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GIOVANNI
PAOLO II - Esortazione Apostolica:
RECONCILIATIO
ET PAENITENTIA
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Proemio
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Origine
e significato del documento
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Prima Parte
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Conversione
e riconciliazione compito e impegno della Chiesa
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Seconda Parte
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L'amore
più grande del peccato
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Terza Parte
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La
pastorale della penitenza e della riconciliazione
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Auspicio Conclusivo
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Auspicio
conclusivo
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ESORTAZIONE APOSTOLICA
POST-SINODALE
RECONCILIATIO ET PAENITENTIA
DI
GIOVANNI PAOLO II
ALL'EPISCOPATO
AL CLERO E AI FEDELI
CIRCA LA RICONCILIAZIONE E LA PENITENZA
NELLA MISSIONE DELLA CHIESA OGGI
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PROEMIO
ORIGINE E SIGNIFICATO
DEL DOCUMENTO
1.
Parlare di riconciliazione e penitenza è, per gli uomini e le donne del
nostro tempo, un invito a ritrovare, tradotte nel loro linguaggio, le
parole stesse con cui il nostro salvatore e maestro Gesù Cristo volle
inaugurare la sua predicazione: «Convertitevi e credete al Vangelo» (Mc
1,15), accogliete, cioè, la lieta novella dell'amore, dell'adozione a
figli di Dio e, quindi, della fratellanza.
Perché
la Chiesa ripropone questo tema e questo invito? L'ansia di conoscere
meglio e di comprendere l'uomo d'oggi e il mondo contemporaneo, di
decifrarne l'enigma e di svelarne il mistero, di discernere i fermenti di
bene o di male che vi si agitano, da non poco tempo ormai porta molti a
rivolgere a questo uomo e a questo mondo uno sguardo interrogativo. E' lo
sguardo dello storico e del sociologo, del filosofo e del teologo, dello
psicologo e dell'umanista, del poeta e del mistico: è, soprattutto, lo
sguardo preoccupato, eppur carico di speranza, del pastore.
Un
tale sguardo si rivela in maniera esemplare in ciascuna pagina
dell'importante costituzione pastorale del Concilio Vaticano II «Gaudium
et Spes» sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, particolarmente nella sua
ampia e penetrante introduzione. Esso si rivela, altresì, in taluni
documenti emanati dalla sapienza e dalla carità pastorale dei miei
venerati predecessori, i cui luminosi pontificati furono segnati
dall'evento storico e profetico di quel Concilio ecumenico.
Come
gli altri sguardi, anche quello del pastore scorge, purtroppo, fra diverse
caratteristiche del mondo e dell'umanità del nostro tempo, l'esistenza di
numerose, profonde e dolorose divisioni.
Un
mondo frantumato
2.
Queste divisioni si manifestano nei rapporti fra le persone e fra i
gruppi, ma anche a livello delle più vaste collettività: nazioni contro
nazioni, e blocchi di paesi contrapposti, in un'affannosa ricerca di
egemonia. Alla radice delle rotture non è difficile individuare conflitti
che, anziché risolversi mediante il dialogo, si acuiscono nel confronto e
nel contrasto.
Indagando
sugli elementi generatori di divisione, attenti osservatori ne riscontrano
i più svariati: dalla crescente sperequazione tra gruppi, classi sociali
e paesi agli antagonismi ideologici tutt'altro che spenti; dalla
contrapposizione degli interessi economici alle polarizzazioni politiche;
dalle divergenze tribali alle discriminazioni per motivi socio-religiosi.
Del resto, alcune realtà che sono sotto gli occhi di tutti costituiscono
come il volto pietoso della divisione, di cui sono frutto, e ne fanno
rilevare la gravità con inconfutabile concretezza. Si possono ricordare,
fra tanti altri dolorosi fenomeni sociali del nostro tempo: 1) il
calpestamento dei diritti fondamentali della persona umana, primo fra essi
il diritto alla vita e a una degna qualità di vita; 2) il che è tanto più
scandaloso, in quanto coesiste con una retorica non mai prima conosciuta
circa gli stessi diritti; 3) le insidie e pressioni contro la libertà dei
singoli e delle collettività, non esclusa, anzi più offesa e minacciata,
la libertà di avere, di professare e di praticare la propria fede; 4) le
varie forme di discriminazione: razziale, culturale, religiosa ecc.; 5) la
violenza e il terrorismo; 6) l'uso della tortura e le forme ingiuste e
illegittime di repressione; 7) l'accumulo delle armi convenzionali o
atomiche, la corsa agli armamenti, con spese belliche che potrebbero
servire a sollevare l'immeritata miseria di popoli socialmente ed
economicamente depressi; 8) l'iniqua distribuzione delle risorse del mondo
e dei beni della civiltà, che tocca il suo vertice in un tipo di
organizzazione sociale, per cui la distanza fra le condizioni umane dei
ricchi e dei poveri si accresce sempre di più. La potenza travolgente di
questa divisione fa del mondo, in cui viviamo, un mondo frantumato fin
nelle sue fondamenta.
D'altra
parte, poiché la Chiesa, senza identificarsi col mondo né essere del
mondo, è inserita nel mondo ed è in dialogo col mondo, non è da
meravigliarsi se si avvertono nella sua stessa compagine ripercussioni e
segni della divisione che ferisce l'umana società. Oltre alle scissioni
tra le comunioni cristiane che la affliggono da secoli, la Chiesa
sperimenta oggi qua e là nel suo seno divisioni fra le sue stesse
componenti, causate dalla diversità di vedute e di scelte nel campo
dottrinale e pastorale. Anche queste divisioni possono a volte sembrare
inguaribili.
Per
quanto tali lacerazioni già ad un primo sguardo appaiano impressionanti,
soltanto osservando in profondità si riesce a individuare la loro radice:
questa si trova in una ferita nell'intimo dell'uomo. Alla luce della fede
noi la chiamiamo il peccato: cominciando dal peccato originale, che
ciascuno porta dalla nascita come un'eredità ricevuta dai progenitori,
fino al peccato che ciascuno commette, abusando della propria libertà.
Nostalgia
di riconciliazione
3.
Eppure, lo stesso sguardo indagatore, se è sufficientemente acuto, coglie
nel vivo della divisione un inconfondibile desiderio da parte degli uomini
di buona volontà e dei veri cristiani di ricomporre le fratture, di
rimarginare le lacerazioni, di instaurare, a tutti i livelli,
un'essenziale unità. Tale desiderio comporta in molti una vera nostalgia
di riconciliazione, pur se questa parola non è usata.
Per
taluni si tratta quasi di un'utopia, che potrebbe diventare la leva ideale
per un vero mutamento della società; per altri, invece, è oggetto di
un'ardua conquista e, quindi, un traguardo da raggiungere con un serio
impegno di riflessione e di azione. In ogni caso, l'aspirazione a una
riconciliazione sincera e consistente è, senza ombra di dubbio, un motivo
fondamentale della nostra società, quasi riflesso di un'incoercibile
volontà di pace; lo è - anche se ciò è paradossale - tanto
vigorosamente, quanto pericolosi sono gli stessi fattori di divisione.
Tuttavia,
la riconciliazione non può essere meno profonda di quanto non sia la
divisione. La nostalgia della riconciliazione e la riconciliazione stessa
saranno piene ed efficaci nella misura in cui giungeranno - per guarirla -
a quella lacerazione primigenia, che è radice di tutte le altre ed è il
peccato.
Lo
sguardo del Sinodo
4.
Pertanto, ogni istituzione o organizzazione, volta a servire l'uomo e
interessata a salvarlo nelle sue dimensioni fondamentali, deve rivolgere
uno sguardo penetrante alla riconciliazione, per approfondirne il
significato e la piena portata e trarne le necessarie conseguenze
operative.
A
questo sguardo non poteva rinunciare la Chiesa di Gesù Cristo. Con
dedizione di madre e intelligenza di maestra, essa si applica, premurosa e
attenta, a raccogliere dalla società, con i segni della divisione, anche
quelli non meno eloquenti e significativi della ricerca di una
riconciliazione. Essa, infatti, sa che specialmente a lei è stata data la
possibilità e assegnata la missione di far conoscere il senso vero,
profondamente religioso, e le dimensioni integrali della riconciliazione,
contribuendo, già solo per questo, a chiarire i termini essenziali della
questione dell'unità e della pace.
I
miei predecessori non hanno cessato di predicare la riconciliazione, di
invitare ad essa l'intera umanità, nonché ogni ceto e ogni porzione
della comunità umana che vedevano lacerata e divisa. E io stesso, per un
impulso interiore che obbediva a un tempo - ne son certo - all'ispirazione
dall'alto e agli appelli dell'umanità, in due modi diversi, ambedue
solenni e impegnativi, ho voluto mettere a fuoco il tema della
riconciliazione: in primo luogo, convocando la VI Assemblea generale del
Sinodo dei vescovi; in secondo luogo, facendo della riconciliazione il
centro dell'anno giubilare, indetto per celebrare il 1950° anniversario
della redenzione. Dovendo assegnare un tema al Sinodo, mi sono trovato
pienamente consenziente con quello suggerito da numerosi miei fratelli
nell'episcopato, cioè quello, tanto fecondo, della riconciliazione in
stretto collegamento con quello della penitenza.
Il
termine e il concetto stesso di penitenza sono assai complessi. Se la
colleghiamo alla metanoia, a cui si riferiscono i sinottici, allora la
penitenza significa l'intimo cambiamento del cuore sotto l'influsso della
parola di Dio e nella prospettiva del Regno. Ma penitenza vuol dire anche
cambiare la vita in coerenza col cambiamento del cuore, e in questo senso
il fare penitenza si completa col fare degni frutti di penitenza: è tutta
l'esistenza che diventa penitenziale, tesa cioè a un continuo cammino
verso il meglio. Fare penitenza, però, è qualcosa di autentico ed
efficace soltanto se si traduce in atti e gesti di penitenza. In questo
senso, penitenza significa, nel vocabolario cristiano teologico e
spirituale, l'ascesi, vale a dire lo sforzo concreto e quotidiano
dell'uomo, sorretto dalla grazia di Dio, per perdere la propria vita per
Cristo, quale unico modo di guadagnarla; per spogliarsi del vecchio uomo e
rivestirsi del nuovo; per superare in se stesso ciò che è carnale,
affinché prevalga ciò che è spirituale; per innalzarsi continuamente
dalle cose di quaggiù a quelle di lassù, dove è Cristo. La penitenza,
pertanto, è la conversione che passa dal cuore alle opere e, quindi,
all'intera vita del cristiano.
In
ciascuno di questi significati la penitenza è strettamente congiunta alla
riconciliazione, poiché il riconciliarsi con Dio, con se stessi e con gli
altri suppone che si sconfigga la rottura radicale, che è il peccato; il
che si realizza soltanto attraverso la trasformazione interiore o
conversione, che fruttifica nella vita mediante gli atti di penitenza.
Il
documento-base del Sinodo (chiamato anche «Lineamenta»), preparato
all'unico scopo di presentare il tema accentuandone alcuni aspetti
fondamentali, ha consentito alle comunità ecclesiali, ovunque esistenti
nel mondo, di riflettere per quasi due anni su questi aspetti di una
questione - quella della conversione e della riconciliazione - che
interessa tutti, e di trarne, altresì, un rinnovato slancio per la vita e
l'apostolato cristiano. La riflessione si è ulteriormente approfondita,
in preparazione più immediata ai lavori sinodali, grazie all'«Instrumentum
laboris», inviato tempestivamente ai vescovi e ai loro collaboratori.
Infine, per un mese intero, i padri sinodali, assistiti da quanti furono
chiamati all'assise propriamente detta, hanno trattato con grande senso di
responsabilità il tema stesso e le questioni, numerose e svariate, ad
esso connesse. Dal dibattito, dallo studio comune, dall'assidua e accurata
ricerca è scaturito un ampio e prezioso tesoro, che le «Propositiones»
finali riassumono nella sua sostanza.
Lo
sguardo del Sinodo non ignora gli atti di riconciliazione (alcuni dei
quali passano quasi inosservati nella loro quotidianità), che pur in
varia misura servono a risolvere le tante tensioni, a superare i tanti
conflitti e a vincere le piccole e grandi divisioni, rifacendo l'unità.
Ma la preoccupazione principale del Sinodo era quella di trovare, nel
profondo di questi atti sparsi, la radice nascosta, una riconciliazione,
per così dire, «fontale», operante nel cuore e nella coscienza
dell'uomo.
Il
carisma e, nel contempo, l'originalità della Chiesa, per quanto riguarda
la riconciliazione, a qualunque livello sia da effettuare, risiedono nel
fatto che essa risale sempre a quella riconciliazione fontale. In forza,
infatti, della sua missione essenziale, la Chiesa sente il dovere di
giungere fino alle radici della lacerazione primigenia del peccato, per
operarvi il risanamento e ristabilirvi, per così dire, una
riconciliazione anch'essa primigenia, che sia principio efficace di ogni
vera riconciliazione. Questo la Chiesa ha avuto in vista e ha proposto
mediante il Sinodo.
Di
questa riconciliazione parla la Sacra Scrittura, invitandoci a fare per
essa tutti gli sforzi (2Cor 5,20); ma dice, altresì, che essa è,
anzitutto, un dono misericordioso di Dio all'uomo (Rm 5,11). La storia
della salvezza - quella dell'intera umanità, come quella di ciascun uomo,
in qualsiasi tempo - è la storia mirabile di una riconciliazione: quella
per cui Dio, che è Padre, nel sangue e nella croce del suo Figlio fatto
uomo ha riconciliato con sé il mondo, facendo nascere così una nuova
famiglia di riconciliati.
La
riconciliazione si fa necessaria, perché c'è stata la rottura del
peccato, dalla quale sono derivate tutte le altre forme di rottura
nell'intimo dell'uomo e intorno a lui. La riconciliazione, dunque, per
essere piena, esige necessariamente la liberazione dal peccato, rifiutato
nelle sue più profonde radici. Perciò, uno stretto legame interno unisce
conversione e riconciliazione: è impossibile disgiungere le due realtà,
o parlare dell'una tacendo dell'altra.
Al
tempo stesso, il Sinodo ha parlato della riconciliazione di tutta la
famiglia umana e della conversione del cuore di ogni persona, del suo
ritorno a Dio, volendo riconoscere e proclamare che l'unione degli uomini
non può darsi senza un cambiamento interno di ciascuno. La conversione
personale è la via necessaria alla concordia fra le persone («Gaudium et
Spes»,10). Quando la Chiesa proclama la lieta novella della
riconciliazione, o propone di realizzarla attraverso i sacramenti,
esercita un vero ruolo profetico, denunciando i mali dell'uomo nella loro
sorgente contaminata, indicando la radice delle divisioni e infondendo la
speranza di poter superare le tensioni e i conflitti per giungere alla
fratellanza, alla concordia e alla pace a tutti i livelli e in tutti i
ceti dell'umana società. Essa cambia una condizione storica di odio e di
violenza in una civiltà di amore. Essa offre a tutti il principio
evangelico e sacramentale di quella riconciliazione «fontale», dalla
quale scaturisce ogni altro gesto o atto di riconciliazione, anche a
livello sociale.
Di
tale riconciliazione, frutto della conversione, tratta la presente
esortazione. Infatti, come era accaduto al termine delle tre precedenti
assemblee del Sinodo, gli stessi padri hanno voluto anche questa volta
consegnare al vescovo di Roma, pastore universale della Chiesa e capo del
collegio episcopale, nella sua qualità di presidente del Sinodo, le
conclusioni del loro lavoro. Ho accettato, come un grave e grato dovere
del mio ministero, il compito di attingere all'ingente dovizia del Sinodo
per offrire al popolo di Dio, quale frutto del Sinodo stesso, un messaggio
dottrinale e pastorale sul tema della penitenza e riconciliazione. Tratterò,
pertanto, nella prima parte, della Chiesa nel compimento della sua
missione riconciliatrice, nell'opera di conversione dei cuori per il
rinnovato abbraccio fra l'uomo e Dio, fra l'uomo e il suo fratello, fra
l'uomo e tutto il creato. Nella seconda parte sarà indicata la causa
radicale di ogni lacerazione o divisione fra gli uomini e, prima di tutto,
nei confronti di Dio: il peccato. Infine, segnalerò quei mezzi che
consentono alla Chiesa di promuovere e di suscitare la piena
riconciliazione degli uomini con Dio e, di conseguenza, degli uomini fra
di loro.
Il
documento, che ora consegno ai figli della Chiesa, ma anche a tutti coloro
che, credenti o no, ad essa guardano con interesse e animo sincero, vuol
essere una doverosa risposta a quanto il Sinodo mi ha chiesto. Ma è anche
- tengo a dichiararlo per soddisfare un debito di verità e di giustizia -
opera del medesimo Sinodo. Il contenuto di queste pagine, infatti,
proviene da esso: dalla sua lontana o prossima preparazione, dall'«Instrumentum
laboris», dagli interventi nell'aula sinodale e nei «circuli minores»
e, soprattutto, dalle sessantatre «Propositiones». Si trova qui il
frutto del lavoro congiunto dei padri, tra i quali non mancavano i
rappresentanti delle Chiese orientali, il cui patrimonio teologico,
spirituale e liturgico è così ricco e venerando anche in ordine alla
materia che qui ci interessa. Inoltre, il consiglio della segreteria del
Sinodo ha valutato in due importanti sedute i risultati e gli orientamenti
dell'assise sinodale appena conclusa, ha messo in evidenza la dinamica
delle suddette «Propositiones» e ha tracciato, poi, le linee ritenute più
idonee per la stesura del presente documento. Sono grato a tutti coloro
che hanno compiuto questo lavoro, mentre, fedele alla mia missione, voglio
qui trasmettere ciò che, nel tesoro dottrinale e pastorale del Sinodo, mi
appare provvidenziale per la vita di tanti uomini in quest'ora magnifica e
difficile della storia.
Giova
farlo - e risulta quanto mai significativo - mentre è ancor vivo il
ricordo dell'anno santo, interamente vissuto nel segno della penitenza,
conversione e riconciliazione. Che questa mia esortazione, affidata ai
fratelli nell'episcopato e ai loro collaboratori presbiteri e diaconi, ai
religiosi e religiose, a tutti i fedeli, agli uomini e alle donne di retta
coscienza, possa essere non soltanto uno strumento di purificazione, di
arricchimento e approfondimento della propria fede personale, ma anche un
lievito capace di far crescere nel cuore del mondo la pace e la
fratellanza, la speranza e la gioia, valori che scaturiscono dal Vangelo
accolto, meditato e vissuto giorno per giorno sull'esempio di Maria, madre
del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo del quale piacque a Dio
riconciliare a sé tutte le cose.
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PRIMA
PARTE
CONVERSIONE E RICONCILIAZIONE COMPITO E IMPEGNO DELLA CHIESA
I.
UNA PARABOLA DELLA
RICONCILIAZIONE
5.
All'inizio di questa esortazione apostolica si presenta al mio spirito la
straordinaria pagina di san Luca, che ho già cercato di illustrare in un
precedente mio documento. Mi riferisco alla parabola del figlio prodigo.
Dal
fratello che era perduto...
«Un
uomo aveva due figli. Il più giovane disse al padre: "Padre, dammi
la parte del patrimonio che mi spetta"», racconta Gesù nel mettere
a fuoco la drammatica vicenda di quel giovane: l'avventurosa partenza
dalla casa paterna, lo sperpero di tutti i suoi beni in una vita dissoluta
e vuota, i giorni tenebrosi della lontananza e della fame, ma, più
ancora, della dignità perduta, dell'umiliazione e della vergogna, e
infine, la nostalgia della propria casa, il coraggio di ritornarvi,
l'accoglienza del padre. Questi non aveva certo dimenticato il figlio,
anzi gli aveva conservato intatti l'affetto e la stima. Così l'aveva
sempre atteso e ora lo abbraccia, mentre dà il via alla grande festa del
ritorno di «colui che era morto ed è risuscitato, era perduto ed è
stato ritrovato».
L'uomo
- ogni uomo - è questo figlio prodigo: ammaliato dalla tentazione di
separarsi dal Padre per vivere indipendentemente la propria esistenza;
caduto nella tentazione; deluso dal nulla che, come miraggio, lo aveva
affascinato; solo, disonorato, sfruttato allorché cerca di costruirsi un
mondo tutto per sé; travagliato, anche nel fondo della propria miseria,
dal desiderio di tornare alla comunione col Padre. Come il padre della
parabola, Dio spia il ritorno del figlio, lo abbraccia al suo arrivo e
imbandisce la tavola per il banchetto del nuovo incontro, col quale si
festeggia la riconciliazione.
Ciò
che più spicca nella parabola è l'accoglienza festosa e amorosa del
padre al figlio che ritorna: segno della misericordia di Dio, sempre
pronto al perdono. Diciamolo subito: la riconciliazione è principalmente
un dono del Padre celeste.
...al
fratello rimasto a casa
6.
