eucaristia. C'è inoltre un altro peculiare motivo pastorale: se si
ammettessero queste persone all'Eucaristia, i fedeli rimarrebbero indotti
in errore e confusione circa la dottrina della Chiesa sull'indissolubilità
del matrimonio.
La riconciliazione nel sacramento della penitenza - che aprirebbe
la strada al sacramento eucaristico - può essere accordata solo a quelli
che, pentiti di aver violato il segno dell'Alleanza e della fedeltà a
Cristo, sono sinceramente disposti ad una forma di vita non più in
contraddizione con l'indissolubilità del matrimonio. Ciò comporta, in
concreto, che quando l'uomo e la donna, per seri motivi - quali, ad
esempio, l'educazione dei figli - non possono soddisfare l'obbligo della
separazione, «assumono l'impegno di vivere in piena continenza, cioè di
astenersi dagli atti propri dei coniugi» (Giovanni Paolo PP. II, Omelia
per la chiusura del VI Sinodo dei Vescovi, 7 [25 Ottobre 1980]: AAS 72
[1980] 1082).
Similmente il rispetto dovuto sia al sacramento del matrimonio sia
agli stessi coniugi e ai loro familiari, sia ancora alla comunità dei
fedeli proibisce ad ogni pastore, per qualsiasi motivo o pretesto anche
pastorale, di porre in atto, a favore dei divorziati che si risposano,
cerimonie di qualsiasi genere. Queste, infatti, darebbero l'impressione
della celebrazione di nuove nozze sacramentali valide e indurrebbero
conseguentemente in errore circa l'indissolubilità del matrimonio
validamente contratto.
Agendo in tal modo, la Chiesa professa la propria fedeltà a
Cristo e alla sua verità; nello stesso tempo si comporta con animo
materno verso questi suoi figli, specialmente verso coloro che, senza loro
colpa, sono stati abbandonati dal loro coniuge legittimo.
Con ferma fiducia essa crede che, anche quanti si sono allontanati
dal comandamento del Signore ed in tale stato tuttora vivono, potranno
ottenere da Dio la grazia della conversione e della salvezza, se avranno
perseverato nella preghiera, nella penitenza e nella carità.
I senza-famiglia
85. Ancora una parola desidero aggiungere per una categoria di
persone che, per la concreta condizione in cui si trovano a vivere - e
spesso non per loro deliberata volontà - io considero particolarmente
vicine al Cuore di Cristo e degne dell'affetto della sollecitudine fattiva
della Chiesa e dei pastori.
Esistono al mondo moltissime persone le quali, disgraziatamente,
non possono riferirsi in alcun modo a ciò che si potrebbe definire in
senso proprio una famiglia. Grandi settori dell'umanità vivono in
condizioni di enorme povertà, in cui la promiscuità, la carenza di
abitazioni, l'irregolarità ed instabilità dei rapporti, l'estrema
mancanza di cultura non consentono praticamente di poter parlare di vera
famiglia. Ci sono altre persone che, per motivi diversi, sono rimaste sole
al mondo. Eppure per tutti costoro esiste un «buon annunzio della
famiglia».
In favore di quanti vivono in estrema povertà, già ho parlato
dell'urgente necessità di lavorare coraggiosamente per trovare soluzioni,
anche a livello politico, che consentano di aiutarli a superare questa
inumana condizione di prostrazione. E' un compito che incombe,
solidarmente, all'intera società, ma in maniera speciale alle autorità
in forza della loro carica e delle conseguenti responsabilità, nonché
alle famiglie, che devono dimostrare grande comprensione e volontà di
aiuto.
A coloro che non hanno una famiglia naturale bisogna aprire ancor
più le porte della grande famiglia che è la Chiesa, la quale si
concretizza a sua volta nella famiglia diocesana e parrocchiale, nelle
comunità ecclesiali di base o nei movimenti apostolici. Nessuno è privo
della famiglia in questo mondo: la Chiesa è casa e famiglia per tutti,
specialmente per quanti sono «affaticati e oppressi» (cfr. Mt 11,28).
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CONCLUSIONE
86. A voi sposi, a voi padri e madri di famiglia;
a voi, giovani e ragazze, che siete il futuro e la speranza della
Chiesa e del mondo, e sarete il nucleo portante e dinamico della famiglia
nel terzo millennio che si avvicina;
a voi, venerabili e cari fratelli nell'episcopato e nel
sacerdozio, diletti figli religiosi e religiose, anime consacrate al
Signore, che agli sposi testimoniate la realtà ultima dell'amore di Dio;
a voi, uomini tutti di retto sentire, che a qualsiasi titolo siete
pensierosi delle sorti della famiglia, si rivolge con trepida
sollecitudine il mio animo al termine di questa esortazione apostolica.
L'avvenire dell'umanità passa attraverso la famiglia!
E', dunque, indispensabile ed urgente che ogni uomo di buona
volontà si impegni a salvare ed a promuovere i valori e le esigenze della
famiglia.
Un particolare sforzo a questo riguardo sento di dover chiedere ai
figli della Chiesa. Essi, che nella fede conoscono pienamente il
meraviglioso disegno di Dio, hanno una ragione in più per prendersi a
cuore la realtà della famiglia in questo nostro tempo di prova e di
grazia.
Essi devono amare in modo particolare la famiglia. E' questa una
consegna concreta ed esigente.
