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GIOVANNI
PAOLO II - Esortazione Apostolica:
PASTORES DOBO VOBIS
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Introduzione
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Introduzione
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Capitolo I
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PRESO
FRA GLI UOMINI
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Capitolo II
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MI
HA CONSACRATO CON L'UNZIONE E MI HA MANDATO
La natura e la missione del sacerdozio ministeriale
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Capitolo III
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LO
SPIRITO DEL SIGNORE E' SOPRA DI ME
La vita spirituale del sacerdote
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Capitolo IV
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VENITE
E VEDRETE
La vocazione sacerdotale nella pastorale della Chiesa
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Capitolo V
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NE
COSTITUI' DODICI CHE STESSERO CON LUI
La formazione dei candidati al sacerdozio
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Capitolo VI
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TI
RICORDO DI RAVVIVARE IL DONO DI DIO CHE E' IN TE
La formazione permanente dei sacerdoti
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Conclusione
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Conclusione
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ESORTAZIONE APOSTOLICA
POST-SINODALE
PASTORES DABO VOBIS
DI SUA SANTITA'
GIOVANNI PAOLO II
ALL'EPISCOPATO
AL CLERO E AI FEDELI
CIRCA LA FORMAZIONE DEI SACERDOTI
NELLE CIRCOSTANZE ATTUALI
Venerati Fratelli e diletti Figli e Figlie,
salute e Apostolica Benedizione
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INTRODUZIONE
« Vi darò Pastori secondo il mio cuore ».(1)
Con queste parole del profeta Geremia Dio promette al suo popolo
di non lasciarlo mai privo di pastori che lo radunino e lo guidino: «
Costituirò sopra di esse (ossia sulle mie pecore) pastori che le faranno
pascolare, così che non dovranno più temere né sgomentarsi ».(2)
La Chiesa, popolo di Dio, sperimenta sempre la realizzazione di
questo annuncio profetico e nella gioia continua a rendere grazie al
Signore. Essa sa che Gesù Cristo stesso è il compimento vivo, supremo e
definitivo della promessa di Dio: « Io sono il buon pastore ».(3)
Egli, « il Pastore grande delle pecore »,(4) ha affidato agli
apostoli e ai loro successori il ministero di pascere il gregge di Dio.(5)
In particolare, senza sacerdoti la Chiesa non potrebbe vivere quella
fondamentale obbedienza che è al cuore stesso della sua esistenza e della
sua missione nella storia: l'obbedienza al comando di Gesù: « Andate
dunque e ammaestrate tutte le genti » (6) e « Fate questo in memoria di
me »,(7) ossia il comando di annunciare il Vangelo e di rinnovare ogni
giorno il sacrificio del suo corpo dato e del suo sangue versato per la
vita del mondo.
Nella fede sappiamo che la promessa del Signore non può venir
meno. Proprio questa promessa è la ragione e la forza che fa gioire la
Chiesa di fronte alla fioritura e alla crescita numerica delle vocazioni
sacerdotali, che oggi si registrano in alcune parti del mondo, così come
rappresenta il fondamento e lo stimolo per un suo atto di fede più grande
e di speranza più viva di fronte alla grave scarsità di sacerdoti, che
pesa in altre parti del mondo.
Tutti siamo chiamati a condividere la fiducia piena
nell'ininterrotto compiersi della promessa di Dio, che i Padri sinodali
hanno voluto testimoniare in modo chiaro e forte: « Il Sinodo con piena
fiducia nella promessa di Cristo che ha detto: "Ecco, io sono con voi
tutti i giorni sino alla fine del mondo" (8) e consapevole
dell'attività costante dello Spirito Santo nella Chiesa, intimamente
crede che non mancheranno mai completamente nella Chiesa i sacri
ministri... Anche se in varie regioni si dà scarsità di clero, tuttavia
l'azione del Padre, che suscita le vocazioni, non cesserà mai nella
Chiesa ».(9)
Come ho detto a conclusione del Sinodo, di fronte alla crisi delle
vocazioni sacerdotali « la prima risposta che la Chiesa dà sta in un
atto di fiducia totale nello Spirito Santo. Siamo profondamente convinti
che questo fiducioso abbandono non deluderà, se peraltro restiamo fedeli
alla grazia ricevuta ».(10)
2. Restare fedeli alla grazia ricevuta! Infatti, il dono di Dio
non annulla la libertà dell'uomo, ma la suscita, la sviluppa e la esige.
Per questo la fiducia totale nell'incondizionata fedeltà di Dio
alla sua promessa si accompagna nella Chiesa alla grave responsabilità di
cooperare all'azione di Dio che chiama, di contribuire a creare e a
mantenere le condizioni nelle quali il buon seme, seminato da Dio, possa
mettere radici e dare frutti abbondanti. La Chiesa non può mai cessare di
pregare il padrone della messe perché mandi operai nella sua messe,(11)
di rivolgere una limpida e coraggiosa proposta vocazionale alle nuove
generazioni, di aiutarle a discernere la verità della chiamata di Dio e a
corrispondervi con generosità, di riservare una cura particolare per la
formazione dei candidati al presbiterato.
In realtà la formazione dei futuri sacerdoti, sia diocesani sia
religiosi, e l'assidua cura, protratta lungo tutto il corso della vita,
per la loro santificazione personale nel ministero e per l'aggiornamento
costante del loro impegno pastorale, sono considerate dalla Chiesa come
uno dei compiti di massima delicatezza e importanza per il futuro
dell'evangelizzazione dell'umanità.
Quest'opera formativa della Chiesa è una continuazione nel tempo
dell'opera di Cristo, che l'evangelista Marco indica con le parole: « Gesù
salì sul monte, chiamò a sé quelli che egli volle ed essi andarono da
lui. Ne costituì 12 che stessero con lui e anche per mandarli a predicare
e perché avessero il potere di scacciare i demoni ».(12)
Si può affermare che nella sua storia, la Chiesa ha sempre
rivissuto, sia pure con intensità e in modalità diverse, questa pagina
del Vangelo mediante l'opera formativa riservata ai candidati al
presbiterato e ai sacerdoti stessi. Oggi però la Chiesa si sente chiamata
a rivivere quanto il Maestro ha fatto con i suoi apostoli con un impegno
nuovo, sollecitata com'è dalle profonde e rapide trasformazioni delle
società e delle culture del nostro tempo, dalla molteplicità e diversità
dei contesti nei quali essa annuncia e testimonia il Vangelo, dal
favorevole andamento numerico delle vocazioni sacerdotali che si registra
in diverse diocesi, dall'urgenza di una nuova verifica dei contenuti e dei
metodi della formazione sacerdotale, dalla preoccupazione dei Vescovi e
delle loro comunità per la persistente scarsità di clero, dall'assoluta
necessità che la « nuova evangelizzazione » abbia nei sacerdoti i suoi
primi « nuovi evangelizzatori ».
Proprio in questo contesto storico e culturale si è collocata
l'ultima Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei Vescovi, dedicata a
« La formazione dei sacerdoti nelle circostanze attuali », con
l'intento, a distanza di 25 anni dalla fine del Concilio, di portare a
compimento la dottrina conciliare su questo argomento e di renderla più
attuale e incisiva nelle circostanze odierne.(13)
3. In continuità con i testi del Concilio Vaticano II circa
l'ordine dei presbiteri e la loro formazione,(14) e nell'intento di
applicarne in concreto alle varie situazioni la ricca ed autorevole
dottrina, la Chiesa ha affrontato più volte i problemi della vita, del
ministero e della formazione dei sacerdoti.
Le occasioni più solenni sono stati i Sinodi dei Vescovi. Fin
dalla prima Assemblea generale, svoltasi nell'ottobre del 1967, il Sinodo
dedicò 5 congregazioni generali al tema del rinnovamento dei seminari.
Questo lavoro diede impulso decisivo all'elaborazione del documento della
Congregazione per l'Educazione Cattolica: « Norme fondamentali per la
formazione sacerdotale ».(15)
Fu soprattutto la seconda Assemblea generale ordinaria del 1971 a
impegnare la metà dei suoi lavori sul sacerdozio ministeriale. I frutti
di questo lungo confronto sinodale, ripresi e condensati in alcune «
raccomandazioni » sottomesse al mio Predecessore, Papa Paolo VI, e lette
in apertura del Sinodo del 1974, riguardavano principalmente la dottrina
sul sacerdozio ministeriale ed alcuni aspetti della spiritualità e del
ministero sacerdotale.
Anche in molte altre occasioni il Magistero della Chiesa ha
continuato a testimoniare la sua sollecitudine per la vita e per il
ministero dei sacerdoti. Si può dire che negli anni del post-Concilio non
ci sia stato intervento magisteriale che in qualche misura non abbia
riguardato, in modo esplicito o implicito, il senso della presenza dei
sacerdoti nella comunità, il loro ruolo e la loro necessità per la
Chiesa e per la vita del mondo.
In questi anni più recenti e da più parti è stata avvertita la
necessità di ritornare sul tema del sacerdozio, affrontandolo da un punto
di vista relativamente nuovo e più adatto alle presenti circostanze
ecclesiali e culturali. L'attenzione si è spostata dal problema
dell'identità del prete ai problemi connessi con l'itinerario formativo
al sacerdozio e con la qualità di vita dei sacerdoti. In realtà le nuove
generazioni di chiamati al sacerdozio ministeriale presentano
caratteristiche notevolmente diverse rispetto a quelle dei loro immediati
predecessori e vivono in un mondo per tanti aspetti nuovo e in continua e
rapida evoluzione. E di tutto ciò non si può non tener conto nella
programmazione e nella realizzazione degli itinerari educativi al
sacerdozio ministeriale.
I sacerdoti poi, già inseriti da un tempo più o meno lungo
nell'esercizio del ministero, sembrano oggi soffrire di eccessiva
dispersione nelle sempre crescenti attività pastorali e, di fronte alle
difficoltà della società e della cultura contemporanea, si sentono
costretti a ripensare i loro stili di vita e le priorità degli impegni
pastorali, mentre avvertono sempre più la necessità di una formazione
permanente.
Ora all'incremento delle vocazioni al presbiterato, alla loro
formazione perché i candidati conoscano e seguano Gesù preparandosi a
celebrare e a vivere il sacramento dell'Ordine che li configura a Cristo
Capo e Pastore, Servo e Sposo della Chiesa, all'individuazione di
itinerari di formazione permanente capaci di sostenere in modo realistico
ed efficace il ministero e la vita spirituale dei sacerdoti sono state
dedicate le preoccupazioni e le riflessioni del Sinodo dei Vescovi 1990.
Questo stesso Sinodo intendeva anche rispondere a una richiesta
fatta dal precedente Sinodo sulla vocazione e missione dei laici nella
Chiesa e nel mondo. I laici stessi avevano sollecitato l'impegno dei
sacerdoti alla formazione per essere opportunamente aiutati nel compimento
della comune missione ecclesiale. E in realtà, « più si sviluppa
l'apostolato dei laici e più fortemente viene percepito il bisogno di
avere dei sacerdoti che siano ben formati. Così la vita stessa del popolo
di Dio manifesta l'insegnamento del Concilio Vaticano II sul rapporto tra
sacerdozio comune e sacerdozio ministeriale o gerarchico: infatti nel
mistero della Chiesa la gerarchia ha un carattere ministeriale.(16) Più
si approfondisce il senso della vocazione propria dei laici, più si
evidenzia ciò che è proprio del sacerdozio ».(17)
4. Nell'esperienza ecclesiale tipica del Sinodo, quella cioè di
« una singolare esperienza di comunione episcopale nell'universalità,
che rafforza il senso della Chiesa universale, la responsabilità dei
Vescovi verso la Chiesa universale e la sua missione, in comunione
affettiva ed effettiva attorno a Pietro »,(18) si è fatta sentire,
limpida ed accurata, la voce delle diverse Chiese particolari — e
in questo Sinodo, per la prima volta, di alcune Chiese dell'Est —, le
Chiese hanno proclamato la loro fede nel compimento della promessa di Dio:
« Vi darò pastori secondo il mio cuore »,(19) e hanno rinnovato il loro
impegno pastorale per la cura delle vocazioni e per la formazione dei
sacerdoti, nella consapevolezza che da queste dipendono l'avvenire della
Chiesa, il suo sviluppo e la sua missione universale di salvezza.
Riprendendo ora il ricco patrimonio delle riflessioni, degli
orientamenti e delle indicazioni che hanno preparato e accompagnato i
lavori dei Padri sinodali, con questa Esortazione Apostolica post-sinodale
unisco alla loro la mia voce di Vescovo di Roma e di Successore di Pietro
e la rivolgo al cuore di tutti i fedeli e di ciascuno di essi, in
particolare al cuore dei sacerdoti e di quanti sono impegnati nel delicato
ministero della loro formazione. Sì, con tutti i sacerdoti e con ciascuno
di loro, sia diocesani sia religiosi, desidero incontrarmi mediante
questa Esortazione.
Con le labbra e il cuore dei Padri sinodali faccio mie le parole e
i sentimenti del « Messaggio finale del Sinodo al popolo di Dio »: «
Con animo riconoscente e pieno di ammirazione ci rivolgiamo a voi che
siete i nostri primi cooperatori nel servizio apostolico. La vostra opera
nella Chiesa è veramente necessaria e insostituibile. Voi sostenete il
peso del ministero sacerdotale e avete il contatto quotidiano con i
fedeli. Voi siete i ministri dell'Eucaristia, i dispensatori della
misericordia divina nel Sacramento della Penitenza, i consolatori delle
anime, le guide dei fedeli tutti nelle tempestose difficoltà della vita.
« Vi salutiamo con tutto il cuore, vi esprimiamo la nostra
gratitudine e vi esortiamo a perseverare in questa via con animo lieto e
pronto. Non cedete allo scoraggiamento. La nostra opera non è nostra ma
di Dio.
« Colui che ci ha chiamati e che ci ha inviati rimane con noi per
tutti i giorni della nostra vita. Noi infatti operiamo per mandato di
Cristo ».(20)
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CAPITOLO I
PRESO FRA GLI UOMINI
5. « Ogni sommo sacerdote, preso fra gli uomini, viene costituito
per il bene degli uomini nelle cose che riguardano Dio ».(21)
La Lettera agli Ebrei afferma chiaramente l'« umanità » del
ministro di Dio: egli viene dagli uomini ed è al servizio degli
uomini, imitando Gesù Cristo « lui stesso provato in ogni cosa, a
somiglianza di noi, escluso il peccato ».(22)
Dio chiama i suoi sacerdoti sempre da determinati contesti umani
ed ecclesiali, dai quali sono inevitabilmente connotati e ai quali sono
mandati per il servizio del Vangelo di Cristo.
Per questo il Sinodo ha contestualizzato l'argomento dei
sacerdoti, collocandolo nell'oggi della società e della Chiesa e
aprendolo alle prospettive del terzo millennio, come del resto risulta
dalla stessa formulazione del tema: « La formazione dei sacerdoti nelle
circostanze attuali ».
Certamente « c'è una fisionomia essenziale del sacerdote che non
muta: il sacerdote di domani infatti, non meno di quello di oggi, dovrà
assomigliare a Cristo. Quando viveva sulla terra, Gesù offrì in se
stesso il volto definitivo del presbitero, realizzando un sacerdozio
ministeriale di cui gli apostoli furono i primi ad essere investiti; esso
è destinato a durare, a riprodursi incessantemente in tutti i periodi
della storia. Il presbitero del terzo millennio sarà, in questo senso, il
continuatore dei presbiteri che, nei precedenti millenni, hanno animato la
vita della Chiesa. Anche nel Duemila la vocazione sacerdotale continuerà
ad essere la chiamata a vivere l'unico e permanente sacerdozio di Cristo
».(23) Altrettanto certamente la vita e il ministero del sacerdote devono
anche « adattarsi a ogni epoca e ad ogni ambiente di vita... Da parte
nostra dobbiamo perciò cercare di aprirci, per quanto possibile, alla
superiore illuminazione dello Spirito Santo, per scoprire gli orientamenti
della società contemporanea, riconoscere i bisogni spirituali più
profondi, determinare i compiti concreti più importanti, i metodi
pastorali da adottare, e così rispondere in modo adeguato alle attese
umane ».(24)
Dovendo coniugare la permanente verità del ministero presbiterale
con le istanze e le caratteristiche dell'oggi, i Padri Sinodali hanno
cercato di rispondere ad alcune domande necessarie: quali problemi
e, nello stesso tempo, quali stimoli positivi l'attuale contesto
socio-culturale ed ecclesiale suscita nei ragazzi, negli adolescenti e nei
giovani che devono maturare, per tutta l'esistenza, un progetto di vita
sacerdotale? Quali difficoltà e quali nuove possibilità offre il nostro
tempo per l'esercizio di un ministero sacerdotale coerente col dono del
Sacramento ricevuto e con l'esigenza di una vita spirituale
corrispondente?
Ripresento ora alcuni elementi dell'analisi della situazione che i
Padri sinodali hanno sviluppato, ben consapevole però che la grande
varietà delle circostanze socio-culturali ed ecclesiali presenti nei
diversi paesi consiglia di segnalare solo i fenomeni più profondi e più
diffusi, in particolare quelli che si rapportano ai problemi educativi e
alla formazione sacerdotale.
6. Molteplici fattori sembrano favorire negli uomini d'oggi una più
matura coscienza della dignità della persona e una nuova apertura ai
valori religiosi, al Vangelo e al ministero sacerdotale.
Nell'ambito della società troviamo, nonostante tante
contraddizioni, una più diffusa e forte sete di giustizia e di pace, un
senso più vivo della cura dell'uomo per il creato e per il rispetto della
natura, una ricerca più aperta della verità e della tutela della dignità
umana, l'impegno crescente, in molte fasce della popolazione mondiale, per
una più concreta solidarietà internazionale e per un nuovo ordine
planetario, nella libertà e nella giustizia. Cresce anche, mentre si
sviluppa sempre più il potenziale di energie offerto dalle scienze e
dalle tecniche e si diffondono l'informazione e la cultura, una nuova
domanda etica, la domanda, cioè, di senso e quindi di un'oggettiva scala
di valori che permetta di stabilire le possibilità e i limiti del
progresso.
Nel campo più propriamente religioso e cristiano, cadono
pregiudizi ideologici e chiusure violente all'annuncio dei valori
spirituali e religiosi, mentre sorgono nuove e insperate possibilità per
l'evangelizzazione e la ripresa della vita ecclesiale in molte parti del
mondo. Si notano così una crescente diffusione della conoscenza delle
Sacre Scritture; una vitalità e forza espansiva di molte Chiese giovani
con un ruolo sempre più rilevante nella difesa e nella promozione dei
valori della persona e della vita umana; una splendida testimonianza del
martirio da parte delle Chiese del Centro-Est europeo, come anche della
fedeltà e del coraggio di altre Chiese, che ancora sono costrette a
subire persecuzioni e tribolazioni per la fede.(25)
Il desiderio di Dio e di un rapporto vivo e significativo con Lui
si presenta oggi tanto forte da favorire, là dove manca l'autentico e
integrale annuncio del Vangelo di Gesù, la diffusione di forme di
religiosità senza Dio e di molteplici sette. La loro espansione, anche in
alcuni ambienti tradizionalmente cristiani, è sì per tutti i figli della
Chiesa, e per i sacerdoti in particolare, un costante motivo di esame di
coscienza sulla credibilità della loro testimonianza al Vangelo, ma
insieme anche un segno di quanto sia tuttora profonda e diffusa la ricerca
di Dio.
7. Ma con questi e con altri fattori positivi si trovano
intrecciati molti elementi problematici o negativi.
Ancora molto diffuso si presenta il razionalismo, che, in
nome di una concezione riduttiva di scienza, rende insensibile la ragione
umana all'incontro con la Rivelazione e con la trascendenza divina.
È da registrarsi poi una difesa esasperata della soggettività
della persona, che tende a chiuderla nell'individualismo, incapace di vere
relazioni umane. Così molti, soprattutto tra i ragazzi e i giovani,
cercano di compensare questa solitudine con surrogati di varia natura, con
forme più o meno acute di edonismo, di fuga dalle responsabilità;
prigionieri dell'attimo fuggente, cercano di « consumare » esperienze
individuali il più possibile forti e gratificanti sul piano delle
emozioni e delle sensazioni immediate, trovandosi però inevitabilmente
indifferenti e come paralizzati di fronte all'appello di un progetto di
vita che includa una dimensione spirituale e religiosa e un impegno di
solidarietà.
Si diffonde, inoltre, in ogni parte del mondo, anche dopo la
caduta delle ideologie che avevano fatto del materialismo un dogma e del
rifiuto della religione un programma, una sorta di ateismo pratico ed
esistenziale, che coincide con una visione secolarista della vita e
del destino dell'uomo. Quest'uomo « tutto occupato di sé, quest'uomo che
si fa non soltanto centro di ogni interesse, ma osa dirsi principio e
ragione di ogni realtà »,(26) si trova sempre più impoverito di quel
supplemento d'anima che gli è tanto più necessario quanto più una larga
disponibilità di beni materiali e di risorse lo illude di
autosufficienza. Non c'è più bisogno di combattere Dio, si pensa di
poter fare semplicemente a meno di lui.
In questo quadro, si devono notare, in particolare, la
disgregazione della realtà familiare e l'oscuramento o il travisamento
del vero senso della sessualità umana: sono fenomeni che incidono in
modo fortemente negativo sull'educazione dei giovani e sulla loro
disponibilità ad ogni vocazione religiosa. Si devono notare, inoltre,
l'aggravarsi delle ingiustizie sociali e il concentrarsi della
ricchezza nelle mani di pochi, come frutto di un capitalismo disumano,(27)
che allarga sempre più la distanza tra popoli opulenti e popoli
indigenti: vengono così introdotte nella convivenza umana tensioni e
inquietudini che turbano profondamente la vita delle persone e delle
comunità.
Anche nell'ambito ecclesiale, si registrano fenomeni preoccupanti
e negativi, che hanno diretto influsso sulla vita e sul ministero dei
sacerdoti. Così l'ignoranza religiosa che permane in molti credenti; la
scarsa incidenza della catechesi, soffocata dai più diffusi e più
suadenti messaggi dei mezzi di comunicazione di massa; il malinteso
pluralismo teologico, culturale e pastorale che, pur partendo a volte da
buone intenzioni, finisce per rendere difficile il dialogo ecumenico e per
attentare alla necessaria unità della fede; il persistere di un senso di
diffidenza e quasi di insofferenza per il magistero gerarchico; le spinte
unilaterali e riduttive della ricchezza del messaggio evangelico, che
trasformano l'annuncio e la testimonianza della fede in un esclusivo
fattore di liberazione umana e sociale oppure in un alienante rifugio
nella superstizione e nella religiosità senza Dio.(28)
Un fenomeno di grande rilievo, anche se relativamente recente in
molti paesi di antica tradizione cristiana, è la presenza in uno stesso
territorio di consistenti nuclei di razze diverse e di diverse religioni.
Si sviluppa così sempre più la società multirazziale e multireligiosa.
Se questo può essere occasione, da un lato, di un esercizio più
frequente e fruttuoso del dialogo, di un'apertura di mentalità, di
esperienze di accoglienza e di giusta tolleranza, dall'altro lato può
essere causa di confusione e di relativismo, soprattutto in persone e
popolazioni dalla fede meno matura.
A questi fattori, e in stretto collegamento con la crescita
dell'individualismo, si aggiunge il fenomeno della soggettivizzazione
della fede. Si registra cioè, da parte di un numero crescente di
cristiani, una minore sensibilità all'insieme globale ed oggettivo della
dottrina della fede, per un'adesione soggettiva a ciò che piace, che
corrisponde alla propria esperienza, che non scomoda le proprie abitudini.
Anche l'appello all'inviolabilità della coscienza individuale, in se
stesso legittimo, non manca di assumere, in questo contesto, pericolosi
caratteri di ambiguità.
Di qui deriva anche il fenomeno delle appartenenze alla Chiesa
sempre più parziali e condizionate, che esercitano un influsso negativo
sul nascere di nuove vocazioni al sacerdozio, sulla stessa autocoscienza
del sacerdote e sul suo ministero nella comunità.
Infine, in molte realtà ecclesiali è, ancora oggi, la scarsa
presenza e disponibilità di forze sacerdotali a creare i problemi più
gravi. I fedeli sono spesso abbandonati per lunghi periodi, senza adeguato
sostegno pastorale: ne soffrono così la crescita della loro vita
cristiana nel suo complesso e, ancor più, la loro capacità di farsi
ulteriormente promotori di evangelizzazione.
8. Le numerose contraddizioni e potenzialità di cui sono segnate
le nostre società e culture e, nello stesso tempo, le comunità
ecclesiali sono percepite, vissute e sperimentate con una intensità del
tutto particolare dal mondo dei giovani, con ripercussioni immediate e
quanto mai incisive sul loro cammino educativo. In tal senso il sorgere e
lo svilupparsi della vocazione sacerdotale nei ragazzi, negli adolescenti
e nei giovani incontrano continuamente ad un tempo ostacoli e
sollecitazioni.
Quanto mai forte è sui giovani il fascino della cosiddetta «
società dei consumi », che li fa succubi e prigionieri di
un'interpretazione individualista, materialista ed edonista dell'esistenza
umana. Il benessere materialmente inteso tende ad imporsi come unico
ideale di vita, un benessere da ottenersi a qualsiasi condizione e prezzo:
di qui il rifiuto di tutto ciò che sa di sacrificio e la rinuncia alla
fatica di cercare e di vivere i valori spirituali e religiosi. La «
preoccupazione » esclusiva per l'avere soppianta il primato dell'essere,
con la conseguenza di interpretare e di vivere i valori personali e
interpersonali non secondo la logica del dono e della gratuità, bensì
secondo quella del possesso egoistico e della strumentalizzazione
dell'altro.
Questo si riflette, in particolare, sulla visione della
sessualità umana, che viene fatta decadere dalla sua dignità di
servizio alla comunione e alla donazione tra le persone per essere
semplicemente ricondotta ad un bene di consumo. Così l'esperienza
affettiva di molti giovani si risolve non in una crescita armoniosa e
gioiosa della propria personalità che si apre all'altro nel dono di sé,
ma in una grave involuzione psicologica ed etica, che non potrà non avere
i suoi pesanti condizionamenti sul loro domani.
Alla radice di queste tendenze si dà per non pochi giovani un'esperienza
distorta della libertà: lungi dall'essere obbedienza alla verità
oggettiva e universale, la libertà è vissuta come assenso cieco alle
forze istintive e alla volontà di potenza del singolo. Si fanno allora in
qualche modo naturali, sul piano della mentalità e del comportamento, lo
sgretolarsi del consenso intorno ai principii etici, e, sul piano
religioso, se non sempre il rifiuto esplicito di Dio, una larga
indifferenza e comunque una vita che, anche nei suoi momenti più
significativi e nelle sue scelte più decisive, viene vissuta come se Dio
non esistesse. In un simile contesto si fa difficile non solo la
realizzazione ma la stessa comprensione del senso di una vocazione al
sacerdozio, che è una specifica testimonianza del primato dell'essere
sull'avere, è riconoscimento del senso della vita come dono libero e
responsabile di sé agli altri, come disponibilità a porsi interamente al
servizio del Vangelo e del Regno di Dio in quella particolare forma.
Anche nell'ambito della comunità ecclesiale il mondo dei giovani
costituisce, non poche volte, un « problema ». In realtà, se nei
giovani, ancor più che negli adulti, sono presenti una forte tendenza
alla soggettivizzazione della fede cristiana e un'appartenenza solo
parziale e condizionata alla vita e alla missione della Chiesa, nella
comunità ecclesiale fatica, per una serie di ragioni, a decollare una
pastorale giovanile aggiornata e coraggiosa: i giovani rischiano di essere
lasciati a se stessi, in balìa della loro fragilità psicologica,
insoddisfatti e critici di fronte ad un mondo di adulti che, non vivendo
in modo coerente e maturo la fede, non si presentano loro come modelli
credibili.
Si fa allora evidente la difficoltà di proporre ai giovani
un'esperienza integrale e coinvolgente di vita cristiana ed ecclesiale e
di educarli ad essa. Così la prospettiva della vocazione al sacerdozio
rimane lontana dagli interessi concreti e vivi dei giovani.
9. Non mancano però situazioni e stimoli positivi, che suscitano
e alimentano nel cuore degli adolescenti e dei giovani una nuova
disponibilità, nonché una vera e propria ricerca di valori etici e
spirituali, che per loro natura offrono il terreno propizio per un cammino
vocazionale verso il dono totale di sé a Cristo e alla Chiesa nel
sacerdozio.
È da rilevare, anzitutto, come si siano attenuati alcuni
fenomeni, che in un recente passato avevano provocato non pochi problemi,
quali la contestazione radicale, le spinte libertarie, le rivendicazioni
utopiche, le forme indiscriminate di socializzazione, la violenza.
Si deve riconoscere, inoltre, che anche i giovani d'oggi, con la
forza e la freschezza tipiche dell'età, sono portatori degli ideali che
si fanno strada nella storia: la sete della libertà, il riconoscimento
del valore incommensurabile della persona, il bisogno dell'autenticità e
della trasparenza, un nuovo concetto e stile di reciprocità nei rapporti
tra uomo e donna, la ricerca convinta e appassionata di un mondo più
giusto, più solidale, più unito, l'apertura e il dialogo con tutti,
l'impegno per la pace.
Lo sviluppo, così ricco e vivace in tanti giovani del nostro
tempo, di numerose e varie forme di volontariato rivolto alle situazioni
più dimenticate e disagiate della nostra società, rappresenta oggi una
risorsa educativa particolarmente importante, perché stimola e sostiene i
giovani ad uno stile di vita più disinteressato e più aperto e solidale
con i poveri. Questo stile di vita può facilitare la comprensione, il
desiderio e l'accoglienza di una vocazione al servizio stabile e totale
verso gli altri anche sulla strada della piena consacrazione a Dio con una
vita sacerdotale.
Il recente crollo delle ideologie, il modo fortemente critico di
porsi di fronte al mondo degli adulti che non sempre offrono una
testimonianza di vita affidata a valori morali e trascendenti, la stessa
esperienza di compagni che cercano evasioni nella droga e nella violenza,
contribuiscono non poco a rendere più acuta ed ineludibile la
fondamentale domanda circa i valori che sono veramente capaci di dare
pienezza di significato alla vita, alla sofferenza e alla morte. In tanti
giovani si fanno più espliciti la domanda religiosa e il bisogno di
spiritualità: di qui il desiderio di esperienze di deserto e di
preghiera, il ritorno ad una lettura più personale e abituale della
Parola di Dio e allo studio della teologia.
E come già nell'ambito del volontariato sociale, così in quello
della comunità ecclesiale i giovani si fanno sempre più attivi e
protagonisti, soprattutto con la partecipazione alle varie aggregazioni,
da quelle tradizionali ma rinnovate a quelle più recenti: l'esperienza di
una Chiesa « sollecitata alla nuova evangelizzazione » dalla fedeltà
allo Spirito che la anima e dalle esigenze del mondo lontano da Cristo ma
bisognoso di Lui, come pure l'esperienza di una Chiesa sempre più
solidale con l'uomo e con i popoli nella difesa e nella promozione della
dignità personale e dei diritti umani di tutti e di ciascuno aprono il
cuore e la vita dei giovani a ideali quanto mai affascinanti e
impegnativi, che possono trovare la loro concreta realizzazione nella
sequela di Cristo e nel sacerdozio.
È naturale che da questa situazione umana ed ecclesiale,
caratterizzata da forte ambivalenza, non si potrà affatto prescindere non
solo nella pastorale delle vocazioni e nell'opera di formazione dei futuri
sacerdoti, ma anche nell'ambito della vita e del ministero dei sacerdoti e
della loro formazione permanente. Così, se si possono comprendere le
varie forme di « crisi » alle quali vanno soggetti i sacerdoti d'oggi
nell'esercizio del ministero, nella loro vita spirituale ed anche nella
stessa interpretazione della natura e del significato del sacerdozio
ministeriale, si devono pure registrare, con gioia e con speranza, le
nuove possibilità positive che il momento storico attuale offre ai
sacerdoti per il compimento della loro missione.
10. La complessa situazione attuale, rapidamente evocata per cenni
e in modo esemplificativo, chiede di essere non solo conosciuta, ma anche
e soprattutto interpretata. Solo così si potrà rispondere in modo
adeguato alla fondamentale domanda: Come formare sacerdoti che siano
veramente all'altezza di questi tempi, capaci di evangelizzare il mondo di
oggi?(29)
È importante la conoscenza della situazione. Non basta una
semplice rilevazione dei dati; occorre un'indagine « scientifica » con
la quale delineare un quadro preciso e concreto delle reali circostanze
socio-culturali ed ecclesiali.
Ancor più importante è l'interpretazione della
situazione. Essa è richiesta dall'ambivalenza e talvolta dalla
contraddittorietà di cui è segnata la situazione, che registra
profondamente intrecciati tra loro difficoltà e potenzialità, elementi
negativi e ragioni di speranza, ostacoli e aperture, come il campo
evangelico nel quale sono seminati e « convivono » il buon grano e la
zizzania.(30)
Non è sempre facile una lettura interpretativa, che sappia
distinguere tra bene e male, tra segni di speranza e minacce. Nella
formazione dei sacerdoti non si tratta solo e semplicemente di accogliere
i fattori positivi e di contrastare frontalmente quelli negativi. Si
tratta di sottoporre gli stessi fattori positivi ad attento discernimento,
perché non si isolino l'uno dall'altro e non vengano in contrasto tra
loro, assolutizzandosi e combattendosi a vicenda. Altrettanto si dica dei
fattori negativi: non sono da respingere in blocco e senza distinzioni,
perché in ciascuno di essi può nascondersi un qualche valore, che
attende di essere liberato e ricondotto alla sua verità piena.
Per il credente l'interpretazione della situazione storica trova
il principio conoscitivo e il criterio delle scelte operative conseguenti
in una realtà nuova e originale, ossia nel discernimento evangelico;
è l'interpretazione che avviene nella luce e nella forza del Vangelo, del
Vangelo vivo e personale che è Gesù Cristo, e con il dono dello Spirito
Santo. In tal modo il discernimento evangelico coglie nella situazione
storica e nelle sue vicende e circostanze non un semplice « dato » da
registrare con precisione, di fronte al quale è possibile rimanere
nell'indifferenza o nella passività, bensì un « compito », una sfida
alla libertà responsabile sia della singola persona che della comunità.
È una « sfida » che si collega ad un « appello », che Dio fa
risuonare nella stessa situazione storica: anche in essa e attraverso di
essa Dio chiama il credente, e prima ancora la Chiesa, a far sì che « il
Vangelo della vocazione e del sacerdozio » esprima la sua verità perenne
nelle mutevoli circostanze della vita. Anche alla formazione dei sacerdoti
sono da applicarsi le parole del Concilio Vaticano II: « È dovere
permanente della Chiesa di scrutare i segni dei tempi e di interpretarli
alla luce del Vangelo, così che, in un modo adatto a ogni generazione,
possa rispondere ai perenni interrogativi degli uomini sul senso della
vita presente e futura e sul loro reciproco rapporto. Bisogna infatti
conoscere e comprendere il mondo in cui viviamo nonché le sue attese, le
sue aspirazioni e la sua indole spesso drammatiche ».(31)
Questo discernimento evangelico si fonda sulla fiducia nell'amore
di Gesù Cristo, che sempre e instancabilmente si prende cura della sua
Chiesa,(32) Lui che è il Signore e il Maestro, chiave di volta, centro e
fine di tutta la storia umana;(33) si nutre della luce e della forza dello
Spirito Santo, che suscita ovunque e in ogni circostanza l'obbedienza
della fede, il coraggio gioioso della sequela di Gesù, il dono della
sapienza che tutto giudica e non è giudicata da nessuno;(34) riposa sulla
fedeltà del Padre alle sue promesse.
In questo modo la Chiesa sente di poter affrontare le difficoltà
e le sfide di questo nuovo periodo della storia e di poter assicurare
anche per il presente e per il futuro sacerdoti ben formati, che siano
convinti e ferventi ministri della « nuova evangelizzazione », servitori
fedeli e generosi di Gesù Cristo e degli uomini.
Non ci nascondiamo le difficoltà. Non sono né poche né leggere.
Ma a vincerle sono la nostra speranza, la nostra fede nell'indefettibile
amore di Cristo, la nostra certezza della insostituibilità del ministero
sacerdotale per la vita della Chiesa e del mondo.
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CAPITOLO II
MI HA CONSACRATO CON
L'UNZIONE
E MI HA MANDATO
La natura e la missione del sacerdozio ministeriale
11. « Gli occhi di tutti nella sinagoga stavano fissi sopra di
lui ».(35) Quanto dice l'evangelista Luca di coloro che erano presenti
quel sabato nella sinagoga di Nazareth in ascolto del commento, che Gesù
avrebbe fatto del rotolo del profeta Isaia da lui stesso letto, può
applicarsi a tutti i cristiani, sempre chiamati a riconoscere in Gesù di
Nazareth il definitivo compimento dell'annuncio profetico: « Allora
cominciò a dire: "Oggi si è adempiuta questa scrittura che voi
avete udito con i vostri orecchi" ».(36) E la « scrittura » era
questa: « Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha
consacrato con l'unzione, e mi ha mandato per annunziare ai poveri un
lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi
la vista; per rimettere in libertà gli oppressi, e predicare un anno di
grazia del Signore ».(37) Gesù, dunque, si autopresenta come ripieno di
Spirito, « consacrato con l'unzione », « mandato per annunziare ai
poveri un lieto messaggio »: è il Messia, il Messia sacerdote, profeta e
re.
È questo il volto di Cristo sul quale gli occhi della fede e
dell'amore dei cristiani devono stare fissi. Proprio a partire da e in
riferimento a questa « contemplazione » i Padri sinodali hanno
riflettuto sul problema della formazione dei sacerdoti nelle circostanze
attuali. Tale problema non può trovare risposta senza una previa
riflessione sulla meta alla quale è ordinato il cammino formativo: la
meta è il sacerdozio ministeriale, più precisamente il sacerdozio
ministeriale come partecipazione nella Chiesa del sacerdozio stesso di Gesù
Cristo. La conoscenza della natura e della missione del sacerdozio
ministeriale è il presupposto irrinunciabile, e nello stesso tempo la
guida più sicura e lo stimolo più incisivo, per sviluppare nella Chiesa
l'azione pastorale di promozione e di discernimento delle vocazioni
sacerdotali e di formazione dei chiamati al ministero ordinato.
