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| Lettera | Lettera di Papa Giovanni Paolo II al Cardinale E. I. Cassidy |
| Capitolo I |
La tragedia della Shoah ed il dovere della memoria |
| Capitolo II | Che cosa dobbiamo ricordare |
| Capitolo III | Le relazioni tra ebrei e cristiani |
| Capitolo IV | Antisemitismo nazista e la Shoah |
| Capitolo V | Guardiamo insieme ad un futuro comune |
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COMMISSIONE PER I RAPPORTI RELIGIOSI CON
L'EBRAISMO NOI RICORDIAMO: LIBRERIA EDITRICE VATICANA Al Signor Cardinale In numerose occasioni durante il mio
Pontificato ho richiamato con senso di profondo rammarico le sofferenze del
popolo ebreo durante la Seconda Guerra Mondiale. Il crimine che è diventato noto come la Shoah
rimane un'indelebile macchia nella storia del secolo che si sta concludendo.
Preparandoci ad iniziare il terzo millennio
dell'era cristiana, la Chiesa è consapevole che la gioia di un Giubileo è
soprattutto una gioia fondata sul perdono dei peccati e sulla riconciliazione
con Dio e con il prossimo. Perciò Essa incoraggia i suoi figli e figlie a
purificare i loro cuori, attraverso il pentimento per gli errori e le infedeltà
del passato. Essa li chiama a mettersi umilmente di fronte a Dio e ad esaminarsi
sulla responsabilità che anch'essi hanno per i mali del nostro tempo. È mia fervida speranza che il documento: Noi
ricordiamo: una Riflessione sulla Shoah, che la Commissione per i Rapporti
Religiosi con l'Ebraismo ha preparato sotto la Sua guida, aiuti veramente a
guarire le ferite delle incomprensioni ed ingiustizie del passato. Possa esso
abilitare la memoria a svolgere il suo necessario ruolo nel processo di
costruzione di un futuro nel quale l'indicibile iniquità della Shoah
non sia mai più possibile. Possa il Signore della storia guidare gli sforzi
di Cattolici ed Ebrei e di tutti gli uomini e donne di buona volontà così che
lavorino insieme per un mondo di autentico rispetto per la vita e la dignità di
ogni essere umano, poiché tutti sono stati creati ad immagine e somiglianza di
Dio. Dal Vaticano, 12 marzo 1998.
COMMISSIONE PER I RAPPORTI RELIGIOSI CON L'EBRAISMO NOI RICORDIAMO: UNA RIFLESSIONE SULLA SHOAH
I. La tragedia della Shoah ed il dovere della memoria Si sta rapidamente concludendo il XX secolo e
spunta ormai l'aurora di un nuovo millennio cristiano. Il Bimillenario della
nascita di Gesù Cristo sollecita tutti i cristiani, e invita in realtà ogni
uomo e ogni donna, a cercare di scoprire nel fluire della storia i segni della
divina Provvidenza all'opera, come pure i modi in cui l'immagine del Creatore
presente nell'uomo è stata offesa e sfigurata. Questa riflessione riguarda uno dei
principali settori in cui i cattolici possono seriamente prendere a cuore il
richiamo loro rivolto da Giovanni Paolo II nella Lettera apostolica Tertio
millennio adveniente: « È giusto pertanto che, mentre il secondo Millennio
del cristianesimo volge al termine, la Chiesa si faccia carico con più viva
consapevolezza del peccato dei suoi figli nel ricordo di tutte quelle
circostanze in cui, nell'arco della storia, essi si sono allontanati dallo
spirito di Cristo e del suo Vangelo, offrendo al mondo, anziché la
testimonianza di una vita ispirata ai valori della fede, lo spettacolo di modi
di pensare e di agire che erano vere forme di antitestimonianza e di scandalo ».(1) Il secolo attuale è stato testimone di
un'indicibile tragedia, che non potrà mai essere dimenticata: il tentativo del
regime nazista di sterminare il popolo ebraico, con la conseguente uccisione di