Ma la parabola mette in scena anche il fratello maggiore, che rifiuta il
suo posto nel banchetto. Egli rinfaccia al fratello più giovane i suoi
sbandamenti e al padre l'accoglienza che gli ha riservato, mentre a lui,
temperante e laborioso, fedele al padre e alla casa, non è stato mai
concesso - dice - di far festa con gli amici. Segno che egli non capisce
la bontà del padre. Fintantoché questo fratello, troppo sicuro di se
stesso e dei propri meriti, geloso e sprezzante, colmo di amarezza e di
rabbia, non si converte e non si riconcilia col padre e col fratello, il
banchetto non è ancora pienamente la festa dell'incontro e del
ritrovamento.
L'uomo
- ogni uomo - è anche questo fratello maggiore. L'egoismo lo rende
geloso, gli indurisce il cuore, lo acceca e lo chiude agli altri e a Dio.
La benignità e misericordia del padre lo irritano e indispettiscono; la
felicità del fratello ritrovato ha per lui un sapore amaro. Anche sotto
questo aspetto egli ha bisogno di convertirsi per riconciliarsi.
La
parabola del figlio prodigo è, anzitutto, l'ineffabile storia del grande
amore di un Padre - Dio - che offre al figlio, tornato a lui, il dono
della piena riconciliazione. Ma essa, nell'evocare, con la figura del
fratello maggiore, l'egoismo che divide fra di loro i fratelli, diventa
anche la storia della famiglia umana: segna la nostra situazione e indica
la via da percorrere. Il figlio prodigo, nella sua ansia di conversione,
di ritorno fra le braccia del padre e di perdono, raffigura coloro che
avvertono nel fondo della propria coscienza la nostalgia di una
riconciliazione a tutti i livelli e senza riserva, e intuiscono con intima
certezza che questa è possibile soltanto se deriva da una prima e
fondamentale riconciliazione: quella che porta l'uomo dalla lontananza
all'amicizia filiale con Dio, del quale riconosce l'infinita misericordia.
Letta però nella prospettiva dell'altro figlio, la parabola dipinge la
situazione della famiglia umana divisa dagli egoismi, mette in luce la
difficoltà di assecondare il desiderio e la nostalgia di una medesima
famiglia riconciliata e unita; richiama, pertanto, la necessità di una
profonda trasformazione dei cuori nella riscoperta della misericordia del
Padre e nella vittoria sull'incomprensione e l'ostilità tra fratelli.
Alla
luce di questa inesauribile parabola della misericordia che cancella il
peccato, la Chiesa, accogliendo l'appello in essa contenuto, comprende la
sua missione di operare, sulle orme del Signore, per la conversione dei
cuori e per la riconciliazione degli uomini con Dio e fra di loro, due
realtà, queste, intimamente connesse.
II.
ALLE FONTI DELLA
RICONCILIAZIONE
Nella
luce di Cristo riconciliatore
7.
Come si deduce dalla parabola del figlio prodigo, la riconciliazione è un
dono di Dio e una sua iniziativa. Ma la nostra fede ci insegna che questa
iniziativa si concretizza nel mistero di Cristo redentore, riconciliatore,
liberatore dell'uomo dal peccato sotto tutte le sue forme. Lo stesso san
Paolo non esita a riassumere in tale compito e funzione l'incomparabile
missione di Gesù di Nazaret, Verbo e Figlio di Dio fatto uomo.
Anche
noi possiamo partire da questo mistero centrale dell'economia della
salvezza, punto-chiave della cristologia dell'Apostolo. «Se mentre
eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio per mezzo della morte del
Figlio suo, - egli scrive ai Romani - molto più, ora che siamo
riconciliati, saremo salvati mediante la sua vita. Non solo, ma ci
gloriamo pure in Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo, dal quale
ora abbiamo ottenuto la riconciliazione» (Rm 5,10s). Poiché dunque «Dio
ci ha riconciliati con sé per mezzo di Cristo», Paolo si sente ispirato
ad esortare i cristiani di Corinto: «Lasciatevi riconciliare con Dio»
(2Cor 5,18.20).
Di
tale missione riconciliatrice mediante la morte sulla croce, parlava in
altri termini l'evangelista Giovanni nell'osservare che Cristo doveva
morire «per riunire insieme i figli di Dio, che erano dispersi» (Gv
11,52).
Ma
ancora san Paolo ci consente di allargare la nostra visione dell'opera di
Cristo a dimensioni cosmiche, quando scrive che in lui il Padre ha
riconciliato con sé tutte le creature, quelle del cielo e quelle della
terra. Giustamente si può dire di Cristo redentore che «nel tempo
dell'ira è stato fatto riconciliazione», e che, se egli è «la nostra
pace» (Ef 2,14), è anche la nostra riconciliazione.
Ben
a ragione la sua passione e morte, sacramentalmente rinnovate
nell'eucaristia, vengono chiamate dalla liturgia «sacrificio di
riconciliazione» («Prex Eucharistica III»): riconciliazione con Dio e
con i fratelli, se Gesù stesso insegna che la riconciliazione fraterna
deve operarsi prima del sacrificio. E' legittimo, dunque, partendo da
questi e da altri significativi passi neo-testamentari, far convergere le
riflessioni sull'intero mistero di Cristo intorno alla sua missione di
riconciliatore. E' pertanto da proclamare ancora una volta la fede della
Chiesa nell'atto redentivo di Cristo, nel mistero pasquale della sua morte
e risurrezione, come causa della riconciliazione dell'uomo, nel suo
duplice aspetto di liberazione dal peccato e di comunione di grazia con
Dio.
E
proprio dinanzi al quadro doloroso delle divisioni e delle difficoltà
della riconciliazione fra gli uomini, invito a guardare al «mysterium
crucis» come al più alto dramma, nel quale Cristo percepisce e soffre
fino in fondo il dramma stesso della divisione dell'uomo da Dio, sì da
gridare con le parole del salmista: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai
abbandonato?» (Mt 27,46; Mc 15,34; Sal 22,2), e attua, nello stesso
tempo, la nostra riconciliazione. Lo sguardo fisso al mistero del Golgota
deve farci ricordare sempre quella dimensione «verticale» della
divisione e della riconciliazione riguardante il rapporto uomo-Dio, che in
una visione di fede prevale sempre sulla dimensione «orizzontale», cioè
sulla realtà della divisione e sulla necessità della riconciliazione tra
gli uomini. Noi sappiamo, infatti, che una tale riconciliazione tra loro
non è e non può essere che il frutto dell'atto redentivo di Cristo,
morto e risorto per sconfiggere il regno del peccato, ristabilire
l'alleanza con Dio e abbattere così il muro di separazione, che il
peccato aveva innalzato tra gli uomini.
La
Chiesa riconciliatrice
8.
Ma - come diceva san Leone Magno parlando della passione di Cristo - «tutto
quello che il Figlio di Dio ha fatto e ha insegnato per la riconciliazione
del mondo, non lo conosciamo soltanto dalla storia delle sue azioni
passate, ma lo sentiamo anche nell'efficacia di ciò che egli compie al
presente». Sentiamo la riconciliazione, operata nella sua umanità,
nell'efficacia dei sacri misteri celebrati dalla sua Chiesa, per la quale
egli ha dato se stesso e che ha costituito segno e insieme strumento di
salvezza.
Ciò
afferma san Paolo, quando scrive che Dio ha dato agli apostoli di Cristo
una partecipazione alla sua opera riconciliatrice. «Dio - egli dice - ci
ha affidato il ministero della riconciliazione... e la parola della
riconciliazione» (2Cor 5,18s).
Nelle
mani e sulla bocca degli apostoli, suoi messaggeri, il Padre ha posto
misericordiosamente un ministero di riconciliazione, che essi adempiono in
maniera singolare, in virtù del potere di agire «in persona Christi».
Ma anche a tutta la comunità dei credenti, all'intera compagine della
Chiesa è affidata la parola di riconciliazione, il compito cioè di fare
quanto è possibile per testimoniare la riconciliazione e per attuarla nel
mondo.
Si
può dire che anche il Concilio Vaticano II, nel definire la Chiesa come
«sacramento, o segno e strumento dell'intima unione con Dio e dell'unità
di tutto il genere umano» e nel segnalare come sua funzione quella di
ottenere la «piena unità in Cristo» per gli «uomini oggi più
strettamente congiunti da vari vincoli» («Lumen Gentium», 1),
riconosceva che essa deve tendere soprattutto a riportare gli uomini alla
piena riconciliazione. In intima connessione con la missione di Cristo, si
può dunque riassumere la missione, pur ricca e complessa, della Chiesa
nel compito per lei centrale della riconciliazione dell'uomo: con Dio, con
se stesso, con i fratelli, con tutto il creato; e questo in modo
permanente, perché - come ho detto altra volta - «la Chiesa è per sua
natura sempre riconciliante».
Riconciliatrice
è la Chiesa in quanto proclama il messaggio della riconciliazione, come
ha sempre fatto nella sua storia dal Concilio apostolico di Gerusalemme
fino all'ultimo Sinodo e al recente giubileo della redenzione.
L'originalità di questa proclamazione sta nel fatto che per la Chiesa la
riconciliazione è strettamente collegata alla conversione del cuore:
questa è la via necessaria verso l'intesa fra gli esseri umani.
Riconciliatrice
è la Chiesa anche in quanto mostra all'uomo le vie e gli offre i mezzi
per la suddetta quadruplice riconciliazione. Le vie sono, appunto, quelle
della conversione del cuore e della vittoria sul peccato, sia questo
l'egoismo, l'ingiustizia, la prepotenza o lo sfruttamento altrui,
l'attaccamento ai beni materiali o la ricerca sfrenata del piacere. I
mezzi sono quelli del fedele e amoroso ascolto della parola di Dio, della
preghiera personale e comunitaria e, soprattutto, dei sacramenti, veri
segni e strumenti di riconciliazione, tra i quali eccelle, proprio sotto
questo aspetto, quello che con ragione usiamo chiamare il sacramento della
riconciliazione, o della penitenza, sul quale ritornerò in seguito.
La
Chiesa riconciliata
9.
Il mio venerato predecessore Paolo VI ha avuto il merito di mettere in
chiaro che, per essere evangelizzatrice, la Chiesa deve cominciare col
mostrarsi essa stessa evangelizzata, aperta cioè al pieno e integrale
annuncio della buona novella di Gesù Cristo per ascoltarla e metterla in
pratica. Anch'io, raccogliendo in un documento organico le riflessioni
della IV assemblea generale del Sinodo, ho parlato di una Chiesa che si
catechizza nella misura in cui è operatrice di catechesi.
Non
esito ora a riprendere qui il confronto, per quanto si applica al tema che
sto trattando, per affermare che la Chiesa, per essere riconciliatrice,
deve cominciare con l'essere una Chiesa riconciliata. Sotto questa
semplice e lineare espressione soggiace la convinzione che la Chiesa, per
annunciare e proporre sempre più efficacemente al mondo la
riconciliazione, deve diventare sempre più una comunità (fosse anche il
«piccolo gregge» dei primi tempi) di discepoli di Cristo, uniti
nell'impegno di convertirsi continuamente al Signore e di vivere come
uomini nuovi nello spirito e nella pratica della riconciliazione.
Dinanzi
ai nostri contemporanei, così sensibili alla prova delle concrete
testimonianze di vita, la Chiesa è chiamata a dare l'esempio della
riconciliazione anzitutto al suo interno; e per questo tutti dobbiamo
operare per pacificare gli animi, moderare le tensioni, superare le
divisioni, sanare le ferite eventualmente inferte tra fratelli, quando si
acuisce il contrasto delle opzioni nel campo dell'opinabile, e cercare
invece di essere uniti in ciò che è essenziale per la fede e la vita
cristiana, secondo l'antica massima: «In dubiis libertas, in necessariis
unitas, in omnibus caritas».
Secondo
questo stesso criterio, la Chiesa deve attuare anche la sua dimensione
ecumenica. Infatti, per essere interamente riconciliata, essa sa di dover
proseguire nella ricerca dell'unità fra coloro che si onorano di
chiamarsi cristiani, ma sono separati tra loro, anche come Chiese o
Comunioni, e dalla Chiesa di Roma. Questa cerca un'unità che, per esser
frutto ed espressione di vera riconciliazione, non intende fondarsi né
sulla dissimulazione dei punti che dividono, né su compromessi tanto
facili quanto superficiali e fragili. L'unità deve essere il risultato di
una vera conversione di tutti, del perdono reciproco, del dialogo
teologico e delle relazioni fraterne, della preghiera, della piena docilità
all'azione dello Spirito Santo, che è anche Spirito di riconciliazione.
Infine
la Chiesa, per dirsi pienamente riconciliata, sente di doversi impegnare
sempre di più nel portare il Vangelo a tutte le genti, promovendo il «dialogo
della salvezza», a quei vasti ambienti dell'umanità nel mondo
contemporaneo che non condividono la sua fede e che addirittura, a causa
di un crescente secolarismo, prendono le distanze nei suoi riguardi e le
oppongono una fredda indifferenza, quando non la osteggiano e
perseguitano. A tutti la Chiesa sente di dover ripetere con san Paolo: «Lasciatevi
riconciliare con Dio» (2Cor 5,20).
In
ogni caso, la Chiesa promuove una riconciliazione nella verità, sapendo
bene che non sono possibili né la riconciliazione né l'unità fuori o
contro la verità.
III.
L'INIZIATIVA DI DIO E
IL MINISTERO DELLA CHIESA
10.
Comunità riconciliata e riconciliatrice, la Chiesa non può dimenticare
che alle sorgenti del suo dono e della sua missione di riconciliazione si
trova l'iniziativa, piena di amore compassionevole e di misericordia, di
quel Dio che è amore e che per amore ha creato gli uomini: li ha creati,
affinché vivano in amicizia con lui e in comunione fra di loro.
La
riconciliazione viene da Dio
Dio
è fedele al suo disegno eterno anche quando l'uomo, spinto dal maligno e
trascinato dal suo orgoglio, abusa della libertà, datagli per amare e
cercare generosamente il bene, rifiutando l'obbedienza al suo Signore e
Padre; anche quando l'uomo, invece di rispondere con amore all'amore di
Dio, gli si oppone come a un suo rivale, illudendosi e presumendo delle
sue forze, con la conseguente rottura dei rapporti con colui che lo ha
creato. Nonostante questa prevaricazione dell'uomo, Dio rimane fedele
nell'amore. Certo, il racconto del giardino dell'Eden ci fa meditare sulle
funeste conseguenze del rifiuto del Padre, che si traduce nel disordine
interno all'uomo e nella rottura dell'armonia tra l'uomo e la donna, tra
fratello e fratello. Anche la parabola evangelica dei due figli che si
allontanano, in diverso modo, dal padre, scavando un abisso fra di loro,
è significativa. Il rifiuto dell'amore paterno di Dio e dei suoi doni di
amore è sempre alla radice delle divisioni dell'umanità.
Ma
noi sappiamo che Dio, «ricco di misericordia» (Ef 2,4), come il padre
della parabola, non chiude il cuore a nessuno dei suoi figli. Egli li
attende, li cerca, li raggiunge là dove il rifiuto della comunione li
imprigiona nell'isolamento e nella divisione, li chiama a raccogliersi
intorno alla sua mensa, nella gioia della festa del perdono e della
riconciliazione.
Questa
iniziativa di Dio si concretizza e manifesta nell'atto redentivo di
Cristo, che si irradia nel mondo mediante il ministero della Chiesa.
Infatti,
secondo la nostra fede, il Verbo di Dio si è fatto carne ed è venuto ad
abitare la terra degli uomini, è entrato nella storia del mondo,
assumendola e ricapitolandola in sé. Egli ci ha rivelato che Dio è amore
e ci ha dato il «comandamento nuovo» (Gv 13,34) dell'amore,
comunicandoci al tempo stesso la certezza che la via dell'amore si
dischiude a tutti gli uomini, cosicché non è vano lo sforzo per
instaurare la fratellanza universale. Vincendo, con la sua morte sulla
croce, il male e la potenza del peccato, con la sua obbedienza piena di
amore egli ha portato la salvezza a tutti ed è diventato per tutti «riconciliazione».
In lui Dio ha riconciliato l'uomo con sé.
La
Chiesa, continuando l'annuncio di riconciliazione fatto risuonare da
Cristo nei villaggi della Galilea e di tutta la Palestina, non cessa di
invitare l'umanità intera a convertirsi e a credere alla buona novella.
Essa parla in nome di Cristo, facendo suo l'appello dell'apostolo Paolo,
che abbiamo già ricordato: «Noi fungiamo... da ambasciatori per Cristo,
come se Dio esortasse per mezzo nostro. Vi supplichiamo in nome di Cristo:
Lasciatevi riconciliare con Dio» (2Cor 5,20).
Chi
accetta questo appello entra nell'economia della riconciliazione e fa
l'esperienza della verità contenuta in quell'altro annuncio di san Paolo,
secondo il quale Cristo «è nostra pace, egli che ha fatto dei due un
popolo solo, abbattendo il muro di separazione che era frammezzo, cioè
l'inimicizia (...), facendo la pace per riconciliare tutti e due con Dio»
(Ef 2,14-16). Se questo testo riguarda direttamente il superamento della
divisione religiosa tra Israele, come popolo eletto dell'Antico
Testamento, e gli altri popoli, chiamati tutti a far parte della nuova
alleanza, esso contiene però l'affermazione della nuova universalità
spirituale, voluta da Dio e operata da lui mediante il sacrificio del suo
Figlio, il Verbo fatto uomo, senza limiti ed esclusioni di sorta, per
tutti coloro che si convertono e credono a Cristo. Tutti, dunque, siamo
chiamati a godere i frutti di questa riconciliazione voluta da Dio: ogni
uomo, ogni popolo.
La
Chiesa, grande sacramento di riconciliazione
11.
La Chiesa ha la missione di annunciare questa riconciliazione e di esserne
il sacramento nel mondo. Sacramento, cioè segno e strumento di
riconciliazione, è la Chiesa a diversi titoli, di diverso valore, ma
tutti convergenti nell'ottenere ciò che la divina iniziativa di
misericordia vuol concedere agli uomini.
Lo
è, anzitutto, per la sua stessa esistenza di comunità riconciliata, che
testimonia e rappresenta nel mondo l'opera di Cristo. Lo è, poi, per il
suo servizio di custode e di interprete della Sacra Scrittura, che è
lieta novella di riconciliazione, in quanto fa conoscere di generazione in
generazione il disegno d'amore di Dio e indica a ciascuno le vie
dell'universale riconciliazione in Cristo. Lo è, infine, per i sette
sacramenti, che in un modo proprio a ciascuno «fanno la Chiesa».
Infatti, poiché commemorano e rinnovano il mistero della pasqua di
Cristo, tutti i sacramenti sono sorgente di vita per la Chiesa e, nelle
sue mani, sono strumento di conversione a Dio e di riconciliazione degli
uomini.
Altre
vie di riconciliazione
12.
La missione riconciliatrice è propria di tutta la Chiesa, anche e
soprattutto di quella già ammessa alla piena partecipazione della gloria
divina con Maria vergine, con gli angeli e i santi, i quali contemplano e
adorano il Dio tre volte santo. Chiesa del cielo, Chiesa della terra,
Chiesa del purgatorio sono misteriosamente unite in questa cooperazione
con Cristo nel riconciliare il mondo con Dio.
La
prima via di questa azione salvifica è quella della preghiera. Senza
dubbio la Vergine, madre di Cristo e della Chiesa, e i santi, giunti ormai
alla fine del cammino terreno e in possesso della gloria di Dio, con la
loro intercessione sostengono i loro fratelli pellegrini nel mondo,
nell'impegno di conversione, di fede, di ripresa dopo ogni caduta, di
azione per far crescere la comunione e la pace nella Chiesa e nel mondo.
Nel mistero della comunione dei santi la riconciliazione universale si
attua nella sua forma più profonda e più fruttuosa per la comune
salvezza.
C'è
poi un'altra via: quella della predicazione. Discepola dell'unico maestro
Gesù Cristo, la Chiesa a sua volta, come madre e maestra, non si stanca
di proporre agli uomini la riconciliazione e non esita a denunciare la
malizia del peccato, a proclamare la necessità della conversione, a
invitare e a chiedere agli uomini di «lasciarsi riconciliare». In realtà,
è questa la sua missione profetica nel mondo d'oggi, come in quello di
ieri: è la stessa missione del suo maestro e capo, Gesù. Come lui, la
Chiesa adempirà sempre tale missione con sentimenti di amore
misericordioso e porterà a tutti le parole del perdono e l'invito alla
speranza, che vengono dalla croce.
C'è,
ancora, la via spesso così difficile e aspra dell'azione pastorale per
riportare ogni uomo - chiunque sia e dovunque si trovi - sul cammino, a
volte lungo, del ritorno al Padre nella comunione con tutti i fratelli.