Amare la famiglia significa saperne stimare i valori e le
possibilità, promuovendoli sempre. Amare la famiglia significa
individuare i pericoli ed i mali che la minacciano, per poterli superare.
Amare la famiglia significa adoperarsi per crearle un ambiente che
favorisca il suo sviluppo. E, ancora, è forma eminente di amore ridare
alla famiglia cristiana di oggi, spesso tentata dallo sconforto e
angosciata per le accresciute difficoltà, ragioni di fiducia in se
stessa, nelle proprie ricchezze di natura e di grazia, nella missione che
Dio le ha affidato. «Bisogna che le famiglie del nostro tempo riprendano
quota! Bisogna che seguano Cristo!» (Giovanni Paolo PP. II, Lettera «Appropinaquat
iam», 1 [15 Agosto 1980]: ASS 72 [1980], 791).
Spetta altresì ai cristiani il compito di annunciare con gioia e
convinzione la «buona novella» sulla famiglia, la quale ha un assoluto
bisogno di ascoltare sempre di nuovo e di comprendere sempre più a fondo
le parole autentiche che le rivelano la sua identità, le sue risorse
interiori, l'importanza della sua missione nella Città degli uomini e in
quella di Dio.
La Chiesa conosce la via sulla quale la famiglia può giungere al
cuore della sua verità profonda. Questa via, che la Chiesa ha imparato
alla scuola di Cristo e a quella della storia, interpretata nella luce
dello Spirito, essa non la impone, ma sente in sé l'insopprimibile
esigenza di proporla a tutti senza timore, anzi con grande fiducia e
speranza, pur sapendo che la «buona novella» conosce il linguaggio della
Croce. Ma è attraverso la Croce che la famiglia può giungere alla
pienezza del suo essere e alla perfezione del suo amore.
Desidero, infine, invitare tutti i cristiani a collaborare,
cordialmente e coraggiosamente, con tutti gli uomini di buona volontà,
che vivono la loro responsabilità al servizio della famiglia. Quanti si
consacrano al suo bene in seno alla Chiesa, nel suo nome e da essa
ispirati, siano essi individui o gruppi, movimenti o associazioni, trovano
spesso al loro fianco persone e istituzioni diverse che operano per il
medesimo ideale. Nella fedeltà ai valori del Vangelo e dell'uomo e nel
rispetto di un legittimo pluralismo di iniziative, questa collaborazione
potrà favorire una più rapida ed integrale promozione della famiglia.
Ed ora, concludendo questo messaggio pastorale, che intende
sollecitare l'attenzione di tutti sui compiti gravosi ma affascinanti
della famiglia cristiana, desidero invocare la protezione della santa
Famiglia di Nazaret.
Per misterioso disegno di Dio, in essa è vissuto nascosto per
lunghi anni il Figlio di Dio: essa è dunque prototipo ed esempio di tutte
le famiglie cristiane. E quella Famiglia, unica al mondo, che ha trascorso
un'esistenza anonima e silenziosa in un piccolo borgo della Palestina; che
è stata provata dalla povertà, dalla persecuzione, dall'esilio; che ha
glorificato Dio in modo incomparabilmente alto e puro, non mancherà di
assistere le famiglie cristiane, anzi tutte le famiglie del mondo, nella
fedeltà ai loro doveri quotidiani, nel sopportare le ansie e le
tribolazioni della vita, nella generosa apertura verso le necessità degli
altri, nell'adempimento gioioso del piano di Dio nei loro riguardi.
Che san Giuseppe, «uomo giusto», lavoratore instancabile,
custode integerrimo dei pegni a lui affidati, le custodisca, le protegga,
le illumini sempre.
Che la Vergine Maria, come è Madre della Chiesa, così anche sia
la Madre della «Chiesa domestica», e, grazie al suo aiuto materno, ogni
famiglia cristiana possa diventare veramente una «piccola Chiesa», nella
quale si rispecchi e riviva il mistero della Chiesa di Cristo. Sia Lei,
l'ancella del Signore, l'esempio di accoglienza umile e generosa della
volontà di Dio; sia Lei, Madre Addolorata ai piedi della Croce, a
confortare le sofferenze e ad asciugare le lacrime di quanti soffrono per
le difficoltà delle loro famiglie.
E Cristo Signore, Re dell'universo, Re delle famiglie, sia
presente, come a Cana, in ogni focolare cristiano a donare luce, gioia,
serenità, fortezza. A Lui, nel giorno solenne dedicato alla sua Regalità,
chiedo che ogni famiglia sappia generosamente portare il suo originale
contributo all'avvento nel mondo del suo Regno, «Regno di verità e di
vita, di santità e di pace» («Prefatio» della Messa della Solennità
di Nostro Signore Gesù Cristo Re dell'universo), verso il quale è in
cammino la storia.
A Lui, a Maria, a Giuseppe affido ogni famiglia. Alle loro mani e
al loro cuore presento questa esortazione: siano Essi a porgerla a voi,
venerati fratelli e diletti figli, e ad aprire i vostri cuori alla luce
che il Vangelo irradia su ogni famiglia.
A tutti e a ciascuno, assicurando la mia costante preghiera,
imparto di cuore l'apostolica benedizione, nel nome del Padre, del Figlio
e dello Spirito Santo.
Dato a Roma, presso san Pietro, il 22 novembre, Solennità di N.
S. Gesù Cristo Re dell'universo, dell'anno 1981, quarto del Pontificato.
GIOVANNI PAOLO II
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