milioni di ebrei. Uomini e donne, vecchi e giovani, bambini ed infanti, solo
perché di origine ebraica, furono perseguitati e deportati. Alcuni furono
uccisi immediatamente, altri furono umiliati, maltrattati, torturati e privati
completamente della loro dignità umana, e infine uccisi. Pochissimi di quanti
furono internati nei campi di concentramento sopravvissero, e i superstiti
rimasero terrorizzati per tutta la vita. Questa fu la Shoah: uno dei principali drammi della storia di questo secolo, un
fatto che ci riguarda ancora oggi. Dinanzi a questo orribile genocidio, che i
responsabili delle nazioni e le stesse comunità ebraiche trovarono difficile da
credere nel momento in cui veniva perpetrato senza misericordia, nessuno può
restare indifferente, meno di tutti la Chiesa, in ragione dei suoi legami
strettissimi di parentela spirituale con il popolo ebraico e del ricordo che
essa nutre delle ingiustizie del passato. La relazione della Chiesa con il
popolo ebraico è diversa da quella che condivide con ogni altra religione.(2)Non
è soltanto questione di ritornare al passato. Il futuro comune di ebrei e
cristiani esige che noi ricordiamo, perché « non c'è futuro senza memoria ».(3)
La storia stessa è memoria futuri. Nel rivolgere questa riflessione ai nostri
fratelli e sorelle della Chiesa cattolica sparsi nel mondo, chiediamo a tutti i
cristiani di unirsi a noi nel riflettere sulla catastrofe che colpì il popolo
ebraico, e sull'imperativo morale di far sì che mai più l'egoismo e l'odio
abbiano a crescere fino al punto da seminare sofferenze e morte.(4) In modo
particolare, chiediamo ai nostri amici ebrei, « il cui terribile destino è
divenuto simbolo dell'aberrazione cui può giungere l'uomo, quando si volge
contro Dio »,(5) di predisporre il loro cuore ad ascoltarci. II. Che cosa dobbiamo ricordare Nel dare la sua singolare testimonianza al
Santo di Israele ed alla Torah, il
popolo ebraico ha grandemente patito in diversi tempi ed in molti luoghi. Ma la Shoah
fu certamente la sofferenza peggiore di tutte. L'inumanità con cui gli
ebrei furono perseguitati e massacrati in questo secolo va oltre la capacità di
espressione delle parole. E tutto questo fu fatto loro per la sola ragione che
erano ebrei. La stessa enormità del crimine suscita molte
domande. Storici, sociologi, filosofi politici, psicologi e teologi tentano di
conoscere di più circa la realtà e le cause della Shoah. Molti studi specialistici rimangono ancora da compiere. Ma un
simile evento non può essere pienamente misurato attraverso i soli criteri
ordinari della ricerca storica. Esso richiama ad una « memoria morale e
religiosa » e, in particolare tra i cristiani, ad una riflessione molto seria
sulle cause che lo provocarono. Il fatto che la Shoah abbia avuto luogo in Europa, cioè in paesi di lunga
civilizzazione cristiana, pone la questione della relazione tra la persecuzione
nazista e gli atteggiamenti dei cristiani, lungo i secoli, nei confronti degli
ebrei. III. Le relazioni tra ebrei e cristiani La storia delle relazioni tra ebrei e
cristiani è una storia tormentata. Lo ha riconosciuto il Santo Padre Giovanni
Paolo II nei suoi ripetuti appelli ai cattolici a considerare il nostro
atteggiamento nei confronti delle nostre relazioni con il popolo ebraico.(6) In
effetti il bilancio di queste relazioni durante i due millenni è stato
piuttosto negativo.(7) Agli albori del cristianesimo, dopo la
crocifissione di Gesù, sorsero contrasti tra la Chiesa primitiva ed i capi dei
giudei ed il popolo ebraico i quali, per ossequio alla Legge, a volte si
opposero violentemente ai predicatori del Vangelo e ai primi cristiani.