C'è, infine, la via della
testimonianza, quasi sempre silenziosa, che nasce da una duplice
consapevolezza della Chiesa: quella di essere in sé «indefettibilmente
santa» («Lumen Gentium», 39), ma anche bisognosa di andare «di giorno
in giorno purificandosi, fino a che Cristo se la faccia comparire dinanzi
gloriosa, senza macchia né ruga», giacché, per i nostri peccati,
talvolta «il suo volto rifulge meno» agli occhi di chi la guarda. Questa
testimonianza non può non assumere due aspetti fondamentali: essere segno
di quella carità universale che Gesù Cristo ha lasciato in eredità ai
suoi seguaci, come prova dell'appartenenza al suo Regno; tradursi in fatti
sempre nuovi di conversione e di riconciliazione all'interno e all'esterno
della Chiesa col superamento delle tensioni, col perdono reciproco, con la
crescita nello spirito di fraternità e di pace, da propagare nel mondo
intero. Lungo questa via la Chiesa potrà operare validamente per far
nascere quella che il mio predecessore Paolo VI chiamava la «civiltà
dell'amore».
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SECONDA
PARTE
L'AMORE PIU' GRANDE DEL PECCATO
Il dramma dell'uomo
13. Come scrive l'apostolo san Giovanni, «se diciamo che siamo
senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi. Se
riconosciamo i nostri peccati, egli che è fedele e giusto ci perdonerà i
peccati» (1Gv 1,8s). Queste parole ispirate, scritte agli albori della
Chiesa, avviano meglio di qualsiasi altra espressione umana quel discorso
sul peccato, che è strettamente connesso con quello sulla
riconciliazione. Esse colgono il problema del peccato nel suo orizzonte
antropologico, in quanto parte integrante della verità sull'uomo, ma lo
inseriscono subito nell'orizzonte divino, nel quale il peccato è
confrontato con la verità dell'amore divino, giusto, generoso e fedele,
che si manifesta soprattutto col perdono e la redenzione. Perciò, lo
stesso san Giovanni scrive poco oltre che «qualunque cosa (il nostro
cuore) ci rimproveri, Dio è più grande del nostro cuore» (1Gv 3,20).
Riconoscere il proprio peccato, anzi - andando ancora più a fondo
nella considerazione della propria personalità - riconoscersi peccatore,
capace di peccato e portato al peccato, è il principio indispensabile del
ritorno a Dio. E' l'esperienza esemplare di Davide, che dopo «aver fatto
male agli occhi del Signore», rimproverato dal profeta Natan, esclama: «Riconosco
la mia colpa, il mio peccato mi sta sempre dinanzi. Contro di te, contro
te solo ho peccato; quello che è male ai tuoi occhi io l'ho fatto» (Sal
51,5s). Del resto, Gesù mette sulla bocca e nel cuore del figlio prodigo
quelle significative parole: «Padre, ho peccato contro il cielo e contro
di te» (Lc 15,18.21).
In realtà, riconciliarsi con Dio suppone e include il distaccarsi
con lucidità e determinazione dal peccato, in cui si è caduti. Suppone e
include, dunque, il fare penitenza nel senso più completo del termine:
pentirsi, manifestare il pentimento, assumere l'atteggiamento concreto del
pentito, che è quello di chi si mette sulla via del ritorno al Padre.
Questa è una legge generale, che ciascuno deve seguire nella situazione
particolare in cui si trova. Il discorso sul peccato e sulla conversione,
infatti, non può essere svolto solo in termini astratti.
Nella condizione concreta dell'uomo peccatore, in cui non può
esservi conversione senza riconoscimento del proprio peccato, il ministero
di riconciliazione della Chiesa interviene in ogni caso con una finalità
schiettamente penitenziale, cioè per riportare l'uomo al «cognoscimento
di sé», secondo l'espressione di santa Caterina da Siena, al distacco
dal male, al ristabilimento dell'amicizia con Dio, al riordinamento
interiore, alla nuova conversione ecclesiale. Anzi, oltre l'ambito della
Chiesa e dei credenti, il messaggio e il ministero della penitenza sono
rivolti a tutti gli uomini, perché tutti hanno bisogno di conversione e
di riconciliazione.
Per adempiere adeguatamente tale ministero penitenziale, è
necessario anche valutare, con gli «occhi illuminati» della fede, le
conseguenze del peccato, che sono motivo di divisione e di rottura non
solo all'interno di ogni uomo, ma anche nelle varie cerchie in cui egli
vive: familiare, ambientale, professionale, sociale, come tante volte si
può sperimentalmente constatare, a conferma della pagina biblica
riguardante la città di Babele e la sua torre. Intenti a costruire ciò
che doveva essere a un tempo simbolo e focolare di unità, quegli uomini
si ritrovarono più dispersi di prima, confusi nel linguaggio, divisi tra
loro, incapaci di consenso e di convergenza.
Perché fallì l'ambizioso progetto? Perché «si affaticarono
invano i costruttori»? Perché gli uomini avevano posto quale segno e
garanzia dell'auspicata unità soltanto un'opera delle loro mani,
dimentichi dell'azione del Signore. Essi avevano puntato sulla sola
dimensione orizzontale del lavoro e della vita sociale, noncuranti di
quella verticale, per la quale si sarebbero trovati radicati in Dio, loro
Creatore e Signore, e protesi verso di lui come fine ultimo del loro
cammino.
Ora si può dire che il dramma dell'uomo d'oggi, come dell'uomo di
tutti i tempi, consista proprio nel suo carattere babelico.
I.
IL MISTERO DEL PECCATO
14. Se leggiamo la pagina biblica della città e della torre di
Babele alla luce della novità evangelica, e la confrontiamo con l'altra
pagina della caduta dei progenitori, possiamo ricavarne preziosi elementi
per una presa di coscienza del mistero del peccato. Questa espressione,
nella quale echeggia ciò che san Paolo scrive circa il mistero
dell'iniquità, tende a farci percepire quel che di oscuro e di
inafferrabile si cela nel peccato. Questo, senza dubbio, è opera della
libertà dell'uomo; ma dentro il suo stesso spessore umano agiscono
fattori, per i quali esso si situa al di là dell'umano, nella zona di
confine dove la coscienza, la volontà e la sensibilità dell'uomo sono in
contatto con le forze oscure che, secondo san Paolo, agiscono nel mondo
fin quasi a signoreggiarlo.
La disobbedienza a Dio
Dalla narrazione biblica relativa alla costruzione della torre di
Babele emerge un primo elemento, che ci aiuta a capire il peccato: gli
uomini hanno preteso di edificare una città, riunirsi in una compagine
sociale, esser forti e potenti senza Dio, se non proprio contro Dio. In
questo senso, il racconto del primo peccato nell'Eden e il racconto di
Babele, malgrado notevoli differenze di contenuto e di forma tra loro,
hanno un punto di convergenza: in ambedue ci si trova di fronte a
un'esclusione di Dio per l'opposizione frontale a un suo comandamento, per
un gesto di rivalità nei suoi confronti, per l'ingannevole pretesa di
essere «come lui» (Gen 3,5). Nel racconto di Babele l'esclusione di Dio
non appare tanto in chiave di contrasto con lui, ma come dimenticanza e
indifferenza di fronte a lui, quasi che Dio non meriti alcun interesse
nell'ambito del disegno operativo e associativo dell'uomo. Ma in ambedue i
casi viene troncato con violenza il rapporto con Dio. Nel caso dell'Eden
appare in tutta la sua gravità e drammaticità ciò che costituisce
l'essenza più intima e più oscura del peccato: la disobbedienza a Dio,
alla sua legge, alla norma morale che egli ha dato all'uomo,
scrivendogliela nel cuore e confermandola e perfezionandola con la
rivelazione.
Esclusione di Dio, rottura con Dio, disobbedienza a Dio: lungo
tutta la storia umana questo è stato ed è, sotto forme diverse, il
peccato, che può giungere fino alla negazione di Dio e della sua
esistenza: è il fenomeno chiamato ateismo. Disobbedienza dell'uomo, che -
con un atto della sua libertà - non riconosce la signoria di Dio sulla
sua vita, almeno in quel determinato momento in cui viola la sua legge.
La divisione tra i fratelli
15. Nelle narrazioni bibliche sopra ricordate la rottura con Dio
sfocia drammaticamente nella divisione tra i fratelli. Nella descrizione
del «primo peccato», la rottura con Jahvè spezza al tempo stesso il
filo dell'amicizia che univa la famiglia umana, cosicché le pagine
successive della Genesi ci mostrano l'uomo e la donna, che puntano quasi
il dito accusatore l'uno contro l'altra; poi il fratello che, ostile al
fratello, finisce col togliergli la vita. Secondo la narrazione dei fatti
di Babele, la conseguenza del peccato è la frantumazione della famiglia
umana, già cominciata col primo peccato e ora giunta all'estremo nella
sua forma sociale.
Chi vuole indagare il mistero del peccato non può non considerare
questa concatenazione di causa e di effetto. Come rottura con Dio, il
peccato è l'atto di disobbedienza di una creatura che, almeno
implicitamente, rifiuta colui dal quale è uscita e che la mantiene in
vita; è, dunque, un atto suicida. Poiché col peccato l'uomo rifiuta di
sottomettersi a Dio, anche il suo equilibrio interiore si rompe e proprio
al suo interno scoppiano contraddizioni e conflitti. Così lacerato,
l'uomo produce quasi inevitabilmente una lacerazione nel tessuto dei suoi
rapporti con gli altri uomini e col mondo creato. E' una legge e un fatto
oggettivo, che hanno riscontro in tanti momenti della psicologia umana e
della vita spirituale, come pure nella realtà della vita sociale, dov'è
facile osservare le ripercussioni e i segni del disordine interiore.
Il mistero del peccato si compone di questa doppia ferita, che il
peccatore apre nel suo proprio fianco e nel rapporto col prossimo. Perciò,
si può parlare di peccato personale e sociale: ogni peccato è personale
sotto un aspetto; sotto un altro aspetto, ogni peccato è sociale, in
quanto e perché ha anche conseguenze sociali.
Peccato personale e peccato sociale
16. Il peccato, in senso vero e proprio, è sempre un atto della
persona, perché è un atto di libertà di un singolo uomo, e non
propriamente di un gruppo o di una comunità. Quest'uomo può essere
condizionato, premuto, spinto da non pochi né lievi fattori esterni, come
anche può essere soggetto a tendenze, tare, abitudini legate alla sua
condizione personale. In non pochi casi tali fattori esterni e interni
possono attenuare, in maggiore o minore misura, la sua libertà e, quindi,
la sua responsabilità e colpevolezza. Ma è una verità di fede,
confermata anche dalla nostra esperienza e ragione, che la persona umana
è libera. Non si può ignorare questa verità, per scaricare su realtà
esterne - le strutture, i sistemi, gli altri - il peccato dei singoli.
Oltretutto, sarebbe questo un cancellare la dignità e la libertà della
persona, che si rivelano - sia pure negativamente e disastrosamente -
anche in tale responsabilità per il peccato commesso. Perciò, in ogni
uomo non c'è nulla di tanto personale e intrasferibile quanto il merito
della virtù o la responsabilità della colpa.
Atto della persona, il peccato ha le sue prime e più importanti
conseguenze nel peccatore stesso: cioè, nella relazione di questi con
Dio, che è il fondamento stesso della vita umana; nel suo spirito,
indebolendone la volontà e oscurandone l'intelligenza.
A questo punto dobbiamo chiederci a quale realtà si riferivano
coloro che, nella preparazione del Sinodo e nel corso dei lavori sinodali,
menzionarono con non poca frequenza il peccato sociale. L'espressione e il
concetto, che ad essa è sotteso, hanno invero diversi significati.
Parlare di peccato sociale vuol dire, anzitutto, riconoscere che,
in virtù di una solidarietà umana tanto misteriosa e impercettibile
quanto reale e concreta, il peccato di ciascuno si ripercuote in qualche
modo sugli altri. E', questa, l'altra faccia di quella solidarietà che, a
livello religioso, si sviluppa nel profondo e magnifico mistero della
comunione dei santi, grazie alla quale si è potuto dire che «ogni anima
che si eleva, eleva il mondo». A questa legge dell'ascesa corrisponde,
purtroppo, la legge della discesa, sicché si può parlare di una
comunione del peccato, per cui un'anima che si abbassa per il peccato
abbassa con sé la Chiesa e, in qualche modo, il mondo intero. In altri
termini, non c'è alcun peccato, anche il più intimo e segreto, il più
strettamente individuale, che riguardi esclusivamente colui che lo
commette. Ogni peccato si ripercuote, con maggiore o minore veemenza, con
maggiore o minore danno, su tutta la compagine ecclesiale e sull'intera
famiglia umana. Secondo questa prima accezione, a ciascun peccato si può
attribuire indiscutibilmente il carattere di peccato sociale.
Alcuni peccati, però, costituiscono, per il loro oggetto stesso,
un'aggressione diretta al prossimo e - più esattamente, in base al
linguaggio evangelico - al fratello. Essi sono un'offesa a Dio, perché
offendono il prossimo. A tali peccati si suole dare la qualifica di
sociali, e questa è la seconda accezione del termine. In questo senso è
sociale il peccato contro l'amore del prossimo, tanto più grave nella
legge di Cristo, perché è in gioco il secondo comandamento, che è «simile
al primo». E' egualmente sociale ogni peccato commesso contro la
giustizia nei rapporti sia da persona a persona, sia dalla persona alla
comunità, sia ancora dalla comunità alla persona. E' sociale ogni
peccato contro i diritti della persona umana, a cominciare dal diritto
alla vita, non esclusa quella del nascituro, o contro l'integrità fisica
di qualcuno; ogni peccato contro la libertà altrui, specialmente contro
la suprema libertà di credere in Dio e di adorarlo; ogni peccato contro
la dignità e l'onore del prossimo. Sociale è ogni peccato contro il bene
comune e contro le sue esigenze, in tutta l'ampia sfera dei diritti e dei
doveri dei cittadini. Sociale può essere il peccato di commissione o di
omissione da parte di dirigenti politici, economici, sindacali, che, pur
potendolo, non s'impegnano con saggezza nel miglioramento o nella
trasformazione della società secondo le esigenze e le possibilità del
momento storico; come pure da parte di lavoratori, che vengono meno ai
loro doveri di presenza e di collaborazione, perché le aziende possano
continuare a procurare il benessere a loro stessi, alle loro famiglie,
all'intera società.
La terza accezione di peccato sociale riguarda i rapporti tra le
varie comunità umane. Questi rapporti non sempre sono in sintonia col
disegno di Dio, che vuole nel mondo giustizia, libertà e pace tra gli
individui, i gruppi, i popoli. Così la lotta di classe, chiunque ne sia
il responsabile e, a volte, il codificatore, è un male sociale. Così la
contrapposizione ostinata dei blocchi di nazioni e di una nazione contro
l'altra, dei gruppi contro altri gruppi in seno alla stessa nazione, è
pure un male sociale. In ambedue i casi, ci si può chiedere se si possa
attribuire a qualcuno la responsabilità morale di tali mali e, quindi, il
peccato. Ora si deve ammettere che realtà e situazioni, come quelle
indicate, nel loro generalizzarsi e persino ingigantirsi come fatti
sociali, diventano quasi sempre anonime, come complesse e non sempre
identificabili sono le loro cause. Perciò, se si parla di peccato
sociale, qui l'espressione ha un significato evidentemente analogico. In
ogni caso, il parlare di peccati sociali, sia pure in senso analogico, non
deve indurre nessuno a sottovalutare la responsabilità dei singoli, ma
vuol essere un richiamo alle coscienze di tutti, perché ciascuno si
assuma le proprie responsabilità, per cambiare seriamente e
coraggiosamente quelle nefaste realtà e quelle intollerabili situazioni.
Ciò premesso nel modo più chiaro e inequivocabile, bisogna
subito aggiungere che non è legittima e accettabile un'accezione del
peccato sociale, pur molto ricorrente ai nostri giorni in alcuni ambienti,
la quale nell'opporre, non senza ambiguità, peccato sociale a peccato
personale, più o meno inconsapevolmente conduca a stemperare e quasi a
cancellare il personale, per ammettere solo colpe e responsabilità
sociali. Secondo tale accezione, che rivela facilmente la sua derivazione
da ideologie e sistemi non cristiani - forse accantonati oggi da coloro
stessi che ne erano già i sostenitori ufficiali - praticamente ogni
peccato sarebbe sociale, nel senso di essere imputabile non tanto alla
coscienza morale di una persona, quanto ad una vaga entità e collettività
anonima, che potrebbe essere la situazione, il sistema, la società, le
strutture, l'istituzione.
Orbene la Chiesa, quando parla di situazioni di peccato o denuncia
come peccati sociali certe situazioni o certi comportamenti collettivi di
gruppi sociali più o meno vasti, o addirittura di intere nazioni e
blocchi di nazioni, sa e proclama che tali casi di peccato sociale sono il
frutto, l'accumulazione e la concentrazione di molti peccati personali. Si
tratta dei personalissimi peccati di chi genera o favorisce l'iniquità o
la sfrutta; di chi, potendo fare qualcosa per evitare, o eliminare, o
almeno limitare certi mali sociali, omette di farlo per pigrizia, per
paura e omertà, per mascherata complicità o per indifferenza; di chi
cerca rifugio nella presunta impossibilità di cambiare il mondo; e anche
di chi pretende estraniarsi dalla fatica e dal sacrificio, accampando
speciose ragioni di ordine superiore. Le vere responsabilità, dunque,
sono delle persone.
Una situazione - e così un'istituzione, una struttura, una società
- non è, di per sé, soggetto di atti morali; perciò, non può essere,
in se stessa, buona o cattiva. Al fondo di ogni situazione di peccato si
trovano sempre persone peccatrici. Ciò è tanto vero che, se tale
situazione può essere cambiata nei suoi aspetti strutturali e
istituzionali per la forza della legge o - come più spesso avviene,
purtroppo - per la legge della forza, in realtà il cambiamento si rivela
incompleto, di poca durata e, in definitiva, vano e inefficace - per non
dire controproducente -, se non si convertono le persone direttamente o
indirettamente responsabili di tale situazione.
Mortale, veniale
17. Ma ecco, nel mistero del peccato, una nuova dimensione, sulla
quale l'intelligenza dell'uomo non ha mai cessato di meditare: quella
della sua gravità. E' una questione inevitabile, alla quale la coscienza
cristiana non ha mai rinunciato a dare una risposta: perché e in quale
misura il peccato è grave nell'offesa che fa a Dio e nella sua
ripercussione sull'uomo? La Chiesa ha una sua dottrina in proposito e la
riafferma nei suoi elementi essenziali, pur sapendo che non sempre è
facile, nella concretezza delle situazioni, operare nette delimitazioni di
confini.
Già nell'Antico Testamento, per non pochi peccati - quelli
commessi con deliberazione, le varie forme di impudicizia, di idolatria,
di culto dei falsi dèi - si dichiarava che il reo doveva essere «eliminato
dal suo popolo», ciò che poteva anche significare condannato a morte. Ad
essi si contrapponevano altri peccati, soprattutto quelli commessi per
ignoranza, che venivano perdonati mediante un sacrificio.
Anche in riferimento a quei testi la Chiesa, da secoli,
costantemente parla di peccato mortale e di peccato veniale. Ma questa
distinzione e questi termini ricevono luce soprattutto dal Nuovo
Testamento, nel quale si trovano molti testi che enumerano e riprovano con
forti espressioni i peccati particolarmente meritevoli di condanna, oltre
alla conferma del Decalogo fatta da Gesù stesso. Voglio qui riferirmi
specialmente a due pagine significative e impressionanti.
In un testo della sua prima lettera, san Giovanni parla di un
peccato che conduce alla morte («pròs thánaton») in contrapposizione a
un peccato che non conduce alla morte («mè pròs thánaton»).
Ovviamente, qui il concetto di morte è spirituale: si tratta della
perdita della vera vita o «vita eterna», che per Giovanni è la
conoscenza del Padre e del Figlio, la comunione e l'intimità con loro. Il
peccato che conduce alla morte sembra essere in quel brano la negazione
del Figlio, o il culto di false divinità. Comunque, con tale distinzione
di concetti Giovanni sembra voler accentuare l'incalcolabile gravità di
ciò che è l'essenza del peccato, il rifiuto di Dio, che si attua
soprattutto nell'apostasia e nell'idolatria, cioè nel ripudiare la fede
nella verità rivelata e nell'equiparare a Dio certe realtà create,
erigendole a idoli o falsi dèi. Ma l'apostolo in quella pagina intende
anche mettere in luce la certezza che viene al cristiano dal fatto di
essere «nato da Dio» per la venuta del Figlio: c'è in lui una forza che
lo preserva dalla caduta nel peccato; Dio lo custodisce, «il maligno non
lo tocca». Che se pecca per debolezza o per ignoranza, c'è in lui la
speranza della remissione, anche per il sostegno che gli proviene dalla
preghiera congiunta dei fratelli.