La retta e approfondita conoscenza della natura e della missione
del sacerdozio ministeriale è la via da seguire, e il Sinodo di fatto
l'ha seguita, per uscire dalla crisi sull'identità del sacerdote:
« Questa crisi — dicevo nel Discorso al termine del Sinodo — era nata
negli anni immediatamente successivi al Concilio. Si fondava su un'errata
comprensione, talvolta persino volutamente tendenziosa, della dottrina del
magistero conciliare. Qui indubbiamente sta una delle cause del gran
numero di perdite subite allora dalla Chiesa, perdite che hanno gravemente
colpito il servizio pastorale e le vocazioni al sacerdozio, in particolare
le vocazioni missionarie. È come se il Sinodo del 1990, riscoprendo,
attraverso tanti interventi che abbiamo ascoltato in quest'aula, tutta la
profondità dell'identità sacerdotale, fosse venuto a infondere la
speranza dopo queste perdite dolorose. Questi interventi hanno manifestato
la coscienza del legame ontologico specifico che unisce il sacerdote a
Cristo, Sommo Sacerdote e Buon Pastore. Questa identità sottende alla
natura della formazione che deve essere impartita in vista del sacerdozio,
e quindi lungo tutta la vita sacerdotale. Era questo lo scopo proprio del
Sinodo ».(38)
Per questo il Sinodo ha ritenuto necessario richiamare, in modo
sintetico e fondamentale, la natura e la missione del sacerdozio
ministeriale, così come la fede della Chiesa le ha riconosciute lungo i
secoli della sua storia e come il Concilio Vaticano II le ha ripresentate
agli uomini del nostro tempo.(39)
12. « L'identità sacerdotale — hanno scritto i Padri sinodali
—, come ogni identità cristiana, ha la sua fonte nella Santissima
Trinità »,(40) che si rivela e si autocomunica agli uomini in Cristo,
costituendo in Lui e per mezzo dello Spirito la Chiesa come « germe e
inizio del Regno ».(41) L'Esortazione « Christifideles Laici »,
sintetizzando l'insegnamento conciliare, presenta la Chiesa come mistero,
comunione e missione: essa « è mistero perché l'amore e la vita
del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo sono il dono assolutamente
gratuito offerto a quanti sono nati dall'acqua e dallo Spirito,(42)
chiamati a rivivere la comunione stessa di Dio e a manifestarla e
comunicarla nella storia (missione) ».(43)
È all'interno del mistero della Chiesa, come mistero di comunione
trinitaria in tensione missionaria, che si rivela ogni identità
cristiana, e quindi anche la specifica identità del sacerdote e del suo
ministero. Il presbitero, infatti, in forza della consacrazione che riceve
con il sacramento dell'Ordine, è mandato dal Padre, per mezzo di Gesù
Cristo, al quale come Capo e Pastore del suo popolo è configurato in modo
speciale, per vivere e operare nella forza dello Spirito Santo a servizio
della Chiesa e per la salvezza del mondo.(44)
Si può così comprendere la connotazione essenzialmente «
relazionale » dell'identità del presbitero: mediante il sacerdozio, che
scaturisce dalle profondità dell'ineffabile mistero di Dio, ossia
dall'amore del Padre, dalla grazia di Gesù Cristo e dal dono dell'unità
dello Spirito Santo, il presbitero è inserito sacramentalmente nella
comunione con il Vescovo e con gli altri presbiteri,(45) per servire il
Popolo di Dio che è la Chiesa e attrarre tutti a Cristo, secondo la
preghiera del Signore: « Padre santo, custodisci nel tuo nome coloro che
mi hai dato, perché siano una cosa sola, come noi... Come tu, Padre, sei
in me e io in te, siano anch'essi in noi una cosa sola, perché il mondo
creda che tu mi hai mandato ».(46)
Non si può allora definire la natura e la missione del sacerdozio
ministeriale, se non in questa molteplice e ricca trama di rapporti, che
sgorgano dalla Santissima Trinità e si prolungano nella comunione della
Chiesa, come segno e strumento, in Cristo, dell'unione con Dio e dell'unità
di tutto il genere umano.(47) In questo contesto l'ecclesiologia di
comunione diventa decisiva per cogliere l'identità del presbitero, la sua
originale dignità, la sua vocazione e missione nel Popolo di Dio e nel
mondo. Il riferimento alla Chiesa è, perciò, necessario, anche se non
prioritario nella definizione dell'identità del presbitero. In quanto mistero,
infatti, la Chiesa è essenzialmente relativa a Gesù Cristo: di
Lui, infatti, è la pienezza, il corpo, la sposa. È il « segno » e il
« memoriale » vivo della sua permanente presenza e azione fra noi e per
noi. Il presbitero trova la verità piena della sua identità nell'essere
una derivazione, una partecipazione specifica ed una continuazione di
Cristo stesso, sommo e unico sacerdote della nuova ed eterna Alleanza:
egli è un'immagine viva e trasparente di Cristo sacerdote. Il sacerdozio
di Cristo, espressione della sua assoluta « novità » nella storia della
salvezza, costituisce la fonte unica e il paradigma insostituibile del
sacerdozio del cristiano e, in specie, del presbitero. Il riferimento a
Cristo è allora la chiave assolutamente necessaria per la comprensione
delle realtà sacerdotali.
13. Gesù Cristo ha manifestato in se stesso il volto perfetto e
definitivo del sacerdozio della nuova Alleanza:(48) questo ha fatto in
tutta la sua vita terrena, ma soprattutto nell'evento centrale della sua
passione, morte e risurrezione.
Come scrive l'autore della Lettera agli Ebrei, Gesù, essendo uomo
come noi e insieme il Figlio unigenito di Dio, è nel suo stesso essere
mediatore perfetto tra il Padre e l'umanità,(49) Colui che ci dischiude
l'accesso immediato a Dio, grazie al dono dello Spirito: « Dio ha mandato
nei nostri cuori lo Spirito del Figlio suo che grida: Abbà, Padre! ».(50)
Gesù porta a piena attuazione il suo essere mediatore attraverso
l'offerta di Se stesso sulla croce, con la quale ci apre, una volta per
tutte, l'accesso al santuario celeste, alla casa del Padre.(51) Al
confronto di Gesù, Mosè e tutti i mediatori dell'Antico Testamento tra
Dio e il suo popolo — i re, i sacerdoti e i profeti — si presentano
solo come figure ed ombre dei beni futuri e non come la realtà stessa.(52)
Gesù è il Buon Pastore preannunciato,(53) Colui che conosce le
sue pecore una ad una, che offre la sua vita per loro e che tutti vuol
raccogliere in un solo gregge con un solo pastore.(54) È il pastore
venuto « non per essere servito, ma per servire »,(55) che, nell'atto
pasquale della lavanda dei piedi,(56) lascia ai suoi il modello del
servizio che dovranno avere gli uni verso gli altri e che si offre
liberamente come agnello innocente immolato per la nostra redenzione.(57)
Con l'unico e definitivo sacrificio della croce, Gesù comunica a
tutti i suoi discepoli la dignità e la missione di sacerdoti della nuova
ed eterna Alleanza. Si adempie così la promessa che Dio ha fatto a
Israele: « Voi sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa ».(58)
È tutto il popolo della nuova Alleanza — scrive San Pietro — ad
essere costituito come « un edificio spirituale », « un sacerdozio
santo, per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio per mezzo di Gesù
Cristo ».(59) Sono i battezzati le « pietre vive », che costruiscono
l'edificio spirituale stringendosi a Cristo « pietra viva... scelta e
preziosa davanti a Dio ».(60) Il nuovo popolo sacerdotale che è la
Chiesa, non solo ha in Cristo la propria autentica immagine, ma anche da
Lui riceve una partecipazione reale e ontologica al suo eterno e unico
sacerdozio, al quale deve conformarsi con tutta la sua vita.
14. A servizio di questo sacerdozio universale della nuova
Alleanza, Gesù chiama a sé, nel corso della sua missione terrena, alcuni
discepoli (61) e con un mandato specifico e autorevole chiama e
costituisce i Dodici, affinché « stessero con lui e anche per mandarli a
predicare, e perché avessero il potere di scacciare i demoni ».(62)
Per questo, già durante il suo ministero pubblico (63) e poi in
pienezza dopo la morte e risurrezione,(64) Gesù conferisce a Pietro e ai
Dodici poteri del tutto particolari nei confronti della futura comunità e
per l'evangelizzazione di tutte le genti. Dopo averli chiamati alla sua
sequela, li tiene accanto a sé e vive con loro, impartendo con l'esempio
e con la parola il suo insegnamento di salvezza e, infine, li manda a
tutti gli uomini. E per il compimento di questa missione Gesù conferisce
agli apostoli, in virtù di una specifica effusione pasquale dello Spirito
Santo, la stessa autorità messianica che gli viene dal Padre e che gli è
conferita in pienezza con la risurrezione: « Mi è stato dato ogni potere
in cielo e in terra. Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni,
battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo,
insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono
con voi tutti i giorni, sino alla fine del mondo ».(65)
Gesù stabilisce così uno stretto collegamento tra il ministero
affidato agli apostoli e la sua propria missione: « Chi accoglie voi
accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato »;(66) «
Chi ascolta voi ascolta me, chi di- sprezza voi disprezza me. E chi
disprezza me disprezza colui che mi ha mandato ».(67) Anzi, il quarto
vangelo, nella luce dell'evento pasquale della morte e della risurrezione,
afferma con grande forza e chiarezza: « Come il Padre ha mandato me, così
io mando voi ».(68) Come Gesù ha una missione che gli viene direttamente
da Dio e che concretizza l'autorità stessa di Dio,(69) così gli apostoli
hanno una missione che viene loro da Gesù. E come « il Figlio non può
fare nulla da se stesso »,(70) sicché la sua dottrina non è sua ma di
colui che lo ha mandato,(71) così agli apostoli Gesù dice: « Senza di
me non potete far nulla »:(72) la loro missione non è loro, ma è la
stessa missione di Gesù. E ciò è possibile non a partire dalle forze
umane, ma solo con il « dono » di Cristo e del suo Spirito, con il «
sacramento »: « Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati
saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi ».(73)
Così, non per qualche loro merito particolare, ma soltanto per la
gratuita partecipazione alla grazia di Cristo, gli apostoli prolungano
nella storia, sino alla consumazione dei tempi, la stessa missione di
salvezza di Gesù a favore degli uomini.
Segno e presupposto dell'autenticità e della fecondità di questa
missione è l'unità degli apostoli con Gesù e, in Lui, tra di loro e col
Padre, come testimonia la preghiera sacerdotale del Signore, sintesi della
sua missione.(74)
15. A loro volta, gli apostoli costituiti dal Signore assolveranno
via via alla loro missione chiamando, in forme diverse ma alla fine
convergenti, altri uomini, come Vescovi, come presbiteri e come diaconi,
per adempiere al mandato di Gesù risorto che li ha inviati a tutti gli
uomini di tutti i tempi.
Il Nuovo Testamento è unanime nel sottolineare che è lo stesso
Spirito di Cristo a introdurre nel ministero questi uomini, scelti di
mezzo ai fratelli. Attraverso il gesto dell'imposizione delle mani,(75)
che trasmette il dono dello Spirito, essi sono chiamati e abilitati a
continuare lo stesso ministero di riconciliare, di pascere il gregge di
Dio e di insegnare.(76)
Pertanto i presbiteri sono chiamati a prolungare la presenza di
Cristo, unico e sommo pastore, attualizzando il suo stile di vita e
facendosi quasi sua trasparenza in mezzo al gregge loro affidato. Come
scrive in modo chiaro e preciso la prima Lettera di Pietro: « Esorto i presbiteri
che sono tra voi, quale com-presbitero, testimone della sofferenza
di Cristo e partecipe della gloria che deve manifestarsi: pascete il
gregge di Dio che vi è affidato, sorvegliandolo non per forza ma
volentieri secondo Dio; non per vile interesse, ma di buon animo: non
spadroneggiando sulle persone a voi affidate, ma facendovi modelli del
gregge. E quando apparirà il pastore supremo, riceverete la corona della
gloria che non appassisce ».(77)
I presbiteri sono, nella Chiesa e per la Chiesa, una
ripresentazione sacramentale di Gesù Cristo Capo e Pastore, ne proclamano
autorevolmente la parola, ne ripetono i gesti di perdono e di offerta
della salvezza, soprattutto col Battesimo, la Penitenza e l'Eucaristia, ne
esercitano l'amorevole sollecitudine, fino al dono totale di sé per il
gregge, che raccolgono nell'unità e conducono al Padre per mezzo di
Cristo nello Spirito. In una parola, i presbiteri esistono ed agiscono per
l'annuncio del Vangelo al mondo e per l'edificazione della Chiesa in nome
e in persona di Cristo Capo e Pastore.(78)
Questo è il modo tipico e proprio con il quale i ministri
ordinati partecipano all'unico sacerdozio di Cristo. Lo Spirito Santo
mediante l'unzione sacramentale dell'Ordine li configura, ad un titolo
nuovo e specifico, a Gesù Cristo Capo e Pastore, li conforma ed anima con
la sua carità pastorale e li pone nella Chiesa nella condizione
autorevole di servi dell'annuncio del Vangelo ad ogni creatura e di servi
della pienezza della vita cristiana di tutti i battezzati.
La verità del presbitero quale emerge dalla Parola di Dio, ossia
da Gesù Cristo stesso e dal suo disegno costitutivo della Chiesa, viene
così cantata con gioiosa gratitudine dalla Liturgia nel Prefazio della
Messa del Crisma: « Con l'unzione dello Spirito Santo hai costituito il
Cristo tuo Figlio Pontefice della nuova ed eterna alleanza, e hai voluto
che il suo unico sacerdozio fosse perpetuato nella Chiesa. Egli comunica
il sacerdozio regale a tutto il popolo dei redenti, e con affetto di
predilezione sceglie alcuni tra i fratelli che mediante l'imposizione
delle mani fa partecipi del suo ministero di salvezza. Tu vuoi che nel suo
nome rinnovino il sacrificio redentore, preparino ai tuoi figli la mensa
pasquale, e, servi premurosi del tuo popolo, lo nutrano con la tua parola
e lo santifichino con i sacramenti. Tu proponi loro come modello il
Cristo, perché, donando la vita per te e per i fratelli, si sforzino di
conformarsi all'immagine del tuo Figlio, e rendano testimonianza di fedeltà
e di amore generoso ».
16. Il sacerdote ha come sua relazione fondamentale quella con Gesù
Cristo Capo e Pastore: egli, infatti, partecipa, in modo specifico e
autorevole, alla « consacrazioneunzione » e alla « missione » di
Cristo.(79) Ma, intimamente intrecciata con questa relazione, sta quella
con la Chiesa. Non si tratta di « relazioni » semplicemente accostate
tra loro, ma interiormente unite in una specie di mutua immanenza. Il
riferimento alla Chiesa è iscritto nell'unico e medesimo riferimento del
sacerdote a Cristo, nel senso che è la « rappresentanza sacramentale »
di Cristo a fondare e ad animare il riferimento del sacerdote alla Chiesa.
In questo senso i Padri sinodali hanno scritto: « In quanto
rappresenta Cristo capo, pastore e sposo della Chiesa, il sacerdote si
pone non soltanto nella Chiesa ma anche di fronte alla Chiesa.
Il sacerdozio, unitamente alla Parola di Dio e ai segni sacramentali di
cui è al servizio, appartiene agli elementi costitutivi della Chiesa. Il
ministero del presbitero è totalmente a favore della Chiesa; è per la
promozione dell'esercizio del sacerdozio comune di tutto il popolo di Dio;
è ordinato non solo alla Chiesa particolare, ma anche alla Chiesa
universale,(80) in comunione con il Vescovo, con Pietro e sotto Pietro.
Mediante il sacerdozio del Vescovo, il sacerdozio di secondo ordine è
incorporato nella struttura apostolica della Chiesa. Così il presbitero
come gli apostoli funge da ambasciatore per Cristo.(81) In questo si fonda
l'indole missionaria di ogni sacerdote ».(82)
Il ministero ordinato sorge dunque con la Chiesa ed ha nei
Vescovi, e in riferimento e comunione con essi nei presbiteri, un
particolare rapporto al ministero originario degli apostoli, al quale
realmente succede, anche se rispetto ad esso assume modalità diverse di
esistenza.
Non si deve allora pensare al sacerdozio ordinato come se fosse
anteriore alla Chiesa, perché è totalmente al servizio della Chiesa
stessa; ma neppure come se fosse posteriore alla comunità ecclesiale,
quasi che questa possa essere concepita come già costituita senza tale
sacerdozio.
La relazione del sacerdote con Gesù Cristo e, in Lui, con la sua
Chiesa si situa nell'essere stesso del sacerdote, in forza della
sua consacrazioneunzione sacramentale, e nel suo agire, ossia nella
sua missione o ministero. In particolare « il sacerdote ministro è
servitore di Cristo presente nella Chiesa mistero, comunione e missione.
Per il fatto di partecipare all'"unzione" e alla
"missione" di Cristo, egli può prolungare nella Chiesa la sua
preghiera, la sua parola, il suo sacrificio, la sua azione salvifica. È
dunque servitore della Chiesa mistero perché attua i segni
ecclesiali e sacramentali della presenza di Cristo risorto. È servitore
della Chiesa comunione perché — unito al Vescovo e in stretto
rapporto con il presbiterio — costruisce l'unità della comunità
ecclesiale nell'armonia delle diverse vocazioni, carismi e servizi. È,
infine, servitore della Chiesa missione perché rende la comunità
annunciatrice e testimone del Vangelo ».(83)
Così, per la sua stessa natura e missione sacramentale, il
sacerdote appare, nella struttura della Chiesa, come segno della priorità
assoluta e della gratuità della grazia, che alla Chiesa viene donata dal
Cristo risorto. Per mezzo del sacerdozio ministeriale la Chiesa prende
coscienza, nella fede, di non essere da se stessa, ma dalla grazia di
Cristo nello Spirito Santo. Gli apostoli e i loro successori, quali
detentori di un'autorità che viene loro da Cristo Capo e Pastore, sono
posti — col loro ministero — di fronte alla Chiesa come
prolungamento visibile e segno sacramentale di Cristo nel suo stesso stare
di fronte alla Chiesa e al mondo, come origine permanente e sempre nuova
della salvezza, « lui che è il salvatore del suo corpo ».(84)
17. Il ministero ordinato, in forza della sua stessa natura, può
essere adempiuto solo in quanto il presbitero è unito con Cristo mediante
l'inserimento sacramentale nell'ordine presbiterale e quindi in quanto è
nella comunione gerarchica con il proprio Vescovo. Il ministero ordinato
ha una radicale « forma comunitaria » e può essere assolto solo
come « un'opera collettiva ».(85) Su questa natura comunionale del
sacerdozio si è soffermato a lungo il Concilio,(86) esaminando
distintamente il rapporto del presbitero con il proprio Vescovo, con gli
altri presbiteri e con i fedeli laici.
Il ministero dei presbiteri è innanzi tutto comunione e
collaborazione responsabile e necessaria al ministero del Vescovo, nella
sollecitudine per la Chiesa universale e per le singole Chiese
particolari, a servizio delle quali essi costituiscono con il Vescovo un
unico presbiterio.
Ciascun sacerdote, sia diocesano che religioso, è unito agli
altri membri di questo presbiterio, sulla base del sacramento dell'Ordine,
da particolari vincoli di carità apostolica, di ministero e di fraternità.
Tutti i presbiteri infatti, sia diocesani sia religiosi, partecipano
all'unico sacerdozio di Cristo Capo e Pastore, « lavorano per la stessa
causa, cioè per l'edificazione del corpo di Cristo, la quale esige
molteplici funzioni e nuovi adattamenti, soprattutto in questi tempi »,(87)
e si arricchisce nel corso dei secoli di sempre nuovi carismi.
I presbiteri, infine, poiché la loro figura e il loro compito
nella Chiesa non sostituiscono, bensì promuovono il sacerdozio
battesimale di tutto il popolo di Dio, conducendolo alla sua piena
attuazione ecclesiale, si trovano in relazione positiva e promovente con i
laici. Della loro fede, speranza e carità sono al servizio. Ne
riconoscono e sostengono, come fratelli ed amici, la dignità di figli di
Dio e li aiutano ad esercitare in pienezza il loro ruolo specifico
nell'ambito della missione della Chiesa.(88)
Il sacerdozio ministeriale conferito dal sacramento dell'Ordine e
quello comune o « regale » dei fedeli, che differiscono tra loro per
essenza e non solo per grado,(89) sono tra loro coordinati, derivando
entrambi — in forme diverse — dall'unico sacerdozio di Cristo. Il
sacerdozio ministeriale, infatti, non significa di per sé un maggiore
grado di santità rispetto al sacerdozio comune dei fedeli; ma, attraverso
di esso, ai presbiteri è dato da Cristo nello Spirito un particolare
dono, perché possano aiutare il Popolo di Dio ad esercitare con fedeltà
e pienezza il sacerdozio comune che gli è conferito.(90)
18. Come sottolinea il Concilio, « il dono spirituale che i
presbiteri hanno ricevuto nell'ordinazione non li prepara a una missione
limitata e ristretta, bensì a una vastissima e universale missione di
salvezza sino agli ultimi confini della terra, dato che qualunque
ministero sacerdotale partecipa della stessa ampiezza universale della
missione affidata da Cristo agli apostoli ».(91) Per la natura stessa del
loro ministero, essi debbono dunque essere penetrati e animati di un
profondo spirito missionario e « di quello spirito veramente cattolico
che li abitua a guardare oltre i confini della propria diocesi, nazione o
rito, e ad andare incontro alle necessità della Chiesa intera, pronti nel
loro animo a predicare dovunque il Vangelo ».(92)
Inoltre, proprio perché all'interno della vita della Chiesa è
l'uomo della comunione, il presbitero dev'essere, nel rapporto con tutti
gli uomini, l'uomo della missione e del dialogo. Profondamente radicato
nella verità e nella carità di Cristo, e animato dal desiderio e
dall'imperativo di annunciare a tutti la sua salvezza, egli è chiamato a
intessere rapporti di fraternità, di servizio, di comune ricerca della
verità, di promozione della giustizia e della pace, con tutti gli uomini.
In primo luogo con i fratelli delle altre Chiese e confessioni cristiane;
ma anche con i fedeli delle altre religioni; con gli uomini di buona
volontà, in special modo con i poveri e i più deboli, e con tutti coloro
che anelano, anche senza saperlo ed esprimerlo, alla verità e alla
salvezza di Cristo, secondo la parola di Gesù che ha detto: « Non sono i
sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; non sono venuto per
chiamare i giusti, ma i peccatori ».(93)
Oggi, in particolare, il prioritario compito pastorale della nuova
evangelizzazione, che investe tutto il Popolo di Dio e postula un nuovo
ardore, nuovi metodi e una nuova espressione per l'annuncio e la
testimonianza del Vangelo, esige dei sacerdoti radicalmente e
integralmente immersi nel mistero di Cristo e capaci di realizzare un
nuovo stile di vita pastorale, segnato dalla profonda comunione con il
Papa, i Vescovi e tra di loro, e da un feconda collaborazione con i fedeli
laici, nel rispetto e nella promozione dei diversi ruoli, carismi e
ministeri all'interno della comunità ecclesiale.(94)
« Oggi si è adempiuta questa scrittura che voi avete udita con i
vostri orecchi ».(95) Ascoltiamo, ancora una volta, queste parole di Gesù,
alla luce del sacerdozio ministeriale che abbiamo presentato nella sua
natura e missione. L'« oggi » di cui parla Gesù, proprio perché
appartiene alla « pienezza del tempo », ossia al tempo della salvezza
piena e definitiva, indica il tempo della Chiesa. La consacrazione e la
missione di Cristo: « Lo Spirito del Signore... mi ha consacrato con
l'unzione, e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio...
»,(96) sono la radice viva da cui germogliano la consacrazione e la
missione della Chiesa, « pienezza » di Cristo:(97) con la rigenerazione
battesimale, su tutti i credenti si effonde lo Spirito del Signore, che li
consacra a formare un tempio spirituale e un sacerdozio santo e li manda a
far conoscere i prodigi di Colui che dalle tenebre li ha chiamati
all'ammirabile sua luce.(98) Il presbitero partecipa alla consacrazione
e alla missione di Cristo in modo specifico e autorevole, ossia
mediante il sacramento dell'Ordine, in virtù del quale è configurato nel
suo essere a Gesù Cristo Capo e Pastore e condivide la missione di «
annunciare ai poveri un lieto messaggio » nel nome e nella persona di
Cristo stesso.
Nel loro Messaggio finale i Padri sinodali hanno compendiato in
poche ma quanto mai ricche parole la « verità », meglio, il « mistero
» e il « dono » del sacerdozio ministeriale, dicendo: « La nostra
identità ha la sua sorgente ultima nella carità del Padre. Al Figlio da
Lui mandato, Sacerdote Sommo e buon Pastore, siamo uniti sacramentalmente
con il sacerdozio ministeriale per l'azione dello Spirito Santo. La vita e
il ministero del sacerdote sono continuazione della vita e dell'azione
dello stesso Cristo. Questa è la nostra identità, la nostra vera dignità,
la sorgente della nostra gioia, la certezza della nostra vita ».(99)
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CAPITOLO III
LO SPIRITO DEL SIGNORE
E' SOPRA DI ME
La vita spirituale del sacerdote
19. « Lo Spirito del Signore è sopra di me ».(100) Lo Spirito
non sta semplicemente « sopra » il Messia, ma lo « riempie », lo
penetra, lo raggiunge nel suo essere ed operare. Lo Spirito, infatti, è
il principio della « consacrazione » e della « missione » del Messia:
« per questo mi ha consacrato con l'unzione, e mi ha mandato per
annunziare ai poveri un lieto messaggio... ».(101) In forza dello
Spirito, Gesù appartiene totalmente ed esclusivamente a Dio, partecipa
all'infinita santità di Dio che lo chiama, lo elegge e lo manda. Così lo
Spirito del Signore si rivela fonte di santità e appello alla
santificazione.
Questo stesso « Spirito del Signore » è « sopra » l'intero
popolo di Dio, che viene costituito come popolo « consacrato » a Dio e
da Dio « mandato » per l'annuncio del Vangelo che salva. Dallo Spirito i
membri del Popolo di Dio sono « inebriati » e « segnati » (102) e
chiamati alla santità.
In particolare, lo Spirito ci rivela e ci comunica la vocazione
fondamentale che il Padre dall'eternità rivolge a tutti: la vocazione
ad essere « santi e immacolati al suo cospetto nella carità »,
in virtù della predestinazione « a essere suoi figli adottivi per opera
di Gesù Cristo ».(103) Non solo. Rivelandoci e comunicandoci questa
vocazione, lo Spirito si fa in noi principio e risorsa della sua
realizzazione: lui, lo Spirito del Figlio,(104) ci conforma a Cristo
Gesù e ci rende partecipi della sua vita filiale, ossia della sua carità
verso il Padre e verso i fratelli. « Se viviamo dello Spirito, camminiamo
anche secondo lo Spirito ».(105) Con queste parole l'apostolo Paolo ci
ricorda che l'esistenza cristiana è « vita spirituale », ossia vita
animata e guidata dallo Spirito verso la santità o perfezione della carità.
L'affermazione del Concilio: « Tutti i fedeli di qualsiasi stato
o grado sono chiamati alla pienezza della vita cristiana e alla perfezione
della carità » (106) trova una sua particolare applicazione per i
presbiteri: essi sono chiamati non solo in quanto battezzati, ma anche e
specificamente in quanto presbiteri, ossia ad un titolo nuovo e con
modalità originali, derivanti dal sacramento dell'Ordine.
20. Della « vita spirituale » dei presbiteri e del dono e della
responsabilità di divenire « santi » il Decreto conciliare sul
ministero e sulla vita sacerdotale ci offre una sintesi quanto mai ricca e
stimolante: « Con il sacramento dell'Ordine i presbiteri si configurano a
Cristo sacerdote come ministri del Capo, allo scopo di far crescere ed
edificare tutto il Corpo che è la Chiesa, in qualità di cooperatori
dell'ordine episcopale. Già fin dalla consacrazione del Battesimo, essi,
come tutti i fedeli, hanno ricevuto il segno e il dono di una vocazione e
di una grazia così grande che, pur nell'umana debolezza, possono e devono
tendere alla perfezione, secondo quanto ha detto il Signore: "Siate
dunque perfetti così come il Padre vostro celeste è perfetto".(107)
Ma i sacerdoti sono specialmente obbligati a tendere a questa perfezione,
poiché essi — che hanno ricevuto una nuova consacrazione a Dio mediante
l'ordinazione — vengono elevati alla condizione di strumenti vivi di
Cristo eterno Sacerdote, per proseguire nel tempo la sua mirabile opera,
che ha reintegrato con divina efficacia l'intero genere umano. Dato quindi
che ogni sacerdote, nel modo che gli è proprio, agisce a nome e nella
persona di Cristo stesso, fruisce anche di una grazia speciale, in virtù
della quale, mentre è al servizio della gente che gli è affidata e di
tutto il Popolo di Dio, egli può avvicinarsi più efficacemente alla
perfezione di Colui del quale è rappresentante, e l'umana debolezza della
carne viene sanata dalla santità di Lui, il quale è fatto per noi
pontefice "santo, innocente, incontaminato, segregato dai
peccatori" (108) ».(109)
Il Concilio afferma, anzitutto, la vocazione « comune » alla
santità. Questa vocazione si radica nel Battesimo, che caratterizza
il presbitero come un « fedele » (Christifidelis), come «
fratello tra fratelli », inserito e unito con il Popolo di Dio, nella
gioia di condividere i doni della salvezza (110) e nell'impegno comune di
camminare « secondo lo Spirito », seguendo l'unico Maestro e Signore.
Ricordiamo la celebre parola di Sant'Agostino: « Per voi sono vescovo,
con voi sono cristiano. Quello è nome di un ufficio assunto, questo di
grazia; quello è nome di pericolo, questo di salvezza ».(111)
Con identica chiarezza il testo conciliare parla anche di una vocazione
« specifica » alla santità, più precisamente di una vocazione che
si fonda sul sacramento dell'Ordine, quale sacramento proprio e specifico
del sacerdote, in forza dunque di una nuova consacrazione a Dio mediante
l'ordinazione. A questa vocazione specifica allude ancora Sant'Agostino,
che all'affermazione « Per voi sono vescovo, con voi sono cristiano »,
fa seguire queste altre parole: « Se dunque mi è causa di maggior gioia
l'essere stato con voi riscattato che l'esservi posto a capo, seguendo il
comando del Signore, mi dedicherò col massimo impegno a servirvi, per non
essere ingrato a chi mi ha riscattato con quel prezzo che mi ha fatto
vostro conservo ».(112)
Il testo del Concilio procede oltre segnalando alcuni elementi
necessari a definire il contenuto della « specificità » della vita
spirituale dei presbiteri. Sono elementi che si connettono con la «
consacrazione » propria dei presbiteri, che li configura a Gesù Cristo
Capo e Pastore della Chiesa; con la « missione » o ministero tipico
degli stessi presbiteri, che li abilita e li impegna ad essere strumenti
vivi di Cristo eterno Sacerdote e ad agire « nel nome e nella persona di
Cristo stesso »; con la loro intera « vita », chiamata a manifestare e
a testimoniare in modo originale il « radicalismo evangelico ».113
21. Mediante la consacrazione sacramentale, il sacerdote è
configurato a Gesù Cristo in quanto Capo e Pastore della Chiesa e riceve
in dono un « potere spirituale » che è partecipazione all'autorità con
la quale Gesù Cristo mediante il suo Spirito guida la Chiesa.114
Grazie a questa consacrazione operata dallo Spirito nell'effusione
sacramentale dell'Ordine, la vita spirituale del sacerdote viene
improntata, plasmata, connotata da quegli atteggiamenti e comportamenti
che sono propri di Gesù Cristo Capo e Pastore della Chiesa e che si
compendiano nella sua carità pastorale.
Gesù Cristo è Capo della Chiesa, suo Corpo. È « Capo »
nel senso nuovo e originale dell'essere servo, secondo le sue stesse
parole: « Il Figlio dell'uomo infatti non è venuto per essere servito,
ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti ».115 Il
servizio di Gesù giunge a pienezza con la morte in croce, ossia con il
dono totale di sé, nell'umiltà e nell'amore: « Spogliò se stesso,
assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso
in forma umana, umiliò se stesso, facendosi obbediente fino alla morte e
alla morte di croce... ».116 L'autorità di Gesù Cristo Capo coincide
dunque con il suo servizio, con il suo dono, con la sua dedizione totale,
umile e amorosa nei riguardi della Chiesa. E questo in perfetta obbedienza
al Padre: egli è l'unico vero Servo sofferente del Signore, insieme
Sacerdote e Vittima.
Da questo preciso tipo di autorità, ossia dal servizio verso la
Chiesa, viene animata e vivificata l'esistenza spirituale di ogni
sacerdote, proprio come esigenza della sua configurazione a Gesù Cristo
Capo e servo della Chiesa.117 Così Sant'Agostino ammoniva un vescovo nel
giorno della sua ordinazione: « Chi è capo del popolo deve per prima
cosa rendersi conto che egli è il servo di molti. E non disdegni di
esserlo, ripeto, non disdegni di essere il servo di molti, poiché non
disdegnò di farsi nostro servo il Signore dei signori ».118
La vita spirituale dei ministri del Nuovo Testamento dovrà essere
improntata, dunque, a questo essenziale atteggiamento di servizio al
popolo di Dio,119 scevro da ogni presunzione e da ogni desiderio di «
spadroneggiare » sul gregge affidato.120 Un servizio fatto di buon animo,
secondo Dio e volentieri: in questo modo i ministri, gli « anziani »
della comunità, cioè i presbiteri, potranno essere « modello » del
gregge, che, a sua volta, è chiamato ad assumere nei confronti del mondo
intero questo atteggiamento sacerdotale di servizio alla pienezza della
vita dell'uomo e alla sua liberazione integrale.
22. L'immagine di Gesù Cristo Pastore della Chiesa, suo
gregge, riprende e ripropone, con nuove e più suggestive sfumature, gli
stessi contenuti di quella di Gesù Cristo Capo e servo. Inverando
l'annuncio profetico del Messia Salvatore, cantato gioiosamente dal
salmista e dal profeta Ezechiele,121 Gesù si autopresenta come il « buon
Pastore » 122 non solo di Israele, ma di tutti gli uomini.123 E la sua
vita è ininterrotta manifestazione, anzi quotidiana realizzazione della
sua « carità pastorale »: sente compassione delle folle, perché sono
stanche e sfinite, come pecore senza pastore;124 cerca le smarrite e le
disperse 125 e fa festa per il loro ritrovamento, le raccoglie e le
difende, le conosce e le chiama ad una ad una,126 le conduce ai pascoli
erbosi e alle acque tranquille,127 per loro imbandisce una mensa,
nutrendole con la sua stessa vita. Questa vita il buon Pastore offre con
la sua morte e risurrezione, come la liturgia romana della Chiesa canta:
« È risorto il Pastore buono che ha dato la vita per le sue pecorelle, e
per il suo gregge è andato incontro alla morte. Alleluia ».128
Pietro chiama Gesù il « Principe dei pastori »,129 perché la
sua opera e missione continuano nella Chiesa attraverso gli apostoli 130 e
i loro successori131 e attraverso i presbiteri. In forza della loro
consacrazione, i presbiteri sono configurati a Gesù Buon Pastore e sono
chiamati a imitare e a rivivere la sua stessa carità pastorale.
Il donarsi di Cristo alla Chiesa, frutto del suo amore, si connota
di quella dedizione originale che è propria dello sposo nei riguardi
della sposa, come più volte suggeriscono i testi sacri. Gesù è il
vero Sposo che offre il vino della salvezza alla Chiesa.132 Lui, che
è il « capo della Chiesa... e il salvatore del suo corpo »,133 « ha
amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei, per renderla santa,
purificandola per mezzo del lavacro dell'acqua accompagnato dalla parola,
al fine di farsi comparire davanti la sua Chiesa tutta gloriosa, senza
macchia né ruga o alcunché di simile, ma santa e immacolata ».134 La
Chiesa è sì il corpo, nel quale è presente e operante Cristo Capo, ma
è anche la Sposa, che scaturisce come nuova Eva dal costato aperto del
Redentore sulla croce: per questo Cristo sta « davanti » alla Chiesa, «
la nutre e la cura » 135 con il dono della sua vita per lei. Il sacerdote
è chiamato ad essere immagine viva di Gesù Cristo Sposo della Chiesa:136
certamente egli rimane sempre parte della comunità come credente, insieme
a tutti gli altri fratelli e sorelle convocati dallo Spirito, ma in forza
della sua configurazione a Cristo Capo e Pastore si trova in tale
posizione sponsale di fronte alla comunità. « In quanto ripresenta
Cristo capo, pastore e sposo della Chiesa, il sacerdote si pone non solo
nella Chiesa ma anche di fronte alla Chiesa ».137 È chiamato, pertanto,
nella sua vita spirituale a rivivere l'amore di Cristo sposo nei riguardi
della Chiesa sposa. La sua vita dev'essere illuminata e orientata anche da
questo tratto sponsale, che gli chiede di essere testimone dell'amore
sponsale di Cristo, di essere quindi capace di amare la gente con cuore
nuovo, grande e puro, con autentico distacco da sé, con dedizione piena,
continua e fedele, e insieme con una specie di « gelosia » divina,138
con una tenerezza che si riveste persino delle sfumature dell'affetto
materno, capace di farsi carico dei « dolori del parto » finché «
Cristo non sia formato » nei fedeli.139
23. Il principio interiore, la virtù che anima e guida la vita
spirituale del presbitero in quanto configurato a Cristo Capo e Pastore è
la carità pastorale, partecipazione della stessa carità pastorale
di Gesù Cristo: dono gratuito dello Spirito Santo, e nello stesso
tempo compito e appello alla risposta libera e responsabile del
presbitero.
