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ESORTAZIONE APOSTOLICA
POST-SINODALE
PASTORES GREGIS
DEL SANTO PADRE
GIOVANNI PAOLO II
SUL VESCOVO SERVITORE
DEL VANGELO DI GESÙ CRISTO
PER LA SPERANZA DEL MONDO
INTRODUZIONE
1. I Pastori
del gregge, nell'adempimento del loro ministero di Vescovi, sanno di poter
contare su di una speciale grazia divina. Nel Pontificale Romano, durante la
solenne preghiera d'ordinazione il Vescovo ordinante principale, dopo avere
invocato l'effusione dello Spirito che regge e guida, ripete le parole, già
presenti nell'antico testo della Tradizione Apostolica: « O Padre,
che conosci i segreti dei cuori, concedi a questo tuo servo, da te eletto
all'episcopato, di pascere il tuo santo gregge e di compiere in modo
irreprensibile la missione del sommo sacerdozio ».1 Continua così
ad essere adempiuta la volontà del Signore Gesù, il Pastore eterno che ha
mandato gli Apostoli come Egli stesso era mandato dal Padre (cfr Gv 20,
21) e ha voluto che i loro successori, cioè i Vescovi, fossero nella sua Chiesa
pastori sino alla fine dei secoli.2
L'immagine
del Buon Pastore, così amata anche dalla primitiva iconografia cristiana, è
stata ben presente ai Vescovi che, provenendo da tutto il mondo, si sono
radunati, dal 30 settembre al 27 ottobre 2001, per la X Assemblea Generale
Ordinaria del Sinodo dei Vescovi. Presso la tomba dell'apostolo Pietro, essi
hanno riflettuto insieme con me sulla figura del Vescovo servitore del
Vangelo di Gesù Cristo per la speranza del mondo. Tutti si sono trovati
d'accordo nel ritenere che la figura di Gesù Buon Pastore costituisce
l'immagine privilegiata a cui fare costante riferimento. Nessuno, infatti, può
essere considerato pastore degno di tale nome « nisi per caritatem
efficiatur unum cum Christo ».3 È questa la ragione
fondamentale per cui « la figura ideale del Vescovo, su cui la Chiesa
continua a contare, è quella del Pastore che, configurato a Cristo nella santità
della vita, si spende generosamente per la Chiesa affidatagli, portando
contemporaneamente nel cuore la sollecitudine per tutte le Chiese sparse sulla
terra (cfr 2 Cor 11, 28) ».4
La
decima Assemblea del Sinodo dei Vescovi
2. Rendiamo,
allora, grazie al Signore, perché ci ha concesso il dono di celebrare un'altra
volta ancora un'Assemblea del Sinodo dei Vescovi e di fare in essa un'esperienza
davvero profonda dell'essere-Chiesa. Celebrata nel clima ancora vivo del
Grande Giubileo del Duemila, all'inizio del terzo millennio cristiano, la X
Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi è giunta dopo una lunga
serie di assemblee: quelle speciali, tutte accomunate dalla prospettiva
dell'evangelizzazione nei diversi continenti, dall'Africa all'America, all'Asia,
all'Oceania e all'Europa; e quelle ordinarie, le ultime delle quali hanno
dedicato la loro riflessione all'abbondante ricchezza costituita nella Chiesa
dalle diverse vocazioni suscitate dallo Spirito nel Popolo di Dio. In questa
prospettiva, l'attenzione dedicata al ministero proprio dei Vescovi ha
completato il quadro di quell'ecclesiologia di comunione e missione che sempre
è necessario avere presente.
A tale
riguardo, i lavori sinodali hanno fatto costante riferimento alla dottrina
sull'episcopato e sul ministero dei Vescovi delineata dal Concilio Ecumenico
Vaticano II, specialmente nel capitolo terzo della Costituzione dogmatica sulla
Chiesa Lumen
gentium e nel Decreto sull'ufficio pastorale dei Vescovi Christus
Dominus. Di questa luminosa dottrina, che riassume e sviluppa i
tradizionali elementi teologici e giuridici, il mio predecessore di v. m. Paolo
VI poteva giustamente affermare: « A noi sembra che l'autorità
episcopale esca dal Concilio rivendicata nella sua divina istituzione,
confermata nella sua insostituibile funzione, avvalorata nelle sue pastorali
potestà di magistero, di santificazione e di governo, onorata nella sua
estensione alla Chiesa universale per via della comunione collegiale, precisata
nella sua collocazione gerarchica, confortata nella corresponsabilità fraterna
con gli altri Vescovi verso i bisogni universali e particolari della Chiesa e
maggiormente associata in spirito di subordinata unione e solidale
collaborazione col capo della Chiesa, centro costitutivo del Collegio episcopale
».5
Al tempo
stesso, secondo quanto stabilito dal tema assegnato, i Padri sinodali hanno
riconsiderato il proprio ministero alla luce della speranza teologale. Anche
questo compito è subito apparso come singolarmente pertinente alla missione del
pastore il quale, nella Chiesa, è anzitutto il portatore della testimonianza
pasquale ed escatologica.
Una
speranza fondata su Cristo
3. Compito,
infatti, d'ogni Vescovo è annunziare al mondo la speranza, a partire dalla
predicazione del Vangelo di Gesù Cristo: la speranza « non soltanto per
ciò che riguarda le cose penultime, ma anche e soprattutto la speranza
escatologica, quella che attende il tesoro della gloria di Dio (cfr Ef 1,
18), che supera tutto ciò che è mai entrato nel cuore dell'uomo (cfr 1 Cor 2,
9) e a cui non possono essere paragonate le sofferenze del tempo presente (cfr
Rm 8, 18) ».6 La prospettiva della speranza teologale,
insieme con quella della fede e della carità, deve informare interamente il
ministero pastorale del Vescovo.
A lui, in
particolare, spetta il compito di essere profeta, testimone e servo della
speranza. Egli ha il dovere di infondere fiducia e di proclamare di fronte a
chiunque le ragioni della speranza cristiana (cfr 1 Pt 3, 15). Il Vescovo
è profeta, testimone e servo di tale speranza soprattutto dove più forte è la
pressione di una cultura immanentistica, che emargina ogni apertura verso la
trascendenza. Laddove manca la speranza, la fede stessa è messa in questione.
Anche l'amore è affievolito dall'esaurirsi di questa virtù. La speranza,
infatti, specialmente in tempi di crescente incredulità e indifferenza, è
valido sostegno per la fede ed efficace incentivo per la carità. Essa trae la
sua forza dalla certezza dell'universale volontà salvifica di Dio (cfr 1 Tim
2, 3) e della costante presenza del Signore Gesù, l'Emmanuele sempre con
noi sino alla fine del mondo (cfr Mt 28, 20).
Soltanto con
la luce e la consolazione che provengono dal Vangelo un Vescovo riesce a tenere
viva la propria speranza (cfr Rm 15, 4) e ad alimentarla in quanti sono
affidati alla sua premura di pastore. Egli, dunque, sarà imitatore della
Vergine Maria, la Mater spei, che ha creduto nell'adempimento delle
Parole del Signore (cfr Lc 1, 45). Poggiando sulla Parola di Dio e
aggrappandosi saldamente alla speranza, che è come ancora sicura e salda che
penetra nel cielo (cfr Ebr 6, 18-20), il Vescovo è in mezzo alla sua
Chiesa sentinella vigile, profeta coraggioso, testimone credibile e servo fedele
di Cristo, « speranza della gloria » (Col 1, 27), grazie al
quale « non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno
» (Ap 21, 4).
La
Speranza nel fallimento delle speranze
4. Ciascuno
ricorderà che le sessioni del Sinodo dei Vescovi si svolsero in giorni
fortemente drammatici. Nell'animo dei Padri sinodali era ancora viva l'eco dei
terribili eventi dell'11 settembre 2001, con il doloroso esito d'innumerevoli
vittime innocenti e l'insorgere nel mondo di nuove, gravissime situazioni
d'incertezza e di paura per la stessa civiltà umana e per il pacifico convivere
delle nazioni. Si profilavano, così, ulteriori orizzonti di guerra e di morte
che, aggiungendosi alle già esistenti situazioni di conflitto, mostravano in
tutta la sua urgenza il bisogno di rivolgere al Principe della Pace
l'invocazione perché i cuori degli uomini tornassero ad essere disponibili alla
riconciliazione, alla solidarietà e alla pace.7
Insieme con
la preghiera, l'Assemblea sinodale alzò la propria voce per condannare ogni
forma di violenza e per indicarne le ultime radici nel peccato dell'uomo. Di
fronte al fallimento delle speranze umane che, fondandosi su ideologie
materialiste, immanentiste ed economiciste, tutto pretendono di misurare in
termini di efficienza e di rapporti di forza e di mercato, i Padri sinodali
hanno riaffermato la convinzione che solo la luce del Risorto e l'impulso dello
Spirito Santo aiutano l'uomo ad appoggiare le proprie attese sulla speranza che
non delude. Per questo hanno proclamato: « Non possiamo lasciarci
intimidire dalle diverse forme di negazione del Dio vivente che cercano, più o
meno scopertamente, di minare la speranza cristiana, a farne una parodia o a
deriderla. Lo confessiamo nella gioia dello Spirito: Cristo è veramente
risorto! Nella sua umanità glorificata, ha aperto l'orizzonte della vita
eterna a tutti gli uomini che si convertono ».8
La certezza
di questa professione di fede dev'essere tale da rendere di giorno in giorno più
salda la speranza di un Vescovo, inducendolo a confidare che la bontà
misericordiosa di Dio non smetterà mai di costruire strade di salvezza e di
aprirle alla libertà d'ogni uomo. È la speranza ad incoraggiarlo a discernere,
nel contesto dove svolge il suo ministero, i segni della vita capaci di
sconfiggere i germi nocivi e mortali. È ancora la speranza a sostenerlo nel
trasformare perfino i conflitti in occasioni di crescita, aprendoli alla
riconciliazione. Sarà ancora la speranza in Gesù, Buon Pastore, a riempire il
suo cuore di compassione inducendolo a piegarsi sul dolore di ogni uomo e donna
che soffre, per lenirne le piaghe, conservando sempre la fiducia che la pecora
smarrita possa essere ritrovata. In tal modo il Vescovo sarà sempre più
luminosamente segno di Cristo, Pastore e Sposo della Chiesa. Agendo come padre,
fratello e amico di ogni uomo, egli sarà accanto a ciascuno viva immagine di
Cristo, nostra speranza,9 nel quale si adempiono tutte le promesse di
Dio e sono portate a compimento tutte le attese della creazione.
Servi
del Vangelo per la speranza del mondo
5.
Disponendomi, dunque, a consegnare questa mia Esortazione apostolica, nella
quale riprendo il patrimonio di riflessione maturato in occasione della X
Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, dai primi Lineamenta
all'Instrumentum Laboris, dagli interventi fatti in Aula dai Padri
sinodali alle due Relazioni che li hanno introdotti e riassunti,
dall'arricchimento di pensiero e di esperienza pastorale emerso nei circuli
minores alle Propositiones, che mi sono state presentate a
conclusione dei lavori sinodali perché offrissi alla Chiesa intera un apposito
documento dedicato al tema sinodale del Vescovo,
servitore del Vangelo di Gesù Cristo per la speranza del mondo,10
rivolgo il mio saluto fraterno e invio il bacio di pace a tutti i Vescovi che
sono in comunione con questa Cattedra, affidata per primo a Pietro perché fosse
garante dell'unità e, come è da tutti riconosciuto, presiedesse nell'amore.11
A voi,
venerati e carissimi Fratelli, ripeto l'invito che, all'inizio del nuovo
millennio, ho rivolto a tutta la Chiesa: Duc in altum! È anzi Cristo
stesso che lo ripete ai Successori di quegli Apostoli che questo invito
ascoltarono dalla sua viva voce e, fidandosi di Lui, partirono per la missione
sulle strade del mondo: Duc in altum (Lc 5, 4). Alla luce di
questo insistente invito del Signore, « noi possiamo rileggere il
triplice munus affidatoci nella Chiesa: munus docendi, sanctificandi
et regendi. Duc in docendo! “Annunzia la parola – diremmo con l'Apostolo
–, insisti in ogni occasione, opportuna e non opportuna, ammonisci,
rimprovera, esorta con ogni magnanimità e dottrina” (2 Tm 4, 2).
Duc in sanctificando! Le reti che siamo chiamati a gettare tra gli
uomini sono anzitutto i Sacramenti, di cui siamo i principali dispensatori,
regolatori, custodi e promotori. Essi formano una sorta di rete salvifica,
che libera dal male e conduce alla pienezza della vita. Duc in regendo!
Come Pastori e veri Padri, coadiuvati dai Sacerdoti e dagli altri collaboratori,
abbiamo il compito di radunare la famiglia dei fedeli e fomentare in essa la
carità e la comunione fraterna. Per quanto si tratti d'una missione ardua e
faticosa, nessuno si perda d'animo. Con Pietro e con i primi discepoli anche noi
rinnoviamo fiduciosi la nostra sincera professione di fede: Signore, “sulla
tua parola getterò le reti” (Lc 5, 5)! Sulla tua Parola, o Cristo,
vogliamo servire il tuo Vangelo per la speranza del mondo! ».12
In questo
modo, vivendo come uomini di speranza e rispecchiando nel proprio ministero
l'ecclesiologia di comunione e di missione, i Vescovi saranno davvero motivo di
speranza per il loro gregge. Noi sappiamo che il mondo ha bisogno della «
speranza che non delude » (cfr Rm 5, 5). Noi sappiamo che questa
speranza è Cristo. Lo sappiamo e perciò predichiamo la speranza che scaturisce
dalla Croce.
Ave Crux
spes unica! Questo
saluto, risuonato nell'aula sinodale nel momento centrale dei lavori della X
Assemblea Generale del Sinodo dei Vescovi, risuoni sempre sulle nostre labbra,
perché la Croce è mistero di morte e di vita. La Croce è divenuta per la
Chiesa « albero della vita ». Per questo noi annunciamo che la
vita ha vinto la morte.