Nell'impero romano, che era pagano, gli ebrei erano legalmente protetti dai
privilegi garantiti loro dall'Imperatore e le autorità in un primo tempo non
fecero distinzione tra le comunità giudee e cristiane. Ben presto, tuttavia, i
cristiani incorsero nella persecuzione dello Stato. Quando, in seguito, gli
imperatori stessi si convertirono al cristianesimo, dapprima continuarono a
garantire i privilegi degli ebrei. Ma gruppi esagitati di cristiani che
assalivano i templi pagani, fecero in alcuni casi lo stesso nei confronti delle
sinagoghe, non senza subire l'influsso di certe erronee interpretazioni del
Nuovo Testamento concernenti il popolo ebraico nel suo insieme. « Nel mondo
cristiano — non dico da parte della Chiesa in quanto tale — interpretazioni
erronee e ingiuste del Nuovo Testamento riguardanti il popolo ebreo e la sua
presunta colpevolezza sono circolate per troppo tempo, generando sentimenti di
ostilità nei confronti di questo popolo ».(8) Tali interpretazioni del Nuovo
Testamento sono state totalmente e definitivamente rigettate dal Concilio
Vaticano II.(9) Nonostante la predicazione cristiana
dell'amore verso tutti, compresi gli stessi nemici, la mentalità prevalente
lungo i secoli ha penalizzato le minoranze e quanti erano in qualche modo «
differenti ». Sentimenti di antigiudaismo in alcuni ambienti cristiani e la
divergenza che esisteva tra la Chiesa ed il popolo ebraico, condussero a una
discriminazione generalizzata, che sfociava a volte in espulsioni o in tentativi
di conversioni forzate. In una larga parte del mondo « cristiano », fino alla
fine del XVIII secolo, quanti non erano cristiani non sempre godettero di uno status
giuridico pienamente garantito. Nonostante ciò, gli ebrei diffusi in tutto il
mondo cristiano rimasero fedeli alle loro tradizioni religiose ed ai costumi
loro propri. Furono per questo considerati con un certo sospetto e diffidenza.
In tempi di crisi come carestie, guerre e pestilenze o di tensioni sociali, la
minoranza ebraica fu più volte presa come capro espiatorio, divenendo così
vittima di violenze, saccheggi e persino di massacri. Tra la fine del XVIII secolo e l'inizio del
XIX secolo, gli ebrei avevano generalmente raggiunto una posizione di
uguaglianza nei confronti degli altri cittadini nella maggioranza degli Stati, e
un certo numero di loro giunse a ricoprire ruoli influenti nella società. Ma in
questo stesso contesto storico, in particolare nel XIX secolo, prese piede un
nazionalismo esasperato e falso. In un clima di rapido cambiamento sociale, gli
ebrei furono spesso accusati di esercitare un'influenza sproporzionata rispetto
al loro numero. Allora cominciò a diffondersi in vario grado, attraverso la
maggior parte d'Europa, un antigiudaismo che era essenzialmente più
sociopolitico che religioso. Nello stesso periodo, cominciarono ad
apparire delle teorie che negavano l'unità della razza umana, affermando una
originaria differenza delle razze. Nel XX secolo, il nazionalsocialismo in
Germania usò tali idee come base pseudo-scientifica per una distinzione tra le
così dette razze nordico-ariane e presunte razze inferiori. Inoltre, una forma
estremistica di nazionalismo fu stimolata in Germania dalla sconfitta del 1918 e
dalle condizioni umilianti imposte dai vincitori, con la conseguenza che molti
videro nel nazionalsocialismo una soluzione ai problemi del Paese e perciò
cooperarono politicamente con questo movimento. La Chiesa in Germania rispose condannando il
razzismo. Tale condanna apparve per la prima volta nella predicazione di alcuni
tra il clero, nell'insegnamento pubblico dei Vescovi cattolici e negli scritti
di giornalisti cattolici. Già nel febbraio e marzo 1931, il Cardinale Bertram
di Breslavia, il Cardinale Faulhaber ed i Vescovi della Baviera, i Vescovi della
Provincia di Colonia e quelli della provincia di Friburgo pubblicarono lettere