Il contenuto essenziale della carità pastorale è il dono di sé,
il totale dono di sé alla Chiesa, ad immagine e in
condivisione con il dono di Cristo. « La carità pastorale è quella virtù
con la quale noi imitiamo Cristo nella sua donazione di sé e nel suo
servizio. Non è soltanto quello che facciamo, ma il dono di noi stessi,
che mostra l'amore di Cristo per il suo gregge. La carità pastorale
determina il nostro modo di pensare e di agire, il nostro modo di
rapportarci alla gente. E risulta particolarmente esigente per noi... ».140
Il dono di sé, radice e sintesi della carità pastorale, ha come
destinataria la Chiesa. Così è stato di Cristo che « ha amato la Chiesa
e ha dato se stesso per lei »;141 così dev'essere del sacerdote. Con la
carità pastorale che impronta l'esercizio del ministero sacerdotale come «
amoris officium »,142 « il sacerdote, che accoglie la vocazione al
ministero, è in grado di fare di questo una scelta di amore, per cui la
Chiesa e le anime diventano il suo interesse principale e, con tale
spiritualità concreta, diventa capace di amare la Chiesa universale e
quella porzione di essa, che gli è affidata, con tutto lo slancio di uno
sposo verso la sposa ».143 Il dono di sé non ha confini, essendo segnato
dallo stesso slancio apostolico e missionario di Cristo, del buon Pastore,
che ha detto: « E ho altre pecore che non sono di quest'ovile; anche
queste io devo condurre; ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo
gregge e un solo pastore ».144
All'interno della comunità ecclesiale, la carità pastorale del
sacerdote sollecita ed esige in un modo particolare e specifico il suo
rapporto personale con il presbiterio, unito nel e con il Vescovo, come
esplicitamente scrive il Concilio: « La carità pastorale esige che i
presbiteri, se non vogliono correre invano, lavorino sempre nel vincolo
della comunione con i Vescovi e gli altri fratelli nel sacerdozio ».145
Il dono di sé alla Chiesa la riguarda in quanto essa è il corpo
e la sposa di Gesù Cristo. Per questo la carità del sacerdote si
riferisce primariamente a Gesù Cristo: solo se ama e serve Cristo Capo e
Sposo, la carità diventa fonte, criterio, misura, impulso dell'amore e
del servizio del sacerdote alla Chiesa, corpo e sposa di Cristo. È stata
questa la coscienza limpida e forte dell'apostolo Paolo, che ai cristiani
della Chiesa di Corinto scrive: « Quanto a noi, siamo i vostri servitori
per amore di Gesù ».146 È questo, soprattutto, l'insegnamento esplicito
e programmatico di Gesù quando affida a Pietro il ministero di pascere il
gregge solo dopo la sua triplice attestazione di amore, anzi di un amore
di predilezione: « Gli disse per la terza volta: "Simone di
Giovanni, mi vuoi bene?". Pietro gli disse: "Signore, tu sai
tutto; tu sai che ti voglio bene". Gli rispose Gesù: "Pasci le
mie pecorelle..." ».147 La carità pastorale, che ha la sua sorgente
specifica nel sacramento dell'Ordine, trova la sua espressione piena e il
suo supremo alimento nell'Eucaristia: « Questa carità pastorale
— leggiamo nel Concilio — scaturisce soprattutto dal sacrificio
eucaristico, il quale risulta quindi il centro e la radice di tutta la
vita del presbitero, cosicché l'anima sacerdotale si studia di
rispecchiare in sé ciò che viene realizzato sull'altare ».148 È
nell'Eucaristia, infatti, che viene ripresentato, ossia fatto di nuovo
presente il sacrificio della croce, il dono totale di Cristo alla sua
Chiesa, il dono del suo corpo dato e del suo sangue sparso, quale suprema
testimonianza del suo essere Capo e Pastore, Servo e Sposo della Chiesa.
Proprio per questo, la carità pastorale del sacerdote non solo scaturisce
dall'Eucaristia, ma trova nella celebrazione di questa la sua più alta
realizzazione, così come dall'Eucaristia riceve la grazia e la
responsabilità di connotare in senso « sacrificale » la sua intera
esistenza.
Questa stessa carità pastorale costituisce il principio
interiore e dinamico capace di unificare le molteplici e diverse attività
del sacerdote. Grazie ad essa può trovare risposta l'essenziale e
permanente esigenza dell'unità tra la vita interiore e le tante azioni e
responsabilità del ministero, esigenza quanto mai urgente in un contesto
socio-culturale ed ecclesiale fortemente segnato dalla complessità, dalla
frammentarietà e dalla dispersività. Solo la concentrazione di ogni
istante e di ogni gesto attorno alla scelta fondamentale e qualificante di
« dare la vita per il gregge » può garantire questa unità vitale,
indispensabile per l'armonia e per l'equilibrio spirituale del sacerdote:
« L'unità di vita — ci ricorda il Concilio — può essere raggiunta
dai presbiteri seguendo nello svolgimento del loro ministero l'esempio di
Cristo Signore, il cui cibo era il compimento della volontà di colui che
lo aveva inviato a realizzare la sua opera... Così, rappresentando il
buon Pastore, nello stesso esercizio pastorale della carità troveranno il
vincolo della perfezione sacerdotale che realizzerà l'unità nella loro
vita e attività ».149
24. Lo Spirito del Signore ha consacrato Cristo e lo ha mandato ad
annunciare il Vangelo.150 La missione non è un elemento esteriore e
giustapposto alla consacrazione, ma ne costituisce la destinazione
intrinseca e vitale: la consacrazione è per la missione. Così,
non solo la consacrazione, ma anche la missione sta sotto il segno
dello Spirito, sotto il suo influsso santificatore.
Così è stato di Gesù. Così è stato degli apostoli e dei loro
successori. Così è dell'intera Chiesa e in essa dei presbiteri: tutti
ricevono lo Spirito come dono e appello di santificazione all'interno e
attraverso il compimento della missione.151
Esiste dunque un intimo rapporto tra la vita spirituale del
presbitero e l'esercizio del suo ministero,152 rapporto che il Concilio
così esprime: « Esercitando il ministero dello Spirito e della giustizia
essi (presbiteri) vengono consolidati nella vita dello spirito, a
condizione però che siano docili agli insegnamenti dello Spirito di
Cristo che li vivifica e li conduce. I presbiteri, infatti, sono ordinati
alla perfezione della vita in forza delle stesse azioni che svolgono
quotidianamente, come anche di tutto il loro ministero, che esercitano in
stretta unione con il Vescovo e tra di loro. Ma la stessa santità dei
presbiteri, a sua volta, contribuisce moltissimo al compimento efficace
del loro ministero ».153
« Vivi il mistero che è posto nelle tue mani »!
È questo l'invito, il monito che la Chiesa rivolge al presbitero nel rito
dell'ordinazione, quando gli vengono consegnate le offerte del popolo
santo per il sacrificio eucaristico. Il « mistero », di cui il
presbitero è dispensatore,154 è, in definitiva, Gesù Cristo stesso, che
nello Spirito è sorgente di santità e appello alla santificazione. Il «
mistero » chiede di essere inserito nella vita vissuta del presbitero.
Per questo esige grande vigilanza e viva consapevolezza. È ancora il rito
dell'ordinazione a far precedere le parole ricordate dalla
raccomandazione: « Renditi conto di ciò che farai ». Già Paolo
ammoniva il vescovo Timoteo: « Non trascurare il dono spirituale che è
in te ».155
Il rapporto tra la vita spirituale e l'esercizio del ministero
sacerdotale può trovare una sua spiegazione anche a partire dalla carità
pastorale donata dal sacramento dell'Ordine. Il ministero del sacerdote,
proprio perché è una partecipazione al ministero salvifico di Gesù
Cristo Capo e Pastore, non può non riesprimere e rivivere quella sua
carità pastorale che insieme è la sorgente e lo spirito del suo servizio
e del suo dono di sé. Nella sua realtà oggettiva il ministero
sacerdotale è « amoris officium », secondo la citata espressione
di Sant'Agostino: proprio questa realtà oggettiva si pone come fondamento
e appello per un ethos corrispondente, che non può essere se non quello
di vivere l'amore, come rileva lo stesso Sant'Agostino: « Sit amoris
officium pascere dominicum gregem ».156 Tale ethos, e quindi
la vita spirituale, altro non è che l'accoglienza nella coscienza e nella
libertà, e pertanto nella mente, nel cuore, nelle decisioni e nelle
azioni, della « verità » del ministero sacerdotale come « amoris
officium ».
25. È essenziale, per una vita spirituale che si sviluppa
attraverso l'esercizio del ministero, che il sacerdote rinnovi
continuamente e approfondisca sempre più la coscienza di essere
ministro di Gesù Cristo in forza della consacrazione sacramentale e
della configurazione a Lui Capo e Pastore della Chiesa.
Una simile coscienza non soltanto corrisponde alla vera natura
della missione che il sacerdote svolge a favore della Chiesa e dell'umanità,
ma decide anche della vita spirituale del sacerdote che compie quella
missione. Il sacerdote, infatti, viene scelto da Cristo non come una «
cosa », bensì come una « persona »: egli non è uno strumento inerte e
passivo ma uno « strumento vivo », come si esprime il Concilio, proprio
là dove parla dell'obbligo di tendere alla perfezione.157 È ancora il
Concilio a parlare dei sacerdoti come di « soci e collaboratori » di Dio
« santo e santificatore ».158
In tale senso nell'esercizio del ministero è profondamente
coinvolta la persona cosciente, libera e responsabile del sacerdote. Il
legame con Gesù Cristo, che la consacrazione e configurazione del
sacramento dell'Ordine assicurano, fonda ed esige nel sacerdote un
ulteriore legame che è dato dalla « intenzione », ossia dalla volontà
cosciente e libera di fare, mediante il gesto ministeriale, ciò che
intende fare la Chiesa. Un simile legame tende, per sua natura, a farsi il
più ampio e il più profondo possibile, investendo la mente, i
sentimenti, la vita, ossia una serie di « disposizioni » morali e
spirituali corrispondenti ai gesti ministeriali che il sacerdote pone.
Non c'è dubbio che l'esercizio del ministero sacerdotale, in
specie la celebrazione dei Sacramenti, riceve la sua efficacia di salvezza
dall'azione stessa di Gesù Cristo resa presente nei Sacramenti. Ma per un
disegno divino, che vuole esaltare l'assoluta gratuità della salvezza
facendo dell'uomo un « salvato » e insieme un « salvatore » — sempre
e solo con Gesù Cristo —, l'efficacia dell'esercizio del ministero è
condizionata anche dalla maggior o minor accoglienza e partecipazione
umana.159 In particolare, la maggiore o minore santità del ministro
influisce realmente sull'annuncio della Parola, sulla celebrazione dei
Sacramenti, sulla guida della comunità nella carità. È quanto afferma
con chiarezza il Concilio: « La stessa santità dei presbiteri ...
contribuisce moltissimo al compimento efficace del loro ministero:
infatti, se è vero che la grazia di Dio può realizzare l'opera della
salvezza anche attraverso ministri indegni, ciò nondimeno Dio,
ordinariamente, preferisce manifestare le sue grandezze attraverso coloro
i quali, fattisi più docili agli impulsi e alla direzione dello Spirito
Santo, possono dire con l'apostolo, grazie alla propria intima unione con
Cristo e alla santità di vita: "Ormai non sono più io che vivo,
bensì è Cristo che vive in me"160 ».161
La coscienza di essere ministro di Gesù Cristo Capo e Pastore
comporta anche la coscienza grata e gioiosa di una singolare grazia
ricevuta da Gesù Cristo: la grazia di essere stato scelto gratuitamente
dal Signore come « strumento vivo » dell'opera della salvezza. Questa
scelta testimonia l'amore di Gesù Cristo per il sacerdote. Proprio
quest'amore, come e più d'ogni altro amore, esige la corrispondenza. Dopo
la sua risurrezione, Gesù pone a Pietro la fondamentale domanda
sull'amore: « Simone di Giovanni, mi vuoi bene tu più di costoro? ». E
alla risposta di Pietro segue l'affidamento della missione: « Pasci i
miei agnelli ».162 Gesù chiede a Pietro se lo ami, prima di e per
potergli consegnare il suo gregge. Ma, in realtà, è l'amore libero e
preveniente di Gesù stesso a originare la sua richiesta all'apostolo e
l'affidamento a lui delle « sue » pecore. Così ogni gesto ministeriale,
mentre conduce ad amare e a servire la Chiesa, spinge a maturare sempre più
nell'amore e nel servizio a Gesù Cristo Capo, Pastore e Sposo della
Chiesa, un amore che si configura sempre come risposta a quello
preveniente, libero e gratuito di Dio in Cristo. A sua volta, la crescita
dell'amore a Gesù Cristo determina la crescita dell'amore alla Chiesa: «
Siamo vostri pastori (pascimus vobis), con voi siamo nutriti (pascimur
vobiscum). Il Signore ci dia la forza di amarvi a tal punto da poter
morire per voi, o di fatto o col cuore (aut effectu aut affectu) ».163
26. Grazie al prezioso insegnamento del Concilio Vaticano II,164
possiamo cogliere le condizioni e le esigenze, le modalità e i frutti
dell'intimo rapporto che esiste tra la vita spirituale del sacerdote e
l'esercizio del suo triplice ministero: della Parola, del Sacramento e del
servizio della Carità.
Il sacerdote è, anzitutto, ministro della Parola di Dio, è
consacrato e mandato ad annunciare a tutti il Vangelo del Regno, chiamando
ogni uomo all'obbedienza della fede e conducendo i credenti ad una
conoscenza e comunione sempre più profonde del mistero di Dio, rivelato e
comunicato a noi in Cristo. Per questo, il sacerdote stesso per primo deve
sviluppare una grande familiarità personale con la Parola di Dio: non gli
basta conoscerne l'aspetto linguistico o esegetico, che pure è
necessario; gli occorre accostare la Parola con cuore docile e orante,
perché essa penetri a fondo nei suoi pensieri e sentimenti e generi in
lui una mentalità nuova — « il pensiero di Cristo » 165 —, in modo
che le sue parole, le sue scelte e i suoi atteggiamenti siano sempre più
una trasparenza, un annuncio ed una testimonianza del Vangelo. Solo «
rimanendo » nella Parola, il sacerdote diventerà perfetto discepolo del
Signore, conoscerà la verità e sarà veramente libero, superando ogni
condizionamento contrario od estraneo al Vangelo.166 Il sacerdote dev'essere
il primo « credente » alla Parola, nella piena consapevolezza che le
parole del suo ministero non sono « sue », ma di Colui che lo ha
mandato. Di questa Parola egli non è padrone: è servo. Di questa Parola
egli non è unico possessore: è debitore nei riguardi del Popolo di Dio.
Proprio perché evangelizza e perché possa evangelizzare, il sacerdote,
come la Chiesa, deve crescere nella coscienza del suo permanente bisogno
di essere evangelizzato.167 Egli annuncia la Parola nella sua qualità di
« ministro », partecipe dell'autorità profetica di Cristo e della
Chiesa. Per questo, per avere in se stesso e per dare ai fedeli la
garanzia di trasmettere il Vangelo nella sua integrità il sacerdote è
chiamato a coltivare una sensibilità, un amore e una disponibilità
particolari nei confronti della Tradizione viva della Chiesa e del suo
Magistero: questi non sono estranei alla Parola, ma ne servono la retta
interpretazione e ne custodiscono il senso autentico.168
È soprattutto nella celebrazione dei Sacramenti e nella
celebrazione della Liturgia delle Ore che il sacerdote è chiamato a
vivere e a testimoniare l'unità profonda tra l'esercizio del suo
ministero e la sua vita spirituale: il dono di grazia offerto alla Chiesa
si fa principio di santità e appello di santificazione. Anche per il
sacerdote il posto veramente centrale, sia nel ministero sia nella vita
spirituale, è dell'Eucaristia, perché in essa « è racchiuso tutto il
bene spirituale della Chiesa, cioè lo stesso Cristo, nostra Pasqua e pane
vivo che, mediante la sua carne vivificata dallo Spirito Santo, dà vita
agli uomini, i quali sono in tal modo invitati e indotti a offrire insieme
a lui se stessi, le proprie fatiche e tutte le cose create ».169
Dai diversi Sacramenti, e in particolare dalla grazia specifica e
propria a ciascuno di essi, la vita spirituale del presbitero riceve
connotazioni particolari. Essa, infatti, viene strutturata e plasmata
dalle molteplici caratteristiche ed esigenze dei diversi Sacramenti
celebrati e vissuti.
Una parola speciale voglio riservare per il Sacramento della
Penitenza, del quale i sacerdoti sono i ministri ma devono anche esserne i
beneficiari, divenendo testimoni della compassione di Dio per i peccatori.
La vita spirituale e pastorale del sacerdote, come quella dei suoi
fratelli laici e religiosi, dipende, per la sua qualità e il suo fervore,
dall'assidua e coscienziosa pratica personale del Sacramento della
Penitenza. Ripropongo quanto ho scritto nell'Esortazione « Reconciliatio
et Paenitentia »: « La vita spirituale e pastorale del sacerdote, come
quella dei suoi fratelli laici e religiosi, dipende, per la sua qualità e
il suo fervore, dall'assidua e coscienziosa pratica personale del
Sacramento della Penitenza. La celebrazione dell'Eucaristia e il ministero
degli altri Sacramenti, lo zelo pastorale, il rapporto con i fedeli, la
comunione con i confratelli, la collaborazione col Vescovo, la vita di
preghiera, in una parola tutta l'esistenza sacerdotale subisce un
inesorabile scadimento, se viene a mancarle, per negligenza o per
qualsiasi altro motivo, il ricorso, periodico e ispirato d'autentica fede
e devozione, al Sacramento della Penitenza. In un prete che non si
confessasse più o si confessasse male, il suo essere prete e il
suo fare il prete ne risentirebbero molto presto, e se ne
accorgerebbe anche la Comunità, di cui egli è pastore ».170
Infine, il sacerdote è chiamato a rivivere l'autorità e il
servizio di Gesù Cristo Capo e Pastore della Chiesa animando e
guidando la comunità ecclesiale, ossia riunendo « la famiglia di Dio
come fraternità animata nell'unità » e conducendola « al Padre per
mezzo di Cristo nello Spirito Santo ».171 Questo « munus regendi » è
compito molto delicato e complesso, che include, oltre all'attenzione alle
singole persone e alle diverse vocazioni, la capacità di coordinare tutti
i doni e i carismi che lo Spirito suscita nella comunità, verificandoli e
valorizzandoli per l'edificazione della Chiesa sempre in unione con i
Vescovi. Si tratta di un ministero che richiede al sacerdote una vita
spirituale intensa, ricca di quelle qualità e virtù che sono tipiche
della persona che « presiede » e « guida » una comunità, dell'«
anziano » nel senso più nobile e ricco del termine: tali sono la fedeltà,
la coerenza, la saggezza, l'accoglienza di tutti, l'affabile bontà,
l'autorevole fermezza sulle cose essenziali, la libertà da punti di vista
troppo soggettivi, il disinteresse personale, la pazienza, il gusto
dell'impegno quotidiano, la fiducia nel lavoro nascosto della grazia che
si manifesta nei semplici e nei poveri.172
27. « Lo Spirito del Signore è sopra di me ».173 Lo Spirito
Santo effuso dal sacramento dell'Ordine è fonte di santità e appello
alla santificazione, non solo perché configura il sacerdote a Cristo Capo
e Pastore della Chiesa e gli affida la missione profetica, sacerdotale e
regale da compiere nel nome e nella persona di Cristo, ma anche perché
anima e vivifica la sua esistenza quotidiana, arricchendola di doni e di
esigenze, di virtù e di impulsi, che si compendiano nella carità
pastorale. Una simile carità è sintesi unificante dei valori e delle
virtù evangeliche e insieme forza che sostiene il loro sviluppo sino alla
perfezione cristiana.174
Per tutti i cristiani, nessuno escluso, il radicalismo evangelico
è un'esigenza fondamentale e irrinunciabile, che scaturisce dall'appello
di Cristo a seguirlo e ad imitarlo, in forza dell'intima comunione di vita
con lui operata dallo Spirito.175 Questa stessa esigenza si ripropone per
i sacerdoti, non solo perché sono « nella » Chiesa, ma anche perché
sono « di fronte » alla Chiesa, in quanto sono configurati a Cristo Capo
e Pastore, abilitati e impegnati al ministero ordinato, vivificati dalla
carità pastorale. Ora, all'interno e come manifestazione del radicalismo
evangelico si ritrova una ricca fioritura di molteplici virtù ed esigenze
etiche che sono decisive per la vita pastorale e spirituale del sacerdote,
come, ad esempio, la fede, l'umiltà di fronte al mistero di Dio, la
misericordia, la prudenza. Espressione privilegiata del radicalismo sono i
diversi « consigli evangelici », che Gesù propone nel Discorso della
Montagna 176 e tra questi i consigli, intimamente coordinati tra
loro,d'obbedienza, castità e povertà: 177 il sacerdote è
chiamato a viverli secondo quelle modalità, e più profondamente secondo
quelle finalità e quel significato originale, che derivano dall'identità
propria del presbitero e la esprimono.
28. « Tra le virtù che più sono necessarie nel ministero dei
presbiteri, va ricordata quella disposizione d'animo per cui sempre sono
pronti a cercare non la propria volontà, ma il compimento della volontà
di colui che li ha inviati 178 ».179 È l'obbedienza, che nel caso
della vita spirituale del sacerdote si riveste di alcune caratteristiche
peculiari.
Essa è, anzitutto, un'obbedienza « apostolica », nel
senso che riconosce, ama e serve la Chiesa nella sua struttura gerarchica.
Non si dà, infatti, ministero sacerdotale se non nella comunione con il
sommo Pontefice e con il Collegio episcopale, in particolare con il
proprio Vescovo diocesano, ai quali sono da riservarsi « il filiale
rispetto e l'obbedienza » promessi nel rito dell'ordinazione. Questa «
sottomissione » a quanti sono rivestiti dell'autorità ecclesiale non ha
nulla di umiliante, ma deriva dalla libertà responsabile del presbitero,
che accoglie non solo le esigenze di una vita ecclesiale organica e
organizzata, ma anche quella grazia di discernimento e di responsabilità
nelle decisioni ecclesiali, che Gesù ha garantito ai suoi apostoli e ai
loro successori, perché sia custodito con fedeltà il mistero della
Chiesa e perché la compagine della comunità cristiana venga servita nel
suo unitario cammino verso la salvezza.
L'obbedienza cristiana autentica, rettamente motivata e vissuta
senza servilismi, aiuta il presbitero ad esercitare con evangelica
trasparenza l'autorità che gli è affidata nei confronti del Popolo di
Dio: senza autoritarismi e senza scelte demagogiche. Solo chi sa obbedire
in Cristo, sa come richiedere, secondo il Vangelo, l'obbedienza altrui.
L'obbedienza presbiterale presenta inoltre un'esigenza «
comunitaria »: non è l'obbedienza di un singolo che individualmente
si rapporta con l'autorità, ma è invece profondamente inserita nell'unità
del presbiterio, che come tale è chiamato a vivere la concorde
collaborazione con il Vescovo e, per suo tramite, con il successore di
Pietro.180
Questo aspetto dell'obbedienza del sacerdote richiede una notevole
ascesi, sia nel senso di un'abitudine a non legarsi troppo alle proprie
preferenze o ai propri punti di vista, sia nel senso di lasciare spazio ai
confratelli perché possano valorizzare i loro talenti e le loro capacità,
al di fuori di ogni gelosia, invidia e rivalità. Quella del sacerdote è
un'obbedienza solidale, che parte dalla sua appartenenza all'unico
presbiterio e che sempre all'interno di esso e con esso esprime
orientamenti e scelte corresponsabili.
Infine, l'obbedienza sacerdotale ha un particolare carattere di
« pastorali- tà ». È vissuta, cioè, in un clima di costante
disponibilità a lasciarsi afferrare, quasi « mangiare », dalle necessità
e dalle esigenze del gregge. Queste ultime devono avere una giusta
razionalità, e talvolta vanno selezionate e sottoposte a verifica, ma è
innegabile che la vita del presbitero è « occupata » in modo pieno
dalla fame di Vangelo, di fede, di speranza e di amore di Dio e del suo
mistero, la quale più o meno consapevolmente è presente nel Popolo di
Dio a lui affidato.
29. Tra i consigli evangelici — scrive il Concilio — «
eccelle questo prezioso dono della grazia divina, dato dal Padre ad alcuni
181 di votarsi a Dio solo più facilmente e con un cuore senza divisioni
182 nella verginità e nel celibato. Questa perfetta continenza per il
Regno dei cieli è sempre stata tenuta in singolare onore dalla Chiesa,
come un segno e uno stimolo della carità e come una speciale sorgente di
fecondità nel mondo ».183 Nella verginità e nel celibato
la castità mantiene il suo significato originario, quello cioè di una
sessualità umana vissuta come autentica manifestazione e prezioso
servizio all'amore di comunione e di donazione interpersonale. Questo
significato sussiste pienamente nella verginità, che realizza, pur nella
rinuncia al matrimonio, il « significato sponsale » del corpo mediante
una comunione e una donazione personale a Gesù Cristo e alla sua Chiesa
che prefigurano e anticipano la comunione e la donazione perfette e
definitive dell'al di là: « Nella verginità l'uomo è in attesa, anche
corporalmente, delle nozze escatologiche di Cristo con la Chiesa,
donandosi integralmente alla Chiesa nella speranza che Cristo si doni a
questa nella piena verità della vita eterna ».184
In questa luce si possono più facilmente comprendere e apprezzare
i motivi della scelta plurisecolare che la Chiesa di Occidente ha fatto e
che ha mantenuto, nonostante tutte le difficoltà e le obiezioni sollevate
lungo i secoli, di conferire l'ordine presbiterale solo a uomini che diano
prova di essere chiamati da Dio al dono della castità nel celibato
assoluto e perpetuo.
I Padri sinodali hanno espresso con chiarezza e con forza il loro
pensiero con un'importante Proposizione, che merita di essere
integralmente e letteralmente riferita: « Ferma restante la disciplina
delle Chiese Orientali, il Sinodo, convinto che la castità perfetta nel
celibato sacerdotale è un carisma, ricorda ai presbiteri che essa
costituisce un dono inestimabile di Dio per la Chiesa e rappresenta un
valore profetico per il mondo attuale. Questo Sinodo nuovamente e con
forza afferma quanto la Chiesa Latina e alcuni riti orientali richiedono,
che cioè il sacerdozio venga conferito solo a quegli uomini che hanno
ricevuto da Dio il dono della vocazione alla castità celibe (senza
pregiudizio della tradizione di alcune Chiese orientali e dei casi
particolari di clero uxorato proveniente da conversioni al cattolicesimo,
per il quale si dà eccezione nell'enciclica di Paolo VI, « Sacerdotalis
Caelibatus »). Il Sinodo non vuole lasciare nessun dubbio nella mente di
tutti sulla ferma volontà della Chiesa di mantenere la legge che esige il
celibato liberamente scelto e perpetuo per i candidati all'ordinazione
sacerdotale nel rito latino. Il Sinodo sollecita che il celibato sia
presentato e spiegato nella sua piena ricchezza biblica, teologica e
spirituale, come dono prezioso dato da Dio alla sua Chiesa e come segno
del Regno che non è di questo mondo, segno dell'amore di Dio verso questo
mondo nonché dell'amore indiviso del sacerdote verso Dio e il Popolo di
Dio, così che il celibato sia visto come arricchimento positivo del
sacerdozio ».185
È particolarmente importante che il sacerdote comprenda la
motivazione teologica della legge ecclesiastica sul celibato. In quanto
legge, esprime la volontà della Chiesa, prima ancora che la volontà
del soggetto espressa dalla sua disponibilità. Ma la volontà della
Chiesa trova la sua ultima motivazione nel legame che il celibato ha
con l'Ordinazione sacra, che configura il sacerdote a Gesù Cristo
Capo e Sposo della Chiesa. La Chiesa, come Sposa di Gesù Cristo, vuole
essere amata dal sacerdote nel modo totale ed esclusivo con cui Gesù
Cristo Capo e Sposo l'ha amata. Il celibato sacerdotale, allora, è dono
di sé in e con Cristo alla sua Chiesa ed esprime il
servizio del sacerdote alla Chiesa in e con il Signore.
Per un'adeguata vita spirituale del sacerdote occorre che il
celibato sia considerato e vissuto non come un elemento isolato o
puramente negativo, ma come un aspetto di un orientamento positivo,
specifico e caratteristico del sacerdote: egli, lasciando il padre e la
madre, segue Gesù buon Pastore, in una comunione apostolica, a servizio
del Popolo di Dio. Il celibato è dunque da accogliere con libera e
amorosa decisione da rinnovare continuamente, come dono inestimabile di
Dio, come « stimolo della carità pastorale »,186 come singolare
partecipazione alla paternità di Dio e alla fecondità della Chiesa, come
testimonianza al mondo del Regno escatologico. Per vivere tutte le
esigenze morali, pastorali e spirituali del celibato sacerdotale è
assolutamente necessaria la preghiera umile e fiduciosa, come ci avverte
il Concilio: « Al mondo d'oggi, quanto più la perfetta continenza viene
considerata impossibile da tante persone, con tanta maggiore umiltà e
perseveranza debbono i presbiteri implorare insieme alla Chiesa la grazia
della fedeltà che mai è negata a chi la richiede, ricorrendo allo stesso
tempo ai mezzi soprannaturali e naturali di cui tutti dispongono ».187
Sarà ancora la preghiera, unita ai Sacramenti della Chiesa e all'impegno
ascetico, ad infondere speranza nelle difficoltà, perdono nelle mancanze,
fiducia e coraggio nella ripresa del cammino.
30. Della povertà evangelica i Padri sinodali hanno dato
una descrizione quanto mai concisa e profonda, presentandola come «
sottomissione di tutti i beni al Bene supremo di Dio e del suo Regno ».188
In realtà, solo chi contempla e vive il mistero di Dio quale unico e
sommo Bene, quale vera e definitiva Ricchezza, può capire e realizzare la
povertà, che non è certamente disprezzo e rifiuto dei beni materiali, ma
è uso grato e cordiale di questi beni ed insieme lieta rinuncia ad essi
con grande libertà interiore, ossia in ordine a Dio e ai suoi disegni.
La povertà del sacerdote, in forza della sua configurazione
sacramentale a Cristo Capo e Pastore, assume precise connotazioni «
pastorali », sulle quali, riprendendo e sviluppando l'insegnamento
conciliare,189 si sono soffermati i Padri sinodali. Scrivono tra l'altro:
« I sacerdoti, sull'esempio di Cristo che da ricco come era si è fatto
povero per nostro amore,190 devono considerare i poveri e più deboli come
loro affidati in una maniera speciale e devono essere capaci di
testimoniare la povertà con una vita semplice e austera, essendo già
abituati a rinunciare generosamente alle cose superflue 191 ».192
È vero che « l'operaio è degno della sua mercede » e che « il
Signore ha disposto che quelli che annunziano il Vangelo vivano del
Vangelo »,193 ma è altrettanto vero che questo diritto dell'apostolo non
può assolutamente confondersi con qualsiasi pretesa di piegare il
servizio del Vangelo e della Chiesa ai vantaggi e agli interessi che ne
possono derivare. Solo la povertà assicura al sacerdote la sua
disponibilità ad essere mandato là dove la sua opera è più utile ed
urgente, anche con sacrificio personale. È condizione e premessa
indispensabile alla docilità dell'apostolo allo Spirito, che lo rende
pronto ad « andare », senza zavorre e senza legami, seguendo solo la
volontà del Maestro.194
Personalmente inserito nella vita della comunità e responsabile
di essa, il sacerdote deve offrire anche la testimonianza di una totale «
trasparenza » nell'amministrazione dei beni della comunità stessa, che
egli non tratterà mai come fossero un patrimonio proprio, ma come cosa di
cui deve rendere conto a Dio e ai fratelli, soprattutto ai poveri. La
coscienza poi di appartenere all'unico presbiterio spingerà il sacerdote
ad impegnarsi per favorire sia una più equa distribuzione dei beni tra i
confratelli, sia un certo uso in comune dei beni.195
La libertà interiore, che la povertà evangelica custodisce e
alimenta, abilita il prete a stare accanto ai più deboli, a farsi
solidale con i loro sforzi per l'instaurazione d'una società più giusta,
ad essere più sensibile e più capace di comprensione e di discernimento
dei fenomeni riguardanti l'aspetto economico e sociale della vita, a
promuovere la scelta preferenziale dei poveri: questa, senza escludere
nessuno dall'annuncio e dal dono della salvezza, sa chinarsi sui piccoli,
sui peccatori, sugli emarginati di ogni specie, secondo il modello dato da
Gesù nello svolgimento del suo ministero profetico e sacerdotale.196
Né va dimenticato il significato profetico della povertà
sacerdotale, particolarmente urgente nelle società opulente e consumiste:
« Il sacerdote veramente povero è di certo un segno concreto della
separazione, della rinuncia e non della sottomissione alla tirannia del
mondo contemporaneo che ripone ogni sua fiducia nel denaro e nella
sicurezza materiale ».197
Gesù Cristo, che sulla croce conduce a perfezione la sua carità
pastorale con un'abissale spogliazione esteriore e interiore, è il
modello e la fonte delle virtù di obbedienza, castità e povertà, che il
sacerdote è chiamato a vivere come espressione del suo amore pastorale
per i fratelli. Secondo quanto Paolo scrive ai cristiani di Filippi, il
sacerdote deve avere gli « stessi sentimenti » di Gesù, spogliandosi
del proprio « io », per trovare, nella carità obbediente, casta e
povera, la via maestra dell'unione con Dio e dell'unità con i
fratelli.198
31. Come ogni vita spirituale autenticamente cristiana, anche
quella del sacerdote possiede un'essenziale e irrinunciabile dimensione
ecclesiale: è partecipazione alla santità della Chiesa stessa, che nel Credo
professiamo quale « Comunione dei Santi ». La santità del cristiano
deriva da quella della Chiesa, la esprime e nello stesso tempo
l'arricchisce. Questa dimensione ecclesiale riveste modalità, finalità e
significati particolari nella vita spirituale del presbitero, in forza del
suo specifico rapporto con la Chiesa, sempre a partire dalla sua
configurazione a Cristo Capo e Pastore, dal suo ministero ordinato, dalla
sua carità pastorale.
In questa prospettiva occorre considerare come valore spirituale
del presbitero la sua appartenenza e la sua dedicazione alla Chiesa
particolare. Queste, in realtà, non sono motivate soltanto da ragioni
organizzative e disciplinari. Al contrario, il rapporto con il Vescovo
nell'unico presbiterio, la condivisione della sua sollecitudine
ecclesiale, la dedicazione alla cura evangelica del Popolo di Dio nelle
concrete condizioni storiche e ambientali della Chiesa particolare sono
elementi dai quali non si può prescindere nel delineare la configurazione
propria del sacerdote e della sua vita spirituale. In questo senso la
incardinazione non si esaurisce in un vincolo puramente giuridico, ma
comporta anche una serie di atteggiamenti e di scelte spirituali e
pastorali, che contribuiscono a conferire una fisionomia specifica alla
figura vocazionale del presbitero.
È necessario che il sacerdote abbia la coscienza che il suo «
essere in una Chiesa particolare » costituisce, di sua natura, un
elemento qualificante per vivere la spiritualità cristiana. In tal senso
il presbitero trova proprio nella sua appartenenza e dedicazione alla
Chiesa particolare una fonte di significati, di criteri di discernimento e
di azione, che configurano sia la sua missione pastorale sia la sua vita
spirituale.
Al cammino verso la perfezione possono contribuire anche altre
ispirazioni o riferimenti ad altre tradizioni di vita spirituale, capaci
di arricchire la vita sacerdotale dei singoli e di animare il presbiterio
di preziosi doni spirituali. È questo il caso di molte aggregazioni
ecclesiali antiche e nuove, che accolgono nel proprio ambito anche
sacerdoti: dalle società di vita apostolica agli istituti secolari
presbiterali, dalle varie forme di comunione e di condivisione spirituale
ai movimenti ecclesiali. I sacerdoti, che appartengono ad ordini e a
congregazioni religiose, sono una ricchezza spirituale per l'intero
presbiterio diocesano, al quale offrono il contributo di specifici carismi
e di ministeri qualificati, stimolando con la loro presenza la Chiesa
particolare a vivere più intensamente la sua apertura universale.199
L'appartenenza del sacerdote alla Chiesa particolare e la sua
dedicazione, fino al dono della vita, per l'edificazione della Chiesa «
nella persona » di Cristo Capo e Pastore, a servizio di tutta la comunità
cristiana, in cordiale e filiale riferimento al Vescovo, devono essere
rafforzate da ogni altro carisma che entri a far parte di un'esistenza
sacerdotale o si affianchi ad essa.200
Perché l'abbondanza dei doni dello Spirito venga accolta nella
gioia e fatta fruttificare a gloria di Dio per il bene della Chiesa
intera, si esige da parte di tutti, in primo luogo, la conoscenza ed il
discernimento dei carismi propri ed altrui, e un loro esercizio
accompagnato sempre dall'umiltà cristiana, dal coraggio dell'autocritica,
dall'intenzione, prevalente su ogni altra preoccupazione, di giovare
all'edificazione dell'intera comunità al cui servizio è posto ogni
carisma particolare. Si chiede, inoltre, a tutti un sincero sforzo di
reciproca stima, di rispetto vicendevole e di coordinata valorizzazione di
tutte le positive e legittime diversità presenti nel presbiterio. Anche
tutto questo fa parte della vita spirituale e della continua ascesi del
sacerdote.
32. L'appartenenza e la dedicazione alla Chiesa particolare non
rinchiudono in essa l'attività e la vita del presbitero: queste non
possono affatto esservi rinchiuse, per la natura stessa sia della Chiesa
particolare 201 sia del ministero sacerdotale. Il Concilio scrive al
riguardo: « Il dono spirituale che i presbiteri hanno ricevuto
nell'ordinazione non li prepara a una missione limitata e ristretta, bensì
ad una vastissima e universale missione di salvezza, "fino agli
ultimi confini della terra",202 dato che qualunque ministero
sacerdotale partecipa della stessa ampiezza universale della missione
affidata da Cristo agli apostoli ».203
Ne deriva che la vita spirituale dei sacerdoti dev'essere
profondamente segnata dall'anelito e dal dinamismo missionario. Tocca
loro, nell'esercizio del ministero e nella testimonianza della vita,
plasmare la comunità loro affidata come comunità autenticamente
missionaria. Come ho scritto nell'enciclica « Redemptoris Missio », «
tutti i sacerdoti debbono avere cuore e mentalità missionaria, essere
aperti ai bisogni della Chiesa e del mondo, attenti ai più lontani e,
soprattutto, ai gruppi non cristiani del proprio ambiente. Nella preghiera
e, in particolare, nel sacrificio eucaristico sentano la sollecitudine di
tutta la Chiesa per tutta l'umanità ».204
Se questo spirito missionario animerà generosamente la vita dei
sacerdoti, sarà facilitata la risposta a quell'esigenza sempre più grave
oggi nella Chiesa che nasce da una diseguale distribuzione del clero. In
questo senso già il Concilio è stato quanto mai preciso e forte: «
Ricordino i presbiteri che a loro incombe la sollecitudine di tutte le
Chiese. Pertanto i presbiteri di quelle diocesi che hanno maggior
abbondanza di vocazioni si mostrino disposti ad esercitare volentieri il
proprio ministero, previo il consenso o l'invito del proprio ordinario, in
quelle regioni, missioni o opere che soffrano di scarsezza di clero ».205
33. « Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha
consacrato, e mi ha mandato ad annunciare ai poveri un lieto messaggio...