In un'altra pagina del Nuovo Testamento, nel Vangelo di Matteo (Mt
12,31s), Gesù stesso parla di una «bestemmia contro lo Spirito Santo»,
la quale è «irremissibile», poiché essa è nelle sue manifestazioni un
ostinato rifiuto di conversione all'amore del Padre delle misericordie.
Si tratta, beninteso, di espressioni estreme e radicali: rifiuto
di Dio, rifiuto della sua grazia e, quindi, opposizione al principio
stesso della salvezza, per cui l'uomo sembra volontariamente precludersi
la via della remissione. E' da sperare che ben pochi vogliano ostinarsi
fino alla fine in questo atteggiamento di ribellione o addirittura di
sfida contro Dio, il quale, d'altra parte, nel suo amore misericordioso è
più grande del nostro cuore - come ci insegna ancora san Giovanni - e può
vincere tutte le nostre resistenze psicologiche e spirituali, sicché -
come scrive san Tommaso d'Aquino - «non c'è da disperare della salvezza
di nessuno in questa vita, considerata l'onnipotenza e la misericordia di
Dio».
Ma dinanzi al problema dell'incontro di una volontà ribelle col
Dio infinitamente giusto non si può non nutrire sentimenti di salutare «timore
e tremore», come suggerisce san Paolo; mentre l'ammonimento di Gesù
circa il peccato che non è «remissibile» conferma l'esistenza di colpe,
che possono attirare sul peccatore, come pena, la «morte eterna».
Alla luce di questi e altri testi della Sacra Scrittura, i dottori
e i teologi, i maestri spirituali e i pastori hanno distinto i peccati in
mortali e veniali. Sant'Agostino, fra gli altri, parla di «letalia» o «mortifera
crimina», opponendoli a «venialia», «levia» o «quotidiana». Il
significato che egli attribuisce a questi qualificativi influirà nel
magistero successivo della Chiesa. Dopo di lui, sarà san Tommaso d'Aquino
a formulare nei termini più chiari possibili la dottrina divenuta
costante nella Chiesa.
Nel definire e distinguere i peccati mortali e veniali, non poteva
essere estraneo a san Tommaso e alla teologia del peccato, che si rifà a
lui, il riferimento biblico e, quindi, il concetto di morte spirituale.
Secondo il Dottore Angelico, per vivere spiritualmente l'uomo deve
rimanere in comunione col supremo principio della vita, che è Dio, in
quanto è il fine ultimo di tutto il suo essere e il suo agire. Ora il
peccato è un disordine perpetrato dall'uomo contro questo principio
vitale. E quando, «per mezzo del peccato, l'anima commette un disordine
che va fino alla separazione dal fine ultimo - Dio -, al quale essa è
legata per la carità, allora si ha il peccato mortale; invece, ogni volta
che il disordine rimane al di qua della separazione da Dio, allora il
peccato è veniale». Per questa ragione, il peccato veniale non priva
della grazia santificante, dell'amicizia con Dio, della carità, né
quindi della beatitudine eterna, mentre siffatta privazione è appunto
conseguenza del peccato mortale.
Considerando, inoltre, il peccato sotto l'aspetto della pena che
include, san Tommaso con altri dottori chiama mortale il peccato che, se
non rimesso, fa contrarre una pena eterna; veniale il peccato che merita
una semplice pena temporale (cioè parziale ed espiabile in terra o nel
purgatorio).
Se poi si guarda alla materia del peccato, allora le idee di
morte, di rottura radicale con Dio, sommo bene, di deviazione dalla strada
che porta a Dio o di interruzione del cammino verso di lui (tutti modi di
definire il peccato mortale) si congiungono con l'idea di gravità del
contenuto oggettivo: perciò, il peccato grave si identifica praticamente,
nella dottrina e nell'azione pastorale della Chiesa, col peccato mortale.
Cogliamo qui il nucleo dell'insegnamento tradizionale della
Chiesa, ribadito spesso e con vigore nel corso del recente Sinodo. Questo,
infatti, non soltanto ha riaffermato quanto è stato proclamato dal
Concilio Tridentino sull'esistenza e la natura dei peccati mortali e
veniali, ma ha voluto ricordare che è peccato mortale quello che ha per
oggetto una materia grave e che, inoltre, viene commesso con piena
consapevolezza e deliberato consenso. E' doveroso aggiungere - come è
stato anche fatto nel Sinodo - che alcuni peccati, quanto alla loro
materia, sono intrinsecamente gravi e mortali. Esistono, cioè, atti che,
per se stessi e in se stessi, indipendentemente dalle circostanze, sono
sempre gravemente illeciti, in ragione del loro oggetto. Questi atti, se
compiuti con sufficiente consapevolezza e libertà, sono sempre colpa
grave.
Questa dottrina fondata sul Decalogo e sulla predicazione
dell'Antico Testamento, ripresa nel kerigma degli apostoli e appartenente
al più antico insegnamento della Chiesa, che la ripete fino ad oggi, ha
un preciso riscontro nell'esperienza umana di tutti i tempi. L'uomo sa
bene, per esperienza, che nel cammino di fede e di giustizia che lo porta
verso la conoscenza e l'amore di Dio in questa vita e verso la perfetta
unione con lui nell'eternità, può sostare o distrarsi, senza però
abbandonare la via di Dio: in questo caso si ha il peccato veniale, il
quale, tuttavia, non dovrà essere attenuato quasi che sia automaticamente
qualcosa di trascurabile o un «peccato di poco conto».
Sennonché l'uomo sa pure, per dolorosa esperienza, che con atto
consapevole e libero della sua volontà può fare un'inversione di marcia,
camminare nel senso opposto al volere di Dio e così allontanarsi da lui («aversio
a Deo»), rifiutando la comunione di amore con lui, staccandosi dal
principio di vita che è lui, e scegliendo, dunque, la morte.
Con tutta la tradizione della Chiesa noi chiamiamo peccato mortale
questo atto, per il quale un uomo, con libertà e consapevolezza, rifiuta
Dio, la sua legge, l'alleanza di amore che Dio gli propone, preferendo
volgersi a se stesso, a qualche realtà creata e finita, a qualcosa di
contrario al volere divino («conversio ad creaturam»). Il che può
avvenire in modo diretto e formale, come nei peccati di idolatria, di
apostasia, di ateismo; o in modo equivalente, come in tutte le
disubbidienze ai comandamenti di Dio in materia grave. L'uomo sente che
questa disubbidienza a Dio tronca il collegamento col suo principio
vitale: è un peccato mortale, cioè un atto che offende gravemente Dio e
finisce col rivolgersi contro l'uomo stesso con un'oscura e potente forza
di distruzione.
Durante l'assemblea sinodale è stata proposta da alcuni padri una
distinzione tripartita fra i peccati, che sarebbero da classificare come
veniali, gravi e mortali. La tripartizione potrebbe mettere in luce il
fatto che fra i peccati gravi esiste una gradazione. Ma resta sempre vero
che la distinzione essenziale e decisiva è fra peccato che distrugge la
carità e peccato che non uccide la vita soprannaturale: fra la vita e la
morte non si dà via di mezzo.
Parimenti, si dovrà evitare di ridurre il peccato mortale a un
atto di «opzione fondamentale» - come oggi si suol dire - contro Dio,
intendendo con essa un esplicito e formale disprezzo di Dio o del
prossimo. Si ha, infatti, peccato mortale anche quando l'uomo, sapendo e
volendo, per qualsiasi ragione sceglie qualcosa di gravemente disordinato.
In effetti, in una tale scelta è già contenuto un disprezzo del precetto
divino, un rifiuto dell'amore di Dio verso l'umanità e tutta la
creazione: l'uomo allontana se stesso da Dio e perde la carità.
L'orientamento fondamentale, quindi, può essere radicalmente modificato
da atti particolari. Senza dubbio si possono dare situazioni molto
complesse e oscure sotto l'aspetto psicologico, che influiscono sulla
imputabilità soggettiva del peccatore. Ma dalla considerazione della
sfera psicologica non si può passare alla costituzione di una categoria
teologica, qual è appunto l'«opzione fondamentale», intendendola in
modo tale che, sul piano oggettivo, cambi o metta in dubbio la concezione
tradizionale di peccato mortale.
Se è da apprezzare ogni tentativo sincero e prudente di chiarire
il mistero psicologico e teologico del peccato, la Chiesa però ha il
dovere di ricordare a tutti gli studiosi di questa materia la necessità,
da una parte, di essere fedeli alla parola di Dio che ci istruisce anche
sul peccato, e il rischio, dall'altra, che si corre di contribuire ad
attenuare ancora di più, nel mondo contemporaneo, il senso del peccato.
Perdita del senso del peccato
18. Dal Vangelo letto nella comunione ecclesiale la coscienza
cristiana ha acquisito, lungo il corso delle generazioni, una fine
sensibilità e un'acuta percezione dei fermenti di morte, che sono
contenuti nel peccato. Sensibilità e capacità di percezione anche per
individuare tali fermenti nelle mille forme assunte dal peccato, nei mille
volti sotto i quali esso si presenta. E' ciò che si suol chiamare il
senso del peccato.
Questo senso ha la sua radice nella coscienza morale dell'uomo e
ne è come il termometro. E' legato al senso di Dio, giacché deriva dal
rapporto consapevole che l'uomo ha con Dio come suo creatore, Signore e
Padre. Perciò, come non si può cancellare completamente il senso di Dio
né spegnere la coscienza, così non si cancella mai completamente il
senso del peccato.
Eppure, non di rado nella storia, per periodi di tempo più o meno
lunghi e sotto l'influsso di molteplici fattori, succede che viene
gravemente oscurata la coscienza morale in molti uomini. «Abbiamo noi
un'idea giusta della coscienza»? - domandavo due anni fa in un colloquio
con i fedeli -. «Non vive l'uomo contemporaneo sotto la minaccia di
un'eclissi della coscienza? di una deformazione della coscienza? di un
intorpidimento o di un'"anestesia" delle coscienze?». Troppi
segni indicano che nel nostro tempo esiste una tale eclissi, che è tanto
più inquietante, in quanto questa coscienza, definita dal Concilio «il
nucleo più segreto e il sacrario dell'uomo» («Gaudium et Spes», 16),
è «strettamente legata alla libertà dell'uomo (...). Per questo la
coscienza in misura principale sta alla base della dignità interiore
dell'uomo e, nello stesso tempo, del suo rapporto con Dio». E'
inevitabile, pertanto, che in questa situazione venga obnubilato anche il
senso di Dio, il quale è strettamente connesso con la coscienza morale,
con la ricerca della verità, con la volontà di fare un uso responsabile
della libertà. Insieme con la coscienza viene oscurato anche il senso di
Dio, e allora, smarrito questo decisivo punto di riferimento interiore, si
perde il senso del peccato. Ecco perché il mio predecessore Pio XII, con
una parola diventata quasi proverbiale, poté dichiarare un giorno che «il
peccato del secolo è la perdita del senso del peccato».
Perché questo fenomeno nel nostro tempo? Uno sguardo a talune
componenti della cultura contemporanea può aiutarci a capire il
progressivo attenuarsi del senso del peccato, proprio a causa della crisi
della coscienza e del senso di Dio, sopra rilevata.
Il «secolarismo», il quale, per la sua stessa natura e
definizione, è un movimento di idee e di costumi che propugna un
umanesimo che astrae totalmente da Dio, tutto concentrato nel culto del
fare e del produrre e travolto nell'ebbrezza del consumo e del piacere,
senza preoccupazione per il pericolo di «perdere la propria anima», non
può non minare il senso del peccato. Quest'ultimo si ridurrà tutt'al più
a ciò che offende l'uomo. Ma proprio qui si impone l'amara esperienza, a
cui già accennavo nella mia prima enciclica, che cioè l'uomo può
costruire un mondo senza Dio, ma questo mondo finirà per ritorcersi
contro l'uomo. In realtà, Dio è la radice e il fine supremo dell'uomo, e
questi porta in sé un germe divino. Perciò, è la realtà di Dio che
svela e illumina il mistero dell'uomo. E' vano, quindi, sperare che prenda
consistenza un senso del peccato nei confronti dell'uomo e dei valori
umani, se manca il senso dell'offesa commessa contro Dio, cioè il senso
vero del peccato.
Svanisce questo senso del peccato nella società contemporanea
anche per gli equivoci in cui si cade nell'apprendere certi risultati
delle scienze umane. Così in base a talune affermazioni della psicologia,
la preoccupazione di non colpevolizzare o di non porre freni alla libertà,
porta a non riconoscere mai una mancanza. Per un'indebita estrapolazione
dei criteri della scienza sociologica si finisce - come ho già accennato
- con lo scaricare sulla società tutte le colpe, di cui l'individuo vien
dichiarato innocente. Anche una certa antropologia culturale, a sua volta
a forza di ingrandire i pur innegabili condizionamenti e influssi
ambientali e storici che agiscono sull'uomo, ne limita tanto la
responsabilità da non riconoscergli la capacità di compiere veri atti
umani e, quindi, la possibilità di peccare.
Scade facilmente il senso del peccato anche in dipendenza di
un'etica derivante da un certo relativismo storicistico. Essa può essere
l'etica che relativizza la norma morale, negando il suo valore assoluto e
incondizionato, e negando, di conseguenza, che possano esistere atti
intrisecamente illeciti, indipendentemente dalle circostanze in cui sono
posti dal soggetto. Si tratta di un vero «rovesciamento e di una caduta
di valori morali», e «il problema non è tanto di ignoranza dell'etica
cristiana», ma «piuttosto è quello del senso, dei fondamenti e dei
criteri dell'atteggiamento morale». L'effetto di questo rovesciamento
etico è sempre anche quello di attutire a tal punto la nozione di
peccato, che si finisce quasi con l'affermare che il peccato c'è, ma non
si sa chi lo commette.
Svanisce, infine, il senso del peccato quando - come può avvenire
nell'insegnamento ai giovani, nelle comunicazioni di massa, nella stessa
educazione familiare - esso viene erroneamente identificato col sentimento
morboso della colpa o con la semplice trasgressione di norme e precetti
legali.
La perdita del senso del peccato, dunque, è una forma o un frutto
della negazione di Dio: non solo di quella ateistica, ma anche di quella
secolaristica. Se il peccato è l'interruzione del rapporto filiale con
Dio per portare la propria esistenza fuori dell'obbedienza a lui, allora
peccare non è soltanto negare Dio; peccare è anche vivere come se egli
non esistesse, è cancellarlo dal proprio quotidiano. Un modello di società
mutilato o squilibrato nell'uno o nell'altro senso, quale è spesso
sostenuto dai mezzi di comunicazione, favorisce non poco la progressiva
perdita del senso del peccato. In tale situazione l'offuscamento o
affievolimento del senso del peccato risulta sia dal rifiuto di ogni
riferimento al trascendente in nome dell'aspirazione all'autonomia
personale; sia dall'assoggettarsi a modelli etici imposti dal consenso e
costume generale, anche se condannati dalla coscienza individuale; sia
dalle drammatiche condizioni socio-economiche che opprimono tanta parte
dell'umanità, generando la tendenza a vedere errori e colpe soltanto
nell'ambito del sociale; sia, infine e soprattutto, dall'oscuramento
dell'idea della paternità di Dio e del suo dominio sulla vita dell'uomo.
Persino nel campo del pensiero e della vita ecclesiale alcune
tendenze favoriscono inevitabilmente il declino del senso del peccato.
Alcuni, ad esempio, tendono a sostituire esagerati atteggiamenti del
passato con altre esagerazioni: essi passano dal vedere il peccato
dappertutto al non scorgerlo da nessuna parte; dall'accentuare troppo il
timore delle pene eterne al predicare un amore di Dio, che escluderebbe
ogni pena meritata dal peccato; dalla severità nello sforzo per
correggere le coscienze erronee a un presunto rispetto della coscienza,
tale da sopprimere il dovere di dire la verità. E perché non aggiungere
che la confusione, creata nella coscienza di numerosi fedeli dalle
divergenze di opinioni e di insegnamenti nella teologia, nella
predicazione, nella catechesi, nella direzione spirituale, circa questioni
gravi e delicate della morale cristiana, finisce per far diminuire, fin
quasi a cancellarlo, il vero senso del peccato? Né vanno taciuti alcuni
difetti nella prassi della penitenza sacramentale: tale è la tendenza a
offuscare il significato ecclesiale del peccato e della conversione,
riducendoli a fatti meramente individuali, o viceversa, ad annullare la
valenza personale del bene e del male per considerarne esclusivamente la
dimensione comunitaria; tale è anche il pericolo, non mai totalmente
scongiurato, del ritualismo abitudinario che toglie al sacramento il suo
pieno significato e la sua efficacia formativa.
Ristabilire il giusto senso del peccato è la prima forma per
affrontare la grave crisi spirituale incombente sull'uomo del nostro
tempo. Ma il senso del peccato si ristabilisce soltanto con un chiaro
richiamo agli inderogabili principi di ragione e di fede, che la dottrina
morale della Chiesa ha sempre sostenuto.
E' lecito sperare che soprattutto nel mondo cristiano ed
ecclesiale riaffiori un salutare senso del peccato. A ciò serviranno una
buona catechesi, illuminata dalla teologia biblica dell'alleanza, un
attento ascolto e una fiduciosa accoglienza del magistero della Chiesa,
che non cessa di offrire luce alle coscienze, e una prassi sempre più
accurata del sacramento della penitenza.
II.
«MYSTERIUM PIETATIS»
19.
Per conoscere il peccato era necessario fissare lo sguardo sulla sua
natura, quale ci è fatta conoscere dalla rivelazione dell'economia della
salvezza; esso è «mysterium iniquitatis». Ma in questa economia il
peccato non è protagonista né, tantomeno, vincitore. Esso contrasta come
antagonista con un altro principio operante, che - usando una bella e
suggestiva espressione di san Paolo - possiamo chiamare il «mysterium»,
o «sacramentum pietatis». Il peccato dell'uomo sarebbe vincente e alla
fine distruttivo, il disegno salvifico di Dio rimarrebbe incompiuto o,
addirittura, sconfitto, se questo «mysterium pietatis» non si fosse
inserito nel dinamismo della storia per vincere il peccato dell'uomo.
Troviamo
questa espressione in una delle lettere pastorali di san Paolo, la prima a
Timoteo. Essa balza improvvisa quasi per un'ispirazione irrompente.
L'apostolo, infatti, in antecedenza ha consacrato lunghi paragrafi del suo
messaggio al discepolo prediletto per spiegare il significato
dell'ordinamento della comunità (quello liturgico e, legato ad esso,
quello gerarchico), ha quindi parlato del ruolo dei capi della comunità,
per riferirsi infine al comportamento dello stesso Timoteo nella «chiesa
del Dio vivente, colonna e sostegno della verità». Quindi, alla fine del
brano, egli evoca quasi «ex abrupto», ma con un intento profondo, ciò
che dà significato a tutto quello che ha scritto: «E' senza dubbio
grande il mistero della pietà...» (1Tm 3,15s).
Senza
tradire minimamente il senso letterale del testo, noi possiamo allargare
questa magnifica intuizione teologica dell'apostolo a una più completa
visione del ruolo che la verità da lui annunciata ha nell'economia della
salvezza. «E' grande davvero - ripetiamo con lui - il mistero della pietà»,
perché vince il peccato.
Ma
che cos'è nella concezione paolina questa «pietà»?
E'
il Cristo stesso
20.
E' profondamente significativo che, per presentare questo «mysterium
pietatis», Paolo trascriva semplicemente, senza stabilire un legame
grammaticale col testo precedente, tre righe di un inno cristologico, che
- secondo la sentenza di autorevoli studiosi - era usato nelle comunità
ellenico-cristiane. Con le parole di quell'inno, dense di contenuto
teologico e ricche di nobile bellezza, quei credenti del primo secolo
professavano la loro fede circa il mistero del Cristo, per il quale egli
si è manifestato nella realtà della carne umana e dallo Spirito Santo è
stato costituito quale giusto, che si offre per gli ingiusti; egli è
apparso agli angeli, fatto più grande di essi, ed è stato predicato alle
genti, portatore di salvezza; egli è stato creduto nel mondo, quale
inviato del Padre, e dallo stesso Padre assunto in cielo, quale Signore.
Il
mistero o sacramento della pietà, pertanto, è il mistero stesso del
Cristo. Esso è, in una sintesi pregnante, il mistero dell'incarnazione e
della redenzione, della piena pasqua di Gesù, Figlio di Dio e Figlio di
Maria: mistero della sua passione e morte, della sua risurrezione e
glorificazione. Ciò che san Paolo, riprendendo le frasi dell'inno, ha
voluto ribadire è che questo mistero è il segreto principio vitale che
fa della Chiesa la casa di Dio, la colonna e il sostegno della verità.
Nel solco dell'insegnamento paolino, noi possiamo affermare che questo
medesimo mistero dell'infinita pietà di Dio verso di noi è capace di
penetrare fino alle nascoste radici della nostra iniquità, per suscitare
nell'anima un movimento di conversione, per redimerla e scioglierne le
vele verso la riconciliazione.