Ci ha
preceduto in questo annuncio pasquale una schiera di santi Pastori, che in
medio Ecclesiae sono stati segni eloquenti del Buon Pastore. Noi, per
questo, lodiamo e ringraziamo sempre Iddio onnipotente ed eterno perché, come
cantiamo nella Santa Liturgia, con i loro esempi ci rafforza, con i loro
insegnamenti ci ammaestra e con la loro intercessione ci protegge.13
Il volto di ciascuno di questi santi Vescovi, dagli esordi della vita della
Chiesa sino ai nostri giorni, come ho detto a conclusione dei lavori sinodali,
è quasi una tessera che, collocata in una sorta di mistico mosaico, compone il
volto di Cristo Buon Pastore. Su di Lui, dunque, facendoci anche in questo
modelli per il gregge che il Pastore dei Pastori ci ha affidato, fissiamo il
nostro sguardo per essere, con sempre più grande impegno, ministri del
Vangelo per la speranza del mondo.
Contemplando
il volto del nostro Maestro e Signore nell'ora in cui « amò i suoi sino
alla fine », tutti noi, come l'apostolo Pietro, ci lasciamo lavare i
piedi per avere parte con Lui (cfr Gv 13, 1-9). E con la forza che da Lui
ci viene nella Santa Chiesa, di fronte ai nostri presbiteri e diaconi, dinanzi a
tutte le persone di vita consacrata e a tutti i carissimi fedeli laici,
ripetiamo a voce alta: « Quali che siamo, la vostra speranza non sia
riposta in noi: se siamo buoni, siamo ministri; se siamo cattivi, siamo
ministri. Se, però, siamo ministri buoni e fedeli, allora davvero noi siamo
ministri ».14 Ministri del Vangelo per la speranza del
mondo.
CAPITOLO PRIMO
MISTERO E MINISTERO DEL VESCOVO
« ...
e ne scelse Dodici » (Lc 6, 13)
6. Il Signore
Gesù, durante il suo pellegrinaggio sulla terra, annunciò il Vangelo del Regno
e lo inaugurò in se stesso, rivelandone a tutti gli uomini il mistero.15
Chiamò uomini e donne alla sua sequela e, fra i discepoli, ne scelse Dodici,
perché « stessero con Lui » (Mc 3, 14). Il Vangelo secondo
Luca specifica che Gesù fece questa sua scelta dopo una notte di preghiera
trascorsa sulla montagna (cfr Lc 6, 12). Il Vangelo secondo Marco, a sua
volta, sembra qualificare tale azione di Gesù come un atto sovrano, un atto
costitutivo che dà identità a coloro che ha scelto: « ne costituì
Dodici » (Mc 3, 14). Si svela, così, il mistero dell'elezione dei
Dodici: è un atto di amore, liberamente voluto da Gesù in unione profonda con
il Padre e con lo Spirito Santo.
La missione
affidata da Gesù agli Apostoli deve durare sino alla fine dei secoli (cfr Mt
28, 20), poiché il Vangelo che essi sono incaricati di trasmettere è la vita
per la Chiesa di ogni tempo. Proprio per questo essi hanno avuto cura di
costituirsi dei successori, in modo che, come attesta S. Ireneo, la tradizione
apostolica fosse manifestata e custodita nel corso dei secoli.16
La speciale
effusione dello Spirito Santo, di cui gli Apostoli furono colmati dal Signore
risorto (cfr At 1, 5.8; 2, 4; Gv 20, 22-23), fu da essi
partecipata attraverso il gesto dell'imposizione delle mani ai loro
collaboratori (cfr 1 Tm 4, 14; 2 Tm 1, 6-7). Questi, a loro volta,
con lo stesso gesto la trasmisero ad altri, e questi ad altri ancora. In tal
modo, il dono spirituale degli inizi è giunto fino a noi mediante l'imposizione
delle mani, cioè la consacrazione episcopale, che conferisce la pienezza del
sacramento dell'Ordine, il sommo sacerdozio, la totalità del sacro ministero.
Così, per mezzo dei Vescovi e dei presbiteri che li assistono, il Signore Gesù
Cristo, pur sedendo alla destra di Dio Padre, continua ad essere presente in
mezzo ai credenti. In tutti i tempi e in tutti i luoghi Egli predica la parola
di Dio a tutte le genti, amministra i sacramenti della fede ai credenti e nello
stesso tempo dirige il popolo del Nuovo Testamento nella sua peregrinazione
verso l'eterna beatitudine. Il Buon Pastore non abbandona il suo gregge, ma lo
custodisce e lo protegge sempre mediante coloro che, in forza della
partecipazione ontologica alla sua vita e alla sua missione, svolgendone in modo
eminente e visibile la parte di maestro, pastore e sacerdote, agiscono in sua
vece. Nell'esercizio delle funzioni che il ministero pastorale comporta, sono
costituiti suoi vicari e ambasciatori.17
Il
fondamento trinitario del ministero episcopale
7. La
dimensione cristologica del ministero pastorale, considerata in profondità,
avvia alla comprensione del fondamento trinitario del ministero stesso. La vita
di Cristo è trinitaria. Egli è il Figlio eterno ed unigenito del Padre e
l'unto di Spirito Santo, mandato nel mondo; è Colui che, insieme col Padre,
invia lo Spirito alla Chiesa. Questa dimensione trinitaria, che si manifesta in
tutto il modo d'essere e di agire di Cristo, plasma anche l'essere e l'agire del
Vescovo. A ragione quindi i Padri sinodali hanno esplicitamente voluto
illustrare la vita e il ministero del Vescovo alla luce dell'ecclesiologia
trinitaria contenuta nella dottrina del Concilio Vaticano II.
Molto antica
è la tradizione che presenta il Vescovo come immagine del Padre, il quale,
secondo quanto scriveva sant'Ignazio di Antiochia, è come il Vescovo
invisibile, il Vescovo di tutti. Ogni Vescovo, di conseguenza, tiene il posto
del Padre di Gesù Cristo sicché, proprio in relazione a questa rappresentanza,
egli dev'essere da tutti riverito.18 In rapporto a questa struttura
simbolica, la cattedra episcopale, che specialmente nella tradizione della
Chiesa dell'Oriente richiama l'autorità paterna di Dio, può essere occupata
soltanto dal Vescovo. Da questa medesima struttura deriva per ogni Vescovo il
dovere di prendersi cura con amore paterno del Popolo santo di Dio e di
guidarlo, insieme con i presbiteri, collaboratori del Vescovo nel suo ministero,
e con i diaconi, sulla via della salvezza.19 Viceversa, come
ammonisce un antico testo, i fedeli debbono amare i Vescovi che sono, dopo Dio,
padri e madri.20 Per questo, secondo un uso diffuso in alcune
culture, la mano del Vescovo viene baciata come quella del Padre amorevole,
dispensatore di vita.
Cristo è
l'icona originale del Padre e la manifestazione della sua presenza
misericordiosa tra gli uomini. Il Vescovo, agendo in persona e in nome di Cristo
stesso, diventa, nella Chiesa a lui affidata, segno vivente del Signore Gesù
Pastore e Sposo, Maestro e Pontefice della Chiesa.21 C'è qui la
fonte del ministero pastorale, per cui, come suggerisce lo schema omiletico
proposto dal Pontificale Romano, le tre funzioni di insegnare, santificare e
governare il Popolo di Dio debbono essere esercitate con i tratti caratteristici
del Buon Pastore: carità, conoscenza del gregge, cura di tutti, azione
misericordiosa verso i poveri, i pellegrini, gli indigenti, ricerca delle
pecorelle smarrite per ricondurle all'unico ovile.
L'unzione
dello Spirito Santo, infine, configurando il Vescovo a Cristo, lo abilita ad
essere una viva continuazione del suo mistero a favore della Chiesa. Per tale
caratterizzazione trinitaria del suo essere, nel suo ministero ogni Vescovo è
impegnato a vegliare con amore su tutto il gregge, in mezzo al quale è posto
dallo Spirito a reggere la Chiesa di Dio: nel nome del Padre, di cui rende
presente l'immagine; nel nome di Gesù Cristo suo Figlio, da cui è costituito
maestro, sacerdote e pastore; nel nome dello Spirito Santo, che dà vita alla
Chiesa e con la sua potenza sostiene l'umana debolezza.22
Carattere
collegiale del ministero episcopale
8. «
... ne costituì Dodici » (Mc 3, 14). La Costituzione dogmatica Lumen
gentium introduce con questo richiamo evangelico la dottrina
sull'indole collegiale del gruppo dei Dodici, costituiti « sotto la forma
di un collegio o di un gruppo stabile, del quale mise a capo Pietro, scelto di
mezzo a loro ».23 In pari modo, attraverso la successione
personale del Vescovo di Roma al Beato Pietro e di tutti i Vescovi nel loro
insieme agli Apostoli, il Romano Pontefice e i Vescovi sono uniti fra di loro a
modo di Collegio.24
L'unione
collegiale tra i Vescovi è fondata, insieme, sull'Ordinazione episcopale e
sulla comunione gerarchica; tocca pertanto la profondità dell'essere di ogni
Vescovo e appartiene alla struttura della Chiesa come è stata voluta da Gesù
Cristo. Si è posti, infatti, nella pienezza del ministero episcopale in virtù
della Consacrazione episcopale e mediante la comunione gerarchica col Capo del
Collegio e con i membri, cioè con il Collegio che sempre co-intende il suo
Capo. È così che si è membri del Collegio episcopale,25 per cui le
tre funzioni ricevute nell'Ordinazione episcopale – di santificare, di
insegnare e di governare – debbono essere esercitate nella comunione
gerarchica, anche se, per la loro diversa finalità immediata, in modo distinto.26
Ciò
costituisce quello che è chiamato « affetto collegiale », o
collegialità affettiva, da cui deriva la sollecitudine dei Vescovi per le altre
Chiese particolari e per la Chiesa universale.27 Se, dunque, si deve
dire che un Vescovo non è mai solo, in quanto è sempre unito al Padre per il
Figlio nello Spirito Santo, si deve pure aggiungere che egli non è mai solo
anche perché sempre e continuamente è con i suoi fratelli nell'episcopato e
con colui che il Signore ha scelto come Successore di Pietro.
Tale affetto
collegiale si attua e si esprime secondo gradi diversi in vari modi, anche
istituzionalizzati, quali sono, ad esempio, il Sinodo dei Vescovi, i Concili
particolari, le Conferenze dei Vescovi, la Curia Romana, le Visite ad limina,
la collaborazione missionaria, ecc. In modo pieno, però, l'affetto collegiale
si attua e si esprime solo nell'azione collegiale in senso stretto, cioè
nell'azione di tutti i Vescovi insieme con il loro Capo, con il quale esercitano
la potestà piena e suprema su tutta la Chiesa.28
Questa natura
collegiale del ministero apostolico è voluta da Cristo stesso. L'affetto
collegiale, pertanto, o collegialità affettiva (collegialitas affectiva),
vige sempre tra i Vescovi come communio episcoporum, ma solo in alcuni
atti si esprime come collegialità effettiva (collegialitas effectiva). I
vari modi di attuazione della collegialità affettiva in collegialità effettiva
sono di ordine umano, ma in gradi diversi concretizzano l'esigenza divina che
l'episcopato si esprima in modo collegiale.29 Nei Concili ecumenici,
poi, la suprema potestà del Collegio su tutta la Chiesa viene esercitata in
modo solenne.30
La dimensione
collegiale dà all'episcopato il carattere d'universalità. Può, dunque, essere
stabilito un parallelismo tra la Chiesa una e universale, quindi indivisa, e
l'episcopato uno e indiviso, quindi universale. Principio e fondamento di tale
unità, sia della Chiesa sia del Collegio dei Vescovi, è il Romano Pontefice.