».206 Gesù fa risuonare anche oggi nel nostro cuore di sacerdoti le
parole che ha pronunciato nella sinagoga di Nazaret. La nostra fede,
infatti, ci rivela la presenza operante dello Spirito di Cristo nel nostro
essere, nel nostro agire e nel nostro vivere così come l'ha configurato,
abilitato e plasmato il sacramento dell'Ordine.
Sì, lo Spirito del Signore è il grande protagonista della
nostra vita spirituale. Egli crea il « cuore nuovo », lo anima e lo
guida con la « legge nuova » della carità, della carità pastorale. Per
lo sviluppo della vita spirituale è decisiva la consapevolezza che non
manca mai al sacerdote la grazia dello Spirito Santo, come dono totalmente
gratuito e come compito responsabilizzante. La coscienza del dono infonde
e sostiene l'incrollabile fiducia del sacerdote nelle difficoltà, nelle
tentazioni, nelle debolezze che s'incontrano sul cammino spirituale.
Ripropongo a tutti i sacerdoti quanto dissi a tanti di loro in
altra occasione: « La vocazione sacerdotale è essenzialmente una
chiamata alla santità, nella forma che scaturisce dal sacramento
dell'Ordine. La santità è intimità con Dio, è imitazione di Cristo,
povero, casto e umile; è amore senza riserve alle anime e donazione al
loro vero bene; è amore alla Chiesa che è santa e ci vuole santi, perché
tale è la missione che Cristo le ha affidato. Ciascuno di voi deve essere
santo anche per aiutare i fratelli a seguire la loro vocazione alla santità.
Come non riflettere... sul ruolo essenziale che lo Spirito Santo
svolge nella specifica chiamata alla santità, che è propria del
ministero sacerdotale? Ricordiamo le parole del rito dell'Ordinazione
sacerdotale, che sono ritenute centrali nella formula sacramentale:
"Dona, Padre onnipotente, a questi tuoi figli la dignità del
presbiterato. Rinnova in loro l'effusione del tuo Spirito di santità;
adempiano fedelmente, o Signore, il ministero del secondo grado
sacerdotale da te ricevuto e con il loro esempio guidino tutti a
un'integra condotta di vita".
Mediante l'Ordinazione, carissimi, avete ricevuto lo stesso
Spirito di Cristo, che vi rende simili a Lui, perché possiate agire nel
suo nome e vivere in voi i suoi stessi sentimenti. Questa intima comunione
con lo Spirito di Cristo, mentre garantisce l'efficacia dell'azione
sacramentale che voi ponete "in persona Christi", chiede anche
di esprimersi nel fervore della preghiera, nella coerenza della vita,
nella carità pastorale di un ministero instancabilmente proteso alla
salvezza dei fratelli. Chiede, in una parola, la vostra personale
santificazione ».207
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CAPITOLO IV
VENITE E VEDRETE
La vocazione sacerdotale nella pastorale della Chiesa
34. « Venite e vedrete ».208 Così Gesù risponde ai due
discepoli di Giovanni il Battista, che gli chiedevano dove abitasse. In
queste parole troviamo il significato della vocazione.
Ecco come l'evangelista racconta la chiamata di Andrea e di
Pietro: « Il giorno dopo Giovanni stava ancora là con due dei suoi
discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: "Ecco
l'agnello di Dio!". E i due discepoli, sentendolo parlare così,
seguirono Gesù. Gesù allora si voltò e, vedendo che lo seguivano,
disse: "Che cercate?". Gli risposero: "Rabbi (che significa
maestro), dove abiti?". Disse loro: "Venite e vedrete".
Andarono dunque e videro dove abitava e quel giorno si fermarono presso di
lui; erano circa le quattro del pomeriggio. Uno dei due che avevano udito
le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon
Pietro. Egli incontrò per primo suo fratello Simone e gli disse:
"Abbiamo trovato il Messia (che significa il Cristo)" e lo
condusse da Gesù. Gesù, fissando lo sguardo su di lui, disse: "Tu
sei Simone, il figlio di Giovanni; ti chiamerai Cefa (che vuol dire
Pietro)" ».209
Questa pagina di Vangelo è una delle tante del Libro Sacro nelle
quali si descrive il « mistero » della vocazione, nel nostro caso il
mistero della vocazione ad essere apostoli di Gesù. La pagina di
Giovanni, che ha un significato anche per la vocazione cristiana come
tale, riveste un valore emblematico per la vocazione sacerdotale. La
Chiesa, quale comunità dei discepoli di Gesù, è chiamata a fissare il
suo sguardo su questa scena che, in qualche modo, si rinnova continuamente
nella storia. È invitata ad approfondire il senso originale e personale
della vocazione alla sequela di Cristo nel ministero sacerdotale e
l'inscindibile legame tra la grazia divina e la responsabilità umana,
racchiuso e rivelato nei due termini che più volte troviamo nel Vangelo: vieni
e seguimi.210 È sollecitata a decifrare e a percorrere il dinamismo
proprio della vocazione, il suo svilupparsi graduale e concreto nelle fasi
del cercare Gesù, del seguirlo e del rimanere con lui.
La Chiesa coglie in questo « Vangelo della vocazione » il
paradigma, la forza e l'impulso della sua pastorale vocazionale, ossia
della sua missione destinata a curare la nascita, il discernimento e
l'accompagnamento delle vocazioni, in particolare delle vocazioni al
sacerdozio. Proprio perché « la mancanza di sacerdoti è certamente la
tristezza di ogni Chiesa »,211 la pastorale vocazionale esige, oggi
soprattutto, di essere assunta con un nuovo, vigoroso e più deciso
impegno da parte di tutti i fedeli, nella consapevolezza che essa non è
un elemento secondario o accessorio, né un momento isolato o settoriale,
quasi una semplice parte, per quanto rilevante, della pastorale globale
della Chiesa: è piuttosto, come hanno ripetutamente affermato i Padri
sinodali, un'attività intimamente inserita nella pastorale generale di
ogni Chiesa,212 una cura che dev'essere integrata e pienamente
identificata con la « cura delle anime » cosiddetta ordinaria,213 una
dimensione connaturale ed essenziale della pastorale della Chiesa, ossia
della sua vita e della sua missione.214
Sì, la dimensione vocazionale è connaturale ed essenziale
alla pastorale della Chiesa. La ragione sta nel fatto che la vocazione
definisce, in un certo senso, l'essere profondo della Chiesa, prima ancora
che il suo operare. Nel medesimo nome della Chiesa, Ecclesia, è
indicata la sua intima fisionomia vocazionale, perché essa è veramente
« convocazione », assemblea dei chiamati: « Dio ha convocato
l'assemblea di coloro che guardano nella fede a Gesù, autore della
salvezza e principio di unità e di pace, e ne ha costituito la Chiesa,
perché sia per tutti e per i singoli il sacramento visibile di questa
unità salvifica ».215
Una lettura propriamente teologica della vocazione sacerdotale e
della pastorale che la riguarda può scaturire solo dalla lettura del
mistero della Chiesa come mysterium vocationis.
35. Ogni vocazione cristiana trova il suo fondamento nell'elezione
gratuita e preveniente da parte del Padre « che ci ha benedetti con ogni
benedizione spirituale nei cieli, in Cristo. In lui ci ha scelti prima
della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto
nella carità, predestinandoci a essere suoi figli adottivi per opera di
Gesù Cristo, secondo il beneplacito della sua volontà ».216
Ogni vocazione cristiana viene da Dio, è dono di Dio. Essa però
non viene mai elargita fuori o indipendentemente dalla Chiesa, ma passa
sempre nella Chiesa e mediante la Chiesa, perché, come ci ricorda il
Concilio Vaticano II, « piacque a Dio di santificare e salvare gli uomini
non individualmente e senza alcun legame tra loro, ma volle costituire di
loro un popolo, che lo riconoscesse nella verità e santamente lo servisse
».217
La Chiesa non solo raccoglie in sé tutte le vocazioni che Dio le
dona nel suo cammino di salvezza, ma essa stessa si configura come mistero
di vocazione, quale luminoso e vivo riflesso del mistero della Trinità
santissima. In realtà la Chiesa, « popolo adunato dall'unità del Padre,
del Figlio e dello Spirito Santo »,218 porta in sé il mistero del Padre
che, non chiamato e non inviato da nessuno,219 tutti chiama a santificare
il suo nome e a compiere la sua volontà; custodisce in sé il mistero del
Figlio che dal Padre è chiamato e mandato ad annunciare a tutti il Regno
di Dio e che tutti chiama alla sua sequela; ed è depositaria del mistero
dello Spirito Santo che consacra per la missione quelli che il Padre
chiama mediante il Figlio suo Gesù Cristo.
La Chiesa, che per nativa costituzione è « vocazione », è generatrice
ed educatrice di vocazioni. Lo è nel suo essere di « sacramento »,
in quanto « segno » e « strumento » in cui risuona e si compie la
vocazione di ogni cristiano; e lo è nel suo operare, ossia nello
svolgimento del suo ministero di annuncio della Parola, di celebrazione
dei Sacramenti e di servizio e testimonianza della carità.
Si può cogliere ora l'essenziale dimensione ecclesiale della
vocazione cristiana: non solo essa deriva « dalla » Chiesa e dalla
sua mediazione, non solo si fa riconoscere e si compie « nella » Chiesa,
ma si configura — nel fondamentale servizio a Dio — anche e
necessariamente come servizio « alla » Chiesa. La vocazione cristiana,
in ogni sua forma, è un dono destinato all'edificazione della Chiesa,
alla crescita del Regno di Dio nel mondo.220
Ciò che diciamo di ogni vocazione cristiana trova una sua
specifica realizzazione nella vocazione sacerdotale: questa è chiamata,
mediante il sacramento dell'Ordine ricevuto nella Chiesa, a porsi al
servizio del Popolo di Dio con una peculiare appartenenza e configurazione
a Gesù Cristo e con l'autorità di agire nel nome e nella persona di lui
Capo e Pastore della Chiesa.
In questa prospettiva si comprende quanto scrivono i Padri
sinodali: « La vocazione di ciascun presbitero sussiste nella Chiesa e
per la Chiesa: per essa una simile vocazione si compie. Ne segue che ogni
presbitero riceve la vocazione dal Signore attraverso la Chiesa come un
dono grazioso, una gratia gratis data (charisma). È proprio del
Vescovo o del superiore competente non solo sottoporre ad esame l'idoneità
e la vocazione del candidato, ma anche riconoscerla. Un simile elemento
ecclesiastico inerisce alla vocazione al ministero presbiterale come tale.
Il candidato al presbiterato deve ricevere la vocazione non imponendo le
proprie personali condizioni ma accettando anche le norme e le condizioni
che la Chiesa stessa, per la sua parte di responsabilità, pone ».221
36. La storia di ogni vocazione sacerdotale, come peraltro di ogni
vocazione cristiana, è la storia di un ineffabile dialogo tra Dio e
l'uomo, tra l'amore di Dio che chiama e la libertà dell'uomo che
nell'amore risponde a Dio. Questi due aspetti indissociabili della
vocazione, il dono gratuito di Dio e la libertà responsabile dell'uomo,
emergono in modo splendido e quanto mai efficace nelle brevissime parole
con le quali l'evangelista Marco presenta la vocazione dei dodici: Gesù
« salì poi sul monte, chiamò a sé quelli che volle ed
essi andarono da lui ».222 Da un lato sta la decisione
assolutamente libera di Gesù, dall'altro l'« andare » dei dodici, ossia
il loro « seguire » Gesù.
È questo il paradigma costante, il dato irrinunciabile di ogni
vocazione: quella dei profeti, degli apostoli, dei sacerdoti, dei
religiosi, dei fedeli laici, di ogni persona.
Ma del tutto prioritario, anzi preveniente e decisivo è l'intervento
libero e gratuito di Dio che chiama. Sua è l'iniziativa del chiamare.
È questa, ad esempio, l'esperienza del profeta Geremia: « Mi fu rivolta
la parola del Signore: "Prima di formarti nel grembo materno, ti
conoscevo, prima che tu uscissi alla luce, ti avevo consacrato; ti ho
stabilito profeta delle nazioni" ».223 È la stessa verità
presentata dall'apostolo Paolo, che radica ogni vocazione nell'eterna
elezione in Cristo, fatta « prima della creazione del mondo e secondo il
beneplacito della sua volontà ».224 L'assoluto primato della grazia
nella vocazione trova la sua perfetta proclamazione nella parola di Gesù:
« Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché
andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga ».225
Se la vocazione sacerdotale testimonia in modo inequivocabile il
primato della grazia, la libera e sovrana decisione di Dio di chiamare
l'uomo domanda assoluto rispetto, non può minimamente essere forzata da
qualsiasi pretesa umana, non può essere sostituita da qualsiasi decisione
umana. La vocazione è un dono della grazia divina e mai un diritto
dell'uomo, così che « non si può mai considerare la vita sacerdotale
come una promozione semplicemente umana, né la missione del ministro come
un semplice progetto personale ».226 È così escluso in radice ogni
vanto e ogni presunzione da parte dei chiamati.227 L'intero spazio
spirituale del loro cuore è per una gratitudine ammirata e commossa, per
una fiducia ed una speranza incrollabili, perché i chiamati sanno di
essere fondati non sulle proprie forze, ma sull'incondizionata fedeltà di
Dio che chiama.
« Chiamò quelli che volle ed essi andarono da lui ».228 Questo
« andare », che s'identifica con il « seguire » Gesù, esprime la
risposta libera dei 12 alla chiamata del Maestro. Così è stato di Pietro
e di Andrea: « E disse loro: "Seguitemi, vi farò pescatori di
uomini". Ed essi subito, lasciate le reti, lo seguirono ».229
Identica è stata l'esperienza di Giacomo e di Giovanni.230 Così sempre:
nella vocazione risplendono insieme l'amore gratuito di Dio e
l'esaltazione più alta possibile della libertà dell'uomo: quella
dell'adesione alla chiamata di Dio e dell'affidamento a lui.
In realtà, grazia e libertà non si oppongono tra loro. Al
contrario, la grazia anima e sostiene la libertà umana, liberandola dalla
schiavitù del peccato,231 sanandola ed elevandola nelle sue capacità di
apertura e di accoglienza del dono di Dio. E se non si può attentare
all'iniziativa assolutamente gratuita di Dio che chiama, neppure si può
attentare all'estrema serietà con la quale l'uomo è sfidato nella sua
libertà. Così al « vieni e seguimi » di Gesù il giovane ricco oppone
un rifiuto, segno — sia pure negativo — della sua libertà: « Ma
egli, rattristatosi per quelle parole, se ne andò afflitto, poiché aveva
molti beni ».232
La libertà, dunque, è essenziale alla vocazione,
una libertà che nella risposta positiva si qualifica come adesione
personale profonda, come donazione d'amore, o meglio come ri-donazione al
Donatore che è Dio che chiama, come oblazione. « La chiamata — diceva
Paolo VI — si commisura con la risposta. Non vi possono essere
vocazioni, se non libere; se esse non sono cioè offerte spontanee di sé,
coscienti, generose, totali... Oblazioni, diciamo: qui sta praticamente il
vero problema... È la voce umile e penetrante di Cristo, che dice, oggi
come ieri, più di ieri: vieni. La libertà è posta al suo supremo
cimento: quello appunto dell'oblazione, della generosità, del sacrificio
».233
L'oblazione libera, che costituisce il nucleo intimo e più
prezioso della risposta dell'uomo a Dio che chiama, trova il suo
incomparabile modello, anzi la sua radice viva nell'oblazione liberissima
di Gesù Cristo, il primo dei chiamati, alla volontà del Padre: « Per
questo, entrando nel mondo, Cristo dice: "Tu non hai voluto né
sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato... Allora ho
detto: Ecco, io vengo... per fare, o Dio, la tua volontà" ».234
In intima comunione con Cristo, Maria, la Vergine Madre, è stata
la creatura che più di tutte ha vissuto la piena verità della vocazione,
perché nessuno come lei ha risposto con un amore così grande all'amore
immenso di Dio.235
37. « Ma egli, rattristatosi per quelle parole, se ne andò
afflitto, poiché aveva molti beni ».236 Il giovane ricco del Vangelo,
che non segue la chiamata di Gesù, ci ricorda gli ostacoli che possono
bloccare o spegnere la risposta libera dell'uomo: non soltanto i beni
materiali possono chiudere il cuore umano ai valori dello spirito e alle
radicali esigenze del Regno di Dio, ma anche alcune condizioni sociali e
culturali del nostro tempo possono presentare non poche minacce e imporre
visioni distorte e false circa la vera natura della vocazione, rendendone
difficili, se non impossibili, l'accoglienza e la stessa comprensione.
Molti hanno di Dio un'idea così generica e confusa da sconfinare
in forme di religiosità senza Dio, nelle quali la volontà di Dio è
concepita come un destino immutabile e ineluttabile, al quale l'uomo deve
solo adeguarsi e rassegnarsi in piena passività. Ma non è questo il
volto di Dio che Gesù Cristo è venuto a rivelarci: Dio, infatti, è il
Padre che con amore eterno e preveniente chiama l'uomo e lo costituisce in
un meraviglioso e permanente dialogo con lui, invitandolo a condividere,
da figlio, la sua stessa vita divina. È certo che con una visione errata
di Dio l'uomo non può riconoscere neppure la verità di se stesso, sicché
la vocazione non può essere né percepita né vissuta nel suo autentico
valore: può essere sentita soltanto come un peso imposto e
insopportabile.
Anche talune idee distorte sull'uomo, spesso sostenute da
pretestuosi argomenti filosofici o « scientifici », inducono talvolta
l'uomo a interpretare la propria esistenza e la propria libertà come
totalmente determinate e condizionate da fattori esterni, di ordine
educativo, psicologico, culturale o ambientale. Altre volte la libertà
viene intesa in termini di assoluta autonomia, pretende di essere l'unica
e insindacabile fonte delle scelte personali, si qualifica come
affermazione di sé ad ogni costo. Ma in tal modo si preclude la strada
per intendere e vivere la vocazione quale libero dialogo d'amore, che
nasce dalla comunicazione di Dio all'uomo e si conclude nel dono sincero
di se stesso. Nel contesto attuale non manca anche la tendenza a pensare
in modo individualistico e intimistico il rapporto dell'uomo con Dio, come
se la chiamata di Dio raggiungesse la singola persona per via diretta,
senza alcuna mediazione comunitaria, e avesse di mira un vantaggio, o la
stessa salvezza, del singolo chiamato e non la dedizione totale a Dio nel
servizio della comunità. Incontriamo così un'altra più profonda ed
insieme sottile minaccia, che rende impossibile riconoscere e accettare
con gioia la dimensione ecclesiale iscritta nativamente in ogni vocazione
cristiana, ed in quella presbiterale in specie: infatti, come ci ricorda
il Concilio, il sacerdozio ministeriale acquista il suo autentico
significato e realizza la piena verità di se stesso nel servire e nel far
crescere la comunità cristiana e il sacerdozio comune dei fedeli.237
Il contesto culturale ora ricordato, il cui influsso non è
assente tra gli stessi cristiani e specialmente tra i giovani, aiuta a
comprendere il diffondersi della crisi delle stesse vocazioni sacerdotali,
originate e accompagnate da più radicali crisi di fede. Lo hanno
dichiarato esplicitamente i Padri sinodali, riconoscendo che la crisi
delle vocazioni al presbiterato ha profonde radici nell'ambiente culturale
e nella mentalità e prassi dei cristiani.238
Di qui l'urgenza che la pastorale vocazionale della Chiesa punti
decisamente e in modo prioritario sulla ricostruzione della « mentalità
cristiana », quale è generata e sostenuta dalla fede. È più che mai
necessaria una evangelizzazione che non si stanchi di presentare il vero
volto di Dio, il Padre che in Gesù Cristo chiama ciascuno di noi, e il
senso genuino della libertà umana quale principio e forza del dono
responsabile di se stessi. Solo così saranno poste le basi indispensabili
perché ogni vocazione, compresa quella sacerdotale, possa essere
percepita nella sua verità, amata nella sua bellezza e vissuta con
dedizione totale e con gioia profonda.
38. Certamente la vocazione è un mistero imperscrutabile, che
coinvolge il rapporto che Dio instaura con l'uomo nella sua unicità e
irripetibilità, un mistero che viene percepito e sentito come un appello
che attende una risposta nel profondo della coscienza, in quel « sacrario
dell'uomo, dove egli si trova solo con Dio, la cui voce risuona
nell'intimità propria ».239 Ma ciò non elimina la dimensione
comunitaria, ed ecclesiale in specie, della vocazione: anche la Chiesa è
realmente presente e operante nella vocazione di ogni sacerdote.
Nel servizio alla vocazione sacerdotale e al suo itinerario, ossia
alla nascita, al discernimento e all'accompagnamento della vocazione, la
Chiesa può trovare un modello in Andrea, uno dei primi due discepoli che
si pongono al seguito di Gesù. È lui stesso a raccontare al fratello ciò
che gli era accaduto: « Abbiamo trovato il Messia (che significa il
Cristo) ».240 E il racconto di questa « scoperta » apre la strada
all'incontro: « E lo condusse da Gesù ».241 Nessun dubbio
sull'iniziativa assolutamente libera e sulla decisione sovrana di Gesù.
È Lui che chiama Simone e gli dà un nuovo nome: « Gesù, fissando lo
sguardo su di lui, disse: "Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; ti
chiamerai Cefa (che vuol dire Pietro)" ».242 Ma pure Andrea ha avuto
la sua iniziativa: ha sollecitato l'incontro del fratello con Gesù.
« E lo condusse da Gesù ». Sta qui, in un
certo senso, il cuore di tutta la pastorale vocazionale della Chiesa, con
la quale essa si prende cura della nascita e della crescita delle
vocazioni, servendosi dei doni e delle responsabilità, dei carismi e del
ministero ricevuti da Cristo e dal suo Spirito. La Chiesa, come popolo
sacerdotale, profetico e regale, è impegnata a promuovere e a servire il
sorgere e il maturare delle vocazioni sacerdotali con la preghiera e con
la vita sacramentale, con l'annuncio della Parola e con l'educazione alla
fede, con la guida e la testimonianza della carità.
La Chiesa, nella sua dignità e responsabilità di popolo
sacerdotale, ha nella preghiera e nella celebrazione della liturgia
i momenti essenziali e primari della pastorale vocazionale. La
preghiera cristiana, infatti, nutrendosi della Parola di Dio, crea lo
spazio ideale perché ciascuno possa scoprire la verità del proprio
essere e l'identità del personale e irripetibile progetto di vita che il
Padre gli affida. È necessario, quindi, educare in particolare i ragazzi
e i giovani perché siano fedeli alla preghiera e alla meditazione della
Parola di Dio: nel silenzio e nell'ascolto potranno percepire la chiamata
del Signore al sacerdozio e seguirla con prontezza e generosità.
La Chiesa deve accogliere ogni giorno l'invito suadente ed
esigente di Gesù, che chiede di « pregare il padrone della messe perché
mandi operai nella sua messe ».243 Obbedendo al comando di Cristo, la
Chiesa compie, prima di ogni altra cosa, un'umile professione di fede:
pregando per le vocazioni, mentre ne avverte tutta l'urgenza per la sua
vita e per la sua missione, riconosce che esse sono un dono di Dio e, come
tali, sono da invocarsi con una supplica incessante e fiduciosa. Questa
preghiera, cardine di tutta la pastorale vocazionale, deve però impegnare
non solo i singoli ma anche le intere comunità ecclesiali. Nessuno dubita
dell'importanza delle singole iniziative di preghiera, dei momenti
speciali riservati a questa invocazione, a cominciare dall'annuale
Giornata Mondiale per le Vocazioni, e dell'impegno esplicito di persone e
di gruppi particolarmente sensibili al problema delle vocazioni
sacerdotali. Ma oggi l'attesa orante di nuove vocazioni deve diventare
sempre più un'abitudine costante e largamente condivisa nell'intera
comunità cristiana e in ogni realtà ecclesiale. Così si potrà rivivere
l'esperienza degli apostoli che nel cenacolo, uniti con Maria, attendono
in preghiera l'effusione dello Spirito,244 il quale non mancherà di
suscitare ancora nel Popolo di Dio « degni ministri dell'altare,
annunziatori forti e miti della parola che ci salva ».245
Culmine e fonte della vita della Chiesa 246 e, in particolare, di
ogni preghiera cristiana, anche la liturgia ha un ruolo indispensabile e
un'incidenza privilegiata nella pastorale delle vocazioni. Essa, infatti,
costituisce un'esperienza viva del dono di Dio e una grande scuola della
risposta alla sua chiamata. Come tale, ogni celebrazione liturgica, e
innanzitutto quella eucaristica, ci svela il vero volto di Dio, ci fa
comunicare al mistero della Pasqua, ossia all'« ora » per la quale Gesù
è venuto nel mondo e verso la quale si è liberamente e volontariamente
incamminato in obbedienza alla chiamata del Padre,247 ci manifesta il
volto della Chiesa quale popolo di sacerdoti e comunità ben compaginata
nella varietà e complementarità dei carismi e delle vocazioni. Il
sacrificio redentore di Cristo, che la Chiesa celebra nel mistero, dona un
valore particolarmente prezioso alla sofferenza vissuta in unione con il
Signore Gesù. I Padri sinodali ci hanno invitato a non dimenticare mai
che « attraverso l'offerta delle sofferenze, così frequenti nella vita
degli uomini, il cristiano ammalato offre se stesso come vittima a Dio, ad
immagine di Cristo, che per tutti noi ha consacrato se stesso »248 e che
« l'offerta delle sofferenze secondo tale intenzione è di grande
giovamento per la promozione delle vocazioni ».249
39. Nell'esercizio della sua missione profetica, la Chiesa sente
incombente e irrinunciabile il compito di annunciare e di testimoniare
il senso cristiano della vocazione, potremmo dire « il Vangelo della
vocazione ». Avverte, anche in questo campo, l'urgenza delle parole
dell'apostolo: « Guai a me se non evangelizzassi! ».250 Tale ammonimento
risuona innanzitutto per noi pastori e riguarda, insieme con noi, tutti
gli educatori nella Chiesa. La predicazione e la catechesi devono sempre
manifestare la loro intrinseca dimensione vocazionale: la Parola di Dio
illumina i credenti a valutare la vita come risposta alla chiamata di Dio
e li accompagna ad accogliere nella fede il dono della vocazione
personale.
Ma tutto questo, che pure è importante ed essenziale, non basta:
occorre una « predicazione diretta sul mistero della vocazione nella
Chiesa, sul valore del sacerdozio ministeriale, sulla sua urgente necessità
per il Popolo di Dio ».251 Una catechesi organica e offerta a tutte le
componenti della Chiesa, oltre a dissipare dubbi e a contrastare idee
unilaterali o distorte sul ministero sacerdotale, apre i cuori dei
credenti all'attesa del dono e crea condizioni favorevoli per la nascita
di nuove vocazioni. È giunto il tempo di parlare coraggiosamente della
vita sacerdotale come di un valore inestimabile e come di una forma
splendida e privilegiata di vita cristiana. Gli educatori, e specialmente
i sacerdoti, non devono temere di proporre in modo esplicito e forte la
vocazione al presbiterato come una reale possibilità per quei giovani che
mostrano di avere i doni e le doti ad essa corrispondenti. Non si deve
aver alcuna paura di condizionarli o di limitarne la libertà; al
contrario, una proposta precisa, fatta al momento giusto, può essere
decisiva per provocare nei giovani una risposta libera e autentica. Del
resto, la storia della Chiesa e quella di tante vocazioni sacerdotali,
sbocciate anche in tenera età, attestano ampiamente la provvidenzialità
della vicinanza e della parola di un prete: non solo della parola, ma
anche della vicinanza, cioè di una testimonianza concreta e gioiosa,
capace di far sorgere interrogativi e di condurre a decisioni anche
definitive.
40. Come popolo regale, la Chiesa si riconosce radicata e animata
dalla « legge dello Spirito che dà vita »,252 che è essenzialmente la
legge regale della carità 253 o la legge perfetta della libertà.254
Essa, perciò, adempie la sua missione quando guida ogni fedele a
scoprire e a vivere la propria vocazione nella libertà e a portarla a
compimento nella carità.
Nel suo compito educativo, la Chiesa mira, con attenzione
privilegiata, a suscitare nei ragazzi, negli adolescenti e nei giovani il
desiderio e la volontà di una sequela integrale e avvincente di Gesù
Cristo. L'opera educativa, che pure riguarda la comunità cristiana come
tale, deve rivolgersi alla singola persona: Dio, infatti, con la sua
chiamata raggiunge il cuore di ciascun uomo e lo Spirito, che dimora
nell'intimo di ogni discepolo,255 si dona a ciascun cristiano con carismi
diversi e con manifestazioni particolari. Ciascuno, dunque, dev'essere
aiutato a cogliere il dono che proprio a lui, come a persona unica e
irripetibile, è affidato e ad ascoltare le parole che lo Spirito di Dio
gli rivolge singolarmente.
In questa prospettiva, la cura delle vocazioni al sacerdozio saprà
esprimersi anche in una ferma e persuasiva proposta di direzione
spirituale. È necessario riscoprire la grande tradizione
dell'accompagnamento spirituale personale, che ha sempre portato tanti e
preziosi frutti nella vita della Chiesa: esso può essere aiutato in
determinati casi e a precise condizioni, ma non sostituito, da forme di
analisi o di aiuto psicologico.256 I ragazzi, gli adolescenti e i giovani
siano invitati a scoprire e ad apprezzare il dono della direzione
spirituale, a ricercarlo e a sperimentarlo, a chiederlo con fiduciosa
insistenza ai loro educatori nella fede. I sacerdoti, per parte loro,
siano i primi a dedicare tempo ed energie a quest'opera di educazione e di
aiuto spirituale personale: non si pentiranno mai di aver trascurato o
messo in secondo piano tante altre cose, pure belle e utili, se questo era
inevitabile per mantenere fede al loro ministero di collaboratori dello
Spirito nell'illuminazione e nella guida dei chiamati.
Fine dell'educazione del cristiano è di giungere, sotto
l'influsso dello Spirito, alla « piena maturità di Cristo ».257 Ciò si
verifica quando, imitandone e condividendone la carità, si fa di tutta la
propria vita un servizio d'amore,258) offrendo a Dio un culto spirituale a
lui gradito 259 donandosi ai fratelli. Il servizio d'amore è il senso
fondamentale di ogni vocazione, che trova una realizzazione specifica
nella vocazione del sacerdote: egli, infatti, è chiamato a rivivere,
nella forma più radicale possibile, la carità pastorale di Gesù,
l'amore cioè del buon Pastore che « offre la vita per le pecore ».260
Per questo un'autentica pastorale vocazionale non si stancherà
mai di educare i ragazzi, gli adolescenti e i giovani al gusto
dell'impegno, al senso del servizio gratuito, al valore del sacrificio,
alla donazione incondizionata di sé. Si fa allora particolarmente utile
l'esperienza del volontariato, verso cui sta crescendo la sensibilità di
tanti giovani: se sarà un volontariato evangelicamente motivato, capace
di educare al discernimento dei bisogni, vissuto con dedizione e fedeltà
ogni giorno, aperto all'eventualità di un impegno definitivo nella vita
consacrata, nutrito di preghiera, esso saprà più sicuramente sostenere
una vita di impegno disinteressato e gratuito e renderà più sensibile
chi ad esso si dedica alla voce di Dio che lo può chiamare al sacerdozio.
Diversamente dal giovane ricco, il volontario potrebbe accettare l'invito,
colmo d'amore, che Gesù gli rivolge;261 e lo potrebbe accettare perché
gli unici suoi beni consistono già nel donarsi agli altri e nel «
perdere » la sua vita.
41. La vocazione sacerdotale è un dono di Dio, che costituisce
certamente un grande bene per colui che ne è il primo destinatario. Ma è
anche un dono per l'intera Chiesa, un bene per la sua vita e per la sua
missione. La Chiesa, dunque, è chiamata a custodire questo dono, a
stimarlo e ad amarlo: essa è responsabile della nascita e della
maturazione delle vocazioni sacerdotali. Di conseguenza la pastorale
vocazionale ha come soggetto attivo, come protagonista la comunità
ecclesiale come tale, nelle sue diverse espressioni: dalla Chiesa
universale alla Chiesa particolare e, analogamente, da questa alla
parrocchia e a tutte le componenti del Popolo di Dio.
È quanto mai urgente, oggi soprattutto, che si diffonda e si
radichi la convinzione che tutti i membri della Chiesa, nessuno
escluso, hanno la grazia e la responsabilità della cura delle vocazioni.
Il Concilio Vaticano II è stato quanto mai esplicito nell'affermare che
« il dovere di dare incremento alle vocazioni sacerdotali spetta a tutta
la comunità cristiana, che è tenuta ad assolvere questo compito
anzitutto con una vita perfettamente cristiana ».262 Solo sulla base di
questa convinzione la pastorale vocazionale potrà manifestare il suo
volto veramente ecclesiale, sviluppare un'azione concorde, servendosi
anche di organismi specifici e di adeguati strumenti di comunione e di
corresponsabilità.
La prima responsabilità della pastorale orientata alle vocazioni
sacerdotali è del Vescovo,263 che è chiamato a viverla in prima
persona, anche se potrà e dovrà suscitare molteplici collaborazioni.
Egli è padre e amico nel suo presbiterio, ed è anzitutto sua la
sollecitudine di « dare continuità » al carisma e al ministero
presbiterale, associandovi nuove forze con l'imposizione delle mani. Egli
sarà sollecito che la dimensione vocazionale sia sempre presente in tutto
l'ambito della pastorale ordinaria, anzi sia pienamente integrata e quasi
identificata con essa. A lui spetta il compito di promuovere e di
coordinare le varie iniziative vocazionali.264
Il Vescovo sa di poter contare anzitutto sulla collaborazione del
suo presbiterio. Tutti i sacerdoti sono con lui solidali e
corresponsabili nella ricerca e nella promozione delle vocazioni
presbiterali. Infatti, come afferma il Concilio, « spetta ai sacerdoti,
nella loro qualità di educatori della fede, di curare che ciascuno dei
fedeli sia condotto nello Spirito Santo a sviluppare la propria vocazione
specifica ».265 È questa « una funzione che fa parte della stessa
missione sacerdotale, in virtù della quale il presbitero partecipa della
sollecitudine per la Chiesa intera, affinché nel Popolo di Dio qui sulla
terra non manchino mai gli operai ».266 La vita stessa dei presbiteri, la
loro dedizione incondizionata al gregge di Dio, la loro testimonianza di
amorevole servizio al Signore e alla sua Chiesa — una testimonianza
segnata dalla scelta della croce accolta nella speranza e nella gioia
pasquale —, la loro concordia fraterna e il loro zelo per
l'evangelizzazione del mondo sono il primo e il più persuasivo fattore di
fecondità vocazionale.267
Una responsabilità particolarissima è affidata alla famiglia
cristiana, che in virtù del Sacramento del Matrimonio partecipa in
modo proprio e originale alla missione educativa della Chiesa maestra e
madre. Come hanno scritto i Padri sinodali, « la famiglia cristiana, che
è veramente "come chiesa domestica",268 ha sempre offerto e
continua ad offrire le condizioni favorevoli per la nascita delle
vocazioni. Poiché oggi l'immagine della famiglia cristiana è in
pericolo, grande importanza dev'essere attribuita alla pastorale
familiare, così che le famiglie stesse, accogliendo generosamente il dono
della vita umana, costituiscano "come il primo seminario",269
nel quale i figli possano acquisire dall'inizio il senso della pietà e
della preghiera e l'amore verso la Chiesa ».270 In continuità e in
sintonia con l'opera dei genitori e della famiglia deve porsi la scuola,
la quale è chiamata a vivere la sua identità di « comunità educante »
anche con una proposta culturale capace di far luce sulla dimensione
vocazionale come valore nativo e fondamentale della persona umana. In tal
senso, se opportunamente arricchita di spirito cristiano (sia attraverso
significative presenze ecclesiali nella scuola statale, secondo i vari
ordinamenti nazionali, sia soprattutto nel caso della scuola cattolica),
può infondere « nell'animo dei ragazzi e dei giovani il desiderio di
compiere la volontà di Dio nello stato di vita più idoneo a ciascuno,
senza mai escludere la vocazione al ministero sacerdotale ».271
Anche i fedeli laici, in particolare i catechisti, gli
insegnanti, gli educatori, gli animatori della pastorale giovanile,
ciascuno con le risorse e modalità proprie, hanno una grande importanza
nella pastorale delle vocazioni sacerdotali: quanto più approfondiranno
il senso della loro vocazione e missione nella Chiesa, tanto più potranno
riconoscere il valore e l'insostituibilità della vocazione e della
missione sacerdotale.
Nell'ambito delle comunità diocesane e parrocchiali sono da
stimare e promuovere quei gruppi vocazionali, i cui membri offrono
il loro contributo di preghiera e di sofferenza per le vocazioni
sacerdotali e religiose, nonché di sostegno morale e materiale.
Sono qui da ricordare anche i numerosi gruppi, movimenti e
associazioni di fedeli laici che lo Spirito Santo fa sorgere e
crescere nella Chiesa in ordine ad una presenza cristiana più missionaria
nel mondo. Queste diverse aggregazioni di laici si stanno rivelando come
un campo particolarmente fertile alla manifestazione di vocazioni
consacrate, veri e propri luoghi di proposta e di crescita vocazionale.
Non pochi giovani, infatti, proprio nell'ambito e grazie a queste
aggregazioni hanno avvertito la chiamata del Signore a seguirlo sulla via
del sacerdozio ministeriale 272 e hanno risposto con confortante generosità.
Sono, quindi, da valorizzare perché, in comunione con tutta la Chiesa e
per la sua crescita, diano il loro specifico contributo allo sviluppo
della pastorale vocazionale.