Riferendosi
senza dubbio a questo mistero, anche san Giovanni, pur col suo
caratteristico linguaggio, che è diverso da quello di san Paolo, poteva
scrivere che «chiunque è nato da Dio, non pecca»: il Figlio di Dio lo
salva e «il maligno non lo tocca» (1Gv 5,18s). In questa affermazione
giovannea c'è un'indicazione di speranza, fondata sulle promesse divine:
il cristiano ha ricevuto la garanzia e le forze necessarie per non
peccare. Non si tratta, dunque, di un'impeccabilità acquisita per virtù
propria o, addirittura, insita nell'uomo, come pensavano gli gnostici. E'
un risultato dell'azione di Dio. Per non peccare il cristiano dispone
della conoscenza di Dio, ricorda san Giovanni in questo stesso passo. Ma
poco prima egli aveva scritto: «Chiunque è nato da Dio, non commette
peccato, perché un seme divino dimora in lui» (1Gv 3,9). Se per questo
«seme di Dio» intendiamo - come propongono alcuni commentatori - Gesù,
il Figlio di Dio, allora possiamo dire che per non peccare - o per
liberarsi dal peccato - il cristiano dispone della presenza in sé dello
stesso Cristo e del mistero di Cristo, che è mistero di pietà.
Lo
sforzo del cristiano
21.
Ma c'è nel «mysterium pietatis» un altro versante: la pietà di Dio
verso il cristiano deve aver corrispondenza nella pietà del cristiano
verso Dio. In questa seconda accezione, la pietà («eusébeia»)
significa appunto il comportamento del cristiano, che alla pietà paterna
di Dio risponde con la sua pietà filiale.
Anche
in questo senso possiamo affermare con san Paolo che «è grande il
mistero della pietà». Anche in questo senso la pietà, quale forza di
conversione e di riconciliazione, affronta l'iniquità e il peccato. Anche
in questo caso gli aspetti essenziali del mistero del Cristo sono oggetto
della pietà nel senso che il cristiano accoglie il mistero, lo contempla,
ne trae la forza spirituale necessaria per condurre la vita secondo il
Vangelo. Anche qui si deve dire che «chi è nato da Dio, non commette
peccato»; ma l'espressione ha un senso imperativo: sostenuto dal mistero
del Cristo, come da un'interiore sorgente di energia spirituale, il
cristiano è diffidato dal peccare e, anzi, riceve il comandamento di non
peccare, ma di comportarsi degnamente «nella casa di Dio, che è la
chiesa del Dio vivente» (1Tm 3,15), essendo un figlio di Dio.
Verso
una vita riconciliata
22.
Così la parola della Scrittura, nel rivelarci il mistero della pietà,
apre l'intelligenza umana alla conversione e alla riconciliazione, intese
non come alte astrazioni, ma come valori cristiani concreti da conquistare
nella nostra quotidianità. Insidiati dalla perdita del senso del peccato,
talora tentati da qualche illusione ben poco cristiana di impeccabilità,
anche gli uomini d'oggi hanno bisogno di riascoltare, come diretto a
ciascuno personalmente, l'ammonimento di san Giovanni: «Se diciamo di
essere senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi»
(1Gv 1,8), e anzi «tutto il mondo giace sotto il potere del maligno»
(1Gv 5,19). Ciascuno, dunque, è invitato dalla voce della verità divina
a leggere realisticamente nella sua coscienza e a confessare che è stato
generato nell'iniquità, come diciamo nel salmo Miserere.
Tuttavia,
minacciati dalla paura e dalla disperazione, gli uomini d'oggi possono
sentirsi sollevati dalla divina promessa, che li apre alla speranza della
piena riconciliazione.
Il
mistero della pietà, da parte di Dio, è quella misericordia di cui il
Signore e Padre nostro - lo ripeto ancora - è infinitamente ricco. Come
ho detto nell'enciclica dedicata al tema della divina misericordia, essa
è un amore più potente del peccato, più forte della morte. Quando ci
accorgiamo che l'amore che Dio ha per noi non si arresta di fronte al
nostro peccato, non indietreggia dinanzi alle nostre offese, ma si fa
ancora più premuroso e generoso; quando ci rendiamo conto che questo
amore è giunto fino a causare la passione e la morte del Verbo fatto
carne, il quale ha accettato di redimerci pagando col suo sangue, allora
prorompiamo nel riconoscimento: «Sì, il Signore è ricco di misericordia»,
e diciamo perfino: «Il Signore è misericordia». Il mistero della pietà
è la via aperta dalla divina misericordia alla vita riconciliata.
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TERZA
PARTE
LA PASTORALE DELLA PENITENZA E DELLA RICONCILIAZIONE
Promozione
della penitenza e della riconciliazione
23.
Suscitare nel cuore dell'uomo la conversione e la penitenza e offrirgli il
dono della riconciliazione è la connaturale missione della Chiesa, come
continuatrice dell'opera redentrice del suo fondatore divino. E', questa,
una missione che non si esaurisce in alcune affermazioni teoriche e nella
proposta di un ideale etico non accompagnata da energie operative, ma
tende ad esprimersi in precise funzioni ministeriali in ordine a una
pratica concreta della penitenza e della riconciliazione.
A
questo ministero, fondato e illuminato dai principi di fede sopra
illustrati, orientato verso obiettivi precisi e sostenuto da mezzi
adeguati, possiamo dare il nome di pastorale della penitenza e della
riconciliazione. Suo punto di partenza è la convinzione della Chiesa che
l'uomo, al quale si rivolge ogni forma di pastorale, ma principalmente la
pastorale della penitenza e della riconciliazione, è l'uomo segnato dal
peccato, la cui immagine pregnante si può trovare nel re Davide.
Rimproverato dal profeta Natan, egli accetta di confrontarsi con le
proprie nefandezze e confessa: «Ho peccato contro il Signore» (2Sam
12,13), e proclama: «Riconosco il mio delitto, il mio peccato mi sta
sempre dinanzi» (Sal 51,5); ma prega anche: «Purificami, Signore, e sarò
mondo; lavami, e sarò più bianco della neve» (Ps 9), ricevendo la
risposta della divina misericordia: «Il Signore ha perdonato il tuo
peccato: non morirai» (2Sam 12,13).
La
Chiesa si trova, dunque, di fronte all'uomo - ad un intero mondo umano -
vulnerato dal peccato e da esso toccato in ciò che possiede di più
intimo nella profondità del suo essere, ma al tempo stesso mosso verso un
incoercibile desiderio di liberazione dal peccato e, specialmente se
cristiano, consapevole che il mistero della pietà, Cristo Signore, già
opera in lui e nel mondo con la forza della redenzione.
La
funzione riconciliatrice della Chiesa deve così svolgersi secondo
quell'intimo nesso, che raccorda strettamente il perdono e la remissione
del peccato di ciascun uomo alla fondamentale e piena riconciliazione
dell'umanità, avvenuta con la redenzione. Questo nesso ci fa capire che,
essendo il peccato il principio attivo della divisione - divisione fra
l'uomo e il Creatore, divisione nel cuore e nell'essere dell'uomo,
divisione fra gli uomini singoli e fra i gruppi umani, divisione fra
l'uomo e la natura creata da Dio -, soltanto la conversione dal peccato è
capace di operare una profonda e duratura riconciliazione dovunque sia
penetrata la divisione.
Non
c'è bisogno di ripetere quanto ho già detto circa l'importanza di questo
«ministero della riconciliazione», e della relativa pastorale che lo
attua, nella coscienza e nella vita della Chiesa. Questa fallirebbe in un
aspetto essenziale del suo essere e mancherebbe a una sua irrinunciabile
funzione, se non pronunciasse con chiarezza e fermezza, a tempo e fuori
tempo, la «parola della riconciliazione» e non offrisse al mondo il dono
della riconciliazione. Ma conviene ripetere che tale importanza del
servizio ecclesiale di riconciliazione si estende, oltre i confini della
Chiesa, al mondo intero.
Parlare
di pastorale della penitenza e della riconciliazione, dunque, vuol dire
riferirsi all'insieme dei compiti che incombono alla Chiesa, a tutti i
livelli, per la promozione di esse. Più concretamente, parlare di questa
pastorale vuol dire evocare tutte le attività, mediante le quali la
Chiesa, per il tramite di tutte e di ciascuna delle sue componenti -
pastori e fedeli, a tutti i livelli e in tutti gli ambiti - e con tutti i
mezzi a sua disposizione - parola e azione, insegnamento e preghiera -,
conduce gli uomini, singoli o in gruppo, alla vera penitenza e li
introduce così nel cammino della piena riconciliazione.
I
padri del Sinodo, come rappresentanti dei loro confratelli vescovi, guide
del popolo loro affidato, si sono occupati di questa pastorale nei suoi
elementi più pratici e concreti. E io sono lieto di far loro eco,
associandomi alle loro inquietudini e speranze, accogliendo i frutti delle
loro ricerche ed esperienze, incoraggiandoli nei loro progetti e
realizzazioni. Possano essi ritrovare in questa parte dell'esortazione
apostolica l'apporto che hanno dato essi stessi al Sinodo, apporto la cui
utilità intendo allargare, mediante queste pagine, alla Chiesa intera.
Ritengo,
pertanto, di mettere in luce l'essenziale della pastorale della penitenza
e della riconciliazione rilevandone, con l'assemblea del Sinodo, i due
punti seguenti: 1) i mezzi usati e le vie seguite dalla Chiesa per
promuovere la penitenza e la riconciliazione; 2) il sacramento per
eccellenza della penitenza e della riconciliazione.
I.
MEZZI E VIE PER LA
PROMOZIONE DELLA PENITENZA E DELLA RICONCILIAZIONE
24.
Per promuovere la penitenza e la riconciliazione la Chiesa ha a
disposizione principalmente due mezzi, che le sono stati affidati dal suo
stesso fondatore: la catechesi e i sacramenti. Il loro impiego, sempre
ritenuto dalla Chiesa come pienamente consono alle esigenze della sua
missione salvifica e rispondente, nello stesso tempo, alle esigenze e ai
bisogni spirituali degli uomini di tutti i tempi, può essere fatto in
forme e modi antichi e nuovi, tra i quali sarà bene ricordare
particolarmente quello che, seguendo il mio predecessore Paolo VI,
possiamo chiamare il metodo del dialogo.
Il
dialogo
25.
Il dialogo per la Chiesa è, in certo senso, un mezzo e soprattutto un
modo di svolgere la sua azione nel mondo contemporaneo. Il Concilio
Vaticano II, infatti, dopo aver proclamato che «la Chiesa, in virtù
della missione che ha di illuminare tutto il mondo col messaggio
evangelico e di radunare in un solo Spirito tutti gli uomini (...),
diventa segno di quella fraternità che permette e rafforza un sincero
dialogo», aggiunge che essa deve essere capace di «stabilire un dialogo
sempre più fecondo fra tutti coloro che formano l'unico popolo di Dio» («Gaudium
et Spes», 92), come anche di «stabilire un dialogo con l'umana società»
(«Christus Dominus», 13).
Il
mio predecessore Paolo VI ha dedicato al dialogo una parte notevole della
sua prima enciclica «Ecclesiam suam», in cui lo descrive e caratterizza
significativamente quale dialogo della salvezza. La Chiesa, infatti, usa
il metodo del dialogo per meglio condurre gli uomini - quelli che per il
battesimo e la professione di fede si riconoscono membra della comunità
cristiana e quelli che le sono estranei - alla conversione e alla
penitenza, sulla via di un profondo rinnovamento della propria coscienza e
della propria vita, alla luce del mistero della redenzione e della
salvezza, operata da Cristo e affidata al ministero della sua Chiesa.
L'autentico dialogo, quindi, è rivolto innanzitutto alla rigenerazione di
ciascuno mediante la conversione interiore e la penitenza, sempre con
profondo rispetto per le coscienze e con la pazienza e la gradualità
indispensabili nelle condizioni degli uomini del nostro tempo.
Il
dialogo pastorale in vista della riconciliazione continua a essere oggi un
impegno fondamentale della Chiesa in diversi ambiti e a vari livelli. Essa
promuove, anzitutto, un dialogo ecumenico, cioè tra Chiese e comunità
ecclesiali che si richiamano alla fede in Cristo, Figlio di Dio e unico
salvatore, e un dialogo con le altre comunità di uomini che cercano Dio e
vogliono avere un rapporto di comunione con lui.
Alla
base di tale dialogo con le altre Chiese e comunità ecclesiali e con le
altre religioni, e quale condizione della sua credibilità ed efficacia,
deve esserci un sincero sforzo di permanente e rinnovato dialogo
all'interno della stessa Chiesa cattolica. Questa Chiesa è consapevole di
essere, per sua natura, sacramento della comunione universale di carità;
ma è, altresì, consapevole delle tensioni esistenti al suo interno, che
rischiano di diventare fattori di divisione.
L'invito
accorato e fermo, già rivolto dal mio predecessore in vista dell'anno
santo 1975, vale anche per il momento presente. Per ottenere il
superamento dei conflitti e far sì che le normali tensioni non risultino
dannose all'unità della Chiesa, occorre che tutti ci confrontiamo con la
parola di Dio e, abbandonate le proprie vedute soggettive, cerchiamo la
verità laddove essa si trova, cioè nella stessa divina Parola e
nell'interpretazione autentica, che ne dà il magistero della Chiesa. A
questa luce l'ascolto reciproco, il rispetto e l'astensione da ogni
giudizio affrettato, la pazienza, la capacità di evitare che la fede, che
unisce, sia subordinata alle opinioni, alle mode, alle scelte ideologiche,
che dividono, sono tutte doti di un dialogo che all'interno della Chiesa
deve essere assiduo, volenteroso, sincero. E' chiaro che esso non sarebbe
tale e non diventerebbe un fattore di riconciliazione, senza l'attenzione
al magistero e l'accettazione di esso.
Così
impegnata fattivamente nella ricerca della propria comunione interna, la
Chiesa cattolica può rivolgere l'appello alla riconciliazione - come ha
già fatto da tempo - alle altre Chiese, con le quali non c'è piena
comunione, nonché alle altre religioni e persino a chi cerca Dio con
cuore sincero.
Alla
luce del Concilio e del magistero dei miei predecessori, la cui preziosa
eredità ho ricevuto e mi sforzo di conservare e attuare, posso affermare
che la Chiesa cattolica in tutte le sue componenti si impegna con lealtà
nel dialogo ecumenico, senza facili ottimismi, ma anche senza sfiducia e
senza esitazioni o ritardi. Le leggi fondamentali che essa cerca di
seguire in tale dialogo sono, da una parte, la persuasione che soltanto un
ecumenismo spirituale - cioè fondato nella preghiera comune e nella
comune docilità all'unico Signore - permette di rispondere sinceramente e
seriamente alle altre esigenze dell'azione ecumenica; dall'altra, la
convinzione che un certo facile irenismo in materia dottrinale e,
soprattutto, dogmatica potrebbe forse portare a una forma di convivenza
superficiale e non durevole, ma non a quella comunione profonda e stabile
che tutti noi auspichiamo. A questa comunione si giungerà nell'ora voluta
dalla divina provvidenza; ma per giungervi la Chiesa cattolica, per quanto
la concerne, sa di dover essere aperta e sensibile a tutti «i valori
veramente cristiani, promananti dal comune patrimonio, che si trovano
presso i fratelli da noi separati», ma di dover parimenti porre alla base
di un dialogo leale e costruttivo la chiarezza delle impostazioni, la
fedeltà e la coerenza con la fede trasmessa e definita nel solco della
tradizione perenne del suo magistero. Nonostante la minaccia, poi, di un
certo disfattismo, e malgrado le inevitabili lentezze che l'avventatezza
non potrà mai correggere, la Chiesa cattolica continua a cercare con
tutti gli altri fratelli cristiani le vie dell'unità e con i seguaci
delle altre religioni un dialogo sincero. Possa questo dialogo
inter-religioso condurre al superamento di ogni atteggiamento di ostilità,
di diffidenza, di mutua condanna e persino di mutua invettiva, condizione
preliminare almeno all'incontro nella fede in un unico Dio e nella
certezza della vita eterna per l'anima immortale. Voglia il Signore
specialmente che il dialogo ecumenico conduca a una sincera
riconciliazione intorno a tutto ciò che possiamo avere già in comune con
le altre Chiese cristiane: la fede in Gesù Cristo, Figlio di Dio fatto
uomo, Salvatore e Signore, l'ascolto della Parola, lo studio della
Rivelazione, il sacramento del battesimo.
Nella
misura in cui la Chiesa è capace di generare la concordia attiva - l'unità
nella varietà - al suo proprio interno, e di offrirsi come testimone e
umile operatrice di riconciliazione nei confronti delle altre Chiese e
comunità ecclesiali e delle altre religioni, essa diventa, secondo
l'espressiva definizione di sant'Agostino, «mondo riconciliato». Allora
potrà essere segno di riconciliazione nel mondo e per il mondo.
Nella
consapevolezza della smisurata gravità della situazione creata dalle
forze della divisione e della guerra, che costituisce oggi una pesante
minaccia non soltanto per l'equilibrio e l'armonia delle nazioni, ma per
la sopravvivenza stessa dell'umanità, la Chiesa sente di dover offrire e
proporre la sua specifica collaborazione per il superamento dei conflitti
e la ricomposizione della concordia.
E'
un complesso e delicato dialogo di riconciliazione, in cui la Chiesa si
impegna, anzitutto, con l'opera della Santa Sede e dei suoi diversi
organismi. La Santa Sede si sforza sia di intervenire presso i governanti
delle nazioni e i responsabili delle varie istanze internazionali, sia di
associarsi ad essi, dialogando con essi o stimolandoli a dialogare fra di
loro, a beneficio della riconciliazione in mezzo ai numerosi conflitti.
Essa fa questo non per secondi fini o per interessi occulti - poiché non
ne ha -, ma «per una preoccupazione umanitaria», mettendo la sua
struttura istituzionale e la sua autorità morale, del tutto singolari, a
servizio della concordia e della pace. Essa fa questo convinta che come «nella
guerra due parti insorgono l'una contro l'altra», così «nella questione
della pace sono pure sempre e necessariamente due parti che debbono
sapersi impegnare», e in ciò «si trova il vero senso del dialogo per la
pace».
Nel
dialogo per la riconciliazione la Chiesa si impegna anche per mezzo dei
vescovi secondo la competenza e responsabilità che è loro propria, sia
individualmente nella direzione delle rispettive Chiese particolari, sia
riuniti nelle conferenze episcopali, con la collaborazione dei presbiteri
e di tutte le componenti delle comunità cristiane. Essi adempiono
puntualmente i loro compiti, quando promuovono quell'indispensabile
dialogo e proclamano le esigenze umane e cristiane di riconciliazione e di
pace. In comunione con i loro pastori, i laici, i quali hanno come «campo
proprio della loro attività evangelizzatrice il mondo vasto e complicato
della politica, della realtà sociale, dell'economia (...) della vita
internazionale», sono chiamati ad impegnarsi direttamente nel dialogo o
in favore del dialogo per la riconciliazione. Per loro tramite è ancora
la Chiesa che svolge la sua azione riconciliatrice. La rigenerazione dei
cuori mediante la conversione e la penitenza è, pertanto, il presupposto
fondamentale e la base sicura per ogni rinnovamento sociale e per la pace
tra le nazioni.
Resta
da ribadire che da parte della Chiesa e dei suoi membri il dialogo, in
qualsiasi forma si svolga - e sono e possono essere molto diverse, sicché
lo stesso concetto di dialogo ha un valore analogico - non potrà mai
partire da un atteggiamento di indifferenza verso la verità, ma esserne,
piuttosto, una presentazione fatta in modo sereno e rispettoso
dell'intelligenza e della coscienza altrui. Il dialogo della
riconciliazione non potrà mai sostituire o attenuare l'annuncio della
verità evangelica, che ha come scopo preciso la conversione dal peccato e
la comunione con Cristo e con la Chiesa, ma dovrà servire alla sua
trasmissione e attuazione attraverso i mezzi lasciati da Cristo alla
Chiesa per la pastorale della riconciliazione: la catechesi e la
penitenza.
La
Catechesi
26.
Nella vasta area, in cui la Chiesa ha la missione di operare con lo
strumento del dialogo, la pastorale della penitenza e della
riconciliazione si rivolge ai membri del corpo della Chiesa, innanzitutto,
con un'adeguata catechesi circa le due realtà distinte e complementari,
alle quali i padri sinodali hanno dato una particolare importanza, e che
hanno messo in rilievo in alcune delle «Propositiones» conclusive:
appunto la penitenza e la riconciliazione. La catechesi, dunque, è il
primo mezzo da impiegare.
Alla
radice della raccomandazione del Sinodo, così opportuna, si trova un
presupposto fondamentale: ciò che è pastorale non si oppone al
dottrinale, né può l'azione pastorale prescindere dal contenuto
dottrinale, dal quale, anzi, trae la sua sostanza e la sua reale validità.