Come, infatti, insegna il Concilio Vaticano II, il Collegio, « in quanto
composto da molti, esprime la varietà e l'universalità del Popolo di Dio; in
quanto raccolto sotto un solo capo, esprime l'unità del gregge di Cristo
».31 Per questo la « unità dell'Episcopato è uno degli
elementi costitutivi dell'unità della Chiesa ».32
La Chiesa
universale non è la somma delle Chiese particolari, né una federazione di esse
e, neppure, il risultato della loro comunione in quanto, secondo le espressioni
degli antichi Padri e della Liturgia, nel suo essenziale mistero essa precede la
creazione stessa.33 Alla luce di questa dottrina si potrà aggiungere
che il rapporto di mutua interiorità, che vige tra la Chiesa universale e la
Chiesa particolare, per cui le Chiese particolari sono « formate a
immagine della Chiesa universale, nelle quali e a partire dalle quali esiste la
sola e unica Chiesa cattolica »,34 si riproduce nel rapporto
tra Collegio episcopale nella sua totalità e il singolo Vescovo. Per questo
« il Collegio episcopale non è da intendersi come la somma dei Vescovi
preposti alle Chiese particolari, né il risultato della loro comunione, ma, in
quanto elemento essenziale della Chiesa universale, è una realtà previa
all'ufficio di capitalità sulla Chiesa particolare ».35
Possiamo
meglio comprendere questo parallelismo tra la Chiesa universale e il Collegio
dei Vescovi alla luce di quanto afferma il Concilio Vaticano II: « Gli
Apostoli furono, dunque, ad un tempo il seme del nuovo Israele e l'origine della
sacra gerarchia ».36 Negli Apostoli, non singolarmente
considerati, ma nel loro essere Collegio, era contenuta la struttura della
Chiesa, che in loro era costituita nella sua universalità e unità, e del
Collegio dei Vescovi loro successori, segno di tale universalità e unità.37
È così che
« la potestà del Collegio episcopale su tutta la Chiesa non viene
costituita dalla somma delle potestà dei singoli Vescovi sulle loro Chiese
particolari; essa è una realtà anteriore a cui partecipano i singoli Vescovi,
i quali non possono agire su tutta la Chiesa se non collegialmente ».38
A tale potestà d'insegnare e di governare i Vescovi partecipano solidalmente in
maniera immediata per il fatto stesso che sono membri del Collegio episcopale,
nel quale realmente persevera il Collegio apostolico.39
Come la
Chiesa universale è una e indivisibile, così pure il Collegio episcopale è un
« soggetto teologico indivisibile » e quindi anche la potestà
suprema, piena e universale di cui il Collegio è soggetto, come lo è il Romano
Pontefice personalmente, è una e indivisibile. Proprio perché il Collegio
episcopale è una realtà previa all'ufficio di capitalità sulla Chiesa
particolare, vi sono molti Vescovi che, pur esercitando compiti propriamente
episcopali, non sono a capo di una Chiesa particolare.40 Ogni
Vescovo, sempre in unione con tutti i Fratelli nell'episcopato e con il Romano
Pontefice, rappresenta Cristo Capo e Pastore della Chiesa: non solo in modo
proprio e specifico, quando riceve l'ufficio di pastore di una Chiesa
particolare, ma anche quando collabora col Vescovo diocesano nel governo della
sua Chiesa,41 oppure partecipa all'ufficio di pastore universale del
Romano Pontefice nel governo della Chiesa universale. Erede del fatto che lungo
la sua storia la Chiesa, oltre alla forma propria della presidenza di una Chiesa
particolare, ha riconosciuto anche altre forme di esercizio del ministero
episcopale, come quella di Vescovo ausiliare o di rappresentante del Romano
Pontefice negli Uffici della Santa Sede o nelle Legazioni pontificie, anche oggi
essa, a norma del diritto, ammette tali forme, quando si rendono necessarie.42
Indole
missionaria e unitarietà del ministero episcopale
9. Il Vangelo
secondo Luca riferisce che Gesù diede ai Dodici il nome di Apostoli, che
letteralmente significa inviati, mandati (cfr 6, 13). Nel Vangelo secondo Marco
leggiamo pure che Gesù costituì i Dodici « anche per mandarli a
predicare » (3, 14). Ciò significa che tanto l'elezione quanto la
costituzione dei Dodici come Apostoli sono finalizzate alla missione. Il primo
loro invio (cfr Mt 10, 5; Mc 6, 7; Lc 9, 1-2) trova la sua
pienezza nella missione che Gesù loro affida, dopo la Risurrezione, al momento
dell'Ascensione al Cielo. Sono parole che conservano tutta la loro attualità:
« Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Andate dunque e
ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e
dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho
comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine del mondo
» (Mt 28, 18-20). Questa missione apostolica ha avuto la sua solenne
conferma nel giorno dell'effusione pentecostale dello Spirito Santo.
Nel testo del
Vangelo secondo Matteo appena citato, l'intero ministero pastorale può essere
visto come articolato secondo la triplice funzione d'insegnamento, di
santificazione e di guida. Vediamo qui un riflesso della triplice dimensione del
servizio e della missione di Cristo. Noi, difatti, come cristiani e, in modo
qualitativamente nuovo, come sacerdoti, partecipiamo alla missione del nostro
Maestro, che è Profeta, Sacerdote e Re, e siamo chiamati a rendergli una
peculiare testimonianza nella Chiesa e dinanzi al mondo.
Queste tre
funzioni (triplex munus) e le potestà che ne derivano esprimono sul
piano dell'agire il ministero pastorale (munus pastorale), che ogni
Vescovo riceve con la consacrazione episcopale. È lo stesso amore di Cristo,
partecipato nella consacrazione, che si concretizza nell'annuncio del Vangelo di
speranza a tutte le genti (cfr Lc 4, 16-19), nell'amministrazione dei
Sacramenti a chi accoglie la salvezza e nella guida del Popolo santo verso la
vita eterna. Si tratta, infatti, di funzioni tra loro intimamente connesse, che
reciprocamente si spiegano, si condizionano e si illuminano.43
Proprio per
questo, il Vescovo, quando insegna, al tempo stesso santifica e governa il
Popolo di Dio; mentre santifica, anche insegna e governa; quando governa,
insegna e santifica. Sant'Agostino definisce la totalità di questo ministero
episcopale come amoris officium.44 Questo dona la certezza che
mai, nella Chiesa, verrà meno la carità pastorale di Gesù Cristo.
« ...
chiamò a sé quelli che egli volle » (Mc 3, 13)
10. Molta
folla seguiva Gesù, quando egli decise di salire sul monte e di chiamare a sé
gli Apostoli. Molti erano i discepoli, ma Egli ne scelse Dodici soltanto per lo
specifico compito di Apostoli (cfr Mc 3, 13-19). Nell'Aula Sinodale è
spesso risuonato il detto di S. Agostino: « Per voi sono Vescovo, con voi
sono cristiano ».45
Dono dello
Spirito fatto alla Chiesa, il Vescovo è, anzitutto e come ogni altro cristiano,
figlio e membro della Chiesa. Da questa Santa Madre egli ha ricevuto il dono
della vita divina nel sacramento del Battesimo e il primo ammaestramento nella
fede. Con tutti gli altri fedeli egli condivide l'insuperabile dignità di
figlio di Dio, da vivere nella comunione e in spirito di grata fraternità.
D'altra parte, in forza della pienezza del sacramento dell'Ordine, il Vescovo è
anche colui che, di fronte ai fedeli, è maestro, santificatore e pastore,
incaricato di agire in nome e in persona di Cristo.
Si tratta,
evidentemente, di due relazioni non semplicemente accostate fra loro, bensì in
reciproco e intimo rapporto, ordinate come sono l'una all'altra perché entrambe
attingono dalla ricchezza di Cristo unico e sommo sacerdote. Il Vescovo diventa
« padre » proprio perché pienamente « figlio »
della Chiesa. Ciò ripropone il rapporto tra sacerdozio comune dei fedeli e
sacerdozio ministeriale: due modi di partecipazione all'unico sacerdozio di
Cristo, nel quale sono presenti due dimensioni, che si uniscono nell'atto
supremo del sacrificio della croce.
Questo si
riflette sulla relazione che, nella Chiesa, vige tra il sacerdozio comune e il
sacerdozio ministeriale. Il fatto che, quantunque differiscano essenzialmente
tra di loro, siano ordinati l'uno all'altro,46 crea una reciprocità
che struttura armonicamente la vita della Chiesa come luogo di attualizzazione
storica della salvezza operata da Cristo. Tale reciprocità si ritrova proprio
nella persona stessa del Vescovo, che è e rimane un battezzato, ma costituito
nel sommo sacerdozio. Questa realtà più profonda del Vescovo è il fondamento
del suo « essere tra » gli altri fedeli e del suo essere «
di fronte » ad essi.
Lo ricorda il
Concilio Vaticano II in un bellissimo testo: « Se quindi nella Chiesa non
tutti camminano per la stessa via, tutti però sono chiamati alla santità e
hanno ricevuto una fede per la giustizia di Dio (cfr 2 Pt 1, 1).
Quantunque alcuni per volontà di Cristo siano costituiti dottori, dispensatori
dei misteri e pastori per gli altri, tuttavia vige fra tutti una vera
uguaglianza riguardo alla dignità e all'azione comune a tutti i fedeli per
l'edificazione del Corpo di Cristo. La distinzione infatti posta dal Signore tra
i sacri ministri e il resto del Popolo di Dio, include l'unione, essendo i
pastori e gli altri fedeli legati tra di loro da un comune necessario rapporto:
i Pastori della Chiesa sull'esempio del Signore siano al servizio gli uni degli
altri e degli altri fedeli e questi a loro volta prestino volenterosi la loro
collaborazione ai pastori e ai dottori ».47
Il ministero
pastorale ricevuto nella consacrazione, che pone il Vescovo « di fronte
» agli altri fedeli, si esprime in un « essere per » gli altri
fedeli che non lo sradica dal suo « essere con » loro. Ciò vale
sia per la sua santificazione personale, da ricercare ed attuare nell'esercizio
del suo ministero, sia per lo stile di attuazione del ministero stesso in tutte
le funzioni in cui si esplica.
La reciprocità,
che esiste tra sacerdozio comune dei fedeli e sacerdozio ministeriale, e che si
ritrova nello stesso ministero episcopale, si manifesta in una sorta di «
circolarità » tra le due forme di sacerdozio: circolarità tra la
testimonianza di fede di tutti i fedeli e la testimonianza di fede autentica del
Vescovo nei suoi atti magisteriali; circolarità tra la vita santa dei fedeli e
i mezzi di santificazione che il Vescovo offre ad essi; circolarità, infine,
tra la responsabilità personale del Vescovo riguardo al bene della Chiesa a lui
affidata e la corresponsabilità di tutti i fedeli rispetto al bene della
stessa.
CAPITOLO SECONDO
LA VITA SPIRITUALE DEL VESCOVO
« Ne
costituì Dodici che stessero con lui »
(Mc 3, 14)
11. Con il
medesimo atto d'amore con il quale liberamente li costituisce Apostoli, Gesù
chiama i Dodici a condividere la sua stessa vita. Anche questa condivisione, che
è comunione di animi e d'intenti con Lui, è pertanto un'esigenza iscritta
nella loro partecipazione alla sua stessa missione. Non si devono ridurre le
funzioni del Vescovo ad un compito meramente organizzativo. Proprio per evitare
questo rischio, sia i documenti preparatori del Sinodo sia molti interventi in
Aula dei Padri sinodali hanno insistito su ciò che comporta, nella vita
personale del Vescovo e nell'esercizio del ministero a lui affidato, la realtà
dell'episcopato come pienezza del sacramento dell'Ordine, nei suoi fondamenti
teologici, cristologici e pneumatologici.
Alla
santificazione oggettiva, che per opera di Cristo si ha nel Sacramento con la
comunicazione dello Spirito, deve corrispondere la santità soggettiva, nella
quale il Vescovo, con il sostegno della grazia, sempre più deve progredire
attraverso l'esercizio del ministero. La trasformazione ontologica operata dalla
consacrazione, come conformazione a Cristo, richiede uno stile di vita che
manifesti lo « stare con lui ». Varie volte, di conseguenza,
nell'Aula del Sinodo si è insistito sulla carità pastorale, come frutto sia
del carattere impresso dal Sacramento sia della grazia ad esso propria. La carità,
si è detto, è come l'anima del ministero del Vescovo, che viene coinvolto in
un dinamismo di pro-existentia pastorale, da cui è spinto a vivere, come
Cristo Buon Pastore, per il Padre e per gli altri, nel dono
quotidiano di sé.
È
soprattutto nell'esercizio del proprio ministero, ispirato all'imitazione della
carità del Buon Pastore, che il Vescovo è chiamato a santificarsi e a
santificare, avendo come principio unificante la contemplazione del volto di
Cristo e l'annunzio del vangelo della salvezza.48 La sua spiritualità,
pertanto, oltre che dal sacramento del Battesimo e della Confermazione, attinge
orientamenti e stimoli dalla stessa Ordinazione episcopale che lo impegna a
vivere nella fede, nella speranza e nella carità il proprio ministero di
evangelizzatore, di liturgo e di guida nella comunità. Quella del Vescovo sarà
allora anche una spiritualità ecclesiale, perché tutto nella sua vita
è orientato all'edificazione amorosa della Santa Chiesa.
Ciò esige
nel Vescovo un atteggiamento di servizio improntato a forza d'animo, coraggio
apostolico e fiducioso abbandono all'azione interiore dello Spirito. Egli
pertanto si impegnerà ad assumere uno stile di vita che imiti la kénosis di
Cristo servo, povero e umile, in modo che l'esercizio del ministero pastorale
sia in lui un riflesso coerente di Gesù, Servo di Dio, e lo induca ad essere
come Lui vicino a tutti, dal più grande al più piccolo. Insomma, ancora una
volta con una sorta di reciprocità, l'esercizio fedele e amorevole del
ministero santifica il Vescovo e lo rende sul piano soggettivo sempre più
conforme alla ricchezza ontologica di santità che in lui ha posto il
Sacramento.
La santità
personale del Vescovo, tuttavia, non si ferma mai ad un livello solo soggettivo
perché, nella sua efficacia, ridonda sempre a beneficio dei fedeli, affidati
alla sua cura pastorale. Nella pratica della carità, come contenuto del
ministero pastorale ricevuto, il Vescovo diventa segno di Cristo e acquista
quell'autorevolezza morale di cui l'esercizio dell'autorità giuridica ha
bisogno per poter efficacemente incidere sull'ambiente. Se, infatti, l'ufficio
episcopale non poggia sulla testimonianza della santità manifestata nella carità
pastorale, nell'umiltà e nella semplicità di vita, finisce per ridursi ad un
ruolo quasi soltanto funzionale e perde fatalmente di credibilità presso il
Clero ed i fedeli.
Vocazione
alla santità nella Chiesa del nostro tempo
12.
Un'immagine biblica sembra particolarmente adatta per illuminare la figura del
Vescovo quale amico di Dio, pastore e guida del popolo. È la figura di Mosè.
Guardando a lui, il Vescovo può trarre ispirazione nel suo essere ed agire di
pastore, scelto e inviato dal Signore, coraggioso nel precedere il suo popolo
verso la terra promessa, fedele interprete della parola e della legge del Dio
vivente, mediatore dell'Alleanza, ardente e fiducioso nella preghiera in favore
della sua gente. Come Mosè, che dopo il colloquio con il Signore sulla santa
montagna tornò in mezzo al suo popolo con il volto raggiante (cfr Es 34,
29-30), anche il Vescovo potrà portare tra i suoi fratelli i segni del suo
essere padre, fratello ed amico soltanto se sarà entrato nella nube oscura e
luminosa del mistero del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Illuminato
dalla luce della Trinità, egli sarà segno della bontà misericordiosa del
Padre, viva immagine della carità del Figlio, trasparente uomo dello Spirito,
consacrato e inviato per guidare il Popolo di Dio sui sentieri del tempo nel
pellegrinaggio verso l'eternità.
I Padri
sinodali hanno messo in luce l'importanza dell'impegno spirituale nella vita,
nel ministero e nel cammino del Vescovo. Io stesso ho indicato questa priorità
in sintonia con le esigenze della vita della Chiesa e l'appello dello Spirito
Santo, che in questi anni ha richiamato a tutti il primato della grazia, la
diffusa esigenza di spiritualità, l'urgenza di testimoniare la santità.