pastorali che condannavano il nazionalsocialismo, con la sua idolatria della
razza e dello Stato.(10) L'anno stesso in cui il nazionalsocialismo giunse al
potere, il 1933, i ben noti sermoni d'Avvento del Cardinale Faulhaber, ai quali
assistettero non soltanto cattolici, ma anche protestanti ed ebrei, ebbero
espressioni di chiaro ripudio della propaganda nazista antisemitica.(11) A
seguito della Kristallnacht, Bernard
Lichtenberg, prevosto della Cattedrale di Berlino, elevò pubbliche preghiere
per gli ebrei. Egli morì poi a Dachau ed è stato dichiarato Beato. Anche il Papa Pio XI condannò il razzismo
nazista in modo solenne nell'Enciclica Mit
brennender Sorge,(12) che fu letta nelle chiese di Germania nella Domenica
di Passione del 1937, iniziativa che procurò attacchi e sanzioni contro membri
del clero. Il 6 settembre 1938, rivolgendosi ad un gruppo di pellegrini belgi,
Pio XI asserì: «
L'antisemitismo è inaccettabile. Spiritualmente siamo tutti semiti ».(13) Pio
XII, fin dalla sua prima enciclica, Summi
Pontificatus,(14) del 20 ottobre 1939, mise in guardia contro le teorie che
negavano l'unità della razza umana e contro la deificazione dello Stato, tutte
cose che egli prevedeva avrebbero condotto ad una vera « ora delle tenebre ».(15) IV. Antisemitismo nazista e la Shoah Non si può ignorare la differenza che esiste
tra l'antisemitismo, basato su teorie contrarie al costante insegnamento della
Chiesa circa l'unità del genere umano e l'uguale dignità di tutte le razze e
di tutti i popoli, ed i sentimenti di sospetto e di ostilità perduranti da
secoli che chiamiamo antigiudaismo, dei quali, purtroppo, anche dei cristiani
sono stati colpevoli. L'ideologia nazionalsocialista andò anche
oltre, nel senso che rifiutò di riconoscere qualsiasi realtà trascendente
quale fonte della vita e criterio del bene morale. Di conseguenza, un gruppo
umano, e lo Stato con il quale esso si era identificato, si arrogò un valore
assoluto e decise di cancellare l'esistenza stessa del popolo ebraico, popolo
chiamato a rendere testimonianza all'unico Dio e alla Legge dell'Alleanza. A
livello teologico non possiamo ignorare il fatto che non pochi aderenti al
partito nazista non solo mostrarono avversione all'idea di una divina
Provvidenza all'opera nelle vicende umane, ma diedero pure prova di un preciso
odio nei confronti di Dio stesso. Logicamente, un simile atteggiamento condusse
pure al rigetto del cristianesimo, e al desiderio di vedere distrutta la Chiesa
o per lo meno sottomessa agli interessi dello Stato nazista. Fu questa ideologia estrema che divenne la
base delle misure intraprese, prima per sradicare gli ebrei dalle loro case e
poi per sterminarli. La Shoah fu
l'opera di un tipico regime moderno neopagano. Il suo antisemitismo aveva le
proprie radici fuori del cristianesimo e, nel perseguire i propri scopi, non
esitò ad opporsi alla Chiesa perseguitandone pure i membri. Ma ci si deve chiedere se la persecuzione del
nazismo nei confronti degli ebrei non sia stata facilitata dai pregiudizi
antigiudaici presenti nelle menti e nei cuori di alcuni cristiani. Il sentimento
antigiudaico rese forse i cristiani meno sensibili, o perfino indifferenti, alle
persecuzioni lanciate contro gli ebrei dal nazionalsocialismo quando raggiunse
il potere? Ogni risposta a questa domanda deve tener
conto del fatto che stiamo trattando della storia di atteggiamenti e modi di
pensare di gente soggetta a molteplici influenze. Ancor più, molti furono
totalmente ignari della « soluzione finale » che stava per essere presa contro
un intero popolo; altri ebbero paura per se stessi e per i loro cari; alcuni
trassero vantaggio dalla situazione; altri infine furono mossi dall'invidia. Una
risposta va data caso per caso e, per farlo, è necessario conoscere ciò che
precisamente motivò le persone in una specifica situazione. All'inizio, i capi del Terzo Reich cercarono