Ora, se la Chiesa è «colonna e sostegno della verità» (1Tm 3,15) ed è
posta nel mondo come madre e maestra, come potrebbe tralasciare il compito
di insegnare la verità che costituisce un cammino di vita?
Dai
pastori della Chiesa si attende, prima di tutto, una catechesi sulla
riconciliazione. Questa non può non fondarsi sull'insegnamento biblico,
specialmente quello neo-testamentario, circa la necessità di ricostituire
l'alleanza con Dio in Cristo redentore e riconciliatore e, alla luce e
come espansione di questa nuova comunione e amicizia, circa la necessità
di riconciliarsi col fratello, a costo di dover interrompere l'offerta del
sacrificio. Su questo tema della riconciliazione fraterna Gesù insiste
molto: ad esempio, quando invita a porgere l'altra guancia a chi ci ha
percosso e a lasciare anche il mantello a chi ci ha preso la tunica, o
quando inculca la legge del perdono: perdono che ciascuno riceve nella
misura in cui sa perdonare, perdono da offrire anche ai nemici, perdono da
concedere settanta volte sette, cioè, in pratica, senza alcuna
limitazione. A queste condizioni, realizzabili solo in un clima
genuinamente evangelico, è possibile una vera riconciliazione sia fra gli
individui, sia fra le famiglie, le comunità, le nazioni e i popoli. Da
questi dati biblici sulla riconciliazione deriverà naturalmente una
catechesi teologica, la quale integrerà nella sua sintesi anche gli
elementi della psicologia, della sociologia e delle altre scienze umane,
che possono servire per chiarire le situazioni, impostare bene i problemi,
persuadere gli ascoltatori o i lettori a prendere risoluzioni concrete.
Dai
pastori della Chiesa si attende pure una catechesi sulla penitenza. Anche
qui la ricchezza del messaggio biblico ne deve essere la sorgente. Questo
messaggio sottolinea nella penitenza, anzitutto, il suo valore di
conversione, termine col quale si cerca di tradurre la parola del testo
greco «metanoia», che letteralmente significa lasciar capovolgere lo
spirito per farlo volgere a Dio. Sono questi, del resto, i due elementi
fondamentali emergenti dalla parabola del figlio perduto e ritrovato: il
«rientrare in sé» e la decisione di tornare al padre. Non ci può
essere riconciliazione senza questi atteggiamenti primordiali della
conversione, e la catechesi deve spiegarli con concetti e termini adatti
alle varie età, alle diverse condizioni culturali, morali e sociali.
E'
un primo valore della penitenza che si prolunga nel secondo: penitenza
significa anche pentimento. I due sensi della «metanoia» appaiono nella
significativa consegna data da Gesù: «Se un tuo fratello si pente (=
ritorna a te), perdonagli. E se pecca sette volte al giorno contro di te e
sette volte torna a te dicendo: "Mi pento", tu gli perdonerai»
(Lc 17,3s). Una buona catechesi mostrerà come il pentimento, tanto quanto
la conversione, lungi dall'essere un sentimento superficiale, è un vero
capovolgimento dell'anima.
Un
terzo valore è contenuto nella penitenza, ed è il movimento per il quale
i precedenti atteggiamenti di conversione e di pentimento si manifestano
all'esterno: è il fare penitenza. Questo significato è ben percepibile
nel termine «metanoia», come è usato dal Precursore secondo il testo
dei sinottici. Fare penitenza vuol dire, oltre tutto, ristabilire
l'equilibrio e l'armonia rotti dal peccato, cambiare direzione anche a
costo di sacrificio.
Insomma,
una catechesi sulla penitenza, la più completa e adeguata possibile, è
inderogabile in un tempo come il nostro, nel quale gli atteggiamenti
dominanti nella psicologia e nel comportamento sociale sono così in
contrasto col triplice valore, già illustrato: l'uomo contemporaneo
sembra far più fatica che mai a riconoscere i propri sbagli e a decidere
di tornare sui suoi passi per riprendere il cammino dopo aver rettificato
la marcia; egli sembra molto riluttante a dire «me ne pento» o «mi
dispiace»; sembra rifiutare istintivamente, e spesso irresistibilmente,
tutto ciò che è penitenza nel senso del sacrificio accolto e praticato
per la correzione del peccato. A questo riguardo, vorrei sottolineare che,
anche se mitigata da qualche tempo, la disciplina penitenziale della
Chiesa non può essere abbandonata senza grave nocumento sia per la vita
interiore dei cristiani e della comunità ecclesiale, sia per la loro
capacità di irradiazione missionaria. Non è raro che non-cristiani siano
sorpresi per la scarsa testimonianza di vera penitenza da parte dei
discepoli di Cristo. E' chiaro, peraltro, che la penitenza cristiana sarà
autentica, se sarà ispirata dall'amore, e non dal mero timore; se
consisterà in un serio sforzo di crocifiggere l'«uomo vecchio», perché
possa rinascere il «nuovo», ad opera di Cristo; se seguirà come modello
Cristo che, pur essendo innocente, scelse la via della povertà, della
pazienza, dell'austerità e, si può dire, della vita penitente.
Dai
pastori della Chiesa si attende ancora - come ha ricordato il Sinodo - una
catechesi sulla coscienza e la sua formazione. Anche questo è un tema di
acuta attualità, visto che, nei sussulti a cui è soggetta la cultura del
nostro tempo, viene troppo spesso aggredito, messo a prova, sconvolto,
ottenebrato questo santuario interiore, cioè l'io più intimo dell'uomo:
la sua coscienza. Per una sapiente catechesi sulla coscienza si possono
trovare indicazioni preziose sia nei dottori della Chiesa, sia nella
teologia del Concilio Vaticano II e, specialmente, nei due documenti sulla
Chiesa nel mondo contemporaneo e sulla libertà religiosa. Su questa
stessa linea il pontefice Paolo VI intervenne spesso, per ricordare la
natura e il ruolo della coscienza nella nostra vita. Io stesso, seguendo
le sue orme, non tralascio nessuna occasione per far luce su questa
altissima componente della grandezza e dignità dell'uomo, su questa «sorta
di senso morale, che ci porta a discernere ciò che è bene da ciò che è
male (...) come un occhio interiore, una capacità visiva dello spirito,
in grado di guidare i nostri passi sulla via del bene», ribadendo la
necessità di formare cristianamente la propria coscienza, affinché essa
non diventi «una forza distruttrice dell'umanità vera (della persona),
anziché il luogo santo dove Dio gli rivela il suo vero bene».
Anche
su altri punti di non minore rilevanza per la riconciliazione si attende
la catechesi dei pastori della Chiesa.
·
Sul senso del peccato, che, come ho detto, si è non poco
attenuato nel nostro mondo.
·
Sulla tentazione e le tentazioni: lo stesso Signore Gesù, Figlio
di Dio, «provato in ogni cosa, come noi, escluso il peccato» (Eb 4,15),
volle esser tentato dal maligno, per indicare che, come lui, anche i suoi
sarebbero sottoposti alla tentazione, nonché per mostrare come bisogna
comportarsi nella tentazione. Per chi supplica il Padre di non esser
tentato al di sopra delle proprie forze e di non soccombere alla
tentazione, per chi non si espone alle occasioni, l'esser sottoposto a
tentazione non significa aver peccato, ma è, piuttosto, occasione per
crescere nella fedeltà e nella coerenza attraverso l'umiltà e la
vigilanza.
·
Sul digiuno: che può praticarsi in forme antiche e nuove, come
segno di conversione, di pentimento e di mortificazione personale e, al
tempo stesso, di unione con Cristo crocifisso e di solidarietà con gli
affamati e i sofferenti.
·
Sull'elemosina: che è mezzo per render concreta la carità,
condividendo ciò di cui si dispone con colui che soffre le conseguenze
della povertà.
·
Sul nesso intimo, che collega il superamento delle divisioni nel
mondo alla comunione piena con Dio e fra gli uomini, scopo escatologico
della Chiesa.
·
Sulle circostanze concrete, in cui si deve operare la
riconciliazione (nella famiglia, nella comunità civile, nelle strutture
sociali) e, particolarmente, sulle quattro riconciliazioni che riparano le
quattro fratture fondamentali: riconciliazione dell'uomo con Dio, con se
stesso, con i fratelli, con tutto il creato.
Né
la Chiesa può omettere, senza grave mutilazione del suo messaggio
essenziale, una costante catechesi su quelli che il linguaggio cristiano
tradizionale designa come i quattro novissimi dell'uomo: morte, giudizio
(particolare e universale), inferno e paradiso. In una cultura, che tende
a racchiudere l'uomo nella sua vicenda terrena più o meno riuscita, ai
pastori della Chiesa si chiede una catechesi che dischiuda e illumini con
le certezze della fede l'aldilà della vita presente: oltre le misteriose
porte della morte si profila un'eternità di gioia nella comunione con Dio
o di pena nella lontananza da lui. Soltanto in questa visione escatologica
si può avere la misura esatta del peccato e sentirsi spinti decisamente
alla penitenza e alla riconciliazione.
Ai
pastori zelanti e capaci di inventiva non mancano mai le occasioni per
impartire questa ampia e varia catechesi, tenendo conto della diversità
di cultura e di formazione religiosa di coloro ai quali si rivolgono. Le
offrono spesso le letture bibliche e i riti della santa messa e degli
altri sacramenti, come le stesse circostanze in cui essi vengono
celebrati. Allo stesso scopo possono esser prese molte iniziative, quali
predicazioni, lezioni, dibattiti, incontri e corsi di cultura religiosa,
ecc., come avviene in molti luoghi. Desidero qui segnalare, in
particolare, l'importanza e l'efficacia che, ai fini di tale catechesi,
hanno le antiche missioni popolari. Se adattate alle peculiari esigenze
del nostro tempo, esse possono essere, oggi come ieri, un valido strumento
di educazione nella fede anche per quanto riguarda il settore della
penitenza e della riconciliazione.
Per
la grande rilevanza che ha la riconciliazione, fondata sulla conversione,
nel delicato campo dei rapporti umani e della convivenza sociale a tutti i
livelli, compreso quello internazionale, non può mancare alla catechesi
il prezioso apporto della dottrina sociale della Chiesa. Il puntuale e
preciso insegnamento dei miei predecessori, a partire dal papa Leone XIII,
a cui è venuto a unirsi il sostanzioso apporto della costituzione
pastorale «Gaudium et Spes» del Concilio Vaticano II con quello dei
diversi episcopati sollecitati da varie circostanze nei rispettivi paesi,
ha costituito un ampio e solido corpo di dottrina riguardante le
molteplici esigenze inerenti alla vita della comunità umana, ai rapporti
tra individui, famiglie, gruppi nei suoi diversi ambiti, e alla stessa
costituzione di una società che voglia esser coerente con la legge
morale, che è fondamento della civiltà.
Alla
base di questo insegnamento sociale della Chiesa si trova, ovviamente, la
visione che essa trae dalla parola di Dio circa i diritti e i doveri degli
individui, della famiglia e della comunità; circa il valore della libertà
e le dimensioni della giustizia; circa il primato della carità; circa la
dignità della persona umana e le esigenze del bene comune, al quale
devono mirare la politica e la stessa economia. Su questi fondamentali
principi del magistero sociale, che confermano e ripropongono i dettami
universali della ragione e della coscienza dei popoli, poggia in gran
parte la speranza di una pacifica soluzione di tanti conflitti sociali e,
in definitiva, della riconciliazione universale.
I
sacramenti
27.
Il secondo mezzo di istituzione divina, che dalla Chiesa è offerto alla
pastorale della penitenza e della riconciliazione, è costituito dai
sacramenti. Nel misterioso dinamismo dei sacramenti, così ricco di
simbolismi e di contenuti, è possibile ravvisare un aspetto non sempre
messo in luce: ciascuno di essi, oltreché della sua grazia propria, è
segno anche di penitenza e riconciliazione e, dunque, in ciascuno di essi
è possibile rivivere queste dimensioni dello spirito.
Il
battesimo è, certo, un lavacro salvifico, che - come dice san Pietro -
vale «non (come) rimozione di sporcizia del corpo, ma (come) invocazione
di salvezza, rivolta a Dio da parte di una buona coscienza» (1Pt 3,21).
E' morte, sepoltura e risurrezione con Cristo morto, sepolto e risorto. E'
dono dello Spirito Santo per il tramite di Cristo. Ma questo costitutivo
essenziale e originale del battesimo cristiano, lungi dall'eliminare,
arricchisce l'elemento penitenziale già presente nel battesimo, che Gesù
stesso ricevette da Giovanni «per adempiere ogni giustizia»: un fatto,
cioè, di conversione e di reintegrazione nel giusto ordine di rapporti
con Dio, di riconciliazione con Dio, con la cancellazione della macchia
originale e il conseguente inserimento nella grande famiglia dei
riconciliati.
Parimenti
la cresima, anche in quanto confermazione del battesimo e, con esso,
sacramento di iniziazione, nel conferire la pienezza dello Spirito Santo e
nel portare all'età adulta la vita cristiana, significa e realizza per ciò
stesso una maggiore conversione del cuore e una più intima ed effettiva
appartenenza alla medesima assemblea di riconciliati, che è la Chiesa di
Cristo.
La
definizione, che sant'Agostino dà dell'eucaristia come «sacramentum
pietatis, signum unitatis, vinculum caritatis», mette in chiara luce gli
effetti di santificazione personale («pietas») e di riconciliazione
comunitaria («unitas» e «caritas»), che derivano dall'essenza stessa
del mistero eucaristico, come rinnovamento incruento del sacrificio della
croce, fonte di salvezza e di riconciliazione per tutti gli uomini. E'
necessario, tuttavia, ricordare che la Chiesa, guidata dalla fede in
questo augusto sacramento, insegna che nessun cristiano, consapevole di
peccato grave, può ricevere l'eucaristia prima di aver ottenuto il
perdono di Dio. Come si legge nell'istruzione «Eucharisticum mysterium»,
la quale, debitamente approvata da Paolo VI, conferma in pieno
l'insegnamento del Concilio Tridentino: «L'eucaristia sia proposta ai
fedeli anche «come antidoto, che ci libera dalle colpe quotidiane, e ci
preserva dai peccati mortali», e sia loro indicato il modo conveniente di
servirsi delle parti penitenziali della liturgia della messa. «A colui
che vuole comunicarsi venga ricordato... il precetto: L'uomo provi se
stesso (1Cor 11,28). E la consuetudine della Chiesa dimostra che quella
prova è necessaria, perché nessuno consapevole di essere in peccato
mortale, per quanto si creda contrito, si accosti alla santa eucaristia
prima della confessione sacramentale. Che, se si trova in caso di necessità
e non ha modo di confessarsi, faccia prima un atto di contrizione perfetta».
Il
sacramento dell'ordine è destinato a dare alla Chiesa i pastori, i quali,
oltreché maestri e guide, sono chiamati a essere testimoni e operatori di
unità, costruttori della famiglia di Dio, difensori e preservatori della
comunione di questa famiglia contro i fermenti di divisione e di
dispersione.
Il
sacramento del matrimonio, esaltazione dell'amore umano sotto l'azione
della grazia, è segno, sì, dell'amore di Cristo per la Chiesa, ma anche
della vittoria che egli concede agli sposi di riportare sulle forze che
deformano e distruggono l'amore, sicché la famiglia, nata da tale
sacramento, diventa segno anche della Chiesa riconciliata e
riconciliatrice per un mondo riconciliato in tutte le sue strutture e
istituzioni.
L'unzione
degli infermi, infine, nella prova della malattia e della vecchiaia e
specialmente nell'ora finale del cristiano, è segno della definitiva
conversione al Signore, nonché della totale accettazione del dolore e
della morte come penitenza per i peccati. E in questo si attua la suprema
riconciliazione col Padre.
Tuttavia,
fra i sacramenti ce n'è uno che, se spesso è stato chiamato della
confessione a motivo dell'accusa dei peccati che in esso vien fatta, più
propriamente può ritenersi il sacramento della penitenza per antonomasia,
come di fatto si chiama, e quindi è il sacramento della conversione e
della riconciliazione. Di questo sacramento si è particolarmente occupata
la recente assemblea del Sinodo per l'importanza che ha in ordine alla
riconciliazione.
II.
IL SACRAMENTO DELLA
PENITENZA E DELLA RICONCILIAZIONE
28. In tutte le fasi e a tutti i livelli del suo svolgimento, il
Sinodo ha considerato con la massima attenzione quel segno sacramentale
che rappresenta e insieme realizza la penitenza e la riconciliazione.
Questo sacramento certamente non esaurisce in se stesso i concetti di
conversione e di riconciliazione. La Chiesa, infatti, sin dalle sue
origini conosce e valorizza numerose e svariate forme di penitenza: alcune
liturgiche o paraliturgiche, che vanno dall'atto penitenziale della messa
alle funzioni propiziatorie, ai pellegrinaggi; altre di carattere
ascetico, come il digiuno. Tuttavia, di tutti gli atti nessuno è più
significativo, né più divinamente efficace, né più elevato e in pari
tempo accessibile nel suo stesso rito, del sacramento della penitenza.
Sin
dalla sua preparazione, poi nei numerosi interventi succedutisi durante il
suo svolgimento, nei lavori dei gruppi e nelle «Propositiones» finali,
il Sinodo ha tenuto conto dell'affermazione pronunciata molte volte, con
toni diversi e diverso contenuto: il sacramento della penitenza è in
crisi, e di tale crisi ha preso atto. Ha raccomandato un'approfondita
catechesi, ma anche una non meno approfondita analisi di carattere
teologico, storico, psicologico, sociologico e giuridico circa la
penitenza in generale e il sacramento della penitenza in particolare. Con
tutto ciò esso ha inteso chiarire i motivi della crisi e aprire le vie
per una soluzione positiva, a beneficio dell'umanità. Intanto, dal Sinodo
stesso la Chiesa ha ricevuto una chiara conferma della sua fede riguardo
al sacramento, per il quale viene data ad ogni cristiano e all'intera
comunità dei credenti la certezza del perdono per la potenza del sangue
redentore di Cristo.
Giova
rinnovare e riaffermare questa fede nel momento in cui essa potrebbe
affievolirsi, perdere qualcosa della sua integrità o entrare in una zona
d'ombra e di silenzio, minacciata com'è dalla già menzionata crisi in ciò
che essa ha di negativo. Insidiano, infatti, il sacramento della
confessione, da un lato, l'oscuramento della coscienza morale e religiosa,
l'attenuazione del senso del peccato, il travisamento del concetto di
pentimento, la scarsa tensione verso una vita autenticamente cristiana;
dall'altro lato, la mentalità, talora diffusa, che si possa ottenere il
perdono direttamente da Dio anche in maniera ordinaria, senza accostarsi
al sacramento della riconciliazione, e l'abitudine di una pratica
sacramentale priva talora di fervore e di vera spontaneità, originata
forse da una considerazione errata e deviante degli effetti del
sacramento.
Conviene,
pertanto, ricordare le principali dimensioni di questo grande sacramento.
«A
chi rimetterete»
29.
Il primo dato fondamentale ci è offerto dai libri santi dell'Antico e del
Nuovo Testamento riguardo alla misericordia del Signore e al suo perdono.
Nei salmi e nella predicazione dei profeti il nome di misericordioso è
forse quello che più spesso viene attribuito al Signore, contrariamente
al persistente cliché, secondo il quale il Dio dell'Antico Testamento
viene presentato soprattutto come severo e punitivo. Così, fra i salmi,
un lungo discorso sapienziale, attingendo alla tradizione dell'Esodo,
rievoca l'azione benefica di Dio in mezzo al suo popolo. Tale azione, pur
nella sua rappresentazione antropomorfica, è forse una delle più
eloquenti proclamazioni veterotestamentarie della misericordia divina.
Basti qui riportare il versetto: «Ed egli, pietoso, perdonava la colpa,
li perdonava invece di distruggerli. Molte volte placò la sua ira e
trattenne il suo furore, ricordando che essi sono carne, un soffio che va
e non ritorna» (Sal 78,38s).
Nella
pienezza dei tempi il Figlio di Dio, venendo come l'Agnello che toglie e
porta su di sé il peccato del mondo, appare come colui che ha il potere
sia di giudicare sia di perdonare i peccati, e che è venuto non per
condannare, ma per perdonare e salvare.
Ora,
questo potere di rimettere i peccati Gesù lo conferisce, mediante lo
Spirito Santo, a semplici uomini, soggetti essi stessi all'insidia del
peccato, cioè ai suoi apostoli: «Ricevete lo Spirito Santo: a chi
rimetterete i peccati, saranno rimessi, e a chi non li rimetterete,
resteranno non rimessi» (Gv 20,22; Mt 18,18). E', questa, una delle più
formidabili novità evangeliche! Egli conferisce tale potere agli apostoli
anche come trasmissibile - così lo ha inteso la Chiesa sin dai suoi primi
albori - ai loro successori, investiti dagli stessi apostoli della
missione e della responsabilità di continuare la loro opera di
annunciatori del Vangelo e di ministri dell'opera redentrice di Cristo.