Il richiamo
alla spiritualità scaturisce dal riferimento all'azione dello Spirito Santo
nella storia della salvezza. La sua è una presenza attiva e dinamica, profetica
e missionaria. Il dono della pienezza dello Spirito Santo, che il Vescovo riceve
nell'Ordinazione episcopale, è un prezioso e urgente richiamo ad assecondarne
l'azione nella comunione ecclesiale e nella missione universale.
Celebrata
dopo il Grande Giubileo del 2000, l'Assemblea sinodale ha sin dal principio
fatto proprio il progetto di una vita santa, che io stesso ho indicato alla
Chiesa intera: « La prospettiva entro cui deve porsi tutto il cammino
pastorale è quello della santità... Finito il Giubileo, ricomincia il cammino
ordinario, ma additare la santità resta più che mai un'urgenza della pastorale
».49 L'accoglienza entusiastica e generosa del mio appello a mettere
al primo posto la vocazione alla santità, è stata l'atmosfera nella quale si
sono svolti i lavori sinodali e il clima che, in qualche maniera, ha unificato
gli interventi e le riflessioni dei Padri. Essi sentivano echeggiare nei loro
cuori il monito di san Gregorio Nazianzeno: « Prima purificarsi e poi
purificare, prima lasciarsi istruire dalla sapienza e poi istruire, prima
diventare luce e poi illuminare, prima avvicinarsi a Dio e poi condurvi gli
altri, prima essere santi e poi santificare ».50
Per questa
ragione, dall'Assemblea sinodale si è più volte levato l'invito a individuare
con chiarezza la specificità « episcopale » del cammino di santità
di un Vescovo. Sarà sempre una santità vissuta con il popolo e per il popolo,
in una comunione che diventa stimolo e reciproca edificazione nella carità. Né
si tratta d'istanze secondarie, o marginali. È proprio la vita spirituale del
Vescovo, infatti, che favorisce la fecondità della sua opera pastorale. Non sta
forse nella meditazione assidua del mistero di Cristo, nella contemplazione
appassionata del suo volto, nell'imitazione generosa della vita del Buon Pastore
il fondamento di ogni pastorale efficace? Se è vero che il nostro è tempo di
continuo movimento e spesso anche di agitazione col facile rischio del «
fare per fare », allora il Vescovo per primo deve mostrare, con l'esempio
della propria vita, che occorre ristabilire il primato dell'« essere
» sul « fare » e, ancora di più, il primato della grazia,
che nella visione cristiana della vita è pure principio essenziale per una
« programmazione » del ministero pastorale.51
Il
cammino spirituale del Vescovo
13. Un
Vescovo può ritenersi davvero ministro della comunione e della speranza per il
Popolo santo di Dio solo quando cammina alla presenza del Signore. Non è
possibile, infatti, essere al servizio degli uomini senza prima essere «
servi di Dio ». E servi di Dio non si può essere se non si è «
uomini di Dio ». Perciò nell'omelia dell'inizio del Sinodo ho detto:
« Il Pastore deve essere uomo di Dio; la sua esistenza e il suo ministero
stanno interamente sotto la sua gloria divina e traggono dal sovraeminente
mistero di Dio luce e vigore ».52
La chiamata
alla santità è insita, per il Vescovo, nello stesso evento sacramentale che è
all'origine del suo ministero, ossia l'Ordinazione episcopale. L'antico
Eucologio di Serapione formula in questi termini l'invocazione rituale della
consacrazione: « Dio di verità fa' del tuo servitore un Vescovo vivente,
un Vescovo santo nella successione dei santi Apostoli ».53
Poiché, tuttavia, l'Ordinazione episcopale non infonde la perfezione delle virtù,
« il Vescovo è chiamato a proseguire il suo cammino di perfezione con
maggiore intensità, per giungere alla statura di Cristo, Uomo perfetto ».54
La stessa
indole cristologica e trinitaria del suo mistero e ministero esige per il
Vescovo un cammino di santità, che consiste nell'avanzamento progressivo verso
una sempre più profonda maturità spirituale ed apostolica, segnata dal primato
della carità pastorale. Un cammino evidentemente vissuto insieme con il suo
popolo, in un itinerario che è al tempo stesso personale e comunitario, come la
vita stessa della Chiesa. In questo cammino, però, il Vescovo diventa, in
intima comunione con Cristo e attenta docilità allo Spirito, testimone,
modello, promotore e animatore. Così si esprime pure la legge canonica:
« Il Vescovo diocesano, consapevole di essere tenuto ad offrire un
esempio di santità nella carità, nell'umiltà e nella semplicità di vita, si
impegni a promuovere con ogni mezzo la santità dei fedeli, secondo la vocazione
propria di ciascuno, ed essendo il principale dispensatore dei misteri di Dio,
si adoperi di continuo perché i fedeli affidati alle sue cure crescano in
grazia mediante la celebrazione dei Sacramenti e perché conoscano e vivano il
mistero pasquale ».55
Il cammino
spirituale del Vescovo, come quello d'ogni fedele cristiano, ha certamente la
sua radice nella grazia sacramentale del Battesimo e della Confermazione. Questa
grazia lo accomuna a tutti i fedeli, poiché, come avverte il Concilio Vaticano
II, « tutti i fedeli di qualsiasi stato o grado sono chiamati alla
pienezza della vita cristiana e alla perfezione della carità ».56
Vale specialmente in questo caso la notissima affermazione di sant'Agostino,
ricca di realismo e di sapienza soprannaturale: « Se mi atterrisce
l'essere per voi, mi consola l'essere con voi. Perché per voi sono Vescovo, con
voi sono cristiano. Quello è il nome di una carica, questo di una grazia;
quello è il nome di un pericolo, questo della salvezza ».57
Tuttavia, grazie alla carità pastorale, la carica diventa servizio e il
pericolo si trasforma in opportunità di crescita e di maturazione. Il ministero
episcopale non è solo fonte di santità per gli altri, ma è già motivo di
santificazione per colui che lascia passare attraverso il proprio cuore e la
propria vita la carità di Dio.
I Padri
sinodali hanno sintetizzato alcune esigenze di questo cammino. Anzitutto hanno
richiamato il carattere battesimale e crismale, che sin dal principio
dell'esistenza cristiana, mediante le virtù teologali, rende capaci di credere
in Dio, di sperare in Lui e di amarlo. Lo Spirito Santo, per parte sua, infonde
i suoi doni favorendo la crescita nel bene attraverso l'esercizio delle virtù
morali, che danno concretezza anche umana alla vita spirituale.58 In
forza del Battesimo che ha ricevuto, il Vescovo partecipa, come ogni cristiano,
alla spiritualità che è radicata nell'incorporazione al Cristo e che si
manifesta nella sua sequela secondo il Vangelo. Per questo egli condivide la
vocazione di tutti i fedeli alla santità. Deve quindi coltivare una vita di
preghiera e di fede profonda e riporre in Dio tutta la sua fiducia, offrendo la
sua testimonianza al Vangelo in docile obbedienza ai suggerimenti dello Spirito
Santo e riservando una particolare e filiale devozione alla Vergine Maria, che
è perfetta maestra di vita spirituale.59
La
spiritualità del Vescovo sarà, pertanto, una spiritualità di comunione,
vissuta in sintonia con tutti gli altri battezzati, figli insieme con lui
dell'unico Padre nel cielo e dell'unica Madre sulla terra, la Santa Chiesa. Come
tutti i credenti in Cristo, egli ha bisogno di alimentare la sua vita spirituale
nutrendosi della viva ed efficace parola del Vangelo e del pane di vita della
santa Eucaristia, cibo di vita eterna. A causa dell'umana fragilità, anche il
Vescovo è chiamato a ricorrere con frequenza e ritmi regolari al sacramento
della Penitenza per ottenere il dono di quella misericordia, di cui pure è
divenuto ministro. Consapevole, dunque, della propria umana debolezza e dei
propri peccati, ogni Vescovo, insieme con i suoi sacerdoti, vive anzitutto per
se stesso il sacramento della Riconciliazione, come una esigenza profonda e una
grazia sempre nuovamente attesa, per ridare slancio al proprio impegno di
santificazione nell'esercizio del ministero. In tal modo egli esprime anche
visibilmente il mistero di una Chiesa in se stessa santa, ma composta anche di
peccatori bisognosi di essere perdonati.
Come tutti i
sacerdoti e, ovviamente, in speciale comunione con i sacerdoti del presbiterio
diocesano, il Vescovo si impegnerà a percorrere uno specifico cammino di
spiritualità. Egli, infatti, è chiamato alla santità pure per il nuovo titolo
che deriva dall'Ordine sacro. Il Vescovo, perciò, vive di fede, speranza e
carità in quanto è ministro della parola del Signore, della santificazione e
del progresso spirituale del Popolo di Dio. Egli dev'essere santo perché deve
servire la Chiesa come maestro, santificatore e guida. Come tale egli deve anche
profondamente e intensamente amare la Chiesa. Ogni Vescovo è conformato a
Cristo per amare la Chiesa con l'amore di Cristo sposo e per essere, nella
Chiesa, ministro della sua unità, per fare cioè della Chiesa « un
popolo adunato dall'unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo ».60
La specifica
spiritualità del Vescovo, i Padri sinodali lo hanno sottolineato ripetutamente,
si arricchisce ulteriormente dell'apporto di grazia insito nella pienezza del
Sacerdozio, a lui conferita nel momento dell'Ordinazione. In quanto pastore del
gregge e servitore del Vangelo di Gesù Cristo nella speranza, il Vescovo deve
riflettere e fare come trasparire in se medesimo la persona stessa di Cristo,
Pastore supremo. Nel Pontificale Romano questo impegno è esplicitamente
richiamato: « Ricevi la mitra, e risplenda in te il fulgore della santità,
perché quando apparirà il Principe dei pastori tu possa meritare la
incorruttibile corona di gloria ».61
Per questo il
Vescovo ha un costante bisogno della grazia di Dio, che rafforzi e perfezioni la
sua natura umana. Egli può affermare con l'apostolo Paolo: « La nostra
capacità viene da Dio, che ci ha resi ministri adatti di una nuova Alleanza
» (2 Cor 3, 5-6). Lo si deve, perciò, sottolineare: il ministero
apostolico è una sorgente di spiritualità per il Vescovo, il quale deve
attingere da esso le risorse spirituali che lo fanno crescere nella santità e
gli permettono di scoprire l'azione dello Spirito Santo nel Popolo di Dio
affidato alle sue sollecitudini pastorali.62
Il cammino
spirituale del Vescovo coincide, in questa prospettiva, con la stessa carità
pastorale, che a buon diritto dev'essere ritenuta come l'anima del suo
apostolato, come lo è anche di quello del presbitero e del diacono. Si tratta
non soltanto di una existentia, ma pure di una pro-existentia, di
un vivere, cioè, che si ispira al modello supremo costituito da Cristo Signore,
e che si spende perciò totalmente nell'adorazione del Padre e nel servizio dei
fratelli. Giustamente, al riguardo, il Concilio Vaticano II afferma che i
Pastori, a immagine di Cristo, devono con santità e slancio, con umiltà e
fortezza compiere il proprio ministero, « il quale, così adempiuto, sarà
anche per loro un eccellente mezzo di santificazione ».63
Nessun Vescovo può ignorare che il vertice della santità rimane Cristo
Crocifisso, nella sua suprema donazione al Padre e ai fratelli nello Spirito
Santo. Per questo la configurazione a Cristo e la partecipazione alle sue
sofferenze (cfr 1 Pt 4, 13) diventa la via regale della santità del
Vescovo in mezzo al suo popolo.
Maria,
Madre della speranza e maestra di vita spirituale
14. Sostegno
della vita spirituale sarà anche per il Vescovo la presenza materna della
Vergine Maria, Mater spei et spes nostra, come l'invoca la Chiesa. Per
Maria, dunque, il Vescovo nutrirà una devozione autentica e filiale, sentendosi
chiamato a fare proprio il suo fiat, a rivivere e attualizzare ogni
giorno l'affidamento che Gesù fece di Maria, in piedi presso la Croce, al
Discepolo e del Discepolo amato a Maria (cfr Gv 19, 26-27). Ugualmente il
Vescovo è chiamato a rispecchiarsi nella preghiera unanime e perseverante dei
discepoli ed apostoli del Figlio con la Madre sua, in preparazione alla
Pentecoste. In questa icona della Chiesa nascente si esprime il legame
indissolubile fra Maria e i successori degli Apostoli (cfr At 1, 14).
La santa
Madre di Dio sarà quindi per il Vescovo maestra nell'ascolto e nella pronta
esecuzione della Parola di Dio, nel discepolato fedele verso l'unico Maestro,
nella stabilità della fede, nella fiduciosa speranza e nell'ardente carità.
Come Maria, « memoria » dell'Incarnazione del Verbo nella prima
comunità cristiana, il Vescovo sarà custode e tramite della Tradizione vivente
della Chiesa, nella comunione con tutti gli altri Vescovi, in unione e sotto
l'autorità del Successore di Pietro.
La solida
devozione mariana del Vescovo farà costante riferimento alla Liturgia, dove la
Vergine ha una particolare presenza nella celebrazione dei misteri della
salvezza ed è per tutta la Chiesa modello esemplare di ascolto e di preghiera,
di offerta e di maternità spirituale. Sarà, anzi, compito del Vescovo fare sì
che la Liturgia appaia sempre « quale “forma esemplare”, fonte di
ispirazione, costante punto di riferimento e meta ultima » per la pietà
mariana del Popolo di Dio.64 Fermo restando questo principio, anche
il Vescovo nutrirà la sua pietà mariana personale e comunitaria con i pii
esercizi approvati e raccomandati dalla Chiesa, specialmente con la recita di
quel compendio del Vangelo che è il Santo Rosario. Esperto di questa preghiera,
tutta incentrata sulla contemplazione degli eventi salvifici della vita di
Cristo, cui fu strettamente associata la sua santa Madre, ogni Vescovo è
invitato a esserne anche solerte promotore.65
Affidarsi
alla Parola
15.