di espellere gli ebrei. Sfortunatamente, i Governi di alcuni Paesi occidentali
di tradizione cristiana, inclusi alcuni del Nord e Sud America, furono più che
esitanti ad aprire i loro confini agli ebrei perseguitati. Anche se non potevano
prevedere quanto lontano sarebbero andati i gerarchi nazisti nelle loro
intenzioni criminali, i capi di tali nazioni erano a conoscenza delle difficoltà
e dei pericoli a cui erano esposti gli ebrei che vivevano nei territori del
Terzo Reich. In quelle circostanze, la chiusura delle frontiere all'immigrazione
ebraica, sia che fosse dovuta all'ostilità antigiudaica o al sospetto
antigiudaico, a codardia o limitatezza di visione politica o a egoismo
nazionale, costituisce un grave peso di coscienza per le autorità in questione. Nelle terre dove il nazismo intraprese la
deportazione di massa, la brutalità che accompagnò questi movimenti forzati di
gente inerme, avrebbe dovuto suscitare il sospetto del peggio. I cristiani
offrirono ogni possibile assistenza ai perseguitati, e in particolare agli
ebrei? Molti lo fecero, ma altri no. Coloro che
aiutarono a salvare quanti più ebrei fu loro possibile, sino al punto di
mettere le loro vite in pericolo mortale, non devono essere dimenticati. Durante
e dopo la guerra, comunità e personalità ebraiche espressero la loro
gratitudine per quanto era stato fatto per loro, compreso anche ciò che Pio XII
aveva fatto personalmente o attraverso suoi rappresentanti per salvare centinaia
di migliaia di vite di ebrei.(16) Molti Vescovi, preti, religiosi e laici, sono
stati per tale ragione onorati dallo Stato di Israele. Nonostante ciò, come Papa Giovanni Paolo II
ha riconosciuto, accanto a tali coraggiosi uomini e donne, la resistenza
spirituale e l'azione concreta di altri cristiani non fu quella che ci si
sarebbe potuto aspettare da discepoli di Cristo. Non possiamo conoscere quanti
cristiani in paesi occupati o governati dalle potenze naziste o dai loro
alleati, constatarono con orrore la scomparsa dei loro vicini ebrei, ma non
furono tuttavia forti abbastanza per alzare le loro voci di protesta. Per i
cristiani questo grave peso di coscienza di loro fratelli e sorelle durante
l'ultima guerra mondiale deve essere un richiamo al pentimento.(17) Deploriamo profondamente gli errori e le
colpe di questi figli e figlie della Chiesa. Facciamo nostro ciò che disse il
Concilio Vaticano II con la Dichiarazione Nostra
aetate, che inequivocabilmente afferma: « La Chiesa... memore del
patrimonio che essa ha in comune con gli Ebrei, e spinta non da motivi politici,
ma da religiosa carità evangelica, deplora gli odi, le persecuzioni e tutte le
manifestazioni dell'antisemitismo dirette contro gli ebrei in ogni tempo e da
chiunque ».(18) Ricordiamo e facciamo nostro quanto Papa
Giovanni Paolo II, nel rivolgersi ai capi della comunità ebraica di Strasburgo
nel 1988 affermò: « Ribadisco nuovamente insieme con voi la più ferma
condanna di ogni antisemitismo e di ogni razzismo, che si oppongono ai principi
del cristianesimo ».(19) La Chiesa cattolica, pertanto, ripudia ogni
persecuzione, in qualsiasi luogo e in qualsiasi tempo, perpetrata contro un
popolo o un gruppo umano. Essa condanna nel modo più fermo tutte le forme di
genocidio, come pure le ideologie razziste che l'hanno reso possibile. Volgendo
lo sguardo su questo secolo, siamo profondamente addolorati per la violenza che
ha colpito gruppi interi di popoli e di nazioni. Ricordiamo in modo particolare
il massacro degli armeni, le vittime innumerevoli nell'Ucraina degli anni '30,
il genocidio degli zingari, frutto anch'esso di idee razziste, e tragedie simili
accadute in America, in Africa e nei Balcani. Né vogliamo dimenticare i milioni
di vittime dell'ideologia totalitaria nell'Unione Sovietica, in Cina, in
Cambogia ed altrove. Neppure possiamo dimenticare il dramma del Medio Oriente, i