Qui
si rivela in tutta la sua grandezza la figura del ministro del sacramento
della penitenza, chiamato, per antichissima consuetudine, il confessore.
Come
all'altare dove celebra l'eucaristia e come in ciascuno dei sacramenti, il
sacerdote, ministro della penitenza, opera «in persona Christi». Il
Cristo, che da lui è reso presente e che per suo mezzo attua il mistero
della remissione dei peccati, è colui che appare come fratello dell'uomo,
pontefice misericordioso, fedele e compassionevole, pastore deciso a
cercare la pecora smarrita, medico che guarisce e conforta, maestro unico
che insegna la verità e indica le vie di Dio, giudice dei vivi e dei
morti, che giudica secondo la verità e non secondo le apparenze.
Questo
è, senza dubbio, il più difficile e delicato, il più faticoso ed
esigente, ma anche uno dei più belli e consolanti ministeri del
sacerdote, e proprio per questo, attento anche al forte richiamo del
Sinodo, non mi stancherò mai di richiamare i miei fratelli, vescovi e
presbiteri, al suo fedele e diligente adempimento. Di fronte alla
coscienza del fedele, che a lui si apre con un misto di trepidazione e di
fiducia, il confessore è chiamato a un alto compito che è servizio alla
penitenza e alla riconciliazione umana: conoscere di quel fedele le
debolezze e cadute, valutarne il desiderio di ripresa e gli sforzi per
ottenerla, discernere l'azione dello Spirito santificatore nel suo cuore,
comunicargli un perdono che solo Dio può concedere, «celebrare» la sua
riconciliazione col Padre raffigurata nella parabola del figlio prodigo,
reinserire quel peccatore riscattato nella comunione ecclesiale con i
fratelli, ammonire paternamente quel penitente con un fermo, incoraggiante
e amichevole «D'ora in poi non peccare più» (Gv 8,11).
Per
l'efficace adempimento di tale ministero, il confessore deve avere
necessariamente qualità umane di prudenza, discrezione, discernimento,
fermezza temperata da mansuetudine e bontà. Egli deve avere, altresì,
una seria e accurata preparazione, non frammentaria ma integrale e
armonica, nelle diverse branche della teologia, nella pedagogia e nella
psicologia, nella metodologia del dialogo e, soprattutto, nella conoscenza
viva e comunicativa della parola di Dio. Ma ancora più necessario è che
egli viva una vita spirituale intensa e genuina. Per condurre altri sulla
via della perfezione cristiana il ministro della penitenza deve percorrere
egli stesso, per primo, questa via e, più con gli atti che con abbondanti
discorsi, dar prova di reale esperienza dell'orazione vissuta, di pratica
delle virtù evangeliche teologali e morali, di fedele obbedienza alla
volontà di Dio, di amore alla Chiesa e di docilità al suo magistero.
Tutto
questo corredo di doti umane, di virtù cristiane e di capacità pastorali
non si improvvisa né si acquista senza sforzo. Per il ministero della
penitenza sacramentale ogni sacerdote deve essere preparato già dagli
anni del seminario, insieme con lo studio della teologia dogmatica,
morale, spirituale e pastorale (che son sempre una sola teologia), con le
scienze dell'uomo, la metodologia del dialogo e, specialmente, del
colloquio pastorale. Egli dovrà poi essere avviato e sostenuto nelle
prime esperienze. Dovrà sempre curare il proprio perfezionamento e
aggiornamento con lo studio permanente. Quale tesoro di grazia, di vita
vera e di spirituale irradiazione non verrebbe alla Chiesa, se ciascun
sacerdote si mostrasse premuroso di non mancare mai, per negligenza o
pretesti vari, all'appuntamento con i fedeli al confessionale, e fosse
ancor più premuroso di non andarvi mai impreparato, o privo delle
indispensabili qualità umane e delle condizioni spirituali e pastorali!
A
questo proposito non posso non evocare con devota ammirazione le figure di
straordinari apostoli del confessionale, quali san Giovanni Nepomuceno,
san Giovanni Maria Vianney, san Giuseppe Cafasso e san Leopoldo da
Castelnuovo, per parlare di quelli più noti che la Chiesa ha iscritto
nell'albo dei suoi santi. Ma io desidero rendere omaggio anche
all'innumerevole schiera di confessori santi e quasi sempre anonimi, ai
quali è dovuta la salvezza di tante anime, da loro aiutate nella
conversione, nella lotta contro il peccato e le tentazioni, nel progresso
spirituale e, in definitiva, nella santificazione. Non esito a dire che
anche i grandi santi canonizzati sono generalmente usciti da quei
confessionali e, con i santi, il patrimonio spirituale della Chiesa e la
stessa fioritura di una civiltà, permeata di spirito cristiano! Onore,
dunque, a questo silenzioso esercito di nostri confratelli, che hanno ben
servito e servono ogni giorno la causa della riconciliazione mediante il
ministero della penitenza sacramentale.
Il
Sacramento del perdono
30.
Dalla rivelazione del valore di questo ministero e del potere di rimettere
i peccati, da Cristo conferito agli apostoli e ai loro successori, si è
sviluppata nella Chiesa la coscienza del segno del perdono, conferito
mediante il sacramento della penitenza. La certezza, cioè, che lo stesso
Signore Gesù ha istituito e affidato alla Chiesa - quale dono della sua
benignità e della sua «filantropia», da offrire a tutti - uno speciale
sacramento per la remissione dei peccati commessi dopo il battesimo.
La
pratica di questo sacramento, per quanto riguarda la sua celebrazione e la
sua forma, ha conosciuto un lungo processo di sviluppo, come attestano i
più antichi sacramentari, gli atti di concili e di sinodi episcopali, la
predicazione dei padri e l'insegnamento dei dottori della Chiesa. Ma circa
la sostanza del sacramento è rimasta sempre solida e immutata nella
coscienza della Chiesa la certezza che, per volontà di Cristo, il perdono
è offerto a ciascuno per mezzo dell'assoluzione sacramentale, data dai
ministri della penitenza: è certezza riaffermata con particolare vigore
sia dal Concilio di Trento, che dal Concilio Vaticano II: «Quelli che si
accostano al sacramento della penitenza ricevono dalla misericordia di Dio
il perdono delle offese fatte a lui e, nello stesso tempo, la
riconciliazione con la Chiesa, alla quale hanno inflitto una ferita col
peccato: la Chiesa che coopera alla loro conversione con la carità, con
l'esempio e la preghiera» («Lumen Gentium», 11). E come dato essenziale
di fede sul valore e lo scopo della penitenza si deve riaffermare che il
nostro salvatore Gesù Cristo istituì nella sua Chiesa il sacramento
della penitenza, perché i fedeli caduti in peccato dopo il battesimo
ricevessero la grazia e si riconciliassero con Dio.
La
fede della Chiesa in questo sacramento comporta alcune altre verità
fondamentali, che sono ineludibili. Il rito sacramentale della penitenza,
nella sua evoluzione e variazione di forme pratiche, ha sempre conservato
e messo in luce queste verità. Il Concilio Vaticano II, nel prescrivere
la riforma di questo rito, intendeva far sì che esso esprimesse ancor più
chiaramente tali verità, e ciò è avvenuto nel nuovo «Rito della
penitenza». Questo, infatti, ha assunto nella sua integrità la dottrina
della tradizione raccolta dal Concilio Tridentino, trasferendola dal suo
particolare contesto storico (quello di un deciso sforzo di chiarimento
dottrinale di fronte alle gravi deviazioni dal genuino insegnamento della
Chiesa) per tradurla fedelmente in termini più aderenti al contesto del
nostro tempo.
Alcune
convinzioni fondamentali
31.
Le menzionate verità, ribadite con forza e chiarezza dal Sinodo e
presenti nelle «Propositiones», possono riassumersi nelle seguenti
convinzioni di fede, intorno alle quali si raccolgono tutte le altre
affermazioni della dottrina cattolica sul sacramento della penitenza.
I.
La prima convinzione è che, per un cristiano, il sacramento della
penitenza è la via ordinaria per ottenere il perdono e la remissione dei
suoi peccati gravi commessi dopo il battesimo. Certo, il Salvatore e la
sua azione salvifica non sono così legati ad un segno sacramentale, da
non potere in qualsiasi tempo e settore della storia della salvezza
operare al di fuori e al di sopra dei sacramenti. Ma alla scuola della
fede noi apprendiamo che il medesimo Salvatore ha voluto e disposto che
gli umili e preziosi sacramenti della fede siano ordinariamente i mezzi
efficaci, per i quali passa e opera la sua potenza redentrice. Sarebbe
dunque insensato, oltreché presuntuoso, voler prescindere arbitrariamente
dagli strumenti di grazia e di salvezza che il Signore ha disposto e, nel
caso specifico, pretendere di ricevere il perdono facendo a meno del
sacramento, istituito da Cristo proprio per il perdono. Il rinnovamento
dei riti, attuato dopo il Concilio, non autorizza alcuna illusione e
alterazione in questa direzione. Esso doveva e deve servire, secondo
l'intenzione della Chiesa, a suscitare in ciascuno di noi un nuovo slancio
verso il rinnovamento del nostro atteggiamento interiore, cioè verso una
comprensione più profonda della natura del sacramento della penitenza;
verso un'accoglienza di esso più nutrita di fede, non ansiosa ma
fiduciosa; verso una maggiore frequenza del sacramento, che si riconosce
tutto pervaso dall'amore misericordioso del Signore.
II.
La seconda convinzione riguarda la funzione del sacramento della penitenza
per colui che vi ricorre. Esso è, secondo la più antica tradizionale
concezione, una specie di azione giudiziaria; ma questa si svolge presso
un tribunale di misericordia, più che di stretta e rigorosa giustizia, il
quale non è paragonabile che per analogia ai tribunali umani, cioè in
quanto il peccatore vi svela i suoi peccati e la sua condizione di
creatura soggetta al peccato; si impegna a rinunciare e a combattere il
peccato; accetta la pena (penitenza sacramentale) che il confessore gli
impone e ne riceve l'assoluzione. Ma, riflettendo sulla funzione di questo
sacramento, la coscienza della Chiesa vi scorge, oltre il carattere di
giudizio nel senso accennato, un carattere terapeutico o medicinale. E
questo si ricollega al fatto che è frequente nel Vangelo la presentazione
di Cristo come medico, mentre la sua opera redentrice viene spesso
chiamata, sin dall'antichità cristiana, «medicina salutis». «Io voglio
curare, non accusare», diceva sant'Agostino riferendosi all'esercizio
della pastorale penitenziale, ed è grazie alla medicina della confessione
che l'esperienza del peccato non degenera in disperazione. Il «Rito della
penitenza» allude a questo aspetto medicinale del sacramento, al quale
l'uomo contemporaneo è forse più sensibile, vedendo nel peccato, sì, ciò
che comporta di errore, ma ancor più ciò che dimostra in ordine alla
debolezza e infermità umana. Tribunale di misericordia o luogo di
guarigione spirituale, sotto entrambi gli aspetti, il sacramento esige una
conoscenza dell'intimo del peccatore, per poterlo giudicare edassolvere,
per curarlo e guarirlo. E proprio per questo esso implica, da parte del
penitente, l'accusa sincera e completa dei peccati, che ha pertanto una
ragion d'essere non solo ispirata da fini ascetici (quale esercizio di
umiltà e di mortificazione), ma inerente alla natura stessa del
sacramento.
III.
La terza convinzione, che tengo ad accentuare, riguarda le realtà o
parti, che compongono il segno sacramentale del perdono e della
riconciliazione. Alcune di queste realtà sono atti del penitente, di
diversa importanza, ciascuno però indispensabile o alla validità, o
all'integrità, o alla fruttuosità del segno. Una condizione
indispensabile è, innanzitutto, la rettitudine e la limpidezza della
coscienza del penitente. Un uomo non si avvia ad una vera e genuina
penitenza, finché non scorge che il peccato contrasta con la norma etica,
iscritta nell'intimo del proprio essere; finché non riconosce di aver
fatto l'esperienza personale e responsabile di un tale contrasto; finché
non dice non soltanto «il peccato c'è», ma «io ho peccato»; finché
non ammette che il peccato ha introdotto nella sua coscienza una
divisione, che pervade poi tutto il suo essere e lo separa da Dio e dai
fratelli. Il segno sacramentale di questa limpidezza della coscienza è
l'atto tradizionalmente chiamato esame di coscienza, atto che deve esser
sempre non già un'ansiosa introspezione psicologica, ma il confronto
sincero e sereno con la legge morale interiore, con le norme evangeliche
proposte dalla Chiesa, con lo stesso Cristo Gesù, che è per noi maestro
e modello di vita, e col Padre celeste, che ci chiama al bene e alla
perfezione.
Ma
l'atto essenziale della penitenza, da parte del penitente, è la
contrizione, ossia un chiaro e deciso ripudio del peccato commesso insieme
col proposito di non tornare a commetterlo, per l'amore che si porta a Dio
e che rinasce col pentimento. Così intesa, la contrizione è, dunque, il
principio e l'anima della conversione, di quella «metanoia» evangelica
che riporta l'uomo a Dio come il figlio prodigo che ritorna al padre, e
che ha nel sacramento della penitenza il suo segno visibile,
perfezionativo della stessa attrizione. Perciò, «da questa contrizione
del cuore dipende la verità della penitenza» («Ordo Paenitentiae»,
6c).
Rimandando
a tutto quanto la Chiesa, ispirata dalla parola di Dio, insegna circa la
contrizione, mi preme qui sottolineare un solo aspetto di tale dottrina,
che va meglio conosciuto e tenuto presente. Non di rado si considerano la
conversione e la contrizione sotto il profilo delle innegabili esigenze,
che esse comportano, e della mortificazione che esse impongono in vista di
un radicale cambiamento di vita. Ma è bene ricordare e rilevare che
contrizione e conversione sono ancor più un avvicinamento alla santità
di Dio, un ritrovare la propria verità interiore, turbata e sconvolta dal
peccato, un liberarsi nel più profondo di se stessi e, per questo, un
riacquistare la gioia perduta, la gioia di essere salvati, che la
maggioranza degli uomini del nostro tempo non sa più gustare.
Si
comprende, perciò, come fin dai primi tempi cristiani, in collegamento
con gli apostoli e con Cristo, la Chiesa abbia incluso nel segno
sacramentale della penitenza l'accusa dei peccati. Questa appare così
rilevante, che da secoli il nome usuale del sacramento è stato ed è
tuttora quello di confessione. Accusare i propri peccati è, anzitutto,
richiesto dalla necessità che il peccatore sia conosciuto da colui che
nel sacramento esercita il ruolo di giudice, il quale deve valutare sia la
gravità dei peccati, sia il pentimento del penitente, e insieme il ruolo
di medico, il quale deve conoscere lo stato dell'infermo per curarlo e
guarirlo. Ma la confessione individuale ha anche il valore di segno: segno
dell'incontro del peccatore con la mediazione ecclesiale nella persona del
ministro; segno del suo scoprirsi al cospetto di Dio e della Chiesa come
peccatore, del suo chiarirsi a se stesso sotto lo sguardo di Dio. L'accusa
dei peccati, dunque, non è riducibile ad un qualsiasi tentativo di
autoliberazione psicologica, anche se corrisponde a quel legittimo e
naturale bisogno di aprirsi a qualcuno, che è insito nel cuore umano: è
un gesto liturgico, solenne nella sua drammaticità, umile e sobrio nella
grandezza del suo significato. E' il gesto del figlio prodigo, che ritorna
al Padre ed è accolto da lui col bacio della pace; gesto di lealtà e di
coraggio; gesto di affidamento di se stessi, al di là del peccato, alla
misericordia che perdona. Si capisce allora perché l'accusa dei peccati
deve essere ordinariamente individuale e non collettiva, come il peccato
è un fatto profondamente personale. Nello stesso tempo, però, questa
accusa strappa in certo modo il peccato dal segreto del cuore e, quindi,
dall'ambito della pura individualità, mettendo in risalto anche il suo
carattere sociale, perché mediante il ministro della penitenza è la
comunità ecclesiale, lesa dal peccato, che accoglie di nuovo il peccatore
pentito e perdonato.
L'altro
momento essenziale del sacramento della penitenza compete questa volta al
confessore giudice e medico, immagine di Dio Padre che accoglie e perdona
colui che ritorna: è l'assoluzione. Le parole che la esprimono e i gesti
che la accompagnano nell'antico e nel nuovo «Rito della penitenza»
rivestono una significativa semplicità nella loro grandezza. La formula
sacramentale: «Io ti assolvo...», l'imposizione della mano e il segno
della croce, tracciato sul penitente, manifestano che in quel momento il
peccatore contrito e convertito entra in contatto con la potenza e la
misericordia di Dio. E' il momento nel quale, in risposta al penitente, la
Trinità si fa presente per cancellare il suo peccato e restituirgli
l'innocenza, e la forza salvifica della passione, morte e risurrezione di
Gesù è comunicata al medesimo penitente, quale «misericordia più forte
della colpa e dell'offesa», come ebbi a definirla nell'enciclica «Dives
in Misericordia». Dio è sempre il principale offeso dal peccato - «tibi
soli peccavi!» -, e solo Dio può perdonare. Perciò, l'assoluzione che
il sacerdote, ministro del perdono, benché egli stesso peccatore, concede
al penitente, è il segno efficace dell'intervento del Padre in ogni
assoluzione e della «risurrezione» dalla «morte spirituale», che si
rinnova ogni volta che si attua il sacramento della penitenza. Soltanto la
fede può assicurare che in quel momento ogni peccato è rimesso e
cancellato per il misterioso intervento del Salvatore.
La
soddisfazione è l'atto finale, che corona il segno sacramentale della
penitenza. In alcuni paesi ciò che il penitente perdonato e assolto
accetta di compiere dopo aver ricevuto l'assoluzione, si chiama appunto
penitenza. Qual è il significato di questa soddisfazione che si presta, o
di questa penitenza che si compie? Non è certo il prezzo che si paga per
il peccato assolto e per il perdono acquistato: nessun prezzo umano può
equivalere a ciò che si è ottenuto, frutto del preziosissimo sangue di
Cristo. Le opere della soddisfazione - che, pur conservando un carattere
di semplicità e umiltà, dovrebbero essere rese più espressive di tutto
ciò che significano - vogliono dire alcune cose preziose: esse sono il
segno dell'impegno personale che il cristiano ha assunto con Dio, nel
sacramento, di cominciare un'esistenza nuova (e perciò non dovrebbero
ridursi soltanto ad alcune formule da recitare, ma consistere in opere di
culto, di carità, di misericordia, di riparazione); includono l'idea che
il peccatore perdonato è capace di unire la sua propria mortificazione
fisica e spirituale, ricercata o almeno accettata, alla passione di Gesù
che gli ha ottenuto il perdono; ricordano che anche dopo l'assoluzione
rimane nel cristiano una zona d'ombra, dovuta alle ferite del peccato,
all'imperfezione dell'amore nel pentimento, all'indebolimento delle facoltà
spirituali, in cui opera ancora un focolaio infettivo di peccato, che
bisogna sempre combattere con la mortificazione e la penitenza. Tale è il
significato dell'umile, ma sincera soddisfazione.
IV.
Resta da fare un breve accenno ad altre importanti convinzioni circa il
sacramento della penitenza. Anzitutto, bisogna ribadire che nulla è più
personale e intimo di questo sacramento, nel quale il peccatore si trova
al cospetto di Dio, solo con la sua colpa, il suo pentimento e la sua
fiducia. Nessuno può pentirsi al suo posto o può chiedere perdono in suo
nome. C'è una certa solitudine del peccatore nella sua colpa, che si può
vedere drammaticamente rappresentata in Caino col peccato «accovacciato
alla sua porta», come dice tanto efficacemente il libro della Genesi, e
col particolare segno, inciso sulla sua fronte; o in Davide, rimproverato
dal profeta Natan; o nel figlio prodigo, quando prende coscienza della
condizione, a cui si è ridotto per la lontananza dal padre, e decide di
tornare a lui: tutto ha luogo soltanto fra l'uomo e Dio. Ma, nello stesso
tempo, è innegabile la dimensione sociale di questo sacramento, nel quale
è l'intera Chiesa - quella militante, quella purgante e quella gloriosa
del cielo - che interviene in soccorso del penitente e lo accoglie di
nuovo nel suo grembo, tanto più che tutta la Chiesa era stata offesa e
ferita dal suo peccato. Il sacerdote, ministro della penitenza, appare in
forza del suo ufficio sacro come testimone e rappresentante di tale
ecclesialità. Sono due aspetti complementari del sacramento
l'individualità e l'ecclesialità, che la progressiva riforma del rito
della penitenza, specialmente quella dell'«Ordo paenitentiae» promulgata
da Paolo VI, ha cercato di mettere in risalto e di rendere più
significativi nella sua celebrazione.