L'Assemblea del Sinodo dei Vescovi ha indicato alcuni mezzi necessari per
nutrire e fare progredire la propria vita spirituale.66 Tra questi c'è,
al primo posto, la lettura e la meditazione della Parola di Dio. Ogni Vescovo
dovrà sempre affidarsi e sentirsi affidato « al Signore e alla parola
della sua grazia che ha il potere di edificare e di concedere l'eredità con
tutti i santificati » (At 20, 32). Prima, perciò, d'essere
trasmettitore della Parola, il Vescovo, insieme con i suoi sacerdoti e come ogni
fedele, anzi come la stessa Chiesa,67 deve essere ascoltatore della
Parola. Egli dev'essere come « dentro » la Parola, per lasciarsene
custodire e nutrire come da un grembo materno. Insieme con sant'Ignazio
d'Antiochia, anche il Vescovo ripete: « Mi affido al Vangelo come alla
carne di Cristo ».68 Ogni Vescovo, pertanto, avrà sempre
presente per se stesso quella nota ammonizione di san Girolamo, ripresa pure dal
Concilio Vaticano II: « L'ignoranza delle Scritture è ignoranza di
Cristo ».69 Non c'è, difatti, primato della santità senza
ascolto della Parola di Dio, che della santità è guida e nutrimento.
L'affidarsi
alla Parola di Dio e il custodirla, come la Vergine Maria che fu Virgo
audiens,70 comporta il mettere in pratica alcuni aiuti, che la
tradizione e l'esperienza spirituale della Chiesa non hanno mai mancato di
suggerire. Si tratta, anzitutto, della frequente lettura personale e dello
studio attento e assiduo della Sacra Scrittura. Un Vescovo sarebbe vano
predicatore della Parola all'esterno, se prima non l'ascoltasse dall'interno.71
Senza il contatto frequente con la Sacra Scrittura, un Vescovo sarebbe pure
ministro poco credibile della speranza, se è vero, come ricorda san Paolo che
« in virtù della perseveranza e della consolazione che ci vengono dalle
Scritture teniamo viva la nostra speranza » (Rm 15, 4). È,
dunque, sempre valido ciò che scriveva Origene: « Sono queste le due
attività del Pontefice: o imparare da Dio, leggendo le Scritture divine e
meditandole più volte, o ammaestrare il popolo. Però, insegni le cose che egli
stesso ha imparato da Dio ».72
Il Sinodo ha
richiamato l'importanza della lectio e della meditatio della
Parola di Dio nella vita dei Pastori e nel loro stesso ministero a servizio
della comunità. Come ho scritto nella Lettera apostolica Novo
millennio ineunte, « è necessario che l'ascolto della
Parola diventi un incontro vitale, nell'antica e sempre valida tradizione della
lectio divina, che fa cogliere nel testo biblico la parola viva che
interpella, orienta, plasma l'esistenza ».73 Negli spazi della
meditazione e della lectio, il cuore che ha già accolto la Parola si
apre alla contemplazione dell'agire di Dio e, di conseguenza, alla conversione a
Lui dei pensieri e della vita, accompagnata dalla richiesta supplice del suo
perdono e della sua grazia.
Nutrirsi
dell'Eucaristia
16. Come,
poi, il mistero pasquale sta al centro della vita e della missione del Buon
Pastore, così anche l'Eucaristia è al centro della vita e della missione del
Vescovo, come di ogni sacerdote.
Con la
celebrazione quotidiana della Santa Messa, egli offre se stesso insieme con
Cristo. Quando, poi, questa celebrazione avviene nella Cattedrale, o nelle altre
chiese, specialmente parrocchiali, con il concorso e la partecipazione attiva
dei fedeli, il Vescovo appare sotto gli occhi di tutti qual è, ossia come il Sacerdos
et Pontifex, poiché agisce nella persona di Cristo e nella potenza del suo
Spirito, e come lo hiereus, il sacerdote santo, occupato nell'operare i
sacri misteri dell'altare, che annuncia e spiega con la predicazione.74
L'amore del
Vescovo verso la Santa Eucaristia si esprime pure quando, nel corso della
giornata, dedica parte anche abbastanza prolungata del proprio tempo
all'adorazione davanti al Tabernacolo. Qui il Vescovo apre al Signore il suo
animo, perché sia tutto pervaso e informato dalla carità effusa sulla Croce
dal Pastore grande delle pecore, che per loro ha sparso il suo sangue e ha dato
la propria vita. A Lui pure innalza la sua preghiera, continuando a intercedere
per le pecore che gli sono state affidate.
La
preghiera e la Liturgia delle Ore
17. Un
secondo mezzo indicato dai Padri sinodali è la preghiera, in modo speciale
quella elevata al Signore con la celebrazione della Liturgia delle Ore, che è
specificamente e sempre preghiera della comunità cristiana nel nome di Cristo e
sotto la guida dello Spirito.
La preghiera
è in se stessa un particolare dovere per un Vescovo e per quanti hanno «
avuto il dono della vocazione ad una vita di speciale consacrazione: questa li
rende, per sua natura, più disponibili all'esperienza contemplativa ».75
Il Vescovo stesso non può dimenticare di essere successore di quegli Apostoli
che furono costituiti da Cristo anzitutto perché « stessero con lui
» (Mc 3, 14) e che, all'inizio della loro missione, fecero una solenne
dichiarazione, che è un programma di vita: « Noi ci dedicheremo alla
preghiera e al ministero della parola » (At 6, 4). Il Vescovo,
pertanto, riuscirà ad essere per i fedeli un maestro di preghiera solo se potrà
contare sulla propria esperienza personale di dialogo con Dio. Egli deve potersi
rivolgere a Dio in ogni momento con le parole del Salmista: « Io spero
sulla tua parola » (Sal 119 [118], 114). Sarà proprio dalla
preghiera che egli potrà attingere quella speranza con la quale deve come
contagiare i fedeli. La preghiera, infatti, è il luogo privilegiato dove si
esprime e si nutre la speranza poiché essa, secondo un'espressione di san
Tommaso d'Aquino, è la « interprete della speranza ».76
Quella
personale del Vescovo sarà in modo tutto speciale una preghiera tipicamente
« apostolica », cioè presentata al Padre come intercessione per
ogni necessità del popolo, che gli è stato affidato. Nel Pontificale Romano è
questo l'ultimo impegno dell'eletto all'episcopato, prima che si proceda
all'imposizione delle mani: « Vuoi pregare, senza mai stancarti, Dio
onnipotente, per il suo Popolo santo ed esercitare in modo irreprensibile il
ministero del sommo sacerdozio? ».77 In modo tutto particolare
il Vescovo prega per la santità dei suoi sacerdoti, per le vocazioni al
ministero ordinato e alla vita consacrata, perché nella Chiesa sempre più arda
l'impegno missionario e apostolico.
Riguardo,
poi, alla Liturgia delle Ore, destinata a consacrare e orientare il corso
intero della giornata per mezzo della lode di Dio, come non ricordare le
magnifiche espressioni del Concilio Vaticano II? « Quando a celebrare
debitamente quel mirabile canto di lode sono i sacerdoti e altri a ciò deputati
da un precetto della Chiesa, o i fedeli che pregano insieme col sacerdote nella
forma approvata, allora è veramente la voce della sposa stessa che parla allo
sposo, anzi è la preghiera di Cristo che, in unione al suo Corpo, eleva al
Padre. Tutti coloro pertanto che compiono questo, adempiono l'obbligo della
Chiesa e partecipano al sommo onore della sposa di Cristo perché, rendendo lode
a Dio, stanno davanti al trono di Dio in nome della Madre Chiesa ».78
Scrivendo sulla preghiera del Divino Ufficio, il mio predecessore di v. m. Paolo
VI, affermava che essa è « preghiera della Chiesa locale », nella
quale si esprime « la vera natura della Chiesa orante ».79
Nella consecratio temporis che la Liturgia delle Ore realizza, si
attua quella laus perennis che è anticipo e prefigurazione della
Liturgia celeste, vincolo di unione con gli angeli e i santi che in eterno
glorificano il nome di Dio. Tanto, dunque, un Vescovo si mostra e si realizza
quale uomo di speranza, quanto s'inserisce nel dinamismo escatologico della
preghiera del Salterio. Nei Salmi risuona la Vox sponsae che invoca lo
Sposo.
Ogni Vescovo,
quindi, prega con il suo popolo e prega per il suo popolo. Egli,
però, è pure edificato ed aiutato dalla preghiera dei suoi fedeli, sacerdoti,
diaconi, persone di vita consacrata e laici di tutte le età. In mezzo a loro il
Vescovo è educatore e promotore della preghiera. Non soltanto trasmette le cose
contemplate, ma apre ai cristiani la via stessa della contemplazione. Il noto
motto del contemplata aliis tradere diviene, in tal modo, un contemplationem
aliis tradere.
La via
dei consigli evangelici e delle beatitudini
18. Per tutti
i suoi discepoli, in modo speciale per coloro che già durante la loro vita
terrena vogliono seguirlo più da vicino alla maniera degli Apostoli, il Signore
propone la via dei consigli evangelici. Oltre che un dono della Trinità alla
Chiesa, i consigli sono nel credente un riflesso della vita trinitaria.80
Lo sono in special modo nel Vescovo che, come successore degli Apostoli, è
chiamato a seguire Cristo sulla strada della perfezione della carità. Per
questo egli è consacrato come è consacrato Gesù. La sua vita è dipendenza
radicale da Lui e totale trasparenza di Lui dinanzi alla Chiesa e al mondo.
Nella vita del Vescovo deve risplendere la vita di Gesù e quindi la sua
obbedienza al Padre fino alla morte e alla morte di croce (cfr Fil 2, 8),
il suo amore casto e verginale, la sua povertà che è libertà assoluta dinanzi
ai beni terreni.
In questo
modo i Vescovi possono con il loro esempio guidare non solo quelli che nella
Chiesa sono stati chiamati alla sequela di Cristo nella vita consacrata, ma
anche i presbiteri, ai quali pure è proposto il radicalismo della santità
secondo lo spirito dei consigli evangelici. Tale radicalismo, del resto, chiama
in causa tutti i fedeli, anche i laici, giacché esso « è un'esigenza
fondamentale e irrinunciabile, che scaturisce dall'appello di Cristo a seguirlo
e imitarlo, in forza dell'intima comunione di vita con Lui operata dallo Spirito
».81
Sul volto del
Vescovo, insomma, i fedeli devono potere contemplare le qualità che sono dono
della grazia e che nelle Beatitudini costituiscono quasi l'autoritratto di
Cristo: il volto della povertà, della mitezza e della passione per la
giustizia; il volto misericordioso del Padre e dell'uomo pacifico e
pacificatore; il volto della purezza di chi guarda costantemente ed unicamente a
Dio. I fedeli devono poter vedere nel loro Vescovo anche il volto di colui che
rivive la compassione di Gesù verso gli afflitti e talvolta, come è avvenuto
nella storia e ancora oggi avviene, il volto pieno di fortezza e di gioia
interiore di chi è perseguitato a causa della verità del Vangelo.
La virtù
dell'obbedienza
19. Portando
su di sé questi tratti umanissimi di Gesù, il Vescovo diventa pure modello e
promotore di una spiritualità di comunione, tesa con vigile attenzione a
costruire la Chiesa, in modo che tutto, parole e opere, sia compiuto nel segno
della sottomissione filiale in Cristo e nello Spirito all'amorevole disegno del
Padre. In quanto maestro di santità e ministro della santificazione del suo
popolo, il Vescovo è chiamato infatti ad adempiere fedelmente la volontà del
Padre. L'obbedienza del Vescovo deve essere vissuta avendo come modello – né
potrebbe essere diversamente – l'obbedienza stessa di Cristo, il quale ha
affermato più volte di essere disceso dal cielo non per fare la sua volontà,
ma la volontà di Colui che lo ha mandato (cfr Gv 6, 38; 8, 29; Fil
2, 7-8).
Camminando
sulle orme di Cristo, il Vescovo è obbediente al Vangelo e alla Tradizione
della Chiesa, sa leggere i segni dei tempi e riconoscere la voce dello Spirito
Santo nel ministero petrino e nella collegialità episcopale. Nell'Esortazione
apostolica Pastores
dabo vobis ho messo in luce il carattere apostolico, comunitario
e pastorale dell'obbedienza presbiterale.82 Tali caratteristiche si
ritrovano, com'è ovvio, in modo anche più marcato nell'obbedienza del Vescovo.
La pienezza del sacramento dell'Ordine che egli ha ricevuto lo pone infatti in
una speciale relazione col Successore di Pietro, con i membri del Collegio
episcopale e con la stessa sua Chiesa particolare. Egli deve sentirsi impegnato
a vivere intensamente questi rapporti con il Papa e con i confratelli Vescovi in
uno stretto vincolo di unità e di collaborazione, rispondendo in tal modo al
disegno divino che ha voluto unire inseparabilmente gli Apostoli intorno a
Pietro. Questa comunione gerarchica del Vescovo con il Sommo Pontefice rafforza
la sua capacità di rendere presente, in virtù dell'Ordine ricevuto, Cristo Gesù,
Capo invisibile di tutta la Chiesa.
All'aspetto
apostolico dell'obbedienza non può non aggiungersi anche l'aspetto comunitario,
in quanto l'episcopato è per sua natura « uno e indiviso ».83
In forza di questa comunitarietà, il Vescovo è chiamato a vivere la sua
obbedienza vincendo ogni tentazione individualistica e facendosi carico,
nell'insieme della missione del Collegio episcopale, della sollecitudine per il
bene di tutta la Chiesa.
Quale modello
di ascolto, il Vescovo sarà altresì attento a cogliere, nella preghiera e nel
discernimento, la volontà di Dio attraverso quanto lo Spirito dice alla Chiesa.