cui termini sono ben noti. Anche mentre noi facciamo la presente riflessione, «
troppi uomini continuano ad essere vittime dei propri fratelli ».(20) V. Guardando insieme ad un futuro comune Guardando al futuro delle relazioni tra ebrei
e cristiani, in primo luogo chiediamo ai nostri fratelli e sorelle cattolici di
rinnovare la consapevolezza delle radici ebraiche della loro fede. Chiediamo
loro di ricordare che Gesù era un discendente di Davide; che dal popolo ebraico
nacquero la Vergine Maria e gli Apostoli; che la Chiesa trae sostentamento dalle
radici di quel buon ulivo a cui sono stati innestati i rami dell'ulivo selvatico
dei gentili (cfr Rm 11,17-24); che gli
ebrei sono nostri cari ed amati fratelli, e che, in un certo senso, sono
veramente i « nostri fratelli maggiori ».(21) Al termine di questo Millennio la Chiesa
cattolica desidera esprimere il suo profondo rammarico per le mancanze dei suoi
figli e delle sue figlie in ogni epoca. Si tratta di un atto di pentimento (teshuva):
come membri della Chiesa, condividiamo infatti sia i peccati che i meriti di
tutti i suoi figli. La Chiesa si accosta con profondo rispetto e grande
compassione all'esperienza dello sterminio, la Shoah,
sofferta dal popolo ebraico durante la seconda Guerra Mondiale. Non si tratta di
semplici parole, bensì di un impegno vincolante. « Rischieremmo di far morire
nuovamente le vittime delle più atroci morti, se non avessimo la passione della
giustizia e se non ci impegnassimo, ciascuno secondo le proprie capacità, a far
sì che il male non prevalga sul bene, come è accaduto nei confronti di milioni
di figli del popolo ebraico... L'umanità non può permettere che ciò accada di
nuovo ».(22) Preghiamo che il nostro dolore per le
tragedie che il popolo ebraico ha sofferto nel nostro secolo conduca a nuove
relazioni con il popolo ebraico. Desideriamo trasformare la consapevolezza dei
peccati del passato in fermo impegno per un nuovo futuro nel quale non ci sia più
sentimento antigiudaico tra i cristiani e sentimento anticristiano tra gli
ebrei, ma piuttosto un rispetto reciproco condiviso, come conviene a coloro che
adorano l'unico Creatore e Signore ed hanno un comune padre nella fede, Abramo. Infine, invitiamo gli uomini e le donne di
buona volontà a riflettere profondamente sul significato della Shoah.
Le vittime dalle loro tombe, e i sopravvissuti attraverso la vivida
testimonianza di quanto hanno sofferto, sono diventati un forte grido che
richiama l'attenzione di tutta l'umanità. Ricordare questo terribile dramma
significa prendere piena coscienza del salutare monito che esso comporta: ai
semi infetti dell'antigiudaismo e dell'antisemitismo non si deve mai più
consentire di mettere radice nel cuore dell'uomo. 16 Marzo 1998. Cardinale Edward Idris Cassidy Pierre Duprey Remi Hoeckman O.P. TYPIS VATICANIS MCMXCVIII
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(1) Giovanni Paolo II, Lett. ap.
Tertio millennio adveniente (10 novembre 1994), 33: AAS
87 (1995), 25. (2) Cfr Giovanni Paolo II, Discorso
in occasione dell'incontro con la comunità ebraica della città di Roma (13
aprile 1986), 4: AAS 78 (1986), 1120. (3) Giovanni Paolo II, Angelus dell'11 giugno 1995: Insegnamenti
181, 1995, 1712. (4) Cfr Giovanni Paolo II, Discorso
alla Comunità ebraica di Budapest (18 agosto 1991), 4: Insegnamenti
142, 1991), 349. (5) Giovanni Paolo II, Lett. enc. Centesimus
annus (1 maggio 1991), 17: AAS 83
(1991), 814-815. (6) Cfr Giovanni Paolo II, Discorso
ai Delegati delle Conferenze Episcopali per i rapporti con l'Ebraismo (6
marzo 1982): Insegnamenti 51, 1982,
743-747. (7) Cfr Commissione della Santa Sede per le
Relazioni religiose con gli ebrei, Note
sul corretto modo di presentare gli ebrei e l'ebraismo nella predicazione e
nella catechesi nella Chiesa cattolica romana (24 giugno 1985) VI, 1: Ench.