Le varie componenti e i diversi membri della Chiesa impegnati
nella pastorale vocazionale renderanno tanto più efficace la loro opera
quanto più stimoleranno la comunità ecclesiale come tale, a cominciare
dalla parrocchia, a sentire che il problema delle vocazioni sacerdotali
non può minimamente essere delegato ad alcuni "incaricati" (i
sacerdoti in genere, i sacerdoti del seminario in specie) perché, essendo
"un problema vitale che si colloca nel cuore stesso della
Chiesa", 273 deve stare al centro dell'amore di ogni cristiano verso
la Chiesa.
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CAPITOLO V
NE COSTITUI' DODICI
CHE STESSERO CON LUI
La formazione dei candidati al sacerdozio
Vivere al seguito di Cristo come gli apostoli
42. « Salì sul monte, chiamò a sé quelli che volle ed essi
andarono da lui. Ne costituì Dodici che stessero con lui e anche per
mandarli a predicare e perché avessero il potere di scacciare i demoni ».274
« Che stessero con lui »: in queste parole non
è difficile leggere « l'accompagnamento vocazionale » degli apostoli da
parte di Gesù. Dopo averli chiamati e prima di mandarli, anzi per poterli
mandare a predicare, Gesù chiede loro un « tempo » di formazione
destinato a sviluppare un rapporto di comunione e di amicizia profonde con
se stesso. Ad essi egli riserva una catechesi più approfondita rispetto a
quella della gente 275 e li vuole testimoni della sua silenziosa preghiera
al Padre.276
Nella sua sollecitudine nei riguardi delle vocazioni sacerdotali
la Chiesa di tutti i tempi si ispira all'esempio di Cristo. Sono state, e
in parte lo sono tuttora, molto diverse le forme concrete secondo
cui la Chiesa si è impegnata nella pastorale vocazionale, destinata non
solo a discernere ma anche ad « accompagnare » le vocazioni al
sacerdozio. Ma lo spirito, che le deve animare e sostenere, rimane
identico: quello di portare al sacerdozio solo coloro che sono stati
chiamati e di portarli adeguatamente formati, ossia con una risposta
cosciente e libera di adesione e di coinvolgimento di tutta la loro
persona a Gesù Cristo che chiama all'intimità di vita con lui e alla
condivisione della sua missione di salvezza. In questo senso il seminario
nelle sue diverse forme e in modo analogo la « casa » di formazione dei
sacerdoti religiosi, prima che essere un luogo, uno spazio materiale,
rappresenta uno spazio spirituale, un itinerario di vita, un'atmosfera che
favorisce ed assicura un processo formativo così che colui che è
chiamato da Dio al sacerdozio possa divenire, con il sacramento
dell'Ordine, un'immagine vivente di Gesù Cristo Capo e Pastore della
Chiesa. Nel loro Messaggio finale i Padri sinodali hanno colto in modo
immediato e profondo il significato originale e qualificante della
formazione dei candidati al sacerdozio, dicendo che « vivere in
seminario, scuola del Vangelo, significa vivere al seguito di Cristo come
gli apostoli; è lasciarsi iniziare da lui al servizio del Padre e degli
uomini, sotto la guida dello Spirito Santo; è lasciarsi configurare al
Cristo buon Pastore per un migliore servizio sacerdotale nella Chiesa e
nel mondo. Formarsi al sacerdozio significa abituarsi a dare una risposta
personale alla questione fondamentale di Cristo: "Mi ami tu?".
La risposta per il futuro sacerdote non può essere che il dono totale
della propria vita ».277
Si tratta di tradurre questo spirito, che non potrà mai venir
meno nella Chiesa, nelle condizioni sociali, psicologiche, politiche e
culturali del mondo attuale, peraltro così varie oltre che complesse,
come hanno testimoniato i Padri sinodali in rapporto alle diverse Chiese
particolari. Gli stessi Padri, con accenti carichi di pensosa
preoccupazione ma anche di grande speranza, hanno potuto conoscere e
riflettere a lungo sullo sforzo di ricerca e di aggiornamento dei metodi
di formazione dei candidati al sacerdozio in atto in tutte le loro Chiese.
Questa Esortazione intende raccogliere il frutto dei lavori
sinodali, stabilendo alcuni punti acquisiti, mostrando alcune mete
irrinunciabili, mettendo a disposizione di tutti la ricchezza di
esperienze e di itinerari formativi già positivamente sperimentati.
In questa Esortazione si considera distintamente la formazione «
iniziale » e la formazione « permanente », senza però mai
dimenticare il profondo legame che le unisce e che deve fare delle due un
unico organico percorso di vita cristiana e sacerdotale. L'Esortazione si
sofferma sulle diverse dimensioni della formazione, umana,
spirituale, intellettuale e pastorale, come pure sugli ambienti
e sui soggetti responsabili della formazione stessa dei candidati
al sacerdozio.
I. Le dimensioni della formazione sacerdotale
43. « Senza un'opportuna formazione umana l'intera formazione
sacerdotale sarebbe priva del suo necessario fondamento ».278
Quest'affermazione dei Padri sinodali esprime non soltanto un dato
quotidianamente suggerito dalla ragione e confermato dall'esperienza, ma
un'esigenza che trova la sua motivazione più profonda e specifica nella
natura stessa del presbitero e del suo ministero.
Il presbitero, chiamato ad essere immagine viva di Gesù Cristo
Capo e Pastore della Chiesa, deve cercare di riflettere in sé, nella
misura del possibile, quella perfezione umana che risplende nel Figlio di
Dio fatto uomo e che traspare con singolare efficacia nei suoi
atteggiamenti verso gli altri, così come gli evangelisti li presentano.
Il ministero poi del sacerdote è sì di annunciare la Parola, celebrare
il Sacramento, guidare nella carità la comunità cristiana « nel nome e
nella persona di Cristo », ma questo rivolgendosi sempre e solo a uomini
concreti: « Ogni sommo sacerdote, preso fra gli uomini, viene costituito
per il bene degli uomini nelle cose che riguardano Dio ».279 Per questo
la formazione umana del sacerdote rivela la sua particolare importanza in
rapporto ai destinatari della sua missione: proprio perché il suo
ministero sia umanamente il più credibile ed accettabile, occorre che il
sacerdote plasmi la sua personalità umana in modo da renderla ponte e non
ostacolo per gli altri nell'incontro con Gesù Cristo Redentore dell'uomo;
è necessario che, sull'esempio di Gesù che « sapeva quello che c'è in
ogni uomo »,280 il sacerdote sia capace di conoscere in profondità
l'animo umano, di intuire difficoltà e problemi, di facilitare l'incontro
e il dialogo, di ottenere fiducia e collaborazione, di esprimere giudizi
sereni e oggettivi.
Non solo, dunque, per una giusta e doverosa maturazione e
realizzazione di sé, ma anche in vista del ministero i futuri presbiteri
devono coltivare una serie di qualità umane necessarie alla costruzione
di personalità equilibrate, forti e libere, capaci di portare il peso
delle responsabilità pastorali. Occorre allora l'educazione all'amore per
la verità, alla lealtà, al rispetto per ogni persona, al senso della
giustizia, alla fedeltà alla parola data, alla vera compassione, alla
coerenza e, in particolare, all'equilibrio di giudizio e di
comportamento.281 Un programma semplice e impegnativo per questa
formazione umana è proposto dall'apostolo Paolo ai Filippesi: « Tutto
quello che è vero, nobile, giusto, puro, amabile, onorato, quello che è
virtù e merita lode, tutto questo sia oggetto dei vostri pensieri ».282
È interessante rilevare come Paolo, proprio in queste qualità
profondamente umane, presenti se stesso come modello ai suoi fedeli: « Ciò
che avete imparato — prosegue immediatamente —, ricevuto, ascoltato e
veduto in me, è quello che dovete fare ».283
Di particolare importanza è la capacità di relazione con gli
altri, elemento veramente essenziale per chi è chiamato ad essere
responsabile di una comunità e ad essere « uomo di comunione ». Questo
esige che il sacerdote non sia né arrogante né litigioso, ma sia
affabile, ospitale, sincero nelle parole e nel cuore,284 prudente e
discreto, generoso e disponibile al servizio, capace di offrire
personalmente, e di suscitar in tutti, rapporti schietti e fraterni,
pronto a comprendere, perdonare e consolare.285 L'umanità di oggi, spesso
condannata a situazioni di massificazione e di solitudine, soprattutto
nelle grandi concentrazioni urbane, si fa sempre più sensibile al valore
della comunione: questo è oggi uno dei segni più eloquenti ed una delle
vie più efficaci del messaggio evangelico.
In questo contesto si inserisce, come momento qualificante e
decisivo, la formazione del candidato al sacerdozio alla maturità
affettiva, quale esito dell'educazione all'amore vero e responsabile.
44. La maturazione affettiva suppone la consapevolezza
della centralità dell'amore nell'esistenza umana. In realtà, come ho
scritto nell'enciclica « Redemptor Hominis », « l'uomo non può vivere
senza amore. Egli rimane per se stesso un essere incomprensibile, la sua
vita è priva di senso, se non gli viene rivelato l'amore, se non
s'incontra con l'amore, se non lo sperimenta e non lo fa proprio, se non
vi partecipa vivamente ».286
Si tratta di un amore che coinvolge l'intera persona, nelle sue
dimensioni e componenti fisiche, psichiche e spirituali, e che si esprime
nel « significato sponsale » del corpo umano, grazie al quale la persona
dona se stessa all'altra e la accoglie. Alla comprensione e alla
realizzazione di questa « verità » dell'amore umano tende l'educazione
sessuale rettamente intesa. Si deve, infatti, registrare una situazione
sociale e culturale diffusa « che "banalizza" in larga parte la
sessualità umana, perché la interpreta e la vive in modo riduttivo e
impoverito, collegandola unicamente al corpo e al piacere egoistico ».287
Spesso le stesse situazioni familiari, dalle quali provengono le vocazioni
sacerdotali, presentano al riguardo non poche carenze e talvolta anche
gravi squilibri.
In un simile contesto si fa più difficile, ma diventa più
urgente, un'educazione alla sessualità che sia veramente e
pienamente personale e che, pertanto, faccia posto alla stima e all'amore
per la castità, quale « virtù che sviluppa l'autentica maturità della
persona e la rende capace di rispettare e di promuovere il
"significato sponsale" del corpo ».288
Ora l'educazione all'amore responsabile e la maturazione affettiva
della persona risultano del tutto necessarie per chi, come il presbitero,
è chiamato al celibato, ossia ad offrire, con la grazia dello
Spirito e con la libera risposta della propria volontà, la totalità del
suo amore e della sua sollecitudine a Gesù Cristo e alla Chiesa. In vista
dell'impegno celibatario la maturità affettiva deve saper includere,
all'interno di rapporti umani di serena amicizia e di profonda fraternità,
un grande amore, vivo e personale, nei riguardi di Gesù Cristo. Come
hanno scritto i Padri sinodali, « è di massima importanza nel suscitare
la maturità affettiva l'amore di Cristo, prolungato in una dedizione
universale. Così il candidato, chiamato al celibato, troverà nella
maturità affettiva un fermo fulcro per vivere la castità nella fedeltà
e nella gioia ».289
Poiché il carisma del celibato, anche quando è autentico e
provato, lascia intatte le inclinazioni dell'affettività e le pulsioni
dell'istinto, i candidati al sacerdozio hanno bisogno di una maturità
affettiva capace di prudenza, di rinuncia a tutto ciò che può
insidiarla, di vigilanza sul corpo e sullo spirito, di stima e di rispetto
nelle relazioni interpersonali con uomini e donne. Un aiuto prezioso può
essere dato da un'adeguata educazione alla vera amicizia, ad
immagine dei vincoli di fraterno affetto che Cristo stesso ha vissuto
nella sua esistenza.290
La maturità umana, e quella affettiva in particolare, esigono una
formazione limpida e forte ad una libertà che si configura
come obbedienza convinta e cordiale alla « verità » del proprio essere,
al « significato » del proprio esistere, ossia al « dono sincero di sé
» quale via e fondamentale contenuto dell'autentica realizzazione di sé.291
Così intesa, la libertà esige che la persona sia veramente padrona di sé
stessa, decisa a combattere e a superare le diverse forme di egoismo e di
individualismo che insidiano la vita di ciascuno, pronta ad aprirsi agli
altri, generosa nella dedizione e nel servizio al prossimo. Ciò è
importante per la risposta da darsi alla vocazione, e a quella sacerdotale
in specie, e per la fedeltà ad essa e agli impegni che vi sono connessi,
anche nei momenti difficili. In questo itinerario educativo verso una
matura libertà responsabile un aiuto può venire dalla vita comunitaria
del Seminario.292
Intimamente congiunta con la formazione alla libertà responsabile
è l'educazione della coscienza morale: questa, mentre sollecita
dall'intimo del proprio « io » l'obbedienza alle obbligazioni morali,
rivela il significato profondo di tale obbedienza, quello di essere una
risposta cosciente e libera, e dunque per amore, alle richieste di Dio e
del suo amore. « La maturità umana del sacerdote — scrivono i Padri
sinodali — deve includere specialmente la formazione della sua
coscienza. Il candidato infatti, perché possa fedelmente assolvere alle
sue obbligazioni verso Dio e la Chiesa e perché possa sapientemente
guidare le coscienze dei fedeli, deve abituarsi ad ascoltare la voce di
Dio, che gli parla nel cuore, e ad aderire con amore e fermezza alla sua
volontà ».293
45. La stessa formazione umana, se sviluppata nel contesto di
un'antropologia che accoglie l'intera verità dell'uomo, si apre e si
completa nella formazione spirituale. Ogni uomo, creato da Dio e redento
dal sangue di Cristo, è chiamato ad essere rigenerato « dall'acqua e
dallo Spirito »294 e a divenire « figlio nel Figlio ». Sta in questo
disegno efficace di Dio il fondamento della dimensione costitutivamente
religiosa dell'essere umano, peraltro intuita e riconosciuta dalla
semplice ragione: l'uomo è aperto al trascendente, all'assoluto; possiede
un cuore che è inquieto sino a che non riposa nel Signore.295
È da questa fondamentale e insopprimibile esigenza religiosa che
parte e si snoda il processo educativo di una vita spirituale intesa come
rapporto e comunione con Dio. Secondo la rivelazione e l'esperienza
cristiana, la formazione spirituale possiede l'inconfondibile originalità
che proviene dalla « novità » evangelica. Infatti, « essa è opera
dello Spirito e impegna la persona nella sua totalità; introduce nella
comunione profonda con Gesù Cristo, buon Pastore; conduce a una
sottomissione di tutta la vita allo Spirito, in un atteggiamento filiale
nei confronti del Padre e in un attaccamento fiducioso alla Chiesa. Essa
si radica nell'esperienza della croce per poter introdurre, in una
comunione profonda, alla totalità del mistero pasquale ».296
Come si vede, si tratta di una formazione spirituale che è comune
a tutti i fedeli, ma che chiede di strutturarsi secondo quei significati e
quelle connotazioni che derivano dall'identità del presbitero e del suo
ministero. E come per ogni fedele la formazione spirituale deve dirsi
centrale e unificante in rapporto al suo essere e al suo vivere da
cristiano, ossia da creatura nuova in Cristo che cammina nello Spirito,
così per ogni presbitero la formazione spirituale costituisce il cuore
che unifica e vivifica il suo essere prete e il suo fare
il prete. In tal senso, i Padri del Sinodo affermano che « senza la
formazione spirituale la formazione pastorale procederebbe senza
fondamento »297 e che la formazione spirituale costituisce « come
l'elemento di massima importanza nell'educazione sacerdotale ».298
Il contenuto essenziale della formazione spirituale in un preciso
itinerario verso il sacerdozio è bene espresso dal decreto conciliare «
Optatam Totius »: « La formazione spirituale ... sia impartita in modo
tale che gli alunni imparino a vivere in intima comunione e familiarità
col Padre per mezzo del suo Figlio Gesù Cristo nello Spirito Santo.
Destinati a configurarsi a Cristo sacerdote per mezzo della sacra
ordinazione, si abituino anche a vivere intimamente uniti a lui, come
amici, in tutta la loro vita. Vivano il mistero pasquale di Cristo in modo
da sapervi iniziare un giorno il Popolo che sarà loro affidato. Si
insegni loro a cercare Cristo nella fedele meditazione della Parola di
Dio; nell'attiva partecipazione ai misteri sacrosanti della Chiesa,
soprattutto nell'Eucaristia e nell'ufficio divino; nel Vescovo che li
manda e negli uomini ai quali sono inviati, specialmente nei poveri, nei
piccoli, negli infermi, nei peccatori e negli increduli. Con fiducia
filiale amino e venerino la Beatissima Vergine Maria che fu data come
madre da Gesù morente in croce al suo discepolo ».299
46. Il testo conciliare merita un'accurata e amorosa meditazione,
dalla quale si possono facilmente enucleare alcuni fondamentali valori ed
esigenze del cammino spirituale del candidato al sacerdozio.
S'impone, innanzitutto, il valore e l'esigenza di « vivere
intimamente uniti » a Gesù Cristo. L'unione al Signore Gesù,
fondata sul Battesimo e alimentata con l'Eucaristia, domanda di
esprimersi, rinnovandola radicalmente, nella vita di ogni giorno. L'intima
comunione con la Santissima Trinità, ossia la vita nuova della grazia che
rende figli di Dio, costituisce la « novità » del credente: una novità
che coinvolge l'essere e l'operare. Costituisce il « mistero »
dell'esistenza cristiana che sta sotto l'influsso dello Spirito: deve
costituire, di conseguenza, l'« ethos » della vita del cristiano. Gesù
ci ha insegnato questo meraviglioso contenuto della vita cristiana, che è
anche il cuore della vita spirituale, con l'allegoria della vite e dei
tralci: « Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiolo... Rimanete
in me e io in voi. Come il tralcio non può far frutto da se stesso se non
rimane nella vite, così anche voi se non rimanete in me. Io sono la vite,
voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza
di me non potete far nulla ».300
Nella cultura attuale non mancano, certo, dei valori spirituali e
religiosi e l'uomo, nonostante ogni apparenza contraria, rimane
instancabilmente un affamato e un assetato di Dio. Ma spesso la religione
cristiana rischia di essere considerata una religione fra le tante o di
essere ridotta ad una pura etica sociale a servizio dell'uomo. Così non
sempre emerge la sua sconvolgente novità nella storia: essa è « mistero
», è l'evento del Figlio di Dio che si fa uomo e dà a quanti
l'accolgono il « potere di diventare figli di Dio »,301 è l'annuncio,
anzi il dono di un'alleanza personale di amore e di vita di Dio con
l'uomo. Solo se i futuri sacerdoti, attraverso un'adeguata formazione
spirituale, avranno fatto conoscenza profonda ed esperienza crescente di
questo « mistero », potranno comunicare agli altri tale sorprendente e
beatificante annuncio.302
Il testo conciliare, pur consapevole dell'assoluta trascendenza
del mistero cristiano, connota l'intima comunione dei futuri presbiteri
con Gesù con la sfumatura dell'amicizia. Non è, questa,
un'assurda pretesa dell'uomo. È semplicemente il dono inestimabile di
Cristo, che ai suoi apostoli ha detto: « Non vi chiamo più servi, perché
il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici,
perché tutto ciò che ho udito dal Padre l'ho fatto conoscere a voi ».303
Il testo conciliare prosegue indicando un secondo grande valore
spirituale: la ricerca di Gesù. « Si insegni loro a cercare
Cristo ». È questo, insieme al quaerere Deum, un tema classico della
spiritualità cristiana, che trova una sua specifica applicazione proprio
nell'ambito della vocazione degli apostoli. Giovanni, nel raccontare la
sequela di Gesù da parte dei primi due discepoli, mette in luce il posto
occupato da questa « ricerca ». È Gesù stesso che pone la domanda: «
Che cercate? ». E i due rispondono: « Rabbì, dove abiti? ».
L'evangelista prosegue: « Disse loro: "Venite e vedrete".
Andarono dunque e videro dove abitava e quel giorno si fermarono presso di
lui ».304 In un certo senso la vita spirituale di chi si prepara al
sacerdozio è dominata da questa ricerca: da questa e dal « trovare » il
Maestro, per seguirlo, per stare in comunione con lui. Anche nel ministero
e nella vita sacerdotale questa « ricerca » dovrà continuare, tanto è
inesauribile il mistero dell'imitazione e della partecipazione alla vita
di Cristo. Così come dovrà continuare questo « trovare » il Maestro,
in ordine ad additarlo agli altri, meglio ancora in ordine a suscitare
negli altri il desiderio di cercare il Maestro. Ma ciò è veramente
possibile se agli altri viene proposta una « esperienza » di vita,
un'esperienza che meriti di essere condivisa. È stata questa la strada
seguita da Andrea per condurre il fratello Simone da Gesù: Andrea, scrive
l'evangelista Giovanni, « incontrò per primo suo fratello Simone, e gli
disse: "Abbiamo trovato il Messia (che significa il Cristo)" e
lo condusse da Gesù ».305 E così anche Simone sarà chiamato, come
apostolo, alla sequela del Messia: « Gesù, fissando lo sguardo su di
lui, disse: "Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; ti chiamerai Cefa
(che vuol dire Pietro)" ».306
Ma che significa, nella vita spirituale, cercare Cristo? e dove
trovarlo? « Rabbì, dove abiti? ». Il decreto conciliare « Optatam
Totius » sembra indicare una triplice strada da percorrere: la fedele
meditazione della Parola di Dio, l'attiva partecipazione ai misteri
sacrosanti della Chiesa, il servizio della carità ai « piccoli ». Sono
tre grandi valori ed esigenze che definiscono ulteriormente il contenuto
della formazione spirituale del candidato al sacerdozio.
47. Elemento essenziale della formazione spirituale è la
lettura meditata e orante della Parola di Dio (lectio divina), è
l'ascolto umile e pieno d'amore di Colui che parla. È, infatti, nella
luce e nella forza della Parola di Dio che può essere scoperta, compresa,
amata e seguita la propria vocazione e compiuta la propria missione, al
punto che l'intera esistenza trova il suo significato unitario e radicale
nell'essere il termine della Parola di Dio che chiama l'uomo e il
principio della parola dell'uomo che risponde a Dio. La familiarità con
la Parola di Dio faciliterà l'itinerario della conversione, non solo nel
senso di distaccarsi dal male per aderire al bene, ma anche nel senso di
alimentare nel cuore i pensieri di Dio, così che la fede, quale risposta
alla Parola, diventi il nuovo criterio di giudizio e di valutazione degli
uomini e delle cose, degli avvenimenti e dei problemi.
Purché la Parola di Dio sia accostata e accolta nella sua vera
natura: essa, infatti, fa incontrare Dio stesso, Dio che parla all'uomo;
fa incontrare Cristo, il Verbo di Dio, la Verità che insieme è anche Via
e Vita.307 Si tratta di leggere le « scritture » ascoltando le « parole
», la « Parola » di Dio, come ci ricorda il Concilio: « Le Sacre
Scritture contengono la Parola di Dio e, perché ispirate, sono veramente
Parola di Dio ».308
E ancora lo stesso Concilio: « Con questa rivelazione infatti Dio
invisibile309 nel suo immenso amore parla agli uomini come ad amici310 e
si intrattiene con essi,311 per invitarli e ammetterli alla comunione con
sé ».312
La conoscenza amorosa e la familiarità orante con la Parola di
Dio rivestono un significato specifico per il ministero profetico del
sacerdote, per il cui adeguato svolgimento diventano una condizione
imprescindibile soprattutto nel contesto della « nuova evangelizzazione
», alla quale la Chiesa oggi è chiamata. Il Concilio ammonisce: « È
necessario che tutti i chierici, in primo luogo i sacerdoti di Cristo e
quanti, come i diaconi o i catechisti, attendono legittimamente al
ministero della Parola, conservino un contatto continuo con le Scritture,
mediante la sacra lettura assidua e lo studio accurato, affinché non
diventi "vano predicatore della Parola di Dio all'esterno colui che
non l'ascolta di dentro"313 ».314
La prima e fondamentale forma di risposta alla Parola è la
preghiera, che costituisce senz'alcun dubbio un valore ed un'esigenza
primari della formazione spirituale. Questa deve condurre i candidati al
sacerdozio a conoscere e a sperimentare il senso autentico della
preghiera cristiana, quello di essere un incontro vivo e personale col
Padre per mezzo del Figlio unigenito sotto l'azione dello Spirito, un
dialogo che si fa partecipazione del colloquio filiale che Gesù ha col
Padre. Un aspetto non certo secondario della missione del sacerdote è
quello di essere « educatore di preghiera ». Ma solo se il sacerdote è
stato formato e continua a formarsi alla scuola di Gesù orante, potrà
formare gli altri a questa stessa scuola. Questo chiedono al sacerdote gli
uomini: « Il sacerdote è l'uomo di Dio, colui che appartiene a
Dio e fa pensare a Dio. Quando la Lettera agli Ebrei parla di
Cristo, lo presenta come un "sommo sacerdote misericordioso e fedele
nelle cose che riguardano Dio" 315... I cristiani sperano di trovare
nel sacerdote non solo un uomo che li accoglie, che li ascolta volentieri
e testimonia loro una sincera simpatia, ma anche e soprattutto un uomo
che li aiuta a guardare Dio, a salire verso di lui. Occorre dunque che
il sacerdote sia formato a una profonda intimità con Dio. Coloro che si
preparano al sacerdozio devono comprendere che tutto il valore della loro
vita sacerdotale dipenderà dal dono che essi sapranno fare di se stessi a
Cristo e, per mezzo di Cristo, al Padre ».316
In un contesto di agitazione e di rumore, come quello della nostra
società, una necessaria pedagogia alla preghiera è l'educazione al senso
umano profondo e al valore religioso del silenzio, quale atmosfera
spirituale indispensabile per percepire la presenza di Dio e per
lasciarsene conquistare.317
48. Il vertice della preghiera cristiana è l'Eucaristia,
che a sua volta si pone come « culmine e fonte » dei Sacramenti e
della Liturgia delle Ore. E per la formazione spirituale di ogni
cristiano, e in specie di ogni sacerdote, è del tutto necessaria l'educazione
liturgica, nel senso pieno di un inserimento vitale nel mistero
pasquale di Gesù Cristo morto e risorto, presente e operante nei
sacramenti della Chiesa. La comunione con Dio, fulcro dell'intera vita
spirituale, è dono e frutto dei sacramenti; e nello stesso tempo è
compito e responsabilità che i sacramenti affidano alla libertà del
credente, affinché viva questa stessa comunione nelle decisioni, scelte,
atteggiamenti e azioni della sua quotidiana esistenza. In tal senso, la «
grazia » che fa « nuova » la vita cristiana è la grazia di Gesù
Cristo morto e risorto, che continua ad effondere il suo Spirito santo e
santificatore nei sacramenti; così come la « legge nuova » che deve
guidare e normare l'esistenza del cristiano è scritta dai sacramenti nel
« cuore nuovo ». Ed è legge di carità verso Dio e i fratelli, quale
risposta e prolungamento della carità di Dio verso l'uomo significata e
comunicata dai sacramenti. Si può immediatamente comprendere il valore di
una partecipazione « piena, consapevole e attiva »318 alle celebrazioni
sacramentali per il dono e il compito di quella « carità pastorale »
che costituisce l'anima del ministero sacerdotale.
Ciò vale soprattutto nella partecipazione all'Eucaristia,
memoriale della morte sacrificale di Cristo e della sua gloriosa
risurrezione, « sacramento di pietà, segno di unità, vincolo di carità
»,319 convito pasquale nel quale « ci nutriamo di Cristo, ... l'anima è
ricolma di grazia, ci è donato il pegno della gloria ».320 Ora i
sacerdoti, nella loro qualità di ministri delle cose sacre, sono
soprattutto i ministri del Sacrificio della Messa:321 il loro ruolo è del
tutto insostituibile, perché senza sacerdote non vi può essere offerta
eucaristica.
Questo spiega l'importanza essenziale dell'Eucaristia per la vita
e per il ministero sacerdotale e, conseguentemente, nella formazione
spirituale dei candidati al sacerdozio. Con grande semplicità e
all'insegna della massima concretezza ripeto: « Converrà pertanto che i
seminaristi partecipino ogni giorno alla celebrazione eucaristica,
di modo che, in seguito, assumano come regola della loro vita sacerdotale
questa celebrazione quotidiana. Essi saranno inoltre educati a considerare
la celebrazione eucaristica come il momento essenziale della loro
giornata, al quale parteciperanno attivamente, mai accontentandosi di
una assistenza soltanto abitudinaria. Infine, i candidati al sacerdozio
saranno formati alle intime disposizioni che l'Eucaristia promuove:
la riconoscenza per i benefici ricevuti dall'alto, poiché
Eucaristia è azione di grazie; l'atteggiamento oblativo che li
spinge a unire all'offerta eucaristica di Cristo la propria offerta
personale; la carità nutrita da un sacramento che è segno di unità
e di condivisione; il desiderio di contemplazione e di adorazione davanti
a Cristo realmente presente sotto le specie eucaristiche ».322
Doveroso e quanto mai urgente è il richiamo a riscoprire,
all'interno della formazione spirituale, la bellezza e la gioia del
Sacramento della Penitenza. In una cultura che, con rinnovate e più
sottili forme di auto-giustificazione, rischia di perdere fatalmente il «
senso del peccato » e, di conseguenza, la gioia consolante della
richiesta di perdono323 e dell'incontro con Dio « ricco di misericordia
»,324 urge educare i futuri presbiteri alla virtù della penitenza, che
è sapientemente alimentata dalla Chiesa nelle sue celebrazioni e nei
tempi dell'anno liturgico e che trova la sua pienezza nel Sacramento della
Riconciliazione. Di qui scaturiscono il senso dell'ascesi e della
disciplina interiore, lo spirito di sacrificio e di rinuncia,
l'accettazione della fatica e della croce. Si tratta di elementi della
vita spirituale, che spesso si rivelano particolarmente ardui per molti
candidati al sacerdozio cresciuti in condizioni relativamente comode e
agiate e resi meno inclini e sensibili a questi stessi elementi dai
modelli di comportamento e dagli ideali veicolati dai mezzi di
comunicazione sociale, anche nei paesi dove più povere sono le condizioni
di vita e più austera la situazione giovanile. Per questo, ma soprattutto
per realizzare sull'esempio di Cristo buon Pastore la « radicale
donazione di sé » propria del sacerdote, i Padri sinodali hanno scritto:
« È necessario inculcare il senso della croce, che sta al cuore del
mistero pasquale. Grazie a questa identificazione con Cristo crocifisso,
in quanto servo, il mondo può ritrovare il valore dell'austerità, del
dolore ed anche del martirio, dentro l'attuale cultura imbevuta di
secolarismo, di avidità e di edonismo ».325
49. La formazione spirituale comporta anche di cercare Cristo
negli uomini. La vita spirituale, infatti, è sì vita interiore, vita
d'intimità con Dio, vita di preghiera e di contemplazione. Ma proprio
l'incontro con Dio, e con il suo amore di Padre di tutti, pone l'esigenza
indeclinabile dell'incontro con il prossimo, del dono di sé agli altri,
nel servizio umile e disinteressato che Gesù ha proposto a tutti come
programma di vita con la lavanda dei piedi agli apostoli: « Vi ho dato
infatti l'esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi ».326
La formazione al dono generoso e gratuito di sé, favorito anche
dalla forma comunitaria normalmente assunta dalla preparazione al
sacerdozio, rappresenta una condizione irrinunciabile per chi è chiamato
a farsi epifania e trasparenza del buon Pastore che dà la vita.327 Sotto
questo aspetto la formazione spirituale possiede e deve sviluppare la sua
intrinseca dimensione pastorale o caritativa, e può utilmente servirsi
anche di una giusta, ossia forte e tenera, devozione al Cuore di Cristo,
come hanno sottolineato i Padri del Sinodo: « Formare i futuri sacerdoti
nella spiritualità del Cuore del Signore implica condurre una vita che
corrisponde all'amore e all'affetto di Cristo Sacerdote e buon Pastore: al
suo amore verso il Padre nello Spirito Santo, al suo amore verso gli
uomini sino a donare nell'immolazione la sua vita ».328
Il sacerdote è, dunque, l'uomo della carità, ed è
chiamato ad educare gli altri all'imitazione di Cristo e al comandamento
nuovo dell'amore fraterno.329 Ma ciò esige che lui stesso si lasci
continuamente educare dallo Spirito alla carità di Cristo. In tal senso
la preparazione al sacerdozio non può non implicare una seria formazione
alla carità, in particolare all'amore preferenziale per i « poveri »
nei quali la fede scopre la presenza di Gesù 330 e all'amore
misericordioso per i peccatori.
Nella prospettiva della carità, che consiste nel dono di sé per
amore, trova il suo posto nella formazione spirituale del futuro sacerdote
l'educazione all'obbedienza, al celibato e alla povertà.331
In questo senso sta l'invito del Concilio: « In modo ben chiaro gli
alunni sappiano di non essere destinati né al dominio né agli onori, ma
di dover mettersi al completo servizio di Dio e del ministero pastorale.
Con particolare sollecitudine vengano educati all'obbedienza sacerdotale,
a un tenore di vita povera, allo spirito di abnegazione di sé, in modo da
abituarsi a rinunziare prontamente anche alle cose per sé lecite ma non
convenienti e a vivere in conformità con Cristo crocifisso ».332
50. La formazione spirituale di chi è chiamato a vivere il
celibato deve riservare un'attenzione particolare a preparare il futuro
sacerdote a conoscere, stimare, amare e vivere il celibato nella sua
vera natura e nelle sue vere finalità, quindi nelle sue motivazioni
evangeliche, spirituali e pastorali. Presupposto e contenuto di questa
preparazione è la virtù della castità, che qualifica tutte le relazioni
umane e che conduce « a sperimentare e a manifestare... un amore sincero,
umano, fraterno, personale e capace di sacrifici, sull'esempio di Cristo,
verso tutti e verso ciascuno ».333
Il celibato dei sacerdoti connota la castità di alcune
caratteristiche, grazie alle quali essi « rinunziando alla vita coniugale
per il regno dei cieli,334 possono aderire a Dio con un amore indivisibile
rispondente intimamente alla nuova legge, danno testimonianza della futura
risurrezione 335 e ricevono un aiuto grandissimo per l'esercizio continuo
di quella perfetta carità che li renderà capaci nel ministero
sacerdotale di farsi tutto a tutti ».336 In tal senso il celibato
sacerdotale non è da considerarsi come semplice norma giuridica, né come
una condizione del tutto esteriore per essere ammessi all'ordinazione,
bensì come un valore profondamente connesso con l'ordinazione sacra, che
configura a Gesù Cristo buon Pastore e Sposo della Chiesa, e quindi come
la scelta di un amore più grande e senza divisioni per Cristo e per la
sua Chiesa nella disponibilità piena e gioiosa del cuore per il ministero
pastorale. Il celibato è da considerare come una grazia speciale, come un
dono: « Non tutti possono capirlo, ma solo coloro ai quali è stato
concesso ».337 Certamente una grazia che non dispensa, ma esige con
singolare forza la risposta cosciente e libera da parte di chi la riceve.
Questo carisma dello Spirito racchiude anche la grazia perché colui che
lo riceve rimanga fedele per tutta la vita e compia con generosità e con
gioia gli impegni che vi sono connessi. Nella formazione al celibato
sacerdotale dovrà essere assicurata la coscienza del « prezioso dono di
Dio »,338 che condurrà alla preghiera e alla vigilanza perché il dono
sia custodito da tutto ciò che lo può minacciare.
Vivendo il suo celibato il sacerdote potrà meglio compiere il suo
ministero nel Popolo di Dio. In particolare, mentre testimonierà il
valore evangelico della verginità, potrà sostenere gli sposi cristiani a
vivere in pienezza il « grande sacramento » dell'amore di Cristo Sposo
per la Chiesa sua sposa, così come la sua fedeltà nel celibato sarà di
aiuto per la fedeltà degli sposi.339
L'importanza e la delicatezza della preparazione al celibato
sacerdotale, specialmente nelle attuali situazioni sociali e culturali,
hanno portato i Padri sinodali ad una serie di richieste, la cui validità
permanente è peraltro confermata dalla saggezza della Chiesa madre. Le
ripropongo autorevolmente come criteri da seguirsi nella formazione alla
castità nel celibato: « I Vescovi insieme ai rettori e ai direttori
spirituali dei seminari stabiliscano principii, offrano criteri e diano
aiuti per il discernimento in questa materia. Di massima importanza per la
formazione alla castità nel celibato sono la sollecitudine del Vescovo e
la vita fraterna tra i sacerdoti. In seminario, durante il periodo di
formazione, il celibato deve essere presentato con chiarezza, senza alcuna
ambiguità e in modo positivo. Il seminarista deve avere un adeguato grado
di maturità psichica e sessuale, nonché una vita assidua ed autentica di
preghiera, e deve porsi sotto la direzione di un padre spirituale. Il
direttore spirituale deve aiutare il seminarista perché egli stesso
giunga ad una decisione matura e libera, che sia fondata nella stima
dell'amicizia sacerdotale e dell'autodisciplina, come pure
nell'accettazione della solitudine e in un retto stato personale fisico e
psicologico. Per questo i seminaristi conoscano bene la dottrina del
Concilio Vaticano II, l'enciclica « Sacerdotalis Caelibatus » e
l'Istruzione per la formazione al celibato sacerdotale edita dalla
Congregazione per l'Educazione Cattolica nel 1974. Perché il seminarista
possa abbracciare con decisione libera il celibato sacerdotale per il
Regno dei cieli è necessario che conosca la natura cristiana e veramente
umana nonché il fine della sessualità nel matrimonio e nel celibato. È
necessario anche istruire ed educare i fedeli laici circa le motivazioni
evangeliche, spirituali e pastorali proprie del celibato sacerdotale così
che aiutino i presbiteri con l'amicizia, la comprensione e la
collaborazione ».340
51. La formazione intellettuale, pur avendo una sua specificità,
si connette profondamente, sino a costituirne un'espressione necessaria,
con la formazione umana e quella spirituale: si configura, infatti, come
un'esigenza insopprimibile dell'intelligenza con la quale l'uomo «
partecipa della luce della mente di Dio » 341 e cerca di acquisire una
sapienza, che a sua volta, si apre e punta sulla conoscenza e
sull'adesione a Dio.