Esercitando evangelicamente la sua autorità, egli saprà mettersi in dialogo
con i collaboratori ed i fedeli per far crescere efficacemente la reciproca
intesa.84 Ciò gli consentirà di valorizzare pastoralmente la dignità
e responsabilità di ogni membro del Popolo di Dio, favorendo con equilibrio e
serenità lo spirito di iniziativa di ciascuno. I fedeli devono infatti essere
aiutati a crescere verso un'obbedienza responsabile che li renda attivi sul
piano pastorale.85 Al riguardo, è sempre attuale l'esortazione che
sant'Ignazio di Antiochia rivolgeva a Policarpo: « Nulla si faccia senza
il tuo consenso, ma tu non fare nulla senza il consenso di Dio ».86
Lo
spirito e la prassi della povertà nel Vescovo
20. I Padri
sinodali, in segno di sintonia collegiale, hanno raccolto l'appello da me
lanciato nella Liturgia d'apertura del Sinodo, perché la beatitudine evangelica
della povertà fosse ritenuta come una delle condizioni necessarie per attuare,
nell'odierna situazione, un fecondo ministero episcopale. Anche in questa
circostanza, in mezzo all'assemblea dei Vescovi si è come stagliata la figura
di Cristo Signore, che « ha compiuto la sua opera di redenzione
attraverso la povertà e le persecuzioni » e che invita anche la Chiesa,
con i suoi pastori in primo luogo, « a prendere la stessa via per
comunicare agli uomini i frutti della salvezza ».87
Il Vescovo,
perciò, che vuole essere autentico testimone e ministro del vangelo della
speranza, deve essere vir pauper. Lo richiede la testimonianza che egli
è tenuto a rendere a Cristo povero; lo richiede anche la sollecitudine della
Chiesa verso i poveri, verso i quali è doverosa una scelta preferenziale. La
decisione del Vescovo di vivere il proprio ministero nella povertà contribuisce
decisamente a fare della Chiesa la « casa dei poveri ».
Tale
decisione, inoltre, pone il Vescovo in una situazione di interiore libertà
nell'esercizio del ministero consentendogli di comunicare efficacemente i frutti
della salvezza. L'autorità episcopale deve essere esercitata con
un'instancabile generosità e con un'inesauribile gratuità. Ciò richiede da
parte del Vescovo una piena fiducia nella provvidenza del Padre celeste, una
magnanima comunione di beni, un austero tenore di vita, una permanente
conversione personale. Solo per questa via egli sarà capace di partecipare alle
angosce e ai dolori del Popolo di Dio, che egli deve non solo guidare e nutrire,
ma con il quale deve essere solidale, condividendone i problemi e contribuendo
ad alimentarne la speranza.
Compirà
questo servizio con efficacia se la sua vita sarà semplice, sobria e, insieme,
attiva e generosa e se metterà coloro che sono ritenuti gli ultimi della nostra
società non ai margini ma al centro della comunità cristiana.88
Quasi senza accorgersene, favorirà la « fantasia della carità »,
che metterà in evidenza più che l'efficacia dei soccorsi prestati, la capacità
di vivere la condivisione fraterna. Infatti nella Chiesa apostolica, come
ampiamente testimoniano gli Atti, la povertà di alcuni suscitava la solidarietà
degli altri con il risultato sorprendente che « nessuno fra loro era
bisognoso » (4, 34). La Chiesa è debitrice di questa profezia al mondo
assediato dai problemi della fame e delle disuguaglianze fra i popoli. In questa
prospettiva di condivisione e di semplicità il Vescovo amministra i beni della
Chiesa come il « buon padre di famiglia » e vigila affinché essi
siano impiegati secondo i fini propri della Chiesa: il culto di Dio, il
sostentamento dei ministri, le opere di apostolato, le iniziative di carità
verso i poveri.
Essere procurator
pauperum è stato sempre un titolo dei pastori della Chiesa e deve esserlo
concretamente anche oggi, per rendere presente ed eloquente il messaggio del
Vangelo di Gesù Cristo a fondamento della speranza di tutti, ma specialmente di
coloro che solo da Dio possono attendere una vita più degna e un migliore
avvenire. Sollecitate dall'esempio dei Pastori, la Chiesa e le Chiese devono
mettere in atto quella « opzione preferenziale per i poveri », che
ho indicato come programma per il terzo millennio.89
Con la
castità al servizio di una Chiesa che riflette la purezza di Cristo
21. «
Ricevi l'anello, segno di fedeltà, e nell'integrità della fede e nella purezza
della vita custodisci la santa Chiesa, sposa di Cristo ». Con queste
parole, proclamate nel Pontificale Romano,90 il Vescovo è invitato a
prendere coscienza dell'impegno che assume di riflettere in sé l'amore
verginale di Cristo per tutti i suoi fedeli. Egli è chiamato innanzitutto a
suscitare tra i fedeli rapporti vicendevoli ispirati a quel rispetto e a quella
stima che si addicono ad una famiglia dove fiorisce l'amore secondo
l'esortazione dell'apostolo Pietro: « Amatevi intensamente, di vero
cuore, gli uni gli altri, essendo stati rigenerati, non da un seme corruttibile
ma immortale, cioè dalla parola di Dio, viva ed eterna » (1 Pt 1,
22-23).
Mentre con il
suo esempio e con la sua parola egli esorta i cristiani ad offrire i loro corpi
come sacrificio vivente, santo e gradito e Dio (cfr Rm 12, 1), a tutti
egli ricorda che « passa la scena di questo mondo » (1 Cor
7, 31), ed è perciò doveroso vivere « nell'attesa della beata speranza
» del ritorno glorioso di Cristo (cfr Tt 2, 13). In particolare, nella
sua sollecitudine pastorale egli è vicino con paterno affetto a quanti hanno
abbracciato la vita religiosa nella professione dei consigli evangelici ed
offrono il loro prezioso servizio alla Chiesa. Egli sostiene poi ed incoraggia i
sacerdoti che, chiamati dalla grazia divina, hanno liberamente assunto l'impegno
del celibato per il Regno dei cieli, richiamando a se stesso ed a loro le
motivazioni evangeliche e spirituali di tale scelta, quanto mai importante per
il servizio del Popolo di Dio. Nell'oggi della Chiesa e del mondo la
testimonianza dell'amore casto costituisce, per un verso, una specie di terapia
spirituale per l'umanità e, per l'altro, una contestazione dell'idolatria
dell'istinto sessuale.
Nel presente
contesto sociale, il Vescovo deve essere particolarmente vicino al suo gregge e
innanzitutto ai suoi sacerdoti, paternamente attento alle loro difficoltà
ascetiche e spirituali, prestando loro l'opportuno sostegno per favorirne la
fedeltà alla vocazione ed alle esigenze di un'esemplare santità di vita
nell'esercizio del ministero. Nei casi, poi, di gravi mancanze e, ancor più, di
delitti che recano danno alla testimonianza stessa del Vangelo, specie quando
accade da parte dei ministri della Chiesa, il Vescovo deve essere forte e
deciso, giusto e sereno. Egli è tenuto ad intervenire prontamente, secondo le
norme canoniche stabilite, sia per la correzione e il bene spirituale del sacro
ministro, sia per la riparazione dello scandalo e il ristabilimento della
giustizia, come pure per quanto riguarda la protezione e l'aiuto alle vittime.
Con la
parola, con l'azione vigile e paterna il Vescovo adempie l'impegno di offrire al
mondo la verità di una Chiesa santa e casta, nei suoi ministri e nei suoi
fedeli. Operando in questo modo, il pastore precede il suo gregge come ha fatto
Cristo, lo Sposo, che ha donato la sua vita per noi e che ha lasciato a tutti
l'esempio di un amore limpido e verginale e, perciò, anche fecondo e
universale.
Animatore
di una spiritualità di comunione e di missione
22. Nella
Lettera apostolica Novo
millennio ineunte ho posto in evidenza la necessità di «
fare della Chiesa la casa e la scuola della comunione ».91
L'osservazione ha avuto una vasta eco ed è stata ripresa nell'Assemblea
sinodale. Ovviamente, il Vescovo per primo, nel suo cammino spirituale, ha il
compito di farsi promotore e animatore di una spiritualità di comunione,
adoperandosi instancabilmente per farne uno dei principi educativi di fondo in
tutti i luoghi dove si plasma l'uomo e il cristiano: nella parrocchia, nelle
associazioni cattoliche, nei movimenti ecclesiali, nelle scuole cattoliche,
negli oratori. In particolar modo sarà cura del Vescovo di fare sì che la
spiritualità della comunione emerga e si affermi laddove si educano i futuri
presbiteri, cioè nei seminari, come pure nei noviziati religiosi, nelle case
religiose, negli Istituti e nelle Facoltà teologiche.
I punti
salienti di questa promozione della spiritualità di comunione li ho indicati
sinteticamente nella stessa Lettera apostolica. Qui sarà sufficiente aggiungere
che un Vescovo deve particolarmente incoraggiarla all'interno del suo
presbiterio, come anche tra i diaconi, i consacrati e le consacrate. Lo farà
nel dialogo e nell'incontro personali, ma anche negli incontri comunitari, per i
quali egli non mancherà di favorire nella propria Chiesa particolare momenti
speciali in cui meglio ci si disponga ad ascoltare lo Spirito « che parla
alle Chiese » (Ap 2, 7.11 e al.). Tali sono i ritiri, gli esercizi
spirituali e le giornate di spiritualità, come pure l'uso prudente anche dei
nuovi strumenti della comunicazione sociale, se ciò risulta opportuno per una
maggiore efficacia.
Coltivare una
spiritualità di comunione vuol pure dire, per un Vescovo, alimentare la
comunione col Romano Pontefice e con gli altri fratelli Vescovi, specialmente
all'interno di una medesima Conferenza episcopale e Provincia ecclesiastica.
Anche in questo caso, non da ultimo per superare il rischio della solitudine e
dello scoraggiamento davanti all'enormità e alla sproporzione dei problemi, un
Vescovo farà volentieri ricorso, oltre che alla preghiera, anche all'amicizia e
alla comunione fraterna con i suoi Fratelli nell'episcopato.
La comunione
nella sua sorgente e nel suo modello trinitari si esprime sempre nella missione.
La missione è il frutto e la conseguenza logica della comunione. Si favorisce
il dinamismo della comunione quando ci si apre agli orizzonti e alle urgenze
della missione, garantendo sempre la testimonianza dell'unità affinché il
mondo creda, e dilatando gli spazi dell'amore affinché tutti raggiungano la
comunione trinitaria, dalla quale procedono e alla quale sono destinati. Quanto
più è intensa la comunione, tanto più è favorita la missione, specialmente
quando è vissuta nella povertà dell'amore, che è la capacità di muoversi
incontro ad ogni persona, gruppo e cultura con la sola forza della Croce,
spes unica e testimonianza suprema dell'amore di Dio, che si manifesta anche
come amore di fraternità universale.
Un
cammino che procede nel quotidiano
23. Il
realismo spirituale induce a riconoscere che il Vescovo è chiamato a vivere la
propria vocazione alla santità nel contesto di difficoltà esterne e interne,
di debolezze proprie ed altrui, d'imprevisti quotidiani, di problemi personali e
istituzionali. È una situazione, questa, costante nella vita dei pastori, della
quale è testimone san Gregorio Magno quando constata con sofferenza: «
Dopo che mi sono posto sulle spalle del cuore il fardello pastorale, l'animo non
può assiduamente raccogliersi in se stesso, perché rimane diviso in molte
cose. Infatti sono costretto a discutere ora le cause delle Chiese, ora quelle
dei monasteri, spesso a interessarmi della vita e delle azioni dei singoli... E
così mentre la mente, lacerata e dilaniata, è costretta a pensare a tante
cose, quando può rientrare in se stessa per concentrarsi totalmente nella
predicazione, senza tirarsi indietro dal ministero di annunziare la Parola? ...
La vita della sentinella dev'essere dunque sempre alta e vigilante ».92
Per
controbilanciare le spinte centrifughe, che tentano di frantumare la sua unità
interiore, il Vescovo ha bisogno di coltivare un sereno tenore di vita, che
favorisca l'equilibrio mentale, psicologico e affettivo, e lo renda capace di
aprirsi all'accoglienza delle persone e delle loro domande, in un contesto di
autentica partecipazione alle diverse situazioni, liete e tristi. Anche la cura
della propria salute nelle sue varie dimensioni costituisce per un Vescovo un
atto di amore verso i fedeli ed una garanzia di maggiore apertura e disponibilità
alle suggestioni dello Spirito. Sono note, al riguardo, le raccomandazioni fatte
da S. Carlo Borromeo, fulgida figura di pastore, nel discorso che egli tenne
nell'ultimo suo Sinodo: « Eserciti la cura d'anime? Non trascurare per
questo la cura di te stesso, e non darti agli altri fino al punto che non
rimanga nulla di te a te stesso. Devi avere certo presente il ricordo delle
anime di cui sei pastore, ma non dimenticarti di te stesso ».93
Il Vescovo,
pertanto, curerà di entrare con equilibrio nella molteplicità dei suoi impegni
armonizzandoli tra loro: la celebrazione dei divini misteri e la preghiera
privata, lo studio personale e la programmazione pastorale, il raccoglimento e
il giusto riposo. Sostenuto da questi sussidi per la sua vita spirituale, egli
troverà la pace del cuore sperimentando la profondità della comunione con la
Trinità, che lo ha scelto e consacrato. Nella grazia che Dio gli assicura, ogni
giorno egli saprà svolgere il suo ministero, attento ai bisogni della Chiesa e
del mondo, come testimone della speranza.
La
formazione permanente del Vescovo
24. In
stretto collegamento con l'impegno del Vescovo di proseguire instancabilmente
sulla via della santità vivendo una spiritualità cristocentrica ed ecclesiale,
l'Assemblea sinodale ha posto anche l'istanza di una sua formazione permanente.
Necessaria per tutti i fedeli, come è stato sottolineato nei precedenti Sinodi
e ribadito nelle successive Esortazioni apostoliche Christifideles
Laici, Pastores
dabo vobis e Vita
consecrata, la formazione permanente è da ritenersi necessaria
specialmente per il Vescovo, che porta su di sé la responsabilità del comune
progresso e del concorde cammino nella Chiesa.