Vat. 9, 1656. (8) Giovanni Paolo II, Discorso ai partecipanti all'incontro di studio su « Radici
dell'antigiudaismo in ambiente cristiano » (31 ottobre 1997), 1: L'Osservatore
Romano, 1 novembre 1997, p. 6. (9) Cfr Nostra
aetate, 4. (10) Cfr B. Statiewski (Ed.), Akten
deutscher Bischöfe über die Lage der Kirche, 1933-1945, vol. I, 1933-1934 (Mainz 1968), Appendix. (11) Cfr L. Volk, Der
Bayerische Episkopat und der Nationalsozialismus 1930-1934 (Mainz 1966), pp.
170-174. (12) Del 14 marzo 1937: AAS 29 (1937), 145-167. (13) La Documentation Catholique, 29 (1938), col. 1460. (14) AAS 31 (1939), 413-453. (15) Ibid., 449. (16) Organizzazioni e personalità ebraiche
rappresentative riconobbero varie volte ufficialmente la saggezza della
diplomazia di Papa Pio XII. Ad esempio, il giovedì 7 settembre 1945 Giuseppe
Nathan, Commissario dell'Unione delle Comunità Israelitiche Italiane, dichiarò:
« Per primo rivolgiamo un reverente omaggio di riconoscenza al Sommo Pontefice,
ai religiosi e alle religiose che, attuando le direttive del Santo Padre, non
hanno veduto nei perseguitati che dei fratelli, e con slancio e abnegazione
hanno prestato la loro opera intelligente e fattiva per soccorrerci, noncuranti
dei gravissimi pericoli ai quali si esponevano » (L'Osservatore Romano, 8 settembre 1945, p. 2). Il 21 settembre dello
stesso anno, Pio XII ricevette il Dott. A. Leo Kubowitzki, Segretario Generale
del World Jewish Congress, recatosi in Udienza per presentare « al Santo Padre,
a nome della Unione delle Comunità Israelitiche, i più sentiti ringraziamenti
per l'opera svolta dalla Chiesa Cattolica a favore della popolazione ebraica in
tutta l'Europa durante la guerra » (L'Osservatore Romano, 23 settembre 1945, p. 1). Il giovedì 29
novembre 1945 il Papa ricevette circa 80 delegati di profughi ebrei, provenienti
dai campi di concentramento in Germania, giunti a manifestargli « il sommo
onore di poter ringraziare personalmente il Santo Padre per la sua generosità
dimostrata verso di loro, perseguitati durante il terribile periodo di
nazifascismo » (L'Osservatore Romano,
30 novembre 1945, p. 1). Nel 1958, alla morte di Papa Pio XII, Golda Meir inviò
un eloquente messaggio: « Condividiamo il dolore dell'umanità... Quando il
terribile martirio si abbatté sul nostro popolo, la voce del Papa si elevò per
le sue vittime. La vita del nostro tempo fu arricchita da una voce che
chiaramente parlò circa le grandi verità morali al di sopra del tumulto del
conflitto quotidiano. Piangiamo un grande servitore della pace ». (17) Cfr Giovanni Paolo II, Discorso
al nuovo Ambasciatore della Repubblica Federale di Germania (8 novembre
1990), 2: AAS 83 (1991), 587-588. (18) N. 4. (19) N. 8: Insegnamenti 113, 1988, 1134. (20) Giovanni Paolo II, Discorso ai membri del Corpo diplomatico (15 gennaio 1994), 9: AAS
86 (1994), 816. (21) Giovanni Paolo II, Discorso in occasione dell'incontro con la comunità ebraica della città
di Roma (13 aprile 1986), 4: AAS
78 (1986), 1120. (22) Giovanni Paolo II, Discorso in occasione della commemorazione dell'Olocausto (7 aprile
1994), 3: Insegnamenti 171, 1994, 897
e 893. |
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