La formazione intellettuale dei candidati al sacerdozio trova la
sua specifica giustificazione nella natura stessa del ministero ordinato e
manifesta la sua urgenza attuale di fronte alla sfida della « nuova
evangelizzazione » alla quale il Signore chiama la Chiesa alle soglie del
terzo millennio. « Se già ogni cristiano — scrivono i Padri sinodali
— deve essere pronto a difendere la fede e a rendere ragione della
speranza che vive in noi,342 molto di più i candidati al sacerdozio e i
presbiteri devono avere diligente cura del valore della formazione
intellettuale nell'educazione e nell'attività pastorale, dal momento che
per la salvezza dei fratelli e delle sorelle devono cercare una più
profonda conoscenza dei misteri divini ».343 La situazione attuale poi,
pesantemente segnata dall'indifferenza religiosa e insieme da una sfiducia
diffusa nei riguardi della reale capacità della ragione di raggiungere la
verità oggettiva e universale, e da problemi e interrogativi inediti
provocati dalle scoperte scientifiche e tecnologiche, esige con forza un
livello eccellente di formazione intellettuale, tale cioè da rendere i
sacerdoti capaci di annunciare, proprio in un simile contesto,
l'immutabile Vangelo di Cristo e di renderlo credibile di fronte alle
legittime esigenze della ragione umana. Si aggiunga, inoltre, che
l'attuale fenomeno del pluralismo quanto mai accentuato, nell'ambito non
solo della società umana ma anche della stessa comunità ecclesiale,
chiede una particolare attitudine al discernimento critico: è un
ulteriore motivo che dimostra la necessità di una formazione
intellettuale quanto mai seria.
Questa motivazione « pastorale » della formazione intellettuale
riconferma quanto già detto sull'unità del processo educativo nelle sue
diverse dimensioni. L'impegno di studio, che occupa non poca parte della
vita di chi si prepara al sacerdozio, non è affatto una componente
esteriore e secondaria della sua crescita umana, cristiana, spirituale e
vocazionale: in realtà attraverso lo studio, soprattutto della teologia,
il futuro sacerdote aderisce alla Parola di Dio, cresce nella sua vita
spirituale e si dispone a compiere il suo ministero pastorale. È questo
il molteplice e unitario scopo dello studio teologico indicato dal
Concilio 344 e riproposto dall'Instrumentum laboris del Sinodo: «
Affinché possa essere pastoralmente efficace, la formazione intellettuale
va integrata in un cammino spirituale segnato dall'esperienza personale di
Dio, in modo tale da superare una pura scienza nozionistica e pervenire a
quella intelligenza del cuore che sa "vedere" prima ed è in
grado poi di comunicare il mistero di Dio ai fratelli ».345
52. Un momento essenziale della formazione intellettuale è lo
studio della filosofia, che conduce ad una più profonda
comprensione e interpretazione della persona, della sua libertà, delle
sue relazioni con il mondo e con Dio. Essa si rivela di grande urgenza,
non solo per il legame che esiste tra gli argomenti filosofici e i misteri
della salvezza studiati in teologia alla luce superiore della fede 346 ma
anche di fronte ad una situazione culturale quanto mai diffusa che esalta
il soggettivismo come criterio e misura della verità: solo una sana
filosofia può aiutare i candidati al sacerdozio a sviluppare una
coscienza riflessa del rapporto costitutivo che esiste tra lo spirito
umano e la verità, quella verità che si rivela a noi pienamente in Gesù
Cristo. Né è da sottovalutare l'importanza della filosofia per garantire
quella « certezza di verità » che, sola, può stare alla base della
donazione personale totale a Gesù e alla Chiesa. Non è difficile capire
come alcune questioni molto concrete, quali l'identità del sacerdote e il
suo impegno apostolico e missionario, sono profondamente legate alla
questione, tutt'altro che astratta, della verità: se non si è certi
della verità, come è possibile mettere in gioco l'intera propria vita ed
avere la forza per interpellare sul serio la vita degli altri?
La filosofia aiuta non poco il candidato ad arricchire la sua
formazione intellettuale del « culto della verità », cioè di una
specie di venerazione amorosa della verità, la quale conduce a
riconoscere che la verità stessa non è creata e misurata dall'uomo ma
all'uomo è data in dono dalla Verità suprema, Dio; che, sia pure con
limiti e a volte con difficoltà, la ragione umana può raggiungere la
verità oggettiva e universale, anche quella riguardante Dio e il senso
radicale dell'esistenza; che la fede stessa non può prescindere dalla
ragione e dalla fatica di « pensare » i suoi contenuti, come
testimoniava la grande mente di Agostino: « Ho desiderato vedere con
l'intelletto ciò che ho creduto, e ho molto disputato e faticato ».347
Per una più profonda comprensione dell'uomo e dei fenomeni e
delle linee evolutive della società, in ordine all'esercizio il più
possibile « incarnato » del ministero pastorale, di non poca utilità
possono essere le cosiddette « scienze dell'uomo », come la
sociologia, la psicologia, la pedagogia, la scienza dell'economia e della
politica, la scienza della comunicazione sociale. Sia pure nell'ambito ben
preciso delle scienze positive o descrittive, queste aiutano il futuro
sacerdote a prolungare la « contemporaneità » vissuta da Cristo. «
Cristo, diceva Paolo VI, si è fatto contemporaneo ad alcuni uomini e ha
parlato nel loro linguaggio. La fedeltà a lui chiede che questa
contemporaneità continui ».348
53. La formazione intellettuale del futuro sacerdote si basa e si
costruisce soprattutto sullo studio della sacra doctrina, della
teologia. Il valore e l'autenticità della formazione teologica dipendono
dal rispetto scrupoloso della natura propria della teologia, che i Padri
sinodali hanno così compendiato: « La vera teologia proviene dalla fede
e intende condurre alla fede ».349 È questa la concezione che la Chiesa
cattolica, e il suo Magistero in specie, hanno costantemente proposto. È
questa la linea seguita dai grandi teologi, che hanno arricchito il
pensiero della Chiesa cattolica lungo i secoli. San Tommaso è oltremodo
esplicito, quando afferma che la fede è come l'habitus della
teologia, ossia il suo principio operativo permanente,350 e che tutta la
teologia è ordinata a nutrire la fede.351
Il teologo è, dunque, anzitutto un credente, un uomo di fede.
Ma è un credente che s'interroga sulla propria fede (fides
quaerens intellectum), che s'interroga al fine di raggiungere una
comprensione più profonda della fede stessa. I due aspetti, la fede e la
riflessione matura, sono profondamente connessi, intrecciati: proprio la
loro intima coordinazione e compenetrazione decide della vera natura della
teologia, e conseguentemente decide dei contenuti, delle modalità e dello
spirito secondo cui la sacra doctrina va elaborata e studiata.
Poiché poi la fede, punto di partenza e di arrivo della teologia,
opera un rapporto personale del credente con Gesù Cristo nella Chiesa,
anche la teologia possiede delle intrinseche connotazioni cristologiche ed
ecclesiali, che il candidato al sacerdozio deve consapevolmente assumere,
non solo per le implicazioni che riguardano la sua vita personale ma anche
per quelle che toccano il suo ministero pastorale. Se è accoglienza della
Parola di Dio, la fede si risolve in un « sì » radicale del credente a
Gesù Cristo, Parola piena e definitiva di Dio al mondo.352 Di
conseguenza, la riflessione teologica trova il suo centro nell'adesione a
Gesù Cristo, Sapienza di Dio: la stessa riflessione matura deve dirsi una
partecipazione al « pensiero » di Cristo 353 nella forma umana di una
scienza (scientia fidei). Nello stesso tempo, la fede inserisce il
credente nella Chiesa e lo rende partecipe della vita della Chiesa, quale
comunità di fede. Di conseguenza, la teologia possiede una dimensione
ecclesiale, perché è una riflessione matura sulla fede della Chiesa e da
parte del teologo che è membro della Chiesa.354
Queste prospettive cristologiche ed ecclesiali, che sono
connaturali alla teologia, aiutano a sviluppare nei candidati al
sacerdozio, insieme al rigore scientifico, un grande e vivo amore a Gesù
Cristo e alla sua Chiesa: quest'amore, mentre nutre la loro vita
spirituale, li orienta al generoso compimento del loro ministero. Proprio
questo era, in definitiva, l'intento del Concilio Vaticano II che
sollecitava il riordinamento degli studi ecclesiastici disponendo meglio
le varie discipline filosofiche e teologiche e facendole « convergere
concordemente alla progressiva apertura delle menti degli alunni verso il
mistero di Cristo, il quale compenetra tutta la storia del genere umano,
agisce continuamente nella Chiesa e opera principalmente attraverso il
ministero sacerdotale ».355
Formazione intellettuale teologica e vita spirituale, in
particolare vita di preghiera, s'incontrano e si rafforzano a vicenda,
senza nulla togliere né alla serietà della ricerca né al sapore
spirituale della preghiera. San Bonaventura ci avverte: « Nessuno creda
che gli basti la lettura senza l'unzione, la speculazione senza la
devozione, la ricerca senza lo stupore, l'osservazione senza l'esultanza,
l'attività senza la pietà, la scienza senza la carità, l'intelligenza
senza l'umiltà, lo studio senza la grazia divina, l'indagine senza la
sapienza dell'ispirazione divina ».356
54. La formazione teologica è opera quanto mai complessa e
impegnativa. Essa deve condurre il candidato al sacerdozio a possedere una
visione delle verità rivelate da Dio in Gesù Cristo e
dell'esperienza di fede della Chiesa che sia completa e unitaria: di
qui la duplice esigenza di conoscere « tutte » le verità cristiane,
senza operare delle scelte arbitrarie, e di conoscerle in modo organico.
Ciò esige che l'alunno sia aiutato ad operare una sintesi che sia il
frutto degli apporti delle diverse discipline teologiche, la cui
specificità acquista autentico valore solo nella loro profonda
coordinazione.
Nella sua riflessione matura sulla fede, la teologia si muove in
due direzioni. La prima è quella dello studio della Parola di Dio: la
parola scritta nel Libro sacro, celebrata e vissuta nella Tradizione viva
della Chiesa, autorevolmente interpretata dal Magistero della Chiesa. Di
qui lo studio della Sacra Scrittura, « che deve essere come l'anima di
tutta la teologia »,357 dei Padri della Chiesa e della liturgia, come
pure della storia della Chiesa e dei pronunciamenti del Magistero. La
seconda direzione è quella dell'uomo, interlocutore di Dio: l'uomo
chiamato a « credere », a « vivere », a « comunicare » agli altri la
fides e l'ethos cristiani. Di qui lo studio della dommatica,
della teologia morale, della teologia spirituale, del diritto canonico e
della teologia pastorale.
Il riferimento all'uomo credente conduce la teologia ad avere una
particolare attenzione, da un lato, all'istanza fondamentale e permanente
del rapporto fede-ragione, dall'altro, ad alcune esigenze più collegate
con la situazione sociale e culturale d'oggi. Dal primo punto di vista, si
ha lo studio della teologia fondamentale, che ha per oggetto il fatto
della rivelazione cristiana e la sua trasmissione nella Chiesa. Dall'altro
punto di vista, si impongono discipline che hanno conosciuto e conoscono
un più deciso sviluppo come risposte a problemi oggi fortemente sentiti.
Così lo studio della dottrina sociale della Chiesa, che « appartiene...
al campo della teologia e, specialmente, della teologia morale » 358 e
che è da annoverarsi tra le « componenti essenziali » della « nuova
evangelizzazione », di cui costituisce uno strumento.359 Così lo studio
della missione, dell'ecumenismo, del giudaismo, dell'Islam e delle altre
religioni non cristiane.
55. La formazione teologica attuale deve prestare attenzione ad alcuni
problemi che non poche volte sollevano difficoltà, tensioni,
confusioni all'interno della vita della Chiesa. Si pensi al rapporto
tra i pronunciamenti del Magistero e le discussioni teologiche, un
rapporto che non sempre si configura come dovrebbe essere, all'insegna cioè
della collaborazione. Certamente « il Magistero vivo della Chiesa e la
teologia, pur avendo doni e funzioni diverse, hanno ultimamente il
medesimo fine: conservare il Popolo di Dio nella verità che libera e
farne così la "luce delle nazioni". Questo servizio alla
comunità ecclesiale mette in relazione reciproca il teologo con il
Magistero. Quest'ultimo insegna autenticamente la dottrina degli Apostoli
e, traendo vantaggio dal lavoro teologico, respinge le obiezioni e le
deformazioni della fede, proponendo inoltre con l'autorità ricevuta da
Gesù Cristo nuovi approfondimenti, esplicitazioni e applicazioni della
dottrina rivelata. La teologia invece acquisisce, in modo riflesso,
un'intelligenza sempre più profonda della Parola di Dio, contenuta nella
Scrittura e trasmessa fedelmente dalla Tradizione viva della Chiesa sotto
la guida del Magistero, cerca di chiarire l'insegnamento della Rivelazione
di fronte all'istanza della ragione, ed infine gli dà una forma organica
e sistematica ».360 Quando però, per una serie di motivi, questa
collaborazione viene meno, occorre non prestarsi a equivoci e a
confusioni, sapendo distinguere accuratamente « la dottrina comune della
Chiesa dalle opinioni dei teologi e dalle tendenze che presto passano (le
cosiddette "mode") ».361 Non si dà un magistero « parallelo
», perché l'unico magistero è quello di Pietro e degli apostoli, del
Papa e dei vescovi.362
Un altro problema, avvertito soprattutto là dove gli studi
seminaristici sono affidati ad istituzioni accademiche, riguarda il
rapporto tra il rigore scientifico della teologia e la sua destinazione
pastorale, e pertanto la natura pastorale della teologia. Si tratta,
in realtà, di due caratteristiche della teologia e del suo insegnamento
che non solo non si oppongono tra loro, ma che concorrono, sia pure sotto
profili diversi, alla più completa intelligenza della fede. Infatti la
pastoralità della teologia non significa una teologia meno dottrinale o
addirittura destituita della sua scientificità; significa, invece, che
essa abilita i futuri sacerdoti ad annunciare il messaggio evangelico
attraverso i modi culturali del loro tempo e a impostare l'azione
pastorale secondo un'autentica visione teologica. E così, da un lato, uno
studio rispettoso della scientificità rigorosa delle singole discipline
teologiche contribuirà alla più completa e profonda formazione del
pastore d'anime come maestro della fede; dall'altro lato, l'adeguata
sensibilità alla destinazione pastorale renderà veramente formativo per
i futuri presbiteri lo studio serio e scientifico della teologia.
Un ulteriore problema è dato dall'esigenza, oggi fortemente
sentita, dell'evangelizzazione delle culture e dell'inculturazione del
messaggio della fede. È questo un problema eminentemente pastorale,
che deve entrare con maggiore ampiezza e sensibilità nella formazione dei
candidati al sacerdozio: « Nelle attuali circostanze nelle quali, in
varie regioni del mondo, la religione cristiana è considerata come
qualcosa di estraneo alle culture sia antiche sia moderne, è di grande
importanza che in tutta la formazione intellettuale e umana si ritenga
come necessaria ed essenziale la dimensione dell'inculturazione ».363 Ma
ciò preesige una teologia autentica, ispirata ai principii cattolici
circa l'inculturazione. Questi principii si collegano con il mistero
dell'incarnazione del Verbo di Dio e con l'antropologia cristiana e
illuminano il senso autentico dell'inculturazione: questa, di fronte alle
più diverse e talvolta contrapposte culture, presenti nelle varie parti
del mondo, vuole essere un'obbedienza al comando di Cristo di predicare il
Vangelo a tutte le genti sino agli estremi confini della terra. Una simile
obbedienza non significa né sincretismo né semplice adattamento
dell'annuncio evangelico, ma che il Vangelo penetra vitalmente nelle
culture, si incarna in esse, superandone gli elementi culturali
incompatibili con la fede e con la vita cristiana ed elevandone i valori
al mistero della salvezza che proviene da Cristo.364 Il problema dell'inculturazione
può avere un interesse specifico quando i candidati al sacerdozio
provengono essi stessi da antiche culture: avranno bisogno, allora, di vie
adeguate di formazione, sia per superare il pericolo di essere meno
esigenti e di sviluppare un'educazione più debole ai valori umani,
cristiani e sacerdotali, sia per valorizzare gli elementi buoni e
autentici delle loro culture e tradizioni.365
56. Seguendo l'insegnamento e gli orientamenti del Concilio
Vaticano II e le indicazioni applicative della Ratio fundamentalis
institutionis sacerdotalis, si è determinato nella Chiesa un vasto
aggiornamento dell'insegnamento delle discipline filosofiche e soprattutto
teologiche nei seminari. Pur bisognoso in alcuni casi di ulteriori
emendamenti e sviluppi, questo aggiornamento ha contribuito nel suo
insieme a qualificare sempre più la proposta educativa nell'ambito della
formazione intellettuale. Al riguardo « i Padri sinodali hanno nuovamente
affermato, con frequenza e con chiarezza, la necessità, anzi l'urgenza
che venga applicato nei seminari e nelle case di formazione il piano
fondamentale degli studi, sia universale che delle singole nazioni o
Conferenze episcopali ».366
È necessario contrastare con decisione la tendenza a ridurre la
serietà e l'impegno degli studi, che si manifesta in alcuni contesti
ecclesiali, come conseguenza anche di una preparazione di base
insufficiente e lacunosa degli alunni che iniziano il curricolo filosofico
e teologico. È la stessa situazione contemporanea ad esigere sempre più
dei maestri che siano veramente all'altezza della complessità dei tempi e
siano in grado di affrontare, con competenza e con chiarezza e profondità
di argomentazioni, le domande di senso degli uomini d'oggi, alle quali
solo il Vangelo di Gesù Cristo dà la piena e definitiva risposta.
57. L'intera formazione dei candidati al sacerdozio è destinata a
disporli in un modo più particolare a comunicare alla carità di Cristo,
buon Pastore. Questa formazione, dunque, nei suoi diversi aspetti, deve
avere un carattere essenzialmente pastorale. Lo affermava chiaramente il
decreto conciliare « Optatam Totius » in rapporto ai seminari maggiori:
« L'educazione degli alunni deve tendere allo scopo di formare veri
pastori d'anime sull'esempio di nostro Signore Gesù Cristo maestro,
sacerdote e pastore. Gli alunni perciò vengano preparati: al
ministero della parola, in modo da penetrare sempre meglio la Parola di
Dio rivelata, rendersela propria con la meditazione e saperla esprimere
con la parola e con la vita; al ministero del culto e della
santificazione, in modo che pregando e celebrando le azioni liturgiche
sappiano esercitare l'opera della salvezza per mezzo del Sacrificio
eucaristico e dei Sacramenti; al servizio di pastore, per essere in grado
di rappresentare agli uomini Cristo, il quale "non venne per essere
servito, ma per servire e dare la sua vita a redenzione di molti" 367
e di guadagnare molti, facendosi servi di tutti 368 ».369
Il testo conciliare insiste sulla profonda coordinazione che
esiste tra i diversi aspetti della formazione umana, spirituale,
intellettuale e, nello stesso tempo, sulla loro specifica
finalizzazione pastorale. In tal senso il fine pastorale assicura alla
formazione umana, spirituale e intellettuale determinati contenuti e
precise caratteristiche, così come unifica e specifica l'intera
formazione dei futuri sacerdoti.
Come ogni altra formazione, anche quella pastorale si sviluppa
attraverso la riflessione matura e l'applicazione operativa, e affonda le
sue radici vive in uno spirito, che di tutto costituisce il fulcro e la
forza di impulso e di sviluppo.
Si esige, dunque, lo studio di una vera e propria disciplina
teologica: la teologia pastorale o pratica, che è una riflessione
scientifica sulla Chiesa nel suo edificarsi quotidiano, con la forza dello
Spirito, dentro la storia; sulla Chiesa, quindi, come « sacramento
universale di salvezza »,370 come segno e strumento vivo della salvezza
di Gesù Cristo nella Parola, nei Sacramenti e nel servizio della Carità.
La pastorale non è soltanto un'arte né un complesso di esortazioni, di
esperienze, di metodi; possiede una sua piena dignità teologica, perché
riceve dalla fede i principii e i criteri dell'azione pastorale della
Chiesa nella storia, di una Chiesa che « genera » ogni giorno la Chiesa
stessa, secondo la felice espressione di S. Beda il Venerabile: « Nam
et Ecclesia quotidie gignit Ecclesiam ».371 Tra questi principii e
criteri si dà quello particolarmente importante del discernimento
evangelico della situazione socio-culturale ed ecclesiale entro cui si
sviluppa l'azione pastorale.
Lo studio della teologia pastorale deve illuminare l'applicazione
operativa mediante la dedizione ad alcuni servizi pastorali che i
candidati al sacerdozio, con necessaria gradualità e sempre in armonia
con gli altri impegni formativi, devono assolvere: si tratta di «
esperienze » pastorali, che possono confluire in un vero e proprio «
tirocinio pastorale », che può durare anche per diverso tempo e che
chiede di essere verificato in maniera metodica.
Ma lo studio e l'attività pastorali rimandano ad una sorgente
interiore, che la formazione avrà cura di custodire e di valorizzare: è la
comunione sempre più profonda con la carità pastorale di Gesù, la
quale, come ha costituito il principio e la forza del suo agire salvifico,
così, grazie all'effusione dello Spirito Santo nel sacramento
dell'Ordine, deve costituire il principio e la forza del ministero del
presbitero. Si tratta di una formazione destinata non soltanto ad
assicurare una competenza pastorale scientifica e un'abilità operativa,
ma anche e soprattutto a garantire la crescita di un modo di essere in
comunione con i medesimi sentimenti e comportamenti di Cristo, buon
Pastore: « Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù
».372
58. Così intesa, la formazione pastorale non può certo ridursi
ad un semplice apprendistato, rivolto a familiarizzarsi con qualche
tecnica pastorale. La proposta educativa del seminario si fa carico di una
vera e propria iniziazione alla sensibilità del pastore, all'assunzione
consapevole e matura delle sue responsabilità, all'abitudine interiore di
valutare i problemi e di stabilire le priorità e i mezzi di soluzione,
sempre in base a limpide motivazioni di fede e secondo le esigenze
teologiche della pastorale stessa.
Attraverso l'iniziale e graduale sperimentazione nel ministero, i
futuri sacerdoti potranno essere inseriti nella viva tradizione pastorale
della loro Chiesa particolare, impareranno ad aprire l'orizzonte della
loro mente e del loro cuore alla dimensione missionaria della vita
ecclesiale, si eserciteranno in alcune prime forme di collaborazione tra
loro e con i presbiteri accanto ai quali saranno mandati. A questi ultimi
compete, in collegamento con la proposta del seminario, una responsabilità
educativa pastorale di non poca importanza.
Nella scelta dei luoghi e dei servizi adatti all'esercizio
pastorale si dovrà avere particolare riguardo per la parrocchia,373
cellula vitale delle esperienze pastorali settoriali e specializzate,
nella quale essi verranno a trovarsi di fronte ai problemi particolari del
loro futuro ministero. I Padri sinodali hanno offerto una serie di esempi
concreti, come la visita ai malati; la cura degli emigrati, degli esiliati
e dei nomadi; lo zelo della carità che si traduce in diverse opere
sociali. In particolare essi scrivono: « È necessario che il presbitero
sia testimone della carità di Cristo stesso che è passato facendo del
bene;374 il presbitero deve anche essere il segno visibile della
sollecitudine della Chiesa che è Madre e Maestra. E poiché l'uomo oggi
è colpito da tante disgrazie, specialmente l'uomo che è travolto da una
povertà disumana, dalla cieca violenza e dall'ingiusto potere, è
necessario che l'uomo di Dio ben preparato ad ogni opera buona 375
rivendichi i diritti e la dignità dell'uomo. Si guardi però dall'aderire
a false ideologie e dal dimenticare, mentre intende promuoverne la
perfezione, che il mondo è redento dalla sola croce di Cristo ».376
L'insieme di queste ed altre attività pastorali educa il futuro
sacerdote a vivere come « servizio » la propria missione di autorità
nella comunità, allontanandosi da ogni atteggiamento di superiorità o di
esercizio di un potere che non sia sempre e solo giustificato dalla carità
pastorale.
Per un'adeguata formazione è necessario che le diverse esperienze
dei candidati al sacerdozio assumano un chiaro carattere ministeriale,
restando intimamente collegate con tutte le esigenze che sono proprie
della preparazione al presbiterato e (non, certo, a scapito dello studio)
in riferimento ai servizi dell'annuncio della Parola, del culto e della
presidenza. Questi servizi possono diventare la traduzione concreta dei
ministeri del Lettorato, dell'Accolitato e del Diaconato.
59. Poiché l'azione pastorale è destinata per sua natura ad
animare la Chiesa, che è essenzialmente « mistero », « comunione »,
« missione », la formazione pastorale dovrà conoscere e vivere queste
dimensioni ecclesiali nell'esercizio del ministero.
Fondamentale risulta essere la coscienza che la Chiesa è «
mistero », opera divina, frutto dello Spirito di Cristo, segno
efficace della grazia, presenza della Trinità nella comunità cristiana:
una simile coscienza, mentre non attenuerà il senso di responsabilità
proprio del pastore, lo renderà convinto che la crescita della Chiesa è
opera gratuita dello Spirito e che il suo servizio — dalla stessa grazia
divina affidato alla libera responsabilità umana — è quello evangelico
del servo inutile.377
La coscienza poi della Chiesa quale « comunione » preparerà
il candidato al sacerdozio a realizzare una pastorale comunitaria, in
cordiale collaborazione con i diversi soggetti ecclesiali: sacerdoti e
Vescovo, sacerdoti diocesani e religiosi, sacerdoti e laici. Ma una simile
collaborazione presuppone la conoscenza e la stima dei diversi doni e
carismi, delle varie vocazioni e responsabilità che lo Spirito offre ed
affida ai membri del Corpo di Cristo; esige un senso vivo e preciso della
propria e dell'altrui identità nella Chiesa; chiede mutua fiducia,
pazienza, dolcezza, capacità di comprensione e di attesa; si radica
soprattutto su di un amore alla Chiesa più grande dell'amore a se stessi
e alle aggregazioni alle quali si appartiene. Di particolare importanza è
preparare i futuri sacerdoti alla collaborazione con i laici. «
Siano pronti — dice il Concilio — ad ascoltare il parere dei laici,
considerando con interesse fraterno le loro aspirazioni e giovandosi della
loro esperienza e competenza nei diversi campi dell'attività umana, in
modo da poter assieme a loro riconoscere i segni dei tempi ».378 Anche il
recente Sinodo ha insistito sulla sollecitudine pastorale verso i laici:
« Occorre che l'alunno diventi capace di proporre e di introdurre i
fedeli laici, soprattutto i giovani, alle diverse vocazioni (al
matrimonio, ai servizi sociali, all'apostolato, ai ministeri e alle
responsabilità nell'assumere l'attività pastorale, alla vita consacrata,
a guidare la vita politica e sociale, alla ricerca scientifica,
all'insegnamento). Soprattutto è necessario insegnare e sostenere i laici
e la loro vocazione a permeare e a trasformare il mondo con la luce del
Vangelo, riconoscendo il loro compito e rispettandolo ».379
Infine, la coscienza della Chiesa quale comunione «
missionaria », aiuterà il candidato al sacerdozio ad amare e a
vivere l'essenziale dimensione missionaria della Chiesa e delle diverse
attività pastorali; ad essere aperto e disponibile a tutte le possibilità
oggi offerte all'annuncio del Vangelo, senza dimenticare il prezioso
servizio che al riguardo può e deve essere dato dai mezzi della
comunicazione sociale;380 a prepararsi ad un ministero che gli potrà
chiedere la concreta disponibilità allo Spirito Santo e al Vescovo per
essere mandato a predicare il Vangelo oltre i confini del suo paese.381
II. Gli ambienti della formazione sacerdotale
60. La necessità del Seminario Maggiore — e dell'analoga
Casa religiosa — per la formazione dei candidati al sacerdozio,
autorevolmente affermata dal Concilio Vaticano II,382 è stata riaffermata
dal Sinodo con queste parole: « L'istituzione del Seminario Maggiore,
come luogo ottimo di formazione, è certamente da riaffermarsi quale
normale spazio, anche materiale, di una vita comunitaria e gerarchica,
anzi quale casa propria per la formazione dei candidati al sacerdozio, con
superiori veramente consacrati a questo ufficio. Questa istituzione ha
dato moltissimi frutti lungo i secoli e continua a darli in tutto il mondo
».383
Il seminario si presenta sì come un tempo e uno spazio; ma si
presenta soprattutto come una comunità educativa in cammino: è la
comunità promossa dal Vescovo per offrire a chi è chiamato dal Signore a
servire come gli apostoli la possibilità di rivivere l'esperienza
formativa che il Signore ha riservato ai Dodici. In realtà, una
prolungata e intima consuetudine di vita con Gesù viene presentata nei
Vangeli come necessaria premessa al ministero apostolico. Essa richiede ai
Dodici di realizzare in modo particolarmente chiaro e specifico il
distacco, in qualche misura proposto a tutti i discepoli, dall'ambiente di
origine, dal lavoro consueto, dagli affetti anche più cari.384 Più volte
abbiamo riportato la tradizione di Marco che sottolinea il legame profondo
che unisce gli apostoli con Cristo e tra di loro: prima di essere mandati
a predicare e a guarire, sono chiamati a « stare con lui ».385
L'identità profonda del seminario è di essere, a suo modo, una continuazione
nella Chiesa della comunità apostolica stretta intorno a Gesù, in
ascolto della sua Parola, in cammino verso l'esperienza della Pasqua, in
attesa del dono dello Spirito per la missione. Una simile identità
costituisce l'ideale normativo che stimola il seminario, nelle più
diverse forme e nelle molteplici vicissitudini, che in quanto istituzione
umana registra nella storia, a trovare una concreta realizzazione,
fedele ai valori evangelici ai quali si ispira e capace di rispondere alle
situazioni e necessità dei tempi.
Il seminario è, in se stesso, un'esperienza originale della
vita della Chiesa: in esso il Vescovo si rende presente attraverso il
ministero del rettore e il servizio di corresponsabilità e di comunione
da lui animato con gli altri educatori, per la crescita pastorale e
apostolica degli alunni. I vari membri della comunità del seminario,
riuniti dallo Spirito in un'unica fraternità, collaborano, ciascuno
secondo il proprio dono, alla crescita di tutti nella fede e nella carità,
perché si preparino adeguatamente al sacerdozio e quindi a prolungare
nella Chiesa e nella storia la presenza salvifica di Gesù Cristo, il buon
Pastore.
Già sotto un profilo umano, il Seminario Maggiore deve tendere a
diventare « una comunità compaginata da una profonda amicizia e carità,
così da poter essere considerata una vera famiglia che vive nella gioia
».386 Sotto il profilo cristiano, il seminario si deve configurare,
continuano i Padri sinodali, come « comunità ecclesiale », come «
comunità dei discepoli del Signore nella quale si celebra la stessa
Liturgia (che permea la vita di spirito di preghiera), formata ogni giorno
nella lettura e nella meditazione della Parola di Dio e con il sacramento
dell'Eucaristia e nell'esercizio della carità fraterna e della giustizia,
una comunità nella quale, nel progresso della vita comunitaria e nella
vita di ciascun suo membro, risplendono lo Spirito di Cristo e l'amore
verso la Chiesa ».387 A conferma e a sviluppo concreto dell'essenziale
dimensione ecclesiale del seminario, i Padri sinodali continuano: « Come
comunità ecclesiale, sia diocesana che interdiocesana, sia anche
religiosa, il seminario alimenti il senso della comunione dei candidati
con il loro Vescovo e con il loro presbiterio, così che partecipino alla
loro speranza e alle loro angosce e sappiano estendere questa apertura
alle necessità della Chiesa universale ».388 È essenziale per la
formazione dei candidati al sacerdozio e al ministero pastorale, che per
sua natura è ecclesiale, che il seminario sia sentito non in un modo
esteriore e superficiale, ossia come un semplice luogo di abitazione e di
studio, ma in un modo interiore e profondo: come una comunità, una
comunità specificamente ecclesiale, una comunità che rivive l'esperienza
del gruppo dei Dodici uniti a Gesù.389
61. Il seminario è, dunque, una comunità ecclesiale
educativa, anzi una particolare comunità educante. Ed è il fine
specifico a determinarne la fisionomia, ossia l'accompagnamento
vocazionale dei futuri sacerdoti, e pertanto il discernimento della
vocazione, l'aiuto a corrispondervi e la preparazione a ricevere il
sacramento dell'Ordine con le grazie e le responsabilità proprie, per le
quali il sacerdote è configurato a Gesù Cristo Capo e Pastore ed è
abilitato e impegnato a condividerne la missione di salvezza nella Chiesa
e nel mondo.
In quanto comunità educante, l'intera vita del seminario, nelle
sue più diverse espressioni, è impegnata nella formazione umana,
spirituale, intellettuale e pastorale dei futuri presbiteri: è una
formazione che, pur avendo tanti aspetti comuni con la formazione umana e
cristiana di tutti i membri della Chiesa, presenta contenuti, modalità e
caratteristiche che discendono in modo specifico dal fine perseguito di
preparare al sacerdozio.
Ora i contenuti e le forme dell'opera educativa esigono che il
seminario abbia una sua precisa programmazione, un programma di
vita cioè che si caratterizzi, sia per la sua organicità-unità, sia per
la sua sintonia o corrispondenza con l'unico fine che giustifica
l'esistenza del seminario: la preparazione dei futuri presbiteri.
In questo senso i Padri sinodali scrivono: « In quanto comunità
educativa, (il seminario) deve servire ad un programma chiaramente
definito che, come nota caratteristica, abbia l'unità della direzione
manifestata nella figura del Rettore e dei collaboratori, nella coerenza
dell'ordinamento di vita, dell'attività formativa e delle esigenze
fondamentali della vita comunitaria, la quale comporta anche gli aspetti
essenziali del compito formativo. Questo programma deve essere al
servizio, senza esitazione e indeterminazione, della finalità specifica
che sola giustifica l'esistenza del seminario, la formazione cioè dei
futuri presbiteri, pastori della Chiesa ».390 E perché la programmazione
sia veramente adatta ed efficace occorre che le grandi linee
programmatiche si traducano più concretamente in dettaglio, mediante
alcune norme particolari destinate ad ordinare la vita comunitaria,
stabilendo alcuni strumenti e alcuni ritmi temporali precisi.
Un altro aspetto è qui da sottolineare: l'opera educativa, per
sua natura, è l'accompagnamento delle persone storiche concrete che
camminano verso la scelta e l'adesione a determinati ideali di vita.
Proprio per questo l'opera educativa deve saper armonicamente conciliare
la proposta chiara della meta da raggiungere, la richiesta di camminare
con serietà verso la meta stessa, l'attenzione al « viandante », ossia
al soggetto concreto impegnato in questa avventura, e dunque ad una serie
di situazioni, di problemi, di difficoltà, di ritmi diversificati di
cammino e di crescita. Ciò esige una sapiente elasticità, che non
significa affatto compromesso né sui valori né sull'impegno cosciente e
libero, ma amore vero e rispetto sincero per chi, nelle sue condizioni
personali, sta camminando verso il sacerdozio. Questo vale non solo in
rapporto alla singola persona, ma anche in rapporto ai diversi contesti
sociali e culturali entro cui vivono i seminari e alla diversa storia che
essi hanno. In questo senso l'opera educativa esige un continuo
rinnovamento. I Padri l'hanno rilevato con forza anche in rapporto
alla configurazione dei seminari: « Salva la validità delle forme
classiche del seminario, il Sinodo desidera che il lavoro di consultazione
delle Conferenze episcopali sulle necessità attuali della formazione
prosegua come si è stabilito nel decreto "Optatam Totius" 391 e
nel Sinodo del 1967. Si rivedano opportunamente le Rationes delle
singole nazioni o riti, sia in occasione delle richieste fatte dalle
Conferenze episcopali, sia nelle visite apostoliche nei seminari delle
diverse nazioni, per integrare in esse diverse forme di formazione
collaudate che devono rispondere alle necessità dei popoli di cultura
cosiddetta indigena, delle vocazioni di uomini adulti, delle vocazioni per
le missioni, ecc. ».392
62. La finalità e la configurazione educativa specifica del
Seminario Maggiore esigono che i candidati al sacerdozio vi entrino con una
qualche preparazione previa. Una simile preparazione non poneva
problemi particolari, almeno sino a qualche decennio fa, allorquando i
candidati al sacerdozio provenivano abitualmente dai seminari minori e la
vita cristiana delle comunità ecclesiali offriva facilmente a tutti,
indistintamente, una discreta istruzione ed educazione cristiana.
La situazione è in molte parti cambiata. Si dà una forte
discrepanza tra lo stile di vita e la preparazione di base dei ragazzi,
degli adolescenti e dei giovani, anche se cristiani e talvolta impegnati
nella vita della Chiesa, da un lato, e dall'altro lo stile di vita del
seminario e le sue esigenze formative. In questo contesto, in comunione
con i Padri sinodali, chiedo che vi sia un periodo adeguato di
preparazione che preceda la formazione del seminario: « È utile che ci
sia un periodo di preparazione umana, cristiana, intellettuale e
spirituale per i candidati al Seminario Maggiore. Questi candidati devono
però presentare determinate qualità: la retta intenzione, un grado
sufficiente di maturità umana, una conoscenza abbastanza ampia della
dottrina della fede, una qualche introduzione ai metodi di preghiera e
costumi conformi alla tradizione cristiana. Abbiano anche attitudini
proprie delle loro regioni, mediante le quali viene espresso lo sforzo di
trovare Dio e la fede ».393
« Una conoscenza abbastanza ampia della dottrina della fede »,
di cui parlano i Padri sinodali, è richiesta prima della teologia: non si
può sviluppare una « intellegentia fidei », se non si conosce la
« fides » nel suo contenuto. Una simile lacuna potrà essere più
facilmente colmata dal prossimo Catechismo universale.
Mentre si fa comune la convinzione della necessità di una simile
preparazione previa al Seminario Maggiore, si dà una diversa valutazione
dei suoi contenuti e delle sue caratteristiche, ossia dello scopo
prevalente, se di formazione spirituale per il discernimento vocazionale o
di formazione intellettuale e culturale. D'altra parte, non si possono
dimenticare le molte e profonde diversità che esistono, non solo in
rapporto ai singoli candidati, ma anche in rapporto alle varie regioni e
paesi. Ciò suggerisce una fase ancora di studio e di sperimentazione,
perché si possano definire in modo più opportuno e significativo i
diversi elementi di questa preparazione previa o « periodo
propedeutico »: il tempo, il luogo, la forma, i temi di questo
periodo, che peraltro è da coordinarsi con gli anni successivi della
formazione nel seminario.
In questo senso assumo e ripropongo alla Congregazione per
l'Educazione Cattolica la richiesta formulata dai Padri sinodali: « Il
Sinodo chiede che la Congregazione per l'Educazione Cattolica raccolga
tutte le informazioni sulle esperienze iniziali fatte o che si stanno
facendo. A tempo opportuno, la Congregazione comunichi alle Conferenze
episcopali le informazioni su questo argomento ».394
63. Come attesta una larga esperienza, la vocazione sacerdotale ha
un suo primo momento di manifestazione spesso negli anni della
preadolescenza o nei primissimi anni della gioventù. Ed anche in soggetti
che arrivano a decidere l'ingresso in seminario più avanti nel tempo non
è raro costatare la presenza della chiamata di Dio in periodi molto
precedenti. La storia della Chiesa è una testimonianza continua di
chiamate che il Signore rivolge anche in tenera età. San Tommaso, ad
esempio, spiega la predilezione di Gesù verso l'apostolo Giovanni « per
la sua tenera età » e ne trae la seguente conclusione: « Questo ci fa
capire come Dio ami in modo speciale coloro che si danno al suo servizio
fin dalla prima giovinezza ».395
La Chiesa si prende cura di questi germi di vocazione seminati nei
cuori dei fanciulli, curandone, attraverso l'istituzione dei Seminari
Minori, un premuroso, benché iniziale, discernimento e accompagnamento.
In varie parti del mondo, questi seminari continuano a svolgere una
preziosa opera educativa, finalizzata a custodire e a far sviluppare i
germi della vocazione sacerdotale, affinché gli alunni la possano più
facilmente riconoscere e siano resi più capaci di corrispondervi. La loro
proposta educativa tende a favorire in modo tempestivo e graduale quella
formazione umana, culturale e spirituale che condurrà il giovane a
intraprendere il cammino nel Seminario Maggiore con una base adeguata e
solida.
« Prepararsi a seguire Cristo Redentore con animo generoso e
cuore puro »: questo è lo scopo del Seminario Minore indicato
dal Concilio nel decreto « Optatam Totius », che così ne delinea il
volto educativo: gli alunni « sotto la guida paterna dei superiori,
coadiuvati opportunamente dai genitori, conducano un tenore di vita
conveniente all'età, allo spirito e allo sviluppo degli adolescenti e in
piena armonia con le norme della sana psicologia, senza trascurare una
conveniente esperienza delle cose umane e i rapporti con la propria
famiglia ».396
Il Seminario Minore potrà essere nella Diocesi anche un punto di
riferimento della pastorale vocazionale, con opportune forme di
accoglienza e offerta di occasioni informative per quegli adolescenti che
sono alla ricerca della vocazione o che, già determinati a seguirla, sono
costretti a procrastinare l'ingresso in seminario per diverse circostanze,
familiari o scolastiche.
64. Dove il Seminario Minore — che in molte regioni sembra
necessario e molto utile — non trova possibilità di attuazione, occorre
provvedere a costituire altre « istituzioni »,397 come potrebbero essere
i gruppi vocazionali per adolescenti e per giovani. Pur non essendo
permanenti, questi gruppi potranno offrire, in un contesto comunitario,
una guida sistematica per la verifica e la crescita vocazionale. Pur
vivendo in famiglia e frequentando la comunità cristiana che li aiuta nel
loro cammino formativo, questi ragazzi e questi giovani non devono essere
lasciati soli. Essi hanno bisogno di un gruppo particolare o di una
comunità di riferimento cui appoggiarsi per compiere quello specifico
itinerario vocazionale che il dono dello Spirito Santo ha iniziato in
loro.
Come è sempre avvenuto nella storia della Chiesa, e con qualche
caratteristica di confortante novità e frequenza nelle attuali
circostanze, va registrato il fenomeno di vocazioni sacerdotali che
si verificano in età adulta, dopo una più o meno lunga esperienza
di vita laicale e di impegno professionale. Non è sempre possibile, e
spesso non è neppure conveniente, invitare gli adulti a seguire
l'itinerario educativo del Seminario Maggiore. Si deve piuttosto
provvedere, dopo un accurato discernimento dell'autenticità di queste
vocazioni, a programmare una qualche forma specifica di accompagnamento
formativo così da assicurare, mediante opportuni adattamenti, la
necessaria formazione spirituale e intellettuale.398 Un giusto rapporto
con gli altri candidati al sacerdozio e periodi di presenza nella comunità
del Seminario maggiore potranno garantire il pieno inserimento di queste
vocazioni nell'unico presbiterio e la loro intima e cordiale comunione con
esso.
III. I protagonisti della formazione sacerdotale
65. Poiché la formazione dei candidati al sacerdozio appartiene
alla pastorale vocazionale della Chiesa, si deve dire che è la Chiesa
come tale il soggetto comunitario che ha la grazia e la responsabilità
di accompagnare quanti il Signore chiama a divenire suoi ministri nel
sacerdozio.
In tal senso proprio la lettura del mistero della Chiesa ci aiuta
a precisare meglio il posto e il compito che i suoi diversi membri, sia
come singoli sia come membri di un corpo, hanno nella formazione dei
candidati al presbiterato.
Ora la Chiesa è per sua intima natura la « memoria », il «
sacramento » della presenza e dell'azione di Gesù Cristo in mezzo a noi
e per noi. È alla sua presenza salvifica che si deve la chiamata al
sacerdozio: non solo la chiamata, ma anche l'accompagnamento perché il
chiamato possa riconoscere la grazia del Signore e possa darle risposta
con libertà e con amore. È lo Spirito di Gesù che fa luce e dona forza
nel discernimento e nel cammino vocazionale. Non si dà, allora,
autentica opera formativa al sacerdozio senza l'influsso dello Spirito di
Cristo. Ogni formatore umano deve esserne pienamente cosciente. Come
non vedere una « risorsa » totalmente gratuita e radicalmente efficace,
che ha il suo « peso » decisivo nell'impegno formativo verso il
sacerdozio? E come non gioire di fronte alla dignità di ogni formatore
umano, che si configura, in un certo senso, quale visibile rappresentante
di Cristo per il candidato al sacerdozio? Se la formazione al sacerdozio
è essenzialmente la preparazione del futuro « pastore » ad immagine di
Gesù Cristo buon Pastore, chi meglio di Gesù stesso, mediante
l'effusione del suo Spirito, può donare e portare a maturità quella
carità pastorale che egli ha vissuto sino al dono totale di sé 399 e che
vuole sia rivissuta da tutti i presbiteri?
Primo rappresentante di Cristo nella formazione sacerdotale è il
Vescovo. Si potrebbe dire del Vescovo, di ogni Vescovo,
quanto l'evangelista Marco ci dice nel testo più volte citato: « Chiamò
a sé quelli che volle ed essi andarono da lui. Ne costituì Dodici
che stessero con lui e anche per mandarli... ».400 In realtà la
chiamata interiore dello Spirito ha bisogno di essere riconosciuta come
autentica chiamata dal Vescovo. Se tutti possono « andare » dal
Vescovo perché Pastore e Padre di tutti, lo possono in una maniera
particolare i suoi presbiteri per la comune partecipazione al medesimo
sacerdozio e ministero: il Vescovo, dice il Concilio, deve considerarli e
trattarli come « fratelli e amici ».401 E questo, in modo analogico, si
può dire di quanti si preparano al sacerdozio. A proposito dello stare
con lui, con il Vescovo, risulta già quanto mai significativo della sua
responsabilità formativa nei riguardi dei candidati al sacerdozio che il
Vescovo li visiti spesso e in qualche modo « stia » con loro.
La presenza del Vescovo ha un valore particolare, non solo perché
aiuta la comunità del seminario a vivere il suo inserimento nella Chiesa
particolare e la sua comunione con il Pastore che la guida, ma anche perché
autentica e stimola quella finalità pastorale che costituisce lo
specifico dell'intera formazione dei candidati al sacerdozio. Soprattutto,
con la sua presenza e con la condivisione con i candidati al sacerdozio di
tutto ciò che riguarda il cammino pastorale della Chiesa particolare, il
Vescovo offre un apporto fondamentale alla formazione del « senso della
Chiesa », quale valore spirituale e pastorale centrale nell'esercizio del
ministero sacerdotale.
66. La comunità educativa del seminario si articola attorno a
diversi formatori: il rettore, il direttore o padre spirituale, i
superiori e i professori. Questi devono sentirsi profondamente uniti
al Vescovo, che a diverso titolo e in vario modo lo rappresentano, e
devono essere tra loro in convinta e cordiale comunione e collaborazione:
questa unità degli educatori non solo rende possibile un'adeguata
realizzazione del programma educativo, ma anche e soprattutto offre ai
candidati al sacerdozio l'esempio significativo e la concreta introduzione
a quella comunione ecclesiale che costituisce un valore fondamentale della
vita cristiana e del ministero pastorale.
È evidente che gran parte dell'efficacia formativa dipende dalla
personalità matura e forte dei formatori sotto il profilo umano ed
evangelico. Per questo diventano particolarmente importanti, da un lato, la
scelta accurata dei formatori e, dall'altro, lo stimolo ai formatori
perché si rendano costantemente sempre più idonei al compito loro
affidato. Consapevoli che proprio nella scelta e nella formazione
dei formatori risiede l'avvenire della preparazione dei candidati al
sacerdozio, i Padri sinodali si sono soffermati a lungo nel precisare
l'identità degli educatori. In particolare hanno scritto: « Il compito
della formazione dei candidati al sacerdozio certamente esige non solo una
qualche preparazione speciale dei formatori, che sia veramente tecnica,
pedagogica, spirituale, umana e teologica, ma anche lo spirito di
comunione e di collaborazione nell'unità per sviluppare il programma, così
che sempre sia salvata l'unità nell'azione pastorale del seminario sotto
la guida del rettore. Il gruppo dei formatori dia testimonianza di una
vita veramente evangelica e di totale dedizione al Signore. È opportuno
che goda di una qualche stabilità ed abbia residenza abituale nella
comunità del seminario. Sia intimamente congiunto con il Vescovo, quale
primo responsabile della formazione dei sacerdoti ».402
I Vescovi per primi devono sentire la loro grave responsabilità
circa la formazione di coloro che saranno incaricati dell'educazione dei
futuri presbiteri. Per questo ministero devono essere scelti sacerdoti di
vita esemplare, in possesso di diverse qualità: « la maturità umana e
spirituale, l'esperienza pastorale, la competenza professionale, la
stabilità nella propria vocazione, la capacità alla collaborazione, la
preparazione dottrinale nelle scienze umane (specialmente la psicologia)
corrispondente all'ufficio, la conoscenza dei modi per lavorare in gruppo
».403
Fatte salve la distinzione tra foro interno e foro esterno,
l'opportuna libertà di scelta dei confessori e la prudenza e discrezione
che convengono al ministero del direttore spirituale, la comunità
presbiterale degli educatori si senta solidale nella responsabilità di
educare i candidati al sacerdozio. Ad essa, sempre in riferimento
all'autorevole valutazione sintetica del Vescovo e del rettore, spetta in
primo luogo il compito di promuovere e verificare l'idoneità dei
candidati quanto alle doti spirituali, umane e intellettuali, soprattutto
in riferimento allo spirito di preghiera, all'assimilazione profonda della
dottrina della fede, alla capacità di autentica fraternità e al carisma
del celibato.404
Tenendo presenti — come i Padri sinodali hanno pure ricordato
— le indicazioni dell'Esortazione « Christifideles Laici » e della
Lettera Apostolica « Mulieris Dignitatem »,405 che rilevano l'utilità
di un sano influsso della spiritualità laicale e del carisma della
femminilità su ogni itinerario educativo, è opportuno coinvolgere, in
forme prudenti e adattate ai vari contesti culturali, la collaborazione
anche dei fedeli laici, uomini e donne, nell'opera formativa dei
futuri sacerdoti. Sono da scegliersi con cura, nel quadro delle leggi
della Chiesa e secondo i loro particolari carismi e le loro provate
competenze. Dalla loro collaborazione, opportunamente coordinata e
integrata alle responsabilità educative primarie dei formatori dei futuri
presbiteri, è lecito attendersi benefici frutti per una crescita
equilibrata del senso della Chiesa e per una percezione più precisa della
propria identità sacerdotale da parte dei candidati al presbiterato.406
67. Quanti introducono e accompagnono i futuri sacerdoti nella sacra
doctrina con l'insegnamento teologico hanno una particolare
responsabilità educativa, che l'esperienza dice essere spesso più
decisiva, nello sviluppo della personalità presbiterale, di quella degli
altri educatori.
La responsabilità degli insegnanti di teologia, prima che
riguardare il rapporto di docenza che devono instaurare con i candidati al
sacerdozio, riguarda la concezione che essi stessi devono avere della
natura della teologia e del ministero sacerdotale, come pure lo spirito e
lo stile secondo cui devono sviluppare l'insegnamento teologico. In questo
senso i Padri sinodali hanno giustamente affermato che « il teologo deve
rimanere consapevole che con il suo insegnamento non si autorizza da sé,
ma deve aprire e comunicare l'intelligenza della fede ultimamente nel nome
del Signore e della Chiesa. In questo modo, il teologo, pur utilizzando
tutte le possibilità scientifiche, esercita il suo compito su mandato
della Chiesa e collabora con il Vescovo nel compito di insegnare. Poiché
i teologi e i Vescovi sono al servizio della stessa Chiesa nel promuovere
la fede, devono sviluppare e coltivare una reciproca fiducia e in questo
spirito superare anche le tensioni e i conflitti 407 ».408
L'insegnante di teologia, come ogni altro educatore, deve rimanere
in comunione e collaborare cordialmente con tutte le altre persone
impegnate nella formazione dei futuri sacerdoti e presentare con rigore
scientifico, generosità, umiltà e passione il suo contributo originale e
qualificato, che non è solo la semplice comunicazione di una dottrina —
sia pure la sacra doctrina —, ma è soprattutto l'offerta della
prospettiva che unifica nel disegno di Dio tutti i diversi saperi umani e
le varie espressioni di vita.
In particolare, la specificità e l'incisività formativa degli
insegnanti di teologia si misura sul loro essere, anzitutto, « uomini di
fede e pieni di amore per la Chiesa, convinti che il soggetto adeguato
della conoscenza del mistero cristiano resta la Chiesa come tale, persuasi
pertanto che il loro compito d'insegnare è un autenico ministero
ecclesiale, ricchi di senso pastorale per discernere non solo i contenuti
ma anche le forme adatte nell'esercizio di questo ministero. In
particolare, dagli insegnanti è richiesta la fedeltà piena al Magistero.
Insegnano, infatti, a nome della Chiesa e per questo sono testimoni della
fede ».409
68. Le comunità da cui proviene il candidato al sacerdozio, pur
con il necessario distacco che la scelta vocazionale comporta, continuano
ad esercitare un influsso non indifferente sulla formazione del futuro
sacerdote. Devono allora essere coscienti della loro specifica parte di
responsabilità.
È da ricordare, anzitutto, la famiglia: i genitori
cristiani, come anche i fratelli e le sorelle e gli altri membri del
nucleo familiare, non dovranno mai cercare di ricondurre il futuro
presbitero negli angusti limiti di una logica troppo umana, se non
mondana, pur sostenuta da sincero affetto.410 Animati essi stessi dal
medesimo proposito di « compiere la volontà di Dio » sapranno, invece,
accompagnare il cammino formativo con la preghiera, il rispetto, il buon
esempio delle virtù domestiche e l'aiuto spirituale e materiale,
soprattutto nei momenti difficili. L'esperienza insegna che, in tanti
casi, questo aiuto molteplice si è rivelato decisivo per il candidato al
sacerdozio. Anche nel caso di genitori e familiari indifferenti o contrari
alla scelta vocazionale, il confronto chiaro e sereno con la loro
posizione e gli stimoli che ne derivano possono essere di grande aiuto,
perché la vocazione sacerdotale maturi in modo più consapevole e
determinato.
In profondo collegamento con le famiglie sta la comunità
parrocchiale, e le une e l'altra si integrano sul piano
dell'educazione alla fede; spesso poi la parrocchia, con una specifica
pastorale giovanile e vocazionale, esercita un ruolo di supplenza nei
riguardi della famiglia. Soprattutto, in quanto realizzazione locale più
immediata del mistero della Chiesa, la parrocchia offre un contributo
originale e particolarmente prezioso alla formazione del futuro sacerdote.
La comunità parrocchiale deve continuare a sentire come parte viva di sé
il giovane in cammino verso il sacerdozio, lo deve accompagnare con la
preghiera, accogliere cordialmente nei periodi di vacanza, rispettare e
favorire nel formarsi della sua identità presbiterale, offrendogli
occasioni opportune e stimoli forti per provare la sua vocazione alla
missione sacerdotale.
Anche le associazioni e i movimenti giovanili, segno e
conferma della vitalità che lo Spirito assicura alla Chiesa, possono e
devono contribuire alla formazione dei candidati al sacerdozio, in
particolare di quelli che escono dall'esperienza cristiana, spirituale e
apostolica di queste realtà aggregative. I giovani che hanno ricevuto la
loro formazione di base in tali aggregazioni e che si riferiscono ad esse
per la loro esperienza di Chiesa, non dovranno sentirsi invitati a
sradicarsi dal loro passato ed a interrompere le relazioni con l'ambiente
che ha contribuito al determinarsi della loro vocazione, né dovranno
cancellare i tratti caratteristici della spiritualità che là hanno
imparato e vissuto, in tutto ciò che di buono, edificante ed arricchente
essi contengono.411 Anche per loro, questo ambiente d'origine continua ad
essere fonte di aiuto e di sostegno nel cammino formativo verso il
sacerdozio.
Le occasioni di educazione alla fede e di crescita cristiana ed
ecclesiale, che lo Spirito offre a tanti giovani, attraverso molteplici
forme di gruppi, movimenti e associazioni di varia ispirazione evangelica,
devono essere sentite e vissute come il dono di un'anima alimentatrice
dentro l'istituzione e al suo servizio. Un movimento o una spiritualità
particolare, infatti, « non è una struttura alternativa all'istituzione.
È invece sorgente di una presenza che continuamente ne rigenera
l'autenticità esistenziale e storica. Il sacerdote deve perciò trovare
in un movimento la luce e il calore che lo rende capace di fedeltà al suo
Vescovo, che lo rende pronto alle incombenze dell'istituzione e attento
alla disciplina ecclesiastica, così che più fertile sia la vibrazione
della sua fede ed il gusto della sua fedeltà ».412
È quindi necessario che, nella nuova comunità del Seminario
nella quale sono riuniti dal Vescovo, i giovani provenienti da
associazioni e da movimenti ecclesiali imparino « il rispetto delle altre
vie spirituali e lo spirito di dialogo e di cooperazione », si
riferiscano con coerenza e cordialità alle indicazioni formative del
Vescovo e agli educatori del Seminario, affidandosi con schietta fiducia
alla loro guida e alle loro valutazioni.413 Questo atteggiamento, infatti,
prepara e in qualche modo anticipa la genuina scelta presbiterale di
servizio all'intero Popolo di Dio, nella comunione fraterna del
presbiterio e in obbedienza al Vescovo.
La partecipazione del seminarista e del presbitero diocesano a
particolari spiritualità o aggregazioni ecclesiali è certamente, in se
stessa, un fattore benefico di crescita e di fraternità sacerdotale. Ma
questa partecipazione non deve ostacolare, bensì aiutare l'esercizio del
ministero e la vita spirituale che sono propri del sacerdote diocesano, il
quale « resta sempre il pastore dell'insieme. Non solo è il
"permanente", disponibile a tutti, ma presiede all'incontro di
tutti — in particolare è a capo delle parrocchie — affinché tutti
trovino l'accoglienza che sono in diritto di attendere nella comunità e
nell'Eucaristia che li riunisce, qualunque sia la loro sensibilità
religiosa e il loro impegno pastorale ».414
69. Non si può dimenticare, infine, che lo stesso candidato al
sacerdozio deve dirsi protagonista necessario e insostituibile della sua
formazione: ogni formazione, anche quella sacerdotale, è ultimamente un'autoformazione.
Nessuno, infatti, può sostituirci nella libertà responsabile che abbiamo
come singole persone.
Certamente anche il futuro sacerdote, lui per primo, deve crescere nella
consapevolezza che il protagonista per antonomasia della sua formazione è
lo Spirito Santo che, con il dono del cuore nuovo, configura e assimila a
Gesù Cristo buon Pastore: in tal senso il candidato affermerà nella
forma più radicale la sua libertà nell'accogliere l'azione formativa
dello Spirito. Ma accogliere questa azione significa anche, da parte del
candidato al sacerdozio, accogliere le mediazioni umane di cui lo Spirito
si serve. Per questo l'azione dei vari educatori risulta veramente e
pienamente efficace solo se il futuro sacerdote offre ad essa la sua
personale convinta e cordiale collaborazione.
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CAPITOLO VI
TI RICORDO
DI RAVVIVARE IL DONO DI DIO CHE E' IN TE
La formazione permanente dei sacerdoti
70. « Ti ricordo di ravvivare il dono di Dio che è in te ».415
Le parole dell'Apostolo al vescovo Timoteo si possono
legittimamente applicare a quella formazione permanente alla quale sono
chiamati tutti i sacerdoti in forza del « dono di Dio » che hanno
ricevuto con l'ordinazione sacra. Esse ci introducono a cogliere la verità
intera e l'originalità inconfondibile della formazione permanente dei
presbiteri. In questo siamo aiutati anche da un altro testo di Paolo, che
allo stesso Timoteo scrive: « Non trascurare il dono spirituale che è in
te e che ti è stato conferito, per indicazioni di profeti, con
l'imposizione delle mani da parte del collegio dei presbiteri. Abbi
premura di queste cose, dedicati ad esse interamente perché tutti vedano
il tuo progresso. Vigila su te stesso e sul tuo insegnamento e sii
perseverante: così facendo salverai te stesso e coloro che ti ascoltano
».416
L'Apostolo chiede a Timoteo di « ravvivare », ossia di
riaccendere come si fa per il fuoco sotto la cenere, il dono divino, nel
senso di accoglierlo e di viverlo senza mai perdere o dimenticare quella
« novità permanente » che è propria di ogni dono di Dio, di Colui che
fa nuove tutte le cose,417 e dunque di viverlo nella sua intramontabile
freschezza e bellezza originaria.
Ma quel « ravvivare » non è solo l'esito di un compito affidato
alla responsabilità personale di Timoteo, non è solo il risultato di un
impegno della sua memoria e della sua volontà. È l'effetto di un
dinamismo di grazia intrinseco al dono di Dio: è Dio stesso, dunque, a
ravvivare il suo stesso dono, meglio, a sprigionare tutta la straordinaria
ricchezza di grazia e di responsabilità che in esso è racchiusa.
Con l'effusione sacramentale dello Spirito Santo che consacra e
manda, il presbitero viene configurato a Gesù Cristo Capo e Pastore della
Chiesa e viene mandato a compiere il ministero pastorale. In tal modo, il
sacerdote è segnato per sempre e in modo indelebile nel suo essere come
ministro di Gesù e della Chiesa ed è inserito in una condizione
permanente e irreversibile di vita ed è incaricato di un ministero
pastorale che, radicato nell'essere, coinvolge tutta la sua esistenza, ed
è esso pure permanente. Il sacramento dell'Ordine conferisce al sacerdote
la grazia sacramentale, che lo rende partecipe non solo del « potere » e
del « ministero » salvifici di Gesù, ma anche del suo « amore »
pastorale; nello stesso tempo assicura al sacerdote tutte quelle grazie
attuali che gli verranno date ogniqualvolta saranno necessarie e utili per
il degno e perfetto compimento del ministero ricevuto.
La formazione permanente trova così il suo fondamento proprio e
la sua motivazione originale nel dinamismo del sacramento dell'Ordine.
Certo non mancano ragioni anche semplicemente umane che
sollecitano il sacerdote a realizzare una formazione permanente. Questa è
un'esigenza della sua progressiva realizzazione: ogni vita è un cammino
incessante verso la maturità, e questa passa attraverso la continua
formazione. È esigenza, inoltre, del ministero sacerdotale, sia pure
colto nella sua natura generica e comune alle altre professioni, e quindi
come servizio rivolto agli altri: ora non c'è professione o impegno o
lavoro che non esiga un continuo aggiornamento, se vuole essere attuale ed
efficace. L'esigenza di « tenere il passo » con il cammino della storia
è un'altra ragione umana che giustifica la formazione permanente.
Ma queste ed altre ragioni vengono assunte e specificate dalle ragioni
teologiche ora ricordate e che si possono ulteriormente approfondire.
Il sacramento dell'Ordine, per la natura di « segno »,
che è propria di tutti i sacramenti, può considerarsi, come realmente è,
Parola di Dio: è Parola di Dio che chiama e manda, è
l'espressione più forte della vocazione e della missione del sacerdote.
Mediante il sacramento dell'Ordine Dio chiama coram Ecclesia il
candidato « al » sacerdozio. Il « vieni e seguimi » di Gesù trova
la sua proclamazione piena e definitiva nella celebrazione del sacramento
della sua Chiesa: si manifesta e si comunica attraverso la voce della
Chiesa, che risuona sulle labbra del Vescovo che prega e impone le mani. E
il sacerdote dà risposta, nella fede, alla chiamata di Gesù: « vengo e
ti seguo ». Da questo momento ha inizio quella risposta che, come scelta
fondamentale, deve riesprimersi e riaffermarsi lungo gli anni del
sacerdozio in numerosissime altre risposte, tutte radicate e vivificate
dal « sì » dell'Ordine sacro.
In questo senso si può parlare di una vocazione « nel »
sacerdozio. In realtà Dio continua a chiamare e a mandare, rivelando
il suo disegno salvifico nello sviluppo storico della vita del sacerdote e
nelle vicende della Chiesa e della società. E proprio in questa
prospettiva emerge il significato della formazione permanente: essa è
necessaria in ordine a discernere e a seguire questa continua chiamata o
volontà di Dio. Così l'apostolo Pietro è chiamato a seguire Gesù anche
dopo che il Risorto gli ha affidato il suo gregge: « Gli rispose Gesù:
"Pasci le mie pecorelle. In verità, in verità ti dico: quando eri
più giovane ti cingevi la veste da solo, e andavi dove volevi; ma quando
sarai vecchio tenderai le mani, e un altro ti cingerà la veste e ti
porterà dove tu non vuoi". Questo gli disse per indicare con quale
morte egli avrebbe glorificato Dio. E detto questo aggiunse:
"Seguimi" ».418 C'è, dunque, un « seguimi » che accompagna
la vita e la missione dell'apostolo. È un « seguimi » che attesta
l'appello e l'esigenza della fedeltà sino alla morte,419 un « seguimi »
che può significare una sequela Christi con il dono totale di sé
nel martirio.420
I Padri sinodali hanno espresso la ragione che giustifica la
necessità della formazione permanente e che nello stesso tempo ne rivela
la natura profonda, qualificandola come « fedeltà » al ministero
sacerdotale e come « processo di continua conversione ».421
È lo Spirito Santo, effuso con il sacramento, che sostiene il presbitero
in questa fedeltà e che lo accompagna e lo stimola in questo cammino di
incessante conversione. Il dono dello Spirito non dispensa, ma sollecita
la libertà del sacerdote, perché cooperi responsabilmente e assuma la
formazione permanente come compito che gli è affidato. In tal modo la
formazione permanente è espressione ed esigenza della fedeltà del
sacerdote al suo ministero, anzi al suo stesso essere. È dunque amore a
Gesù Cristo e coerenza con se stessi. Ma è anche atto di amore verso
il Popolo di Dio, al cui servizio il sacerdote è posto. Anzi, atto di
vera e propria giustizia: egli è debitore verso il Popolo di Dio,
essendo chiamato a riconoscerne e a promuoverne il « diritto », quello
fondamentale, di essere destinatario della Parola di Dio, dei Sacramenti e
del servizio della Carità, che sono il contenuto originale e
irrinunciabile del ministero pastorale del sacerdote. La formazione
permanente è necessaria perché il sacerdote sia in grado di rispondere,
nel modo dovuto, a tale diritto del Popolo di Dio.
Anima e forma della formazione permanente del sacerdote è la
carità pastorale: lo Spirito Santo, che infonde la carità
pastorale, introduce e accompagna il sacerdote a conoscere sempre più
profondamente il mistero di Cristo che è insondabile nella sua ricchezza
422 e, di riflesso, a conoscere il mistero del sacerdozio cristiano. La
stessa carità pastorale spinge il sacerdote a conoscere sempre più le
attese, i bisogni, i problemi, le sensibilità dei destinatari del suo
ministero: destinatari colti nelle loro concrete situazioni personali,
familiari, sociali.
A tutto questo tende la formazione permanente intesa come
cosciente e libera proposta al dinamismo della carità pastorale e dello
Spirito Santo, che ne è la sorgente prima e l'alimento continuo. In
questo senso la formazione permanente è un'esigenza intrinseca al dono e
al ministero sacramentale ricevuto e si rivela necessaria in ogni tempo.
Oggi però risulta essere particolarmente urgente, non solo per il rapido
mutarsi delle condizioni sociali e culturali degli uomini e dei popoli
entro cui si svolge il ministero presbiterale, ma anche per quella «
nuova evangelizzazione » che costituisce il compito essenziale e
indilazionabile della Chiesa alla fine del secondo millennio.
71. La formazione permanente dei sacerdoti, sia diocesani sia
religiosi, è la continuazione naturale e assolutamente necessaria di quel
processo di strutturazione della personalità presbiterale che si è
iniziato e sviluppato in Seminario o nella Casa religiosa con il cammino
formativo in vista dell'Ordinazione.
È di particolare importanza avvertire e rispettare l'intrinseco legame
che esiste tra la formazione precedente l'ordinazione e quella successiva.
Se, infatti, ci fosse una discontinuità o perfino una difformità tra
queste due fasi formative, deriverebbero immediatamente gravi conseguenze
sull'attività pastorale e sulla comunione fraterna tra i presbiteri, in
particolare tra quelli di differente età. La formazione permanente non è
una ripetizione di quella acquisita in Seminario, semplicemente riveduta o
ampliata con nuovi suggerimenti applicativi. Essa si sviluppa con
contenuti e soprattutto attraverso metodi relativamente nuovi, come un
fatto vitale unitario che, nel suo progresso — affondando le radici
nella formazione seminaristica — richiede adattamenti, aggiornamenti e
modifiche, senza però subire rotture o soluzioni di continuità.
E viceversa, fin dal Seminario Maggiore occorre preparare la
futura formazione permanente, e aprire ad essa l'animo e il desiderio dei
futuri presbiteri, dimostrandone la necessità, i vantaggi e lo spirito, e
assicurando le condizioni del suo realizzarsi.
Proprio perché la formazione permanente è una continuazione di
quella del Seminario, il suo fine non può essere un puro atteggiamento
per così dire professionale, ottenuto con l'apprendimento di alcune
tecniche pastorali nuove. Deve essere piuttosto il mantenere vivo un
generale e integrale processo di continua maturazione, mediante
l'approfondimento sia di ciascuna delle dimensioni della formazione —
umana, spirituale, intellettuale e pastorale —, sia del loro intimo e
vivo collegamento specifico, a partire dalla carità pastorale e in
riferimento ad essa.
72. Un primo approfondimento riguarda la dimensione umana della
formazione sacerdotale. Nel contatto quotidiano con gli uomini, nella
condivisione della loro vita di ogni giorno, il sacerdote deve crescere e
approfondire quella sensibilità umana che gli permette di comprendere i
bisogni ed accogliere le richieste, di intuire le domande inespresse, di
spartire le speranze e le attese, le gioie e la fatiche del vivere comune;
di essere capace di incontrare tutti e di dialogare con tutti. Soprattutto
conoscendo e condividendo, cioè facendo propria, l'esperienza umana del
dolore nella molteplicità del suo manifestarsi, dall'indigenza alla
malattia, dall'emarginazione all'ignoranza, alla solitudine, alle povertà
materiali e morali, il sacerdote arricchisce la propria umanità e la
rende più autentica e trasparente in un crescente e appassionato amore
all'uomo.
Nel portare a maturità la sua formazione umana, il sacerdote
riceve un particolare aiuto dalla grazia di Gesù Cristo: la carità del
buon Pastore, infatti, si è espressa non solo con il dono della salvezza
agli uomini, ma anche con la condivisione della loro vita, della quale il
Verbo, che si è fatto « carne »,423 ha voluto conoscere la gioia e la
sofferenza, sperimentare la fatica, spartire le emozioni, consolare la
pena. Vivendo da uomo fra gli uomini e con gli uomini, Gesù Cristo offre
la più assoluta, genuina e perfetta espressione di umanità: lo vediamo
far festa alle nozze di Cana, frequentare una famiglia di amici,
commuoversi per la folla affamata che lo segue, restituire figli malati o
morti ai genitori, piangere la perdita di Lazzaro...
Del sacerdote, maturato sempre più nella sua sensibilità umana,
il Popolo di Dio deve poter dire qualcosa di analogo a quanto di Gesù
dice la Lettera agli Ebrei: « Non abbiamo un sommo sacerdote che non
sappia compatire le nostre infermità, essendo stato lui stesso provato in
ogni cosa, a somiglianza di noi, escluso il peccato ».424
La formazione del presbitero nella sua dimensione spirituale è
un'esigenza della vita nuova ed evangelica alla quale egli è chiamato in
modo specifico dallo Spirito Santo effuso nel sacramento dell'Ordine. Lo
Spirito, consacrando il sacerdote e configurandolo a Gesù Cristo Capo e
Pastore, crea un legame che, situato nell'essere stesso del sacerdote,
chiede di essere assimilato e vissuto in maniera personale, cioè
cosciente e libera, mediante una comunione di vita e di amore sempre più
ricca e una condivisione sempre più ampia e radicale dei sentimenti e
degli atteggiamenti di Gesù Cristo. In questo legame tra il Signore Gesù
e il sacerdote, legame ontologico e psicologico, sacramentale e morale,
sta il fondamento e nello stesso tempo la forza per quella « vita secondo
lo Spirito » e per quel « radicalismo evangelico » al quale è chiamato
ogni sacerdote e che viene favorito dalla formazione permanente nel suo
aspetto spirituale. Questa formazione risulta necessaria anche in ordine
al ministero sacerdotale, alla sua autenticità e fecondità spirituale.
« Eserciti la cura d'anime? », si chiedeva san Carlo Borromeo. E così
rispondeva nel discorso rivolto ai sacerdoti: « Non trascurare per questo
la cura di te stesso, e non darti agli altri fino al punto che non rimanga
nulla di te a te stesso. Devi avere certo presente il ricordo delle anime
di cui sei pastore, ma non dimenticarti di te stesso. Comprendete,
fratelli, che niente è così necessario a tutte le persone ecclesiastiche
quanto la meditazione che precede, accompagna e segue tutte le nostre
azioni: Canterò, dice il profeta, e mediterò.425 Se amministri i
sacramenti, o fratello, medita ciò che fai. Se celebri la Messa, medita
ciò che offri. Se reciti i salmi in coro, medita a chi e di che cosa
parli. Se guidi le anime, medita da quale sangue siano state lavate; e
"tutto si faccia tra voi nella carità".426 Così potremo
superare le difficoltà che incontriamo, e sono innumerevoli, ogni giorno.
Del resto ciò è richiesto dal compito affidatoci. Se così faremo avremo
la forza per generare Cristo in noi e negli altri ».427
In particolare la vita di preghiera dev'essere continuamente «
riformata » nel sacerdote. L'esperienza, infatti, insegna che
nell'orazione non si vive di rendita: ogni giorno occorre, non solo
riconquistare la fedeltà esteriore ai momenti di preghiera, soprattutto a
quelli destinati alla celebrazione della « Liturgia delle Ore » e a
quelli lasciati alla scelta personale e non sostenuti da scadenze e orari
del servizio liturgico, ma anche e specialmente rieducare la continua
ricerca di un vero incontro personale con Gesù, di un fiducioso colloquio
con il Padre, di una profonda esperienza dello Spirito.
Quanto l'apostolo Paolo dice di tutti i credenti, che devono
giungere « a formare l'uomo maturo, al livello di statura che attua la
pienezza del Cristo »,428 può essere applicato in modo specifico ai
sacerdoti chiamati alla perfezione della carità e quindi alla santità,
anche perché il loro stesso ministero pastorale li vuole modelli viventi
per tutti i fedeli.
Anche la dimensione intellettuale della formazione chiede
di essere continuata e approfondita durante tutta la vita del sacerdote,
in particolare mediante lo studio e l'aggiornamento culturale serio ed
impegnato. Partecipe della missione profetica di Gesù e inserito nel
mistero della Chiesa Maestra di verità, il sacerdote è chiamato a
rivelare in Gesù Cristo agli uomini il volto di Dio, e con ciò il vero
volto dell'uomo.429 Ma questo esige che il sacerdote stesso ricerchi tale
volto e lo contempli con venerazione e amore:430 solo così lo può far
conoscere agli altri. In particolare la continuazione dello studio
teologico risulta anche necessaria perché il sacerdote possa adempiere
con fedeltà il ministero della Parola, annunciandola senza confusioni e
ambiguità, distinguendola dalle semplici opinioni umane, anche se
rinomate e diffuse. Così potrà porsi veramente al servizio del Popolo di
Dio, aiutandolo a rendere ragione, a quanti lo chiedono, della speranza
cristiana.431 Inoltre, « il sacerdote, nell'applicarsi con coscienza e
costanza allo studio teologico, è in grado di assimilare in forma sicura
e personale la genuina ricchezza ecclesiale. Può quindi compiere la
missione, che lo impegna nel rispondere alle difficoltà circa l'autentica
dottrina cattolica, e superare l'inclinazione, propria e altrui, al
dissenso e all'atteggiamento negativo riguardo al Magistero e alla
Tradizione ».432
L'aspetto pastorale della formazione
permanente è bene espresso dalle parole dell'apostolo Pietro: « Ciascuno
viva secondo la grazia ricevuta, mettendola a servizio degli altri, come
buoni amministratori di una multiforme grazia di Dio ».433 Per vivere
ogni giorno secondo la grazia ricevuta occorre che il sacerdote sia sempre
più aperto ad accogliere la carità pastorale di Gesù Cristo, donatagli
dal suo Spirito con il sacramento ricevuto. Come tutta l'attività del
Signore è stata il frutto e il segno della carità pastorale, così deve
essere anche per l'operosità ministeriale del sacerdote. La carità
pastorale è un dono e, insieme, un compito, una grazia e una
responsabilità alla quale occorre essere fedeli: occorre cioè
accoglierla e viverne il dinamismo sino alle esigenze più radicali.