Come per i
sacerdoti e le persone di vita consacrata, anche per un Vescovo la formazione
permanente è un'esigenza intrinseca alla sua vocazione e missione. Grazie ad
essa, infatti, è possibile discernere le nuove chiamate con cui Dio precisa ed
attualizza la chiamata iniziale. Anche l'apostolo Pietro, dopo il «
seguimi » del primo incontro con Cristo (cfr Mt 4, 19), si sente
ripetere lo stesso invito dal Risorto che, prima di lasciare la terra,
preannunciandogli le fatiche e le tribolazioni del futuro ministero, aggiunge:
« Tu seguimi » (Gv 21, 22). « C'è, dunque, un
“seguimi” che accompagna la vita e la missione dell'apostolo. È un
“seguimi” che attesta l'appello e l'esigenza della fedeltà sino alla morte,
un “seguimi” che può significare una sequela Christi con il dono
totale di sé nel martirio ».94 Non si tratta, è evidente, di
attuare soltanto un adeguato aggiornamento, richiesto da una realistica
conoscenza della situazione della Chiesa e del mondo, così da permettere al
Pastore di essere inserito nel presente con mente aperta e cuore
compassionevole. A questa buona ragione di un'aggiornata formazione permanente,
si uniscono le motivazioni antropologiche derivanti dal fatto che la vita stessa
è un incessante cammino verso la maturità, e quelle teologiche connesse in
profondità con la radice sacramentale: il Vescovo, infatti, deve «
custodire con vigile amore il “mistero” che porta in sé per il bene della
Chiesa e dell'umanità ».95
Per
l'aggiornamento periodico, specialmente su alcuni temi di grande importanza, si
richiedono dei veri momenti prolungati di ascolto, di comunione e di dialogo con
persone esperte – Vescovi, sacerdoti, religiosi, religiose, laici –, in uno
scambio di esperienze pastorali, di conoscenze dottrinali, di risorse spirituali
che non mancheranno di assicurare un vero arricchimento personale. Allo scopo, i
Padri sinodali hanno sottolineato l'utilità di speciali corsi di formazione per
i Vescovi, come i convegni annuali promossi dalla Congregazione per i Vescovi o
da quella per l'Evangelizzazione dei Popoli a favore dei Vescovi di recente
ordinazione episcopale. Ugualmente è stato auspicato che brevi corsi di
formazione o giornate di studio e di aggiornamento, come pure corsi di esercizi
spirituali per i Vescovi, siano disposti e preparati dai Sinodi patriarcali,
dalle Conferenze nazionali o regionali e pure dalle Assemblee continentali di
Vescovi.
Converrà che
la stessa Presidenza della Conferenza episcopale si assuma il compito di
provvedere alla preparazione ed alla realizzazione di tali programmi di
formazione permanente, incoraggiando i Vescovi a partecipare a questi corsi, così
da ottenere anche in questo modo una maggiore comunione fra i Pastori, in vista
di una migliore efficacia pastorale nelle singole diocesi.96
È evidente
in ogni caso che, come la vita della Chiesa, così anche lo stile di azione, le
iniziative pastorali, le forme del ministero del Vescovo sono in evoluzione.
Anche da questo punto di vista si rende necessario un aggiornamento, in
conformità con le disposizioni del Codice di Diritto Canonico e in rapporto
alle nuove sfide e ai nuovi impegni della Chiesa nella società. In tale
contesto l'Assemblea sinodale ha proposto di rivedere il Direttorio Ecclesiae
imago, già pubblicato dalla Congregazione per i Vescovi il 22 febbraio
1973, e di adattarlo alle mutate esigenze dei tempi e ai cambiamenti intercorsi
nella Chiesa e nella vita pastorale.97
L'esempio
dei santi Vescovi
25. Nella
loro vita e nel loro ministero, nel cammino spirituale e nello sforzo di
adeguare la loro azione apostolica, i Vescovi sono sempre confortati
dall'esempio di Pastori santi. Io stesso nell'Omelia per la Celebrazione
eucaristica conclusiva del Sinodo ho proposto l'esempio di santi Pastori
canonizzati durante l'ultimo secolo, come testimonianza di una grazia dello
Spirito che non è mai mancata alla Chiesa e non mancherà mai.98
La storia
della Chiesa, a partire dagli Apostoli, conosce un numero davvero grande di
Pastori la cui dottrina e santità sono in grado d'illuminare e orientare il
cammino spirituale anche dei Vescovi del terzo millennio. Le gloriose
testimonianze dei grandi Pastori dei primi secoli della Chiesa, dei Fondatori
delle Chiese particolari, dei confessori della fede e dei martiri, che in tempi
di persecuzione hanno dato la vita per Cristo, restano come luminosi punti di
riferimento a cui i Vescovi del nostro tempo possono guardare per trarne
indicazioni e stimoli nel loro servizio al Vangelo.
Molti, in
particolare, sono stati esemplari nell'esercizio della virtù della speranza,
quando in tempi difficili hanno risollevato il loro popolo, hanno ricostruito le
chiese dopo tempi di persecuzione e di calamità, hanno edificato ospizi dove
accogliere pellegrini e poveri, hanno aperto ospedali dove curare ammalati e
vecchi. Tanti altri Vescovi sono stati guide illuminate, che hanno aperto nuovi
sentieri per il loro popolo. In tempi difficili, conservando fisso lo sguardo su
Cristo crocifisso e risorto, nostra speranza, hanno dato risposte positive e
creative alle sfide del momento. All'inizio del terzo millennio, vi sono ancora
di questi Pastori, che hanno una storia da raccontare, fatta di fede ancorata
saldamente alla Croce. Pastori che sanno cogliere le umane aspirazioni,
assumerle, purificarle e interpretarle alla luce del Vangelo e che, perciò,
hanno pure una storia da costruire, insieme con tutto il popolo a loro affidato.
Ogni Chiesa
particolare avrà, dunque, la cura di celebrare i propri santi Vescovi,
ricordando anche i Pastori che per la vita santa e gli insegnamenti illuminati
hanno lasciato nel popolo speciale eredità di ammirazione e di affetto. Sono
essi le spirituali sentinelle che guidano dal cielo il cammino della Chiesa
pellegrina nel tempo. Anche per questo, affinché sia conservata sempre viva la
memoria della fedeltà dei Vescovi eminenti nell'esercizio del loro ministero,
l'Assemblea sinodale ha raccomandato che le Chiese particolari o, secondo il
caso, le Conferenze episcopali si adoperino per farne conoscere ai fedeli la
figura per mezzo di biografie aggiornate e, se è il caso, esaminino
l'opportunità di introdurre le loro cause di canonizzazione.99
La
testimonianza di una vita spirituale ed apostolica pienamente realizzata rimane
ancora oggi la grande prova della forza del Vangelo nel trasformare le persone e
le comunità, facendo penetrare nel mondo e nella storia la stessa santità di
Dio. Anche questo è un motivo di speranza, specialmente per le nuove
generazioni che attendono dalla Chiesa proposte stimolanti a cui ispirarsi
nell'impegno di rinnovare in Cristo la società del nostro tempo.
CAPITOLO TERZO
MAESTRO DELLA FEDE
E ARALDO DELLA PAROLA
« Andate
in tutto il mondo, predicate il Vangelo » (Mc 16, 15)
26. Ai suoi
Apostoli Gesù risorto affida la missione di « fare discepoli »
tutti i popoli insegnando loro ad osservare tutto ciò che Lui stesso ha
comandato. Alla Chiesa, comunità dei discepoli del Signore crocifisso e
risorto, è dunque affidato solennemente il compito di predicare il Vangelo a
tutte le creature. È compito che durerà sino alla fine dei tempi. A partire da
quel primo inizio non è ormai più possibile pensare ad una Chiesa senza tale
missione evangelizzatrice. Ne ha manifestato la consapevolezza l'apostolo Paolo
con le ben note parole: « Non è per me un vanto predicare il Vangelo; è
per me un dovere: guai a me se non predicassi il Vangelo! » (1 Cor
9, 16).
Se il dovere
di annunciare il Vangelo è proprio di tutta la Chiesa e di ogni suo figlio, lo
è a titolo speciale dei Vescovi i quali, nel giorno della sacra Ordinazione che
li immette nella successione apostolica, assumono come impegno precipuo quello
di predicare il Vangelo e di predicarlo « invitando gli uomini alla fede
nella fortezza dello Spirito e rafforzandoli nella vivezza della fede ».100
L'attività
evangelizzatrice del Vescovo, mirante a condurre gli uomini alla fede o ad
irrobustirli in essa, costituisce una manifestazione preminente della sua
paternità. Egli perciò può ripetere con Paolo: « Potreste avere anche
diecimila pedagoghi in Cristo, ma non certo molti padri, perché sono io che vi
ho generato in Cristo Gesù, mediante il Vangelo » (1 Cor 4, 15).
Proprio per questa dinamica generatrice di vita nuova secondo lo Spirito, il
ministero episcopale si mostra nel mondo come segno di speranza per i popoli,
per ogni uomo.
Molto
opportunamente, perciò, i Padri sinodali hanno ricordato che l'annuncio di
Cristo ha sempre il primo posto e che il Vescovo è il primo annunciatore del
Vangelo con le parole e con la testimonianza della vita. Egli deve essere
cosciente delle sfide che l'ora presente reca con sé ed avere il coraggio di
affrontarle. Tutti i Vescovi, quali ministri della verità, sosterranno questo
loro compito con forza e fiducia.101
Cristo
nel cuore del Vangelo e dell'uomo
27. Il tema
dell'annuncio del Vangelo è stato davvero preminente negli interventi dei Padri
sinodali, i quali hanno a più riprese e nei modi più vari affermato che centro
vivo dell'annuncio del Vangelo è Cristo crocifisso e risorto per la salvezza di
tutti gli uomini.102
Cristo,
infatti, è il cuore dell'evangelizzazione, il cui programma «
s'incentra, in ultima analisi in Cristo stesso, da conoscere, da amare, da
imitare per vivere in Lui la vita trinitaria e trasformare con Lui la storia
fino al compimento nella Gerusalemme celeste. È un programma che non cambia col
variare dei tempi e delle culture, anche se del tempo e della cultura tiene
conto per un dialogo vero e una comunicazione efficace. Questo programma di
sempre è il nostro per il terzo millennio ».103
Da Cristo,
cuore del Vangelo, si dipartono tutte le altre verità della fede e s'irradia
pure la speranza per tutti gli uomini. Cristo, infatti, è la luce che illumina
ogni uomo e chiunque è rigenerato in Lui riceve le primizie dello Spirito, che
lo mettono in grado di adempiere la legge nuova dell'amore.104
In forza,
perciò, della sua stessa missione apostolica, il Vescovo è abilitato ad
introdurre il suo popolo nel cuore del mistero della fede, ove potrà incontrare
la persona viva di Gesù Cristo. I fedeli giungeranno così a comprendere che
tutta l'esperienza cristiana ha la sua fonte e il suo indefettibile punto di
riferimento nella Pasqua di Gesù, vincitore del peccato e della morte.105
Nell'annuncio
della morte e risurrezione del Signore, poi, è incluso « l'annuncio
profetico di un al di là, vocazione profonda e definitiva dell'uomo, in
continuità e insieme in discontinuità con la situazione presente: al di là
del tempo e della storia, al di là della realtà di questo mondo la cui figura
passa [...] L'evangelizzazione contiene dunque anche la predicazione della
speranza nelle promesse fatte da Dio nella Nuova Alleanza in Gesù Cristo
».106
Il
Vescovo, uditore e custode della Parola
28. Il
Concilio Vaticano II, proseguendo sulla via indicata dalla tradizione della
Chiesa, spiega che la missione dell'insegnamento propria dei Vescovi consiste
nel custodire santamente e annunciare coraggiosamente la fede.107
Da questo
punto di vista, si rivela in tutta la sua ricchezza di significato il gesto
previsto nel Rito romano di Ordinazione episcopale, quando sul capo dell'eletto
è imposto l'Evangeliario aperto: si vuole con ciò esprimere, da una parte, che
la Parola avvolge e custodisce il ministero del Vescovo e, dall'altra, che la
vita di lui dev'essere interamente sottomessa alla Parola di Dio nella
quotidiana dedizione alla predicazione del Vangelo con ogni pazienza e dottrina
(cfr 2 Tm 4). Anche i Padri sinodali hanno più volte ricordato che il
Vescovo è colui che custodisce con amore la Parola di Dio e la difende con
coraggio, testimoniandone il messaggio di salvezza. In effetti, il senso del
munus docendi episcopale scaturisce dalla natura stessa di ciò che
dev'essere custodito, cioè il deposito della fede.