V.
E' da sottolineare, poi, che il frutto più prezioso del perdono ottenuto
nel sacramento della penitenza consiste nella riconciliazione con Dio, la
quale avviene nel segreto del cuore del figlio prodigo e ritrovato, che è
ciascun penitente. Ma bisogna aggiungere che tale riconciliazione con Dio
ha come conseguenza, per così dire, altre riconciliazioni, che rimediano
ad altrettante rotture, causate dal peccato: il penitente perdonato si
riconcilia con se stesso nel fondo più intimo del proprio essere, in cui
ricupera la propria verità interiore; si riconcilia con i fratelli, da
lui in qualche modo aggrediti e lesi; si riconcilia con la Chiesa; si
riconcilia con tutto il creato. Da questa consapevolezza nasce nel
penitente, al termine della celebrazione, il senso della gratitudine a Dio
per il dono della misericordia ottenuta, a cui lo invita la Chiesa. Ogni
confessionale è uno spazio privilegiato e benedetto, dal quale,
cancellate le divisioni, nasce nuovo e incontaminato un uomo riconciliato
- un mondo riconciliato!
VI.
Infine, mi sta particolarmente a cuore fare un'ultima considerazione, che
riguarda tutti noi sacerdoti, che siamo i ministri del sacramento della
penitenza, ma ne siamo pure - e dobbiamo esserne - i beneficiari. La vita
spirituale e pastorale del sacerdote, come quella dei suoi fratelli laici
e religiosi, dipende, per la sua qualità e il suo fervore, dall'assidua e
coscienziosa pratica personale del sacramento della penitenza. La
celebrazione dell'eucaristia e il ministero degli altri sacramenti, lo
zelo pastorale, il rapporto con i fedeli, la comunione con i confratelli,
la collaborazione col vescovo, la vita di preghiera, in una parola tutta
l'esistenza sacerdotale subisce un inesorabile scadimento, se viene a
mancarle, per negligenza o per qualsiasi altro motivo, il ricorso,
periodico e ispirato da autentica fede e devozione, al sacramento della
penitenza. In un prete che non si confessasse più o si confessasse male,
il suo essere prete e il suo fare il prete ne risentirebbero molto presto,
e se ne accorgerebbe anche la comunità, di cui egli è pastore.
Ma
aggiungo pure che, persino per essere un buono ed efficace ministro della
penitenza, il sacerdote ha bisogno di ricorrere alla sorgente di grazia e
santità presente in questo sacramento. Noi sacerdoti, in base alla nostra
personale esperienza, possiamo ben dire che, nella misura in cui siamo
attenti a ricorrere al sacramento della penitenza e ci accostiamo ad esso
con frequenza e con buone disposizioni, adempiamo meglio il nostro stesso
ministero di confessori e ne assicuriamo il beneficio ai penitenti.
Perderebbe, invece, molto della sua efficacia questo ministero, se in
qualche modo tralasciassimo di essere buoni penitenti. Tale è la logica
interna di questo grande sacramento. Esso invita noi tutti, sacerdoti di
Cristo, a una rinnovata attenzione alla nostra confessione personale.
A
sua volta, l'esperienza diventa e deve diventare oggi uno stimolo
all'esercizio diligente, regolare, paziente, fervoroso del sacro ministero
della penitenza, al quale siamo impegnati in forza del nostro sacerdozio e
della nostra vocazione ad essere pastori e servitori dei nostri fratelli.
Anche con la presente esortazione rivolgo, dunque, un insistente invito a
tutti i sacerdoti del mondo, specialmente ai miei confratelli
nell'episcopato e ai parroci, perché favoriscano con tutte le forze la
frequenza dei fedeli a questo sacramento, e mettano in opera tutti i mezzi
possibili e convenienti, tentino tutte le vie per far pervenire al maggior
numero di nostri fratelli la «grazia che a noi è stata data» mediante
la penitenza per la riconciliazione di ogni anima e di tutto il mondo con
Dio, in Cristo.
Le
forme della celebrazione
32.
Seguendo le indicazioni del Concilio Vaticano II, l'«Ordo paenitentiae»
ha predisposto tre riti che, salvi sempre gli elementi essenziali,
permettono di adattare la celebrazione del sacramento della penitenza a
determinate circostanze pastorali. La prima forma - riconciliazione dei
singoli penitenti - costituisce l'unico modo normale e ordinario della
celebrazione sacramentale, e non può né deve essere lasciata cadere in
disuso o essere trascurata. La seconda - riconciliazione di più penitenti
con confessione e assoluzione individuale -, anche se negli atti
preparatori permette di sottolineare di più gli aspetti comunitari del
sacramento, raggiunge la prima forma nell'atto sacramentale culminante,
che è la confessione e l'assoluzione individuale dei peccati, e perciò
può essere equiparata alla prima forma per quanto riguarda la normalità
del rito. La terza, invece - riconciliazione di più penitenti con la
confessione e l'assoluzione generale - riveste un carattere di
eccezionalità, e non è, quindi, lasciata alla libera scelta, ma è
regolata da un'apposita disciplina.
La
prima forma consente la valorizzazione degli aspetti più propriamente
personali - ed essenziali - che son compresi nell'itinerario penitenziale.
Il dialogo tra penitente e confessore, l'insieme stesso degli elementi
utilizzati (i testi biblici, la scelta delle forme di «soddisfazione»,
ecc.) sono elementi che rendono la celebrazione sacramentale più
rispondente alla concreta situazione del penitente. Si scopre il valore di
tali elementi, quando si pensa alle diverse ragioni che portano un
cristiano alla penitenza sacramentale: un bisogno di personale
riconciliazione e riammissione all'amicizia con Dio, riacquistando la
grazia perduta a causa del peccato; un bisogno di verifica del cammino
spirituale e, a volte, di un più puntuale discernimento vocazionale;
tante altre volte un bisogno e un desiderio di uscire da uno stato di
apatia spirituale e di crisi religiosa. Grazie, poi, alla sua indole
individuale la prima forma di celebrazione permette di associare il
sacramento della penitenza a qualcosa di diverso, ma ben conciliabile con
esso: mi riferisco alla direzione spirituale. E' certo, dunque, che la
decisione e l'impegno personali sono chiaramente significati e promossi in
questa prima forma.
La
seconda forma di celebrazione, proprio per il suo carattere comunitario e
per la modalità che la distingue, dà risalto ad alcuni aspetti di grande
importanza: la parola di Dio ascoltata in comune ha un singolare effetto
rispetto alla sua lettura individuale, e sottolinea meglio il carattere
ecclesiale della conversione e della riconciliazione. Essa risulta
particolarmente significativa nei diversi tempi dell'anno liturgico e in
connessione con avvenimenti di speciale rilevanza pastorale. Basti qui
solo accennare che per tale celebrazione è opportuna la presenza di un
numero sufficiente di confessori.
E'
naturale, pertanto, che i criteri per stabilire a quale delle due forme di
celebrazione si debba ricorrere vengano dettati non da motivazioni
congiunturali e soggettive, ma dalla volontà di ottenere il vero bene
spirituale dei fedeli, in obbedienza alla disciplina penitenziale della
Chiesa.
Sarà
bene anche ricordare che, per un equilibrato orientamento spirituale e
pastorale in merito, è necessario continuare ad attribuire grande valore
ed educare i fedeli al ricorso al sacramento della penitenza anche solo
per i peccati veniali, come attestano una tradizione dottrinale e una
prassi ormai secolari.
Pur
sapendo e insegnando che i peccati veniali vengono perdonati anche in
altri modi - si pensi agli atti di dolore, alle opere di carità, alla
preghiera, ai riti penitenziali -, la Chiesa non cessa di ricordare a
tutti la singolare ricchezza del momento sacramentale anche in riferimento
a tali peccati. Il ricorso frequente al sacramento - a cui sono tenute
alcune categorie di fedeli - rafforza la consapevolezza che anche i
peccati minori offendono Dio e feriscono la Chiesa, corpo di Cristo, e la
sua celebrazione diventa per loro «l'occasione e lo stimolo a conformarsi
più intimamente a Cristo e a rendersi più docili alla voce dello Spirito»
(«Ordo Paenitentiae», 7b). Soprattutto è da sottolineare il fatto che
la grazia propria della celebrazione sacramentale ha una grande virtù
terapeutica e contribuisce a togliere le radici stesse del peccato.
La
cura dell'aspetto celebrativo, con particolare riferimento all'importanza
della parola di Dio, letta, richiamata e spiegata, quando sia possibile e
opportuno, ai fedeli e con i fedeli, contribuirà a vivificare la pratica
del sacramento e a impedire che scada in qualcosa di formalistico e
abitudinario. Il penitente sarà piuttosto aiutato a scoprire che sta
vivendo un evento di salvezza, capace di infondere un nuovo slancio di
vita e una vera pace nel cuore. Questa cura per la celebrazione porterà,
fra l'altro, a fissare nelle singole Chiese dei tempi appositi per la
celebrazione del sacramento, e a educare i fedeli, specialmente i
fanciulli e i giovani, ad attenervisi in via ordinaria, salvo i casi di
necessità, nei quali il pastore d'anime dovrà sempre dimostrarsi pronto
ad accogliere volentieri chi ricorre a lui.
La
celebrazione del sacramento con assoluzione generale
33.
Nel nuovo ordinamento liturgico e, più recentemente, nel nuovo Codice di
diritto canonico («Codex Iuris Canonici», can. 961-963), si precisano le
condizioni che legittimano il ricorso al «rito della riconciliazione di
più penitenti con la confessione e l'assoluzione generale». Le norme e
gli ordinamenti dati su questo punto, frutto di matura ed equilibrata
considerazione, devono essere accolti e applicati evitando ogni tipo di
interpretazione arbitraria.
E'
opportuno riflettere in maniera più approfondita sulle motivazioni, che
impongono la celebrazione della penitenza in una delle prime due forme e
consentono il ricorso alla terza forma. Vi è, anzitutto, una motivazione
di fedeltà alla volontà del Signore Gesù, trasmessa dalla dottrina
della Chiesa, e di obbedienza, altresì, alle leggi della Chiesa; il
Sinodo ha ribadito in una delle sue «Propositiones» l'immutato
insegnamento, che la Chiesa ha attinto alla più antica tradizione, e la
legge, con cui essa ha codificato l'antica prassi penitenziale: la
confessione individuale e integra dei peccati con l'assoluzione egualmente
individuale costituisce l'unico modo ordinario, con cui il fedele,
consapevole di peccato grave, è riconciliato con Dio e con la Chiesa. Da
questa riconferma dell'insegnamento della Chiesa risulta chiaramente che
ogni peccato grave deve essere sempre dichiarato, con le sue circostanze
determinanti, in una confessione individuale.
Vi
è, poi, una motivazione di ordine pastorale. Se è vero che, ricorrendo
le condizioni richieste dalla disciplina canonica, si può fare uso della
terza forma di celebrazione, non si deve però dimenticare che questa non
può diventare una forma ordinaria, e che non può e non deve essere
adoperata - lo ha ripetuto il Sinodo - se non «in casi di grave necessità»,
fermo restando l'obbligo di confessare individualmente i peccati gravi
prima di ricorrere di nuovo a un'altra assoluzione generale. Il vescovo,
pertanto, al quale soltanto spetta, nell'ambito della sua diocesi, di
valutare se esistano in concreto le condizioni che la legge canonica
stabilisce per l'uso della terza forma, darà questo giudizio con grave
onere della sua coscienza, nel pieno rispetto della legge e della prassi
della Chiesa, e tenendo conto, altresì, dei criteri e degli orientamenti
concordati - sulla base delle considerazioni dottrinali e pastorali sopra
esposte - con gli altri membri della conferenza episcopale. Parimenti, sarà
sempre un'autentica preoccupazione pastorale a porre e garantire le
condizioni che rendono il ricorso alla terza forma capace di dare quei
frutti spirituali, per i quali essa è prevista. Né l'uso eccezionale
della terza forma di celebrazione dovrà mai condurre ad una minore
considerazione, tanto meno all'abbandono, delle forme ordinarie, né a
ritenere tale forma come alternativa delle altre due: non è, infatti,
lasciato alla libertà dei pastori e dei fedeli di scegliere fra le
menzionate forme di celebrazione quella ritenuta più opportuna. Ai
pastori rimane l'obbligo di facilitare ai fedeli la pratica della
confessione integra e individuale dei peccati, che costituisce per essi
non solo un dovere, ma anche un diritto inviolabile e inalienabile, oltre
che un bisogno dell'anima. Per i fedeli l'uso della terza forma di
celebrazione comporta l'obbligo di attenersi a tutte le norme che ne
regolano l'esercizio, compresa quella di non ricorrere di nuovo
all'assoluzione generale prima di una regolare confessione integra e
individuale dei peccati, che deve essere fatta non appena possibile. Di
questa norma e dell'obbligo di osservarla i fedeli devono essere avvertiti
e istruiti dal sacerdote prima dell'assoluzione.
Con
questo richiamo alla dottrina e alla legge della Chiesa intendo inculcare
in tutti il vivo senso di responsabilità, che deve guidarci nel trattare
le cose sacre, le quali non sono di nostra proprietà, come i sacramenti,
o hanno diritto a non essere lasciate nell'incertezza e nella confusione,
come le coscienze. Cose sacre - ripeto - sono le une e le altre - i
sacramenti e le coscienze -, ed esigono da parte nostra di essere servite
nella verità.
Questa
è la ragione della legge della Chiesa.
Alcuni
casi più delicati
34.
Ritengo di dover fare a questo punto un accenno, sia pur brevissimo, a un
caso pastorale che il Sinodo ha voluto trattare - per quanto gli era
possibile farlo -, contemplandolo anche in una delle «Propositiones». Mi
riferisco a certe situazioni, oggi non infrequenti, in cui vengono a
trovarsi cristiani desiderosi di continuare la pratica religiosa
sacramentale, ma che ne sono impediti dalla condizione personale in
contrasto con gli impegni liberamente assunti davanti a Dio e alla Chiesa.
Sono situazioni che appaiono particolarmente delicate e quasi
inestricabili.
Non
pochi interventi nel corso del Sinodo, esprimendo il pensiero generale dei
padri, hanno messo in luce la coesistenza e il mutuo influsso di due
principi, egualmente importanti, in merito a questi casi. Il primo è il
principio della compassione e della misericordia, secondo il quale la
Chiesa, continuatrice nella storia della presenza e dell'opera di Cristo,
non volendo la morte del peccatore ma che si converta e viva, attenta a
non spezzare la canna incrinata e a non spegnere il lucignolo che fumiga
ancora, cerca sempre di offrire, per quanto le è possibile, la via del
ritorno a Dio e della riconciliazione con lui. L'altro è il principio
della verità e della coerenza, per cui la Chiesa non accetta di chiamare
bene il male e male il bene. Basandosi su questi due principi
complementari, la Chiesa non può che invitare i suoi figli, i quali si
trovano in quelle situazioni dolorose, ad avvicinarsi alla misericordia
divina per altre vie, non però per quella dei sacramenti della penitenza
e dell'eucaristia, finché non abbiano raggiunto le disposizioni
richieste.
Circa
questa materia, che affligge profondamente anche il nostro cuore di
pastori, è sembrato mio preciso dovere dire parole chiare
nell'esortazione apostolica «Familiaris Consortio», per quanto riguarda
il caso di divorziati risposati, o comunque di cristiani che convivono
irregolarmente.
Al
tempo stesso, sento il vivo dovere di esortare, insieme col Sinodo, le
comunità ecclesiali e, soprattutto, i vescovi a portare ogni aiuto
possibile ai sacerdoti, che, venendo meno ai gravi impegni assunti
nell'ordinazione si trovano in situazioni irregolari. Nessuno di questi
fratelli deve sentirsi abbandonato dalla Chiesa. Per tutti coloro che non
si trovano attualmente nelle condizioni oggettive richieste dal sacramento
della penitenza, le dimostrazioni di materna bontà da parte della Chiesa,
il sostegno di atti di pietà diversi da quelli sacramentali, lo sforzo
sincero di mantenersi in contatto col Signore, la partecipazione alla
santa messa, la ripetizione frequente di atti di fede, di speranza, di
carità, di dolore il più possibile perfetti, potranno preparare il
cammino per una piena riconciliazione nell'ora che solo la Provvidenza
conosce.
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AUSPICIO
CONCLUSIVO
35. Al termine di questo documento, sento echeggiare in me e
desidero ripetere a voi tutti l'esortazione che il primo vescovo di Roma,
in un'ora critica degli albori della Chiesa, volle indirizzare «ai fedeli
nella diaspora (...), eletti secondo la prescienza di Dio Padre: siate
tutti concordi, partecipi delle gioia e dei dolori degli altri, animati da
affetto fraterno, misericordiosi, umili». L'apostolo raccomandava: «Siate
tutti concordi...»; ma subito proseguiva col segnalare i peccati contro
la concordia e la pace, che bisogna evitare: «Non rendete male per male,
né ingiuria per ingiuria, ma, al contrario, rispondete benedicendo, poiché
a questo siete stati chiamati per avere in eredità la benedizione». E
concludeva con una parola di incoraggiamento e di speranza: «Chi vi potrà
fare del male, se sarete ferventi nel bene?».
Oso
riallacciare la mia esortazione, in un'ora non meno critica della storia,
a quella del principe degli apostoli, che per primo sedette su questa
cattedra romana, come testimone di Cristo e pastore della Chiesa, e qui «presiedette
alla carità» di fronte al mondo intero. Anch'io, in comunione con i
vescovi successori degli apostoli, e confortato dalla riflessione
collegiale che molti di essi, riuniti nel Sinodo, hanno dedicato ai temi e
problemi della riconciliazione, ho voluto comunicarvi con lo stesso
spirito del pescatore di Galilea quanto egli diceva ai nostri fratelli di
fede, lontani nel tempo e così uniti nel cuore: «Siate tutti concordi
(...), non rendete male per male (...), siate ferventi nel bene». E
aggiungeva: «E' meglio infatti, se così vuole Dio, soffrire operando il
bene piuttosto che fare il male» (1Pt 3,17). Questa consegna è tutta
pervasa da parole, che Pietro aveva ascoltato dallo stesso Gesù, e da
concetti che facevano parte della sua «lieta novella»: il nuovo
comandamento dell'amore vicendevole; l'anelito e l'impegno all'unità; le
beatitudini della misericordia e della pazienza nella persecuzione per la
giustizia; il ripagare il male col bene; il perdono delle offese; l'amore
ai nemici. In tali parole e concetti è la sintesi originale e
trascendente dell'etica cristiana o, meglio e più profondamente, della
spiritualità dell'alleanza nuova in Gesù Cristo.
Affido
al Padre, ricco di misericordia, affido al Figlio di Dio, fatto uomo come
nostro redentore e riconciliatore, affido allo Spirito Santo, sorgente di
unità e di pace, questo mio appello di padre e di pastore alla penitenza
e alla riconciliazione. Voglia la Trinità santissima e adorabile far
germinare nella Chiesa e nel mondo il piccolo seme, che in quest'ora
consegno alla terra generosa di tanti cuori umani.
Perché
ne provengano in un giorno non lontano copiosi frutti, vi invito tutti a
rivolgervi con me al cuore di Cristo, segno eloquente della divina
misericordia, «propiziazione per i nostri peccati», «nostra pace e
riconciliazione», per attingervi la spinta interiore verso la
detestazione del peccato e la conversione a Dio, e trovarvi la benignità
divina che risponde amorosamente al pentimento umano.
Vi
invito pure a rivolgervi con me al cuore immacolato di Maria, madre di Gesù,
nella quale «si è operata la riconciliazione di Dio con l'umanità
(...), si è compiuta l'opera della riconciliazione, perché ella ha
ricevuto da Dio la pienezza della grazia in virtù del sacrificio
redentore di Cristo». In verità, Maria è diventata «l'alleata di Dio»,
in virtù della sua maternità divina, nell'opera della riconciliazione.
Alle
mani di questa Madre, il cui «fiat» segnò l'inizio di quella «pienezza
dei tempi», nella quale fu attuata da Cristo la riconciliazione dell'uomo
con Dio, e al suo cuore immacolato - al quale abbiamo ripetutamente
affidato l'intera umanità, turbata dal peccato e straziata da tante
tensioni e conflitti - affido ora in special modo questa intenzione: che,
per la sua intercessione, l'umanità stessa scopra e percorra la via della
penitenza, l'unica che potrà condurla alla piena riconciliazione.
A
tutti voi, che con spirito di ecclesiale comunione nell'obbedienza e nella
fede, vorrete accogliere le indicazioni, i suggerimenti e le direttive
contenute in questo documento, studiandovi di tradurle in vitale prassi
pastorale, imparto ben volentieri la confortatrice benedizione apostolica.
Dato
a Roma, presso San Pietro, il 2 dicembre, I domenica di avvento, dell'anno
1984, settimo del mio Pontificato.
GIOVANNI PAOLO II
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