Questa stessa carità pastorale, come si è detto, spinge e stimola il
sacerdote a conoscere sempre meglio la condizione reale degli uomini ai
quali è mandato, a discernere nelle circostanze storiche nelle quali è
inserito gli appelli dello Spirito, a ricercare i metodi più adatti e le
forme più utili per esercitare oggi il suo ministero. Così la carità
pastorale anima e sostiene gli sforzi umani del sacerdote per un'operosità
pastorale che sia attuale, credibile ed efficace. Ma ciò esige una
permanente formazione pastorale.
Il cammino verso la maturità non richiede solo che il sacerdote
continui ad approfondire le diverse dimensioni della sua formazione, ma
anche e soprattutto che sappia integrare sempre più armonicamente tra
loro queste stesse dimensioni, raggiungendone progressivamente l'unità
interiore: ciò sarà reso possibile dalla carità pastorale. Questa,
infatti, non solo coordina e unifica i diversi aspetti, ma li specifica
connotandoli come aspetti della formazione del sacerdote in quanto tale,
ossia del sacerdote come trasparenza, immagine viva, ministro di Gesù
buon Pastore.
La formazione permanente aiuta il sacerdote a superare la
tentazione di ricondurre il suo ministero ad un attivismo fine a se
stesso, ad una impersonale prestazione di cose, sia pure spirituali o
sacre, ad una funzione impiegatizia al servizio dell'organizzazione
ecclesiastica. Solo la formazione permanente aiuta il prete a custodire
con vigile amore il « mistero » che porta in sé per il bene della
Chiesa e dell'umanità.
73. Le diverse e complementari dimensioni della formanzione
permanente ci aiutano a coglierne il significato profondo: essa tende ad
aiutare il prete ad essere e a fare il prete nello spirito e
secondo lo stile di Gesù buon Pastore.
La verità è da farsi! Così ci ammonisce san Giacomo: « Siate
di quelli che mettono in pratica la parola e non soltanto ascoltatori,
illudendo voi stessi ».434 I sacerdoti sono chiamati a « fare la verità
» del loro essere, ossia a vivere « nella carità » 435 la loro identità
e il loro ministero nella Chiesa e per la Chiesa. Sono chiamati a prendere
coscienza sempre più viva del dono di Dio, a farne continua memoria. È
questo l'invito di Paolo a Timoteo: « Custodisci il buon deposito con
l'aiuto dello Spirito Santo che abita in noi ».436
Nel contesto ecclesiologico più volte ricordato si può
considerare il significato profondo della formazione permanente del
sacerdote in ordine alla sua presenza e azione nella Chiesa mysterium,
communio et missio.
Entro la Chiesa « mistero » il sacerdote è chiamato, mediante
la formazione permanente, a conservare e sviluppare nella fede la
coscienza della verità intera e sorprendente del suo essere: egli è
ministro di Cristo e amministratore dei misteri di Dio.437 Paolo chiede
espressamente ai cristiani che lo considerino secondo questa identità; ma
lui stesso, per primo, vive nella consapevolezza del dono sublime ricevuto
dal Signore. Così dev'essere di ogni sacerdote, se vuole rimanere nella
verità del suo essere. Ma ciò è possibile solo nella fede, solo con lo
sguardo e con gli occhi di Cristo.
In questo senso si può dire che la formazione permanente tende a
far sì che il prete sia un credente e lo diventi sempre più: che
si veda sempre nella sua verità, con gli occhi di Cristo. Egli deve
custodire questa verità con amore grato e gioioso. Deve rinnovare la sua
fede quando esercita il ministero sacerdotale: sentirsi ministro di Gesù
Cristo, sacramento dell'amore di Dio per l'uomo, ogniqualvolta è tramite
e strumento vivo del conferimento della grazia di Dio agli uomini. Deve
riconoscere questa stessa verità nei confratelli: è il principio della
stima e dell'amore verso gli altri sacerdoti.
74. La formazione permanente aiuta il sacerdote, entro la
Chiesa « comunione », a maturare la coscienza che il suo ministero
è ultimamente ordinato a riunire la famiglia di Dio come fraternità
animata dalla carità e a condurla al Padre per mezzo di Cristo nello
Spirito Santo.438
Il sacerdote deve crescere nella consapevolezza della profonda
comunione che lo lega al Popolo di Dio: non è soltanto « davanti »
alla Chiesa, ma anzitutto « nella » Chiesa. È fratello tra fratelli.
Con il Battesimo, insignito della dignità e della libertà dei figli di
Dio nel Figlio unigenito, il sacerdote è membro dello stesso e unico
Corpo di Cristo.439 La coscienza di questa comunione sfocia nel bisogno di
suscitare e sviluppare la corresponsabilità nella comune e unica
missione di salvezza, con la pronta e cordiale valorizzazione di tutti i
carismi e i compiti che lo Spirito offre ai credenti per l'edificazione
della Chiesa. È soprattutto nel compimento del ministero pastorale, per
sua natura ordinato al bene del Popolo di Dio, che il sacerdote deve
vivere e testimoniare la sua profonda comunione con tutti, come scriveva
Paolo VI: « Bisogna farsi fratelli degli uomini nell'atto stesso che
vogliamo essere loro pastori, padri e maestri. Il clima del dialogo è
l'amicizia. Anzi il servizio ».440
In modo più specifico il sacerdote è chiamato a maturare la
coscienza dell'essere membro della Chiesa particolare nella quale
è incardinato, ossia inserito con un legame insieme giuridico, spirituale
e pastorale. Una simile coscienza suppone e sviluppa l'amore particolare
alla propria Chiesa. Questa, in realtà, è il termine vivo e permanente
della carità pastorale che deve accompagnare la vita del prete e che lo
conduce a condividere di questa stessa Chiesa particolare la storia o
esperienza di vita nelle sue ricchezze e fragilità, nelle sue difficoltà
e speranze, a lavorare in essa per la sua crescita. Sentirsi, dunque,
insieme arricchiti dalla Chiesa particolare e impegnati attivamente alla
sua edificazione, prolungando, ciascun sacerdote e con gli altri,
quell'operosità pastorale che ha contraddistinto i confratelli che li
hanno preceduti. Un'esigenza insopprimibile della carità pastorale verso
la propria Chiesa particolare e il suo domani ministeriale è la
sollecitudine che il sacerdote deve avere di trovare, per così dire,
qualcuno che lo sostituisca nel sacerdozio.
Il sacerdote deve maturare nella coscienza della comunione che
sussiste tra le diverse Chiese particolari, una comunione radicata nel
loro stesso essere di Chiese che vivono in loco la Chiesa unica e
universale di Cristo. Una simile coscienza di comunione interecclesiale
favorirà lo « scambio dei doni », a cominciare dai doni vivi e
personali, quali sono gli stessi sacerdoti. Di qui la disponibilità, anzi
l'impegno generoso per il realizzarsi di una equa distribuzione del
clero.441 Tra queste Chiese particolari sono da ricordarsi quelle che «
prive di libertà, non possono avere vocazioni proprie », come pure le «
Chiese recentemente uscite dalla persecuzione e quelle povere alle quali
sono stati dati già per lungo tempo e da parte di molti degli aiuti con
animo grande e fraterno, e tuttora vengono dati ».442
All'interno della comunione ecclesiale, il sacerdote è chiamato
in particolare a crescere, nella sua formazione permanente, nel
e con il proprio presbiterio unito al Vescovo. Il presbiterio nella
sua verità piena è un mysterium: infatti è una realtà
soprannaturale perché si radica nel sacramento dell'Ordine. Questo è la
sua fonte, la sua origine. È il « luogo » della sua nascita e della sua
crescita. Infatti, « i presbiteri mediante il sacramento dell'Ordine sono
collegati con un vincolo personale e indissolubile con Cristo unico
sacerdote. L'Ordine viene conferito ad essi come singoli, ma sono inseriti
nella comunione del presbiterio congiunto con il Vescovo 443 ».444
Questa origine sacramentale si riflette e si prolunga nell'ambito
dell'esercizio del ministero presbiterale: dal mysterium al ministerium.
« L'unità dei presbiteri con il Vescovo e tra di loro non si
aggiunge dall'esterno alla natura propria del loro servizio, ma ne esprime
l'essenza in quanto è la cura di Cristo sacerdote nei riguardi del Popolo
adunato dall'unità della Santissima Trinità ».445 Questa unità
presbiterale, vissuta nello spirito della carità pastorale, rende i
sacerdoti testimoni di Gesù Cristo, che ha pregato il Padre « perché
tutti siano una cosa sola ».446
La fisionomia del presbiterio è, dunque, quella di una vera
famiglia, di una fraternità, i cui legami non sono dalla carne
e dal sangue, ma sono dalla grazia dell'Ordine: una grazia che assume ed
eleva i rapporti umani, psicologici, affettivi, amicali e spirituali tra i
sacerdoti; una grazia che si espande, penetra e si rivela e si concretizza
nelle più varie forme di aiuto reciproco, non solo quelle spirituali ma
anche quelle materiali. La fraternità presbiterale non esclude nessuno,
ma può e deve avere le sue preferenze: sono quelle evangeliche, riservate
a chi ha più grande bisogno di aiuto o di incoraggiamento. Tale fraternità
« ha una cura speciale per i giovani presbiteri, tiene un cordiale e
fraterno dialogo con quelli di media e maggior età e con quelli che per
ragioni diverse sperimentano difficoltà; anche i sacerdoti che hanno
abbandonato questa forma di vita o che non la seguono, non solo non li
abbandona ma li segue ancor più con fraterna sollecitudine ».447
Dell'unico presbiterio fanno parte, a titolo diverso, anche i presbiteri
religiosi residenti e operanti in una Chiesa particolare. La loro
presenza costituisce un arricchimento per tutti i sacerdoti e i vari
carismi particolari da essi vissuti, mentre sono un richiamo perché i
presbiteri crescano nella comprensione del sacerdozio stesso,
contribuiscono a stimolare e ad accompagnare la formazione permanente dei
sacerdoti. Il dono della vita religiosa, nella compagine diocesana, quando
è accompagnato da sincera stima e da giusto rispetto delle particolarità
di ogni istituto e di ogni tradizione spirituale, allarga l'orizzonte
della testimonianza cristiana e contribuisce in vario modo ad arricchire
la spiritualità sacerdotale, soprattutto in riferimento al corretto
rapporto e al reciproco influsso tra i valori della Chiesa particolare e
quelli dell'universalità del Popolo di Dio. Da parte loro, i religiosi
saranno attenti a garantire uno spirito di vera comunione ecclesiale, una
partecipazione cordiale al cammino della Diocesi e alle scelte pastorali
del Vescovo, mettendo volentieri a disposizione il proprio carisma per
l'edificazione di tutti nella carità.448
Infine, nel contesto della Chiesa comunione e del presbiterio si
può meglio affrontare il problema della solitudine del sacerdote, sulla
quale si sono fermati i Padri sinodali. Si dà una solitudine che fa parte
dell'esperienza di tutti e che è qualcosa di assolutamente normale. Ma si
dà anche una solitudine che nasce da difficoltà varie e che a sua volta
provoca ulteriori difficoltà. In questo senso, « l'attiva partecipazione
al presbiterio diocesano, i contatti regolari con il Vescovo e con gli
altri sacerdoti, la mutua collaborazione, la vita comune o fraterna tra
sacerdoti, come anche l'amicizia e la cordialità con i fedeli laici che
sono attivi nelle parrocchie, sono mezzi molto utili per superare gli
effetti negativi della solitudine che alcune volte il sacerdote può
sperimentare ».449
La solitudine non crea però solo difficoltà, offre anche
opportunità positive per la vita del sacerdote: « Accettata in spirito
di offerta e ricercata nell'intimità con Gesù Cristo Signore, la
solitudine può essere un'opportunità per l'orazione e lo studio, come
pure un aiuto per la santificazione e la crescita umana ».450
Senza dire che una certa forma di solitudine è elemento
necessario per la formazione permanente. Gesù sapeva ritirarsi, spesso,
da solo a pregare.451 La capacità di reggere una buona solitudine è
condizione indispensabile alla cura della vita interiore. Si tratta di una
solitudine abitata dalla presenza del Signore, che ci mette in contatto,
nella luce dello Spirito, con il Padre. In questo senso, la cura del
silenzio e la ricerca di spazi e tempi di « deserto » sono necessari
alla formazione permanente sia in campo intellettuale, sia in campo
spirituale e pastorale. In questo senso ancora, si può affermare che non
è capace di vera e fraterna comunione chi non sa vivere bene la propria
solitudine.
75. La formazione permanente è destinata a far crescere nel
sacerdote la coscienza della sua partecipazione alla missione salvifica
della Chiesa. Nella Chiesa « missione » la formazione permanente del
sacerdote entra non solo come necessaria condizione, ma anche come mezzo
indispensabile per rimettere costantemente a fuoco il senso della
missione e per garantirne una realizzazione fedele e generosa. Con tale
formazione il sacerdote è aiutato ad avvertire tutta la gravità, ma
nello stesso tempo la splendida grazia, da un lato, di un'obbligazione che
non lo può lasciare tranquillo — come Paolo deve poter dire: « Per me
evangelizzare non è un titolo di gloria, ma un dovere. Guai a me se non
predicassi il Vangelo! » 452 — e, dall'altro lato, di una richiesta,
esplicita o implicita, che prepotente viene dagli uomini, che Dio
instancabilmente chiama alla salvezza.
Solo un'adeguata formazione permanente riesce a sostenere il
sacerdote in ciò che è essenziale e decisivo per il suo ministero, ossia
la fedeltà, come scrive l'apostolo Paolo: « Ora, quanto si richiede
negli amministratori (dei misteri di Dio) è che ognuno risulti fedele ».453
Il sacerdote dev'essere fedele, nonostante le più diverse difficoltà
incontrate, anche nelle condizioni più disagiate o di comprensibile
stanchezza, con tutte le energie di cui dispone, e sino alla fine della
vita. La testimonianza di Paolo dev'essere di esempio e di stimolo per
ogni sacerdote: « Da parte nostra — scrive ai cristiani di Corinto —
non diamo motivo di scandalo a nessuno, perché non venga biasimato il
nostro ministero; ma in ogni cosa ci presentiamo come ministri di Dio, con
molta fermezza nelle tribolazioni, nelle necessità, nelle angosce, nelle
percosse, nelle prigioni, nei tumulti, nelle fatiche, nelle veglie, nei
digiuni; con purezza, sapienza, benevolenza, spirito di santità, amore
sincero; con parole di verità, con la potenza di Dio; con le armi della
giustizia a destra e a sinistra; nella gloria e nel disonore, nella
cattiva e nella buona fama. Siamo ritenuti impostori, eppure siamo
veritieri; sconosciuti, eppure siamo notissimi; moribondi, ed ecco
viviamo; puniti ma non messi a morte; afflitti, ma sempre lieti; poveri,
ma facciamo ricchi molti; gente che non ha nulla e invece possediamo tutto
».454
76. La formazione permanente, proprio perché « permanente »,
deve accompagnare i sacerdoti sempre, quindi in ogni periodo e
condizione della loro vita, come pure ad ogni livello di responsabilità
ecclesiale: evidentemente con quelle possibilità e caratteristiche che si
collegano al variare dell'età, della condizione di vita e dei compiti
affidati.
La formazione permanente è dovere, anzitutto, per i giovani
sacerdoti: deve avere quella frequenza e quella sistematicità di
incontri che, mentre prolungano la serietà e la solidità della
formazione ricevuta in seminario, introducono progressivamente i giovani a
comprendere e a vivere la singolare ricchezza del « dono » di Dio — il
sacerdozio — e ad esprimere le loro potenzialità e attitudini
ministeriali, anche mediante un inserimento sempre più convinto e
responsabile nel presbiterio, e quindi nella comunione e nella
corresponsabilità con tutti i confratelli.
Se si può comprendere un certo senso di « sazietà » che può
prendere il giovane prete appena uscito dal seminario di fronte a nuovi
momenti di studio e di incontro, si deve respingere come assolutamente
falsa e pericolosa l'idea che la formazione presbiterale si concluda con
il terminare della presenza in seminario.
Partecipando agli incontri della formazione permanente i giovani
sacerdoti potranno offrirsi un reciproco aiuto con lo scambio di
esperienze e di riflessioni sulla traduzione concreta di quell'ideale
presbiterale e ministeriale che hanno assimilato negli anni del seminario.
Nello stesso tempo la loro attiva partecipazione agli incontri formativi
del presbiterio potrà essere di esempio e di stimolo agli altri sacerdoti
che sono più avanti negli anni, testimoniando così il proprio amore
all'intero presbiterio e la propria passione per la Chiesa particolare
bisognosa di sacerdoti ben formati.
Per accompagnare i sacerdoti giovani in questa prima delicata fase
della loro vita e del loro ministero, è quanto mai opportuno, se non
addirittura necessario oggi, creare un'apposita struttura di sostegno, con
guide e maestri appropriati, nella quale essi possano trovare, in modo
organico e continuativo, gli aiuti necessari ad iniziare bene il loro
servizio sacerdotale. In occasione di incontri periodici, sufficientemente
lunghi e frequenti, possibilmente condotti in un ambiente comunitario, in
modo residenziale, saranno loro garantiti momenti preziosi di riposo, di
preghiera, di riflessione e di scambio fraterno. Sarà così per loro più
facile dare, fin dall'inizio, un'impostazione evangelicamente equilibrata
alla loro vita presbiterale. E se le singole Chiese particolari non
potessero offrire questo servizio ai propri giovani sacerdoti, sarà
opportuno che si uniscano tra loro le Chiese vicine e insieme investano
risorse ed elaborino programmi adatti.
77. La formazione permanente costituisce un dovere anche per i
presbiteri di mezza età. In realtà, sono molteplici i rischi che
possono correre, proprio in ragione dell'età, come ad esempio un
attivismo esagerato e una certa routine nell'esercizio del
ministero. Così il sacerdote è tentato di presumere di sé, come se la
propria personale esperienza, ormai collaudata, non dovesse più
confrontarsi con nulla e con nessuno. Non di rado, il sacerdote adulto
soffre di una specie di stanchezza interiore pericolosa, segno di una
delusione rassegnata di fronte alle difficoltà e agli insuccessi. La
risposta a questa situazione è data dalla formazione permanente, da una
continua ed equilibrata revisione di sé e del proprio agire, dalla
ricerca costante di motivazioni e di strumenti per la propria missione:
così il sacerdote manterrà lo spirito vigile e pronto alle perenni e
pure sempre nuove istanze di salvezza che ciascuno pone al prete, « uomo
di Dio ».
La formazione permanente deve interessare anche quei presbiteri
che per l'età avanzata sono indicati come anziani e che in
alcune Chiese sono la parte più numerosa del presbiterio. Questo deve
riservare loro gratitudine per il fedele servizio che hanno riservato a
Cristo e alla Chiesa e concreta solidarietà per la loro condizione. Per
questi presbiteri la formazione permanente non comporterà tanto impegni
di studio, di aggiornamento e di dibattito culturale, quanto la conferma
serena e rassicurante del ruolo che ancora sono chiamati a svolgere nel
presbiterio: non solo per il proseguimento, sia pure in forme diverse, del
ministero pastorale, ma anche per la possibilità che essi hanno, grazie
alla loro esperienza di vita e di apostolato, di diventare loro stessi
validi maestri e formatori di altri sacerdoti.
Anche i sacerdoti, che per le fatiche o le malattie si trovano in
una condizione di debilitazione fisica o di stanchezza morale, possono
essere aiutati da una formazione permanente che li stimoli a proseguire in
modo sereno e forte il loro servizio alla Chiesa, a non isolarsi né dalla
comunità né dal presbiterio, a ridurre l'attività esterna per dedicarsi
a quegli atti di relazione pastorale e di personale spiritualità capaci
di sostenere le motivazioni e la gioia del loro sacerdozio. La formazione
permanente li aiuterà, in particolare, a mantenere viva quella
convinzione che essi stessi hanno inculcato nei fedeli, la convinzione cioè
di continuare ad essere membri attivi nell'edificazione della Chiesa anche
e specialmente in forza della loro unione a Gesù Cristo sofferente e a
tanti altri fratelli e sorelle che nella Chiesa prendono parte alla
Passione del Signore, rivivendo l'esperienza spirituale di Paolo che
diceva: « Sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi e completo
nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo
Corpo che è la Chiesa ».455
78. Le condizioni in cui spesso e in più parti si svolge
attualmente il ministero dei presbiteri non rendono facile un impegno
serio di formazione: il moltiplicarsi dei compiti e dei servizi, la
complessità della vita umana in genere e di quella delle comunità
cristiane in particolare, l'attivismo e l'affanno tipico di tante aree
della nostra società privano spesso i sacerdoti del tempo e delle energie
indispensabili a « vigilare su se stessi ».456
Questo deve far crescere in tutti la responsabilità, cosicché le
difficoltà siano superate, anzi diventino una sfida per elaborare e
realizzare una formazione permanente che risponda in modo adeguato alla
grandezza del dono di Dio e alla gravità delle richieste ed esigenze del
nostro tempo.
I responsabili della formazione permanente dei sacerdoti sono da
ricercare nella Chiesa « comunione ». In tal senso, è l'intera
Chiesa particolare che, sotto la guida del Vescovo, viene investita
della responsabilità di stimolare e di curare in vari modi la formazione
permanente dei sacerdoti. Questi non sono per se stessi, ma per il Popolo
di Dio: per questo, la formazione permanente, mentre assicura la maturità
umana, spirituale, intellettuale e pastorale dei sacerdoti, si risolve in
un bene di cui è destinatario lo stesso Popolo di Dio. Del resto, lo
stesso esercizio del ministero pastorale conduce ad un continuo e fecondo
scambio reciproco tra la vita di fede dei presbiteri e quella dei fedeli.
Proprio la condivisione di vita tra il presbitero e la comunità,
se sapientemente condotta e utilizzata, costituisce un fondamentale
contributo alla formazione permanente, peraltro non riconducibile a
qualche episodio o iniziativa isolata, ma estesa e attraversante tutto il
ministero e la vita del presbitero.
Infatti, l'esperienza cristiana delle persone semplici e umili,
gli slanci spirituali delle persone innamorate di Dio, le applicazioni
coraggiose della fede alla vita da parte dei cristiani impegnati nelle
varie responsabilità sociali e civili, vengono accolti dal presbitero
che, mentre li illumina con il suo servizio sacerdotale, ne ricava un
prezioso alimento spirituale. Anche i dubbi, le crisi e i ritardi di
fronte alle più svariate condizioni personali e sociali, le tentazioni di
rifiuto o di disperazione nel momento del dolore, della malattia, della
morte: insomma, tutte le circostanze difficili che gli uomini incontrano
sul cammino della fede, vengono fraternamente vissute e sinceramente
sofferte nel cuore del presbitero che, nel cercare le risposte per gli
altri, è continuamente stimolato a trovarle innanzitutto per sé.
Così l'intero Popolo di Dio, in tutti i suoi membri, può e deve
offrire un prezioso aiuto alla formazione permanente dei suoi sacerdoti.
In questo senso deve lasciare ai sacerdoti spazi di tempo per lo studio e
per la preghiera, chiedere loro ciò per cui sono stati mandati da Cristo
e non altro, offrire collaborazione nei vari ambiti della missione
pastorale, specialmente in quelli attinenti la promozione umana e il
servizio della carità, assicurare rapporti cordiali e fraterni con loro,
agevolare nei sacerdoti la coscienza di non essere « padroni della fede
» ma « collaboratori della gioia » di tutti i fedeli.457
La responsabilità formativa della Chiesa particolare nei riguardi
dei sacerdoti si concretizza e si specifica in rapporto ai diversi membri
che la compongono, a cominciare dal sacerdote stesso.
79. In un certo senso, è proprio lui, il singolo sacerdote, il
primo responsabile nella Chiesa della formazione permanente: in
realtà su ciascun sacerdote incombe il dovere, radicato nel sacramento
dell'Ordine, di essere fedele al dono di Dio e al dinamismo di conversione
quotidiana che viene dal dono stesso. I regolamenti o le norme
dell'autorità ecclesiastica al riguardo, come pure lo stesso esempio
degli altri sacerdoti, non bastano a rendere appetibile la formazione
permanente, se il singolo non è personalmente convinto della sua necessità
e non è determinato a valorizzarne le occasioni, i tempi, le forme. La
formazione permanente mantiene la « giovinezza » dello spirito, che
nessuno può imporre dall'esterno, ma che ciascuno deve ritrovare
continuamente dentro se stesso. Solo chi conserva sempre vivo il desiderio
di imparare e di crescere possiede questa « giovinezza ».
Fondamentale è la responsabilità del Vescovo, e con lui
del presbiterio. Quella del Vescovo si fonda sul fatto che i
presbiteri ricevono attraverso di lui il loro sacerdozio e condividono con
lui la sollecitudine pastorale verso il Popolo di Dio. Egli è
responsabile di quella formazione permanente che è destinata a far sì
che tutti i suoi presbiteri siano generosamente fedeli al dono e al
ministero ricevuto, così come il Popolo di Dio li vuole e ha « diritto
» di averli. Questa responsabilità conduce il Vescovo, in comunione con
il presbiterio, a delineare un progetto e a stabilire una programmazione
capaci di configurare la formazione permanente non come qualcosa di
episodico, ma come una proposta sistematica di contenuti, che si snoda per
tappe e si riveste di modalità precise. Il Vescovo vivrà la sua
responsabilità, non soltanto assicurando al suo presbiterio luoghi e
momenti di formazione permanente, ma rendendosi presente personalmente e
partecipandovi in modo convinto e cordiale. Spesso sarà opportuno, o
anche necessario, che i Vescovi di più diocesi confinanti o di una
regione ecclesiastica si accordino tra loro ed uniscano le loro forze per
poter offrire iniziative più qualificate e veramente stimolanti per la
formazione permanente, come sono i corsi di aggiornamento biblico,
teologico e pastorale, le settimane residenziali, i cicli di conferenze, i
momenti di riflessione e di verifica sul cammino pastorale del presbiterio
e della comunità ecclesiale.
Il Vescovo assolverà la sua responsabilità sollecitando anche
l'apporto che può venire dalle facoltà e dagli istituti teologici e
pastorali, dai seminari, dagli organismi o federazioni che riuniscono
persone — sacerdoti, religiosi e fedeli laici — impegnate nella
formazione presbiterale.
Nell'ambito della Chiesa particolare un posto significativo è
riservato alle famiglie: ad esse, infatti, nella loro dimensione di
« chiese domestiche », fa riferimento concreto la vita delle comunità
ecclesiali animate e guidate dai sacerdoti. In particolare è da rilevarsi
il ruolo della famiglia d'origine. Questa, in unione e in comunione di
intenti, può offrire alla missione del figlio un proprio specifico
importante contributo. Portando a compimento il piano provvidenziale che
l'ha voluta culla del germe vocazionale, indispensabile aiuto per la sua
crescita e il suo sviluppo, la famiglia del sacerdote, nel più assoluto
rispetto di questo figlio che ha scelto di donarsi a Dio e al prossimo,
deve rimanere sempre come fedele, incoraggiante testimone della sua
missione, affiancandola e condividendola con dedizione e rispetto.
80. Se ogni momento può essere un « tempo favorevole » 458 nel
quale lo Spirito Santo conduce il sacerdote ad una diretta crescita nella
preghiera, nello studio e nella coscienza delle proprie responsabilità
pastorali, ci sono però momenti « privilegiati », anche se più comuni
e prestabiliti.
Sono qui da ricordarsi, anzitutto, gli incontri del Vescovo con
il suo presbiterio, siano essi liturgici (in particolare la
concelebrazione della Messa Crismale del Giovedì Santo), siano essi
pastorali e culturali, in ordine cioè al confronto sull'attività
pastorale o allo studio su determinati problemi teologici.
Ci sono poi gli incontri di spiritualità sacerdotale, come
gli esercizi spirituali, le giornate di ritiro e di spiritualità, ecc.
Sono un'occasione per una crescita spirituale e pastorale, per una
preghiera più prolungata e calma, per un ritorno alle radici dell'essere
prete, per ritrovare freschezza di motivazioni per la fedeltà e lo
slancio pastorale.
Importanti sono anche gli incontri di studio e di riflessione
comune: impediscono l'impoverimento culturale e l'arroccamento su
posizioni di comodo anche in campo pastorale, frutto di pigrizia mentale;
assicurano una sintesi più matura tra i diversi elementi della vita
spirituale, culturale e apostolica; aprono la mente e il cuore alle nuove
sfide della storia e ai nuovi appelli che lo Spirito rivolge alla Chiesa.
81. Molteplici sono gli aiuti e i mezzi di cui ci si può servire
perché la formazione permanente diventi sempre più una preziosa
esperienza vitale per i sacerdoti. Tra questi ricordiamo le diverse forme
di vita comune tra i sacerdoti, sempre presenti, anche se in modalità
e intensità differenti, nella storia della Chiesa: « Oggi non si può
non raccomandarle, soprattutto tra coloro che vivono o sono impegnati
pastoralmente nello stesso luogo. Oltre che a giovare alla vita e
all'azione apostolica, questa vita comune del clero offre a tutti,
compresbiteri e laici, un esempio luminoso di carità e di unità ».459
Altro aiuto può essere dato dalle associazioni sacerdotali, in
particolare dagli istituti secolari sacerdotali, che presentano come nota
specifica la diocesanità, in forza della quale i sacerdoti si uniscono più
strettamente al Vescovo e costituiscono « uno stato di consacrazione nel
quale i sacerdoti mediante voti o altri legami sacri sono consacrati ad
incarnare nella vita i consigli evangelici ».460 Tutte le forme di «
fraternità sacerdotale » approvate dalla Chiesa sono utili non solo per
la vita spirituale, ma anche per la vita apostolica e pastorale.
Anche la pratica della direzione spirituale contribuisce
non poco a favorire la formazione permanente dei sacerdoti. È un mezzo
classico, che nulla ha perso di preziosità non solo per assicurare la
formazione spirituale, ma anche per promuovere e sostenere una continua
fedeltà e generosità nell'esercizio del ministero sacerdotale. Come
scriveva il futuro Paolo VI, « la direzione spirituale ha una funzione
bellissima e si può dire indispensabile per l'educazione morale e
spirituale della gioventù, che voglia interpretare e seguire con assoluta
lealtà la vocazione, qualunque essa sia, della propria vita; e conserva
sempre importanza benefica per ogni età della vita, quando al lume e alla
carità d'un consiglio pio e prudente si chieda la verifica della propria
rettitudine ed il conforto al compimento generoso dei propri doveri. È
mezzo pedagogico molto delicato, ma di grandissimo valore; è arte
pedagogica e psicologica di grave responsabilità in chi la esercita; è
esercizio spirituale di umiltà e di fiducia in chi la riceve ».461
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CONCLUSIONE
82. « Vi darò pastori secondo il mio cuore ».462
Ancora oggi, questa promessa di Dio è viva e operante nella
Chiesa: essa si sente, in ogni tempo, fortunata destinataria di queste
parole profetiche; vede il loro realizzarsi quotidiano in tante parti
della terra, meglio, in tanti cuori umani, soprattutto di giovani. E
desidera, di fronte alle gravi e urgenti necessità proprie e del mondo,
che sulle soglie del terzo millennio questa divina promessa si compia in
un modo nuovo, più ampio, intenso, efficace: quasi una straordinaria
effusione dello Spirito della Pentecoste.
La promessa del Signore suscita nel cuore della Chiesa la
preghiera, l'implorazione fiduciosa e ardente nell'amore del Padre che,
come ha mandato Gesù il buon Pastore, gli apostoli, i loro successori,
una schiera senza numero di presbiteri, così continui a manifestare agli
uomini d'oggi la sua fedeltà e la sua bontà.
E la Chiesa è pronta a rispondere a questa grazia. Sente che il
dono di Dio esige una risposta corale e generosa: tutto il Popolo di Dio
deve instancabilmente pregare e lavorare per le vocazioni sacerdotali; i
candidati al sacerdozio devono prepararsi con grande serietà ad
accogliere e a vivere il dono di Dio, consapevoli che la Chiesa e il mondo
hanno assoluto bisogno di loro; devono innamorarsi di Cristo buon Pastore,
modellare sul suo il loro cuore, essere pronti ad uscire per le strade del
mondo come sua immagine per proclamare a tutti Cristo Via, Verità e Vita.
Un appello particolare rivolgo alle famiglie: che i genitori, e
specialmente le mamme, siano generosi nel donare al Signore, che li chiama
al sacerdozio, i loro figli, e collaborino con gioia al loro itinerario
vocazionale, consapevoli che in questo modo rendono più grande e profonda
la loro fecondità cristiana ed ecclesiale e che possono sperimentare, in
un certo senso, la beatitudine della Vergine Madre Maria: « Benedetta tu
fra le donne, e benedetto il frutto del tuo grembo ».463
E ai giovani d'oggi dico: siate più docili alla voce dello
Spirito, lasciate risuonare nel profondo del cuore le grandi attese della
Chiesa e dell'umanità, non temete di aprire il vostro spirito alla
chiamata di Cristo Signore, sentite su di voi lo sguardo d'amore di Gesù
e rispondete con entusiasmo alla proposta di una sequela radicale.
La Chiesa risponde alla grazia mediante l'impegno che i sacerdoti
assumono per realizzare quella formazione permanente che è richiesta
dalla dignità e dalla responsabilità loro conferite dal sacramento
dell'Ordine. Tutti i sacerdoti sono chiamati ad avvertire la singolare
urgenza della loro formazione nell'ora presente: la nuova evangelizzazione
ha bisogno di nuovi evangelizzatori, e questi sono i sacerdoti che si
impegnano a vivere il loro sacerdozio come cammino specifico verso la
santità.
La promessa di Dio è di assicurare alla Chiesa non pastori
qualunque, ma pastori « secondo il suo cuore ». Il « cuore » di Dio si
è rivelato a noi pienamente nel cuore di Cristo buon Pastore. E il cuore
di Cristo continua oggi ad avere compassione delle folle e a donare loro
il pane della verità e il pane dell'amore e della vita,464 e chiede di
palpitare in altri cuori — quelli dei sacer- doti —: « Voi stessi
date loro da mangiare ».465 La gente ha bisogno di uscire dall'anonimato
e dalla paura, ha bisogno di essere conosciuta e chiamata per nome, di
camminare sicura sui sentieri della vita, di essere ritrovata se perduta,
di essere amata, di ricevere la salvezza come supremo dono dell'amore di
Dio: proprio questo fa Gesù, il buon Pastore; Lui e i presbiteri con lui.
Ed ora, al termine di questa Esortazione, volgo lo sguardo alla
moltitudine di aspiranti al sacerdozio, di seminaristi e di sacerdoti che,
in tutte le parti del mondo, nelle condizioni anche più difficili e
qualche volta drammatiche, e sempre nella gioiosa fatica della fedeltà al
Signore e dell'instancabile servizio al suo gregge, offrono
quotidianamente la propria vita per la crescita della fede, della speranza
e della carità nei cuori e nella storia degli uomini e delle donne del
nostro tempo.
Voi, carissimi sacerdoti, lo fate perché il Signore stesso, con
la forza del suo Spirito, vi ha chiamati a ripresentare nei vasi di creta
della vostra semplice vita il tesoro inestimabile del suo amore di Pastore
buono.
In comunione con i Padri sinodali e a nome di tutti i Vescovi del
mondo e dell'intera comunità ecclesiale esprimo tutta la riconoscenza che
la vostra fedeltà e il vostro servizio si meritano.466
E mentre auguro a tutti voi la grazia di rinnovare ogni giorno il
dono di Dio ricevuto con l'imposizione delle mani,467 di sentire il
conforto della profonda amicizia che vi lega a Gesù e vi unisce tra voi,
di sperimentare la gioia della crescita del gregge di Dio verso un amore
sempre più grande a Lui e a ogni uomo, di coltivare la rasserenante
persuasione che colui che ha iniziato in voi questa opera buona la porterà
a compimento fino al giorno di Cristo Gesù,468 con tutti e con ciascuno
di voi mi rivolgo in preghiera a Maria, madre ed educatrice del nostro
sacerdozio.
Ogni aspetto della formazione sacerdotale può essere riferito a
Maria come alla persona umana che più di ogni altra ha corrisposto alla
vocazione di Dio, che si è fatta serva e discepola della Parola sino a
concepire nel suo cuore e nella sua carne il Verbo fatto uomo per donarlo
all'umanità, che è stata chiamata all'educazione dell'unico ed eterno
sacerdote fattosi docile e sottomesso alla sua autorità materna. Con il
suo esempio e la sua intercessione, la Vergine Santissima continua a
vigilare sullo sviluppo delle vocazioni e della vita sacerdotale nella
Chiesa.
Per questo noi sacerdoti siamo chiamati a crescere in una solida e
tenera devozione alla Vergine Maria, testimoniandola con l'imitazione
delle sue virtù e con la preghiera frequente.
Madre di Gesù Cristo e Madre dei sacerdoti,
ricevi questo titolo che noi tributiamo a te
per celebrare la tua maternità
e contemplare presso di te il Sacerdozio
del tuo Figlio e dei tuoi figli,
Santa Genitrice di Dio.
Madre di Cristo,
al Messia Sacerdote hai dato il corpo di carne
per l'unzione del Santo Spirito
a salvezza dei poveri e contriti di cuore,
custodisci nel tuo cuore e nella Chiesa i sacerdoti,
Madre del Salvatore.
Madre della fede,
hai accompagnato al tempio il Figlio dell'uomo,
compimento delle promesse date ai Padri,
consegna al Padre per la sua gloria
i sacerdoti del Figlio tuo,
Arca dell'Alleanza.
Madre della Chiesa,
tra i discepoli nel Cenacolo pregavi lo Spirito
per il Popolo nuovo ed i suoi Pastori,
ottieni all'ordine dei presbiteri
la pienezza dei doni,
Regina degli Apostoli.
Madre di Gesù Cristo,
eri con Lui agli inizi della sua vita
e della sua missione,
lo hai cercato Maestro tra la folla,
lo hai assistito innalzato da terra,
consumato per il sacrificio unico eterno,
e avevi Giovanni vicino, tuo figlio,
accogli fin dall'inizio i chiamati,
proteggi la loro crescita,
accompagna nella vita e nel ministero
i tuoi figli,
Madre dei sacerdoti.
Amen!
Dato a Roma, presso San Pietro, il 25 marzo, solennità
dell'Annunciazione del Signore, dell'anno 1992, decimoquarto del mio
Pontificato.
GIOVANNI PAOLO II
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