Cristo nostro
Signore, nella Sacra Scrittura dell'uno e dell'altro Testamento e nella
Tradizione, ha affidato alla sua Chiesa l'unico deposito della Rivelazione
divina, che è come lo specchio nel quale essa, « pellegrina in terra,
contempla Dio, dal quale tutto riceve, finché giunga a vederlo faccia a faccia
così come egli è ».108 È quanto è avvenuto nel corso dei
secoli sino ad oggi: le diverse comunità, accogliendo la Parola sempre nuova ed
efficace nel succedersi dei tempi, hanno docilmente ascoltato la voce dello
Spirito Santo, impegnandosi a renderla viva e operante nell'attualità dei
diversi periodi storici. Così la Parola tramandata, la Tradizione, è divenuta
sempre più consapevolmente Parola di vita e, intanto, il compito del suo
annuncio e della sua custodia si è progressivamente realizzato, sotto la guida
e l'assistenza dello Spirito di Verità, come ininterrotta trasmissione di tutto
ciò che la Chiesa è e di tutto ciò che essa crede.109
Questa
Tradizione, che trae la sua origine dagli Apostoli, progredisce nella vita della
Chiesa, come ha insegnato il Concilio Vaticano II. Similmente cresce e si
sviluppa la comprensione delle cose e delle parole trasmesse, sicché nel
ritenere, praticare e professare la fede trasmessa si stabilisce una singolare
unità di sentimenti tra Vescovi e fedeli.110 Nella ricerca, dunque,
della fedeltà allo Spirito, che parla all'interno della Chiesa, i fedeli e i
pastori s'incontrano e stabiliscono quei vincoli profondi di fede che
rappresentano come il primo momento del sensus fidei. È utile risentire
al riguardo le espressioni del Concilio Vaticano II: « La totalità dei
fedeli che hanno ricevuto l'unzione dello Spirito Santo (cfr 1 Gv 2, 20 e
27), non può sbagliarsi nel credere, e manifesta questa proprietà che gli è
particolatre mediante il senso soprannaturale della fede in tutto il popolo,
quando “dai Vescovi fino agli ultimi fedeli laici” esprime l'universale suo
consenso in materia di fede e di costumi ».111
Per questo la
vita della Chiesa e la vita nella Chiesa è per ogni Vescovo la
condizione per l'esercizio della sua missione d'insegnare. Un Vescovo trova la
sua identità e il suo posto all'interno della comunità dei discepoli del
Signore, dove ha ricevuto il dono della vita divina e il primo ammaestramento
nella fede. Ogni Vescovo, specialmente quando dalla sua Cattedra episcopale
esercita davanti all'assemblea dei fedeli la sua funzione di maestro nella
Chiesa, deve potere ripetere come sant'Agostino: « A considerare il posto
che occupiamo, siamo vostri maestri, ma rispetto a quell'unico Maestro, siamo
con voi condiscepoli nella stessa scuola ».112 Nella Chiesa,
scuola del Dio vivente, Vescovi e fedeli sono tutti condiscepoli e tutti hanno
bisogno d'essere istruiti dallo Spirito.
Sono davvero
molti i luoghi dai quali lo Spirito elargisce il suo interiore ammaestramento.
Il cuore di ciascuno, anzitutto, e poi la vita delle diverse Chiese particolari,
dove emergono e si fanno sentire le molteplici necessità delle persone e delle
diverse comunità ecclesiali, mediante linguaggi conosciuti, ma anche diversi e
nuovi.
Lo Spirito si
fa ancora ascoltare mentre suscita nella Chiesa differenti forme di carismi e di
servizi. Anche per questa ragione, certamente, molte volte nell'Aula sinodale si
sono udite voci che esortavano il Vescovo all'incontro diretto e al contatto
personale, sul modello del Buon Pastore che conosce le sue pecore e le chiama
ciascuna per nome, con i fedeli che vivono nelle comunità affidate alla sua
premura pastorale. Infatti l'incontro frequente del Vescovo con i suoi
presbiteri, in primo luogo, e poi con i diaconi, con i consacrati e le loro
comunità, con i fedeli laici, singolarmente e nelle diverse forme di
aggregazione, ha grande importanza per l'esercizio di un ministero efficace in
mezzo al Popolo di Dio.
Il
servizio autentico e autorevole della Parola
29. Con
l'Ordinazione episcopale ciascun Vescovo ha ricevuto la fondamentale missione di
annunciare autorevolmente la Parola. Ogni Vescovo infatti, in forza della sacra
Ordinazione, è dottore autentico che predica al popolo a lui affidato la fede
da credere e da applicare nella vita morale. Ciò vuol dire che i Vescovi sono
rivestiti dell'autorità stessa di Cristo ed è per questa fondamentale ragione
che « quando insegnano in comunione con il Romano Pontefice, i Vescovi
devono essere da tutti ascoltati con venerazione quali testimoni della divina e
cattolica verità; e i fedeli devono accordarsi col giudizio del loro Vescovo
dato a nome di Cristo in materia di fede e di morale, e aderirvi col religioso
ossequio dello spirito ».113 In questo servizio alla Verità,
ogni Vescovo è posto di fronte alla comunità, in quanto egli è per
la comunità, verso la quale dirige la propria sollecitudine pastorale e per la
quale eleva a Dio con insistenza la sua preghiera.
Ciò, dunque,
che ha ascoltato e accolto dal cuore della Chiesa, ogni Vescovo lo restituisce
ai suoi fratelli, di cui deve avere cura come il Buon Pastore. Il sensus
fidei raggiunge in lui la sua completezza. Il Concilio Vaticano II difatti
insegna: « Per quel senso della fede, che è suscitato e sorretto dallo
Spirito di verità, il Popolo di Dio, sotto la guida del sacro magistero, al
quale fedelmente si conforma, accoglie non la parola degli uomini, ma qual è in
realtà la parola di Dio (cfr 1 Ts 2, 13), aderisce “indefettibilmente
alla fede una volta per tutte trasmessa ai santi” (Gd 3), con retto
giudizio vi penetra in essa più a fondo e più pienamente l'applica nella vita
».114 È, dunque, parola che, all'interno della comunità e di
fronte ad essa, non è più semplicemente parola del Vescovo come persona
privata, ma parola del Pastore che conferma la fede, raduna attorno al mistero
di Dio e genera la vita.
I fedeli
hanno bisogno della parola del proprio Vescovo, hanno bisogno della conferma e
della purificazione della loro fede. L'Assemblea sinodale ha sottolineato, per
sua parte, questo bisogno, mettendo in rilievo alcuni ambiti specifici nei quali
esso è avvertito in modo tutto particolare. Uno di tali ambiti è costituito
dal primo annuncio o kerygma, che è sempre necessario per suscitare
l'obbedienza della fede, ma che è ancora più urgente nell'odierna situazione
segnata dall'indifferenza e dall'ignoranza religiosa di tanti cristiani.115
Anche nell'ambito della catechesi è evidente che il Vescovo è il catechista
per eccellenza. Il ruolo incisivo di santi e grandi Vescovi, i cui testi
catechetici sono ancora oggi consultati con ammirazione, incoraggia a
sottolineare che è compito sempre attuale del Vescovo assumere l'alta direzione
della catechesi. In questo suo compito, egli non mancherà di fare riferimento
al Catechismo
della Chiesa Cattolica.
È perciò
sempre valido quanto ho scritto nell'Esortazione apostolica Catechesi
tradendae: « Voi [Vescovi] avete una missione particolare
nelle vostre Chiese; voi siete in esse i primissimi responsabili della catechesi
».116 Per questo è dovere di ogni Vescovo assicurare nella propria
Chiesa particolare la effettiva priorità di una catechesi attiva ed efficace.
Egli stesso, anzi, deve esercitare la sua sollecitudine mediante interventi
diretti destinati pure a suscitare e a conservare un'autentica passione per la
catechesi.117
Consapevole,
poi, della sua responsabilità nell'ambito della trasmissione e dell'educazione
della fede, ogni Vescovo deve adoperarsi perché simile sollecitudine ci sia in
quanti, a motivo della loro vocazione e missione, sono chiamati a trasmettere la
fede. Si tratta dei sacerdoti e dei diaconi, dei fedeli di vita consacrata, dei
padri e delle madri di famiglia, degli operatori pastorali e in special modo dei
catechisti, come pure dei docenti di teologia e di scienze ecclesiastiche e
degli insegnanti di religione cattolica.118 Perciò il Vescovo si
prenderà cura della loro formazione, iniziale e permanente.
Particolarmente
utile, anche per questo suo dovere, è il dialogo aperto e la collaborazione con
i teologi, a cui spetta di approfondire con metodo appropriato l'insondabile
ricchezza del mistero di Cristo. I Vescovi non manchino di offrire loro, come
pure alle istituzioni scolastiche e accademiche nelle quali essi operano,
incoraggiamento e sostegno, perché svolgano il loro lavoro a servizio del
Popolo di Dio nella fedeltà alla Tradizione e nell'attenzione alle emergenze
della storia.119 Qualora si renda opportuno, i Vescovi difendano con
fermezza l'unità e l'integrità della fede, giudicando con autorità ciò che
è conforme o meno alla Parola di Dio.120
I Padri
sinodali hanno pure richiamato l'attenzione dei Vescovi sulle loro responsabilità
magisteriali in ambito morale. Le norme che la Chiesa propone riflettono i
comandamenti divini, che hanno la loro sintesi ed il loro coronamento nel
comandamento evangelico della carità. Il fine a cui tende ogni norma divina è
il maggior bene dell'uomo. Vale anche oggi la raccomandazione del Deuteronomio:
« Camminate in tutto e per tutto per la via che il Signore vostro Dio vi
ha prescritto, perché viviate e siate felici » (5, 33). Non si deve,
inoltre, dimenticare che i comandamenti del Decalogo hanno un saldo radicamento
nella stessa natura umana e che perciò i valori che essi difendono hanno una
validità universale. Questo vale, in particolare, per la vita umana, da
difendere dal suo concepimento alla sua conclusione con la morte naturale, la
libertà delle persone e delle nazioni, la giustizia sociale e le strutture per
attuarla.121
Il
ministero episcopale per l'inculturazione del Vangelo
30.
L'evangelizzazione della cultura e l'inculturazione del Vangelo sono parte
integrante della nuova evangelizzazione e sono, perciò, un compito proprio
dell'ufficio episcopale. Riprendendo, al riguardo, alcune mie precedenti
espressioni, il Sinodo ha ripetuto: « Una fede che non diventa cultura,
non è una fede pienamente accolta, non interamente pensata, non fedelmente
vissuta ».122
Si tratta, in
realtà, di un compito antico e sempre nuovo, che ha la sua origine nel mistero
stesso dell'Incarnazione e la sua ragione nella capacità intrinseca del Vangelo
di radicarsi in ogni cultura, di informarla e di promuoverla, purificandola e
aprendola alla pienezza di verità e di vita che si è realizzata in Cristo Gesù.
A questo tema molta attenzione è stata rivolta durante i Sinodi continentali,
da cui sono venute preziose indicazioni. Su di esso mi sono soffermato io stesso
in più circostanze.
Pertanto ogni
Vescovo, considerando i valori culturali presenti nel territorio in cui vive la
sua Chiesa particolare, metterà ogni impegno perché il Vangelo sia annunciato
nella sua integrità, sì da plasmare il cuore degli uomini e i costumi dei
popoli. In quest'impresa evangelizzatrice potrà essergli di prezioso aiuto il
contributo dei teologi, come pure quello degli esperti nella valorizzazione del
patrimonio culturale, artistico e storico della Diocesi: esso riguarda sia
l'antica sia la nuova evangelizzazione e costituisce un efficace strumento
pastorale.123
Ugualmente di
grande importanza per l'annuncio del Vangelo nei « nuovi areopaghi
» e per la trasmissione della fede sono i mezzi della comunicazione sociale, ai
quali si è pure rivolta l'attenzione dei Padri sinodali, i quali hanno
incoraggiato i Vescovi ad una maggiore collaborazione tra le Conferenze
episcopali, in ambito sia nazionale sia internazionale, perché più qualificata
ne risulti l'azione in questo delicato e prezioso ambito della vita sociale.124
In realtà,
quando si tratta dell'annuncio del Vangelo, oltre che della sua ortodossia, è
pure importante preoccuparsi di una sua proposta incisiva che ne promuova
l'ascolto e l'accoglimento. Questo, evidentemente, comporta l'impegno di
riservare, specialmente nei Seminari, uno spazio adeguato per la formazione dei
candidati al sacerdozio circa l'uso dei mezzi della comunicazione sociale, in
modo che gli evangelizzatori siano buoni proclamatori e buoni comunicatori.
Predicare
con la parola e con l'esempio
31. Il
ministero del Vescovo quale annunciatore del Vangelo e custode della fede nel
Popolo di Dio non sarebbe compiutamente esposto, se mancasse l'accenno al dovere
della coerenza personale: il suo insegnamento continua con la testimonianza e
con l'esempio di un'autentica vita di fede. Se il Vescovo, che insegna con
un'autorità esercitata nel nome di Gesù Cristo 125 la Parola
ascoltata nella comunità, non vivesse ciò che ha insegnato, darebbe alla
comunità stessa un messaggio contraddittorio.
Appare così
chiaro che tutte le attività del Vescovo devono essere finalizzate alla
proclamazione del Vangelo, « potenza di Dio per la salvezza di chiunque
crede » (Rm 1, 16). Il suo compito essenziale è di aiutare il
Popolo di Dio a rendere alla parola della Rivelazione l'obbedienza della fede
(cfr Rm 1, 5) e ad abbracciare integralmente l'insegnamento di Cristo. Si
potrebbe dire che, nel Vescovo, missione e vita si uniscono in maniera tale che
non si può più pensare ad esse come a due cose distinte: noi Vescovi siamo
la nostra missione. Se non la compissimo, non saremmo più noi. È nella
testimonianza della nostra fede che la nostra vita diventa segno visibile della
presenza di Cristo nelle nostre comunità.
La
testimonianza della vita diventa per un Vescovo come un nuovo titolo d'autorità,
che si accosta al titolo oggettivo ricevuto nella consacrazione. All'autorità
si affianca così l'autorevolezza. Ambedue sono necessarie. Dall'una, infatti,
sorge l'esigenza oggettiva dell'adesione dei fedeli all'insegnamento autentico
del Vescovo; dalla seconda, la facilitazione a riporre la fiducia nel messaggio.
Mi piace riprendere, a tale proposito, quello che scriveva un grande Vescovo
della Chiesa antica, sant'Ilario di Poitiers: « Il beato apostolo Paolo,
volendo definire il tipo di Vescovo ideale e formare con i suoi insegnamenti un
uomo di Chiesa completamente nuovo, spiegò qual era, per così dire, il massimo
della perfezione in lui. Affermò che doveva professare una dottrina sicura,
consona all'insegnamento, onde essere in grado di esortare alla sana dottrina e
di confutare quelli che contraddicono [...] Da una parte, un ministro dalla vita
irreprensibile, se non è colto, riuscirà solo a giovare a se stesso;
dall'altra, un ministro colto perderà l'autorità che proviene dalla cultura,
se la sua vita non risulta irreprensibile ».126
È sempre
l'apostolo Paolo a fissare in queste parole la condotta da seguire: offri
« te stesso come esempio in tutto di buona condotta, con purezza di
dottrina, dignità, linguaggio sano e irreprensibile, perché il nostro
avversario resti confuso, non avendo nulla di male da dire sul conto nostro
» (Tt 2, 7-